Forza lavoro US e pensioni: the exit strategy puzzle

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Una Janet Yellen particolarmente sobria e priva di fronzoli è quella che ha tenuto nel recente discorso del 22 maggio a Providence, Rhode Island, sullo stato dell’economia USA.
Dico trasparente perché va dritta al cuore del problema della politica monetaria americana: il timing della exit strategy, le sue dinamiche e le variabili economiche da considerare.
É indubbio che il livello dell’occupazione, così come l’inflazione, siano gli argomenti principali (e d’altronde non potrebbe essere altrimenti, visto il vincolo di mandato della Fed), tuttavia è l’occupazione a impegnarla di più.
Yellen stabilisce fin da subito come secondo lei il mercato del lavoro “stia arrivando” al suo punto di massima forza ma non vi sia ancora. Cosa lo impedisce?
Yellen identifica tre variabili: la scarsa partecipazione alla forza lavoro, il peso notevole del lavoro part time e, ultima, la poco brillante dinamica salariale quali elementi che secondo lei sono ancora sintomatici di un mercato del lavoro non efficiente.
Mentre il significato delle ultime due variabili (lavoro precario e salari) è  di facile intuizione, vorrei dedicarmi al primo, la forza lavoro, per dipanare la matassa del sottostante pensiero macroeconomico che muove i policymakers.
Secondo la teoria piùaccreditata,esiste un c.d. NAIRU, tasso naturale di disoccuoazione associato con una dinamica non particolarmente inflattiva dell’economia. In parole grezze, una massima occupazione possibile con il minimo di inflazione indesiderata (che poi è concetto analogo a quello della c.d. Curva di Phillips).
Tutto sta nel definire statisticamente un range sufficientemente stretto per il NAIRU. Ma dato che il tasso di disoccupazione è la differenza della forza lavoro e della disoccupazione volontaria,ecco che diventa necessario definire quali sono le variabili da cui la forza lavoro dipende.
La teoria economica generale dice che nella Labour Force confluiscono parametri di medio e lungo periodo: natalità, variabili demografiche, livelli di reddito e di istruzione, e in ultima anche la produttività dei fattori lavoro e capitali. Tutte dinamiche apparentemente di lungo periodo, se non fosse che leggendo ciò che dice la Chairwoman fra le righe sembra di essere giunti un po’ in ritardo a discutere se il livello del NAIRU sia ancora una stima obiettivamente utilizzabile.
Cerco fra altri recenti speeches di membri del FOMC e trovo questo, del Gov.Powell del 8 aprile, che riporta uno studio recente che è mirabilmente sintetizzato nel summary iniziale:

Il risultato principale è che il NAIRU è imprecisamnte stimato: un tipico intervallo di confidenza al 95% per il NAIRU nel 1990 va da 5,1% a 7,7%. Questa imprecisione non spiega se il tasso naturale vada considerato costante, o come lentamente modificantesi nel tempo, oppure funzione di variabili fondamentali della forza lavoro, o come una funzione che si modifichi nel tempo, oppure come un processo stocastico. […] Questa imprecisione suggerisce cautela nell’usare il NAIRU quale guida della politica monetaria.”

La frittata pare fatta. Senza un axis mundi che le indichi il cammino, la Fed, da sempre attratta dalle regole tipo Phillips Curve e Taylor Rule, sembra destinata a perdersi in un mare di dati e soprattutto di ipotesi.
Ipotesi, certo, perchè se l’intuito di Yellen le dice giusto, qui siamo di fronte ad una modificazipne della struttura della forza lavoro che va prima compresa e poi governata. Yellen assicura nel suo discorso che è convinta che molta gente sia fuori dalla forza lavoro volontariamente (rentiers, studenti, casalinghe con prole), ma lo è altrettanto che “un significativo numero di persone” non stiano cercando lavoro perché non vedono buone opportunità o sono scoraggiate o non hanno i mezzi per farsi strada sul mercato del lavoro americano.
Mi torna in mente un altro articolo della BCE di febbraio 2015 dove era questa figura che rappresenta diverse  combinazioni di variabili del mercato del lavoro.

Figura A

La conclusione è che le dinamiche occupazionali più sensibili a fattori di breve termine si sono già riposizionate sui valori giudicati normali per l’economia USA (ma una volta diventato obsolescente il NAIRU, come valuto questa conclusione? Pure Janet sembra chiederselo), mentre le dinamiche più sensibili a fattori di medio e lungo periodo presentano ancora una significativa distanza.
Insomma, pare proprio che la Fed, per dare piena attuazione al suo mandato di piena occupazione, debba fronteggiare anche variabili di lungo periodo.
E qui provo a inserirmi io con una ipotesi: alla fine del suo discorso Yellen cita la crescita della produttività quale fattore fondamentale per garantire sul lungo periodo la crescita sostenibile dei salari e della economia con benefici erga omnes. Immagino stia parlando della produttività del lavoro, anche se poi mi confonde parlando della produttività portata dalle IT e dal grande sviluppo delle reti, che in realtà è produttività del capitale.
E guarda caso uno dei problemi più sofferti di ogni istituzione universitaria (o scuola superiore di formazione o anche solo di occupazione) è proprio quello di stare al passo con la tecnologia, le conoscenze e le capacità richieste. Recupero qualche discorso governativo, tipo questo del governatore Powell e ancor di più quello di Brainard, che contiene un paragrafo su disoccupazione e forza lavoro, con questo particolare inciso:

“Un recente studio della Fed di Boston ha dimostrato che gli imprenditori rispondono a carenze nella forza lavoro aumentando i requisiti formativi scolastici oppure il numero di anni minimi di esperienza richiesti per nuovi impieghi, che è come congelare fuori dal mercato molta forza lavoro e sottoimpiegarne altra.”

La mia impressione generale è che proseguendo per questa strada si vada a finire in un buco: è compito delle banche centrali sostenere scuola, natalità, demografia?
Se andassimo poi a vedere uno spaccato del tasso di partecipazione e della disoccupazione, qualcosa -intendo- che discrimini fra età, razza e istruzione, sono sicuro che la faccenda si farebbe ancora più difficile.
E allora ripenso a quanto già scriveva Danilo su queste pagjne relativamente agli incagli sugli students loans americani, in termini nominali una vera piaga per giovani e famiglie: si indebitano per studiare con la speranza un domani di un lavoro che ripaghi le rate del superdebito, poi languono in una situazione di sottoccupazione per mancanza di adeguata formazione, e il debito si incaglia.

E allora me ne esco da questo cerchio, temo che Yellen abbia il cuore troppo grande e abbia veramente preso in parola il suo mandato, ma io sono cinico…
Penso già di sapere che alla fin fine, gira e rigira, non potrà essere la “ritrovata forza del mercato del lavoro” e altre strabilianti albe all’orizzonte a far cambiare la strategia alla Fed.
Sarà come al solito l’utile. E me lo ha indicato l’ultimo Pension market focus dell’OECD: il solo mercato americano è pari a oltre 22mila miliardi di dollari, l’83% del pil 2013 e intermedia oltre il 56% di tutti gli assets negoziati in giro per il mondo……e oltre la metà è A PRESTAZIONE DEFINITA. Che non va a lungo a braccetto con tassi zero e mercato azionario in bollore.

Figura B

Ps: per dare avvio alla normalizzazione graduale dei tassi, Yellen si preoccupava anche che l’inflazione si stabilizzasse intorno all’obiettivo del 2% con aspettative stabili dai consumatori, e vedeva in questa area come rischio il calo dei prezzi del petrolio.
Spoiler: scommetto che alla riunione del 5giugno l’OPEC non taglierà la produzione. La loro strategia di affamare i produttori US di shale gas sta funzionando e molte trivellazioni e nuovi investimenti sono già stati fermati in America. L’Arabia Saudita vuole tenersi la sua fetta di torta. E il problema diventa geopolitico.

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Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.
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