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Fragili oggetti

Ha l’aria rilassata, le braccia appena flesse, le mani agganciate al volante a ore 10,10.

Guida con dolce destrezza, senza strappi, lo sguardo è fermo sul grigio nastro d’asfalto che si stende docilmente dinanzi alla vettura. 
Fischietta un motivo che non riconosco. Non riesco mai a identificare queste canzoni e ho il sospetto che siano melodie che si inventa sul momento: una misteriosa musica solo sua, una sorta di incantesimo per isolarsi con innocente noncuranza, eludendo la mia presenza come quella di chiunque altro. Solo che io non sono chiunque altro: io sono sua moglie. Se per lo più questo bizzarro modo di sottrarsi mi affascina e m’intenerisce al tempo stesso, alle volte mi disturba al punto da spingermi a vagheggiare il più puro e dissennato gesto di distruzione. È qualcosa di simile all’impulso di scagliare un oggetto fragile e amato contro il muro e osservarlo disgregarsi in mille pezzi, poveri frammenti orfani della loro primitiva,  straordinaria interezza. Poi mi passa, è solo un guizzo malandrino che si dilegua lasciando appena una spruzzata di colpevole imbarazzo.

Piuttosto, dovrei chiedermi perché ciò mi venga in mente proprio stanotte, mentre guido prudentemente verso casa maledicendo questa nebbia lattescente che, occultando i punti di riferimento abituali, mi immerge in un confuso vuoto esistenziale, generatore di un’ansia sfaccettata e multidirezionale. Mio marito sarà certamente preoccupato; questo pensiero mi tranquillizza: il pensiero della sua preoccupazione per la mia incolumità mi rassicura.

Ed ecco  apparire (inaspettatamente, dato che non avrei saputo dire con precisione ove mi trovassi) la massiccia struttura con le quattro torri campanarie della Basilica di Sant’Eustorgio, baluginante nell’oscurità opaca grazie alla perenne illuminazione notturna dell’austera facciata, ricostruita in solido stile romanico.

Ancora pochi metri e sarò in via Santa Croce, al sicuro tra le pareti tinteggiate in color paglierino di casa. Accidenti alla Marisa, al suo compleanno e alla cena in quella finta osteria a casa del diavolo. E a proposito del diavolo, in questa notte di nebbia e d’inquietudine in cui un fantasma è tornato ad affacciarsi sulla superficie quieta del mio animo, recando un palpitante scompiglio che ritengo di poter controllare senza difficoltà, mi soffermo a riflettere sulla storia arcana e complessa di questo luogo di culto. Qui preghiere, inquisizione e roghi di presunte streghe si stratificarono nei secoli al pari degli stili architettonici, mescolandosi a eventi storici e leggende. I muri trasudano fede e sangue e persino satanica dissacrazione. Vi si conserva il Sepolcrum Trium Magorum, pietra tombale dei negromanti assurti al rango di Re, dei quali il Barbarossa trafugò le spoglie per farne dono all’Arcivescovo di Colonia nel 1162, allorché ebbe conquistato Milano. Poi, nell’attigua Cappella Portinari, tra i molti significativi affreschi vi è quella singolare raffigurazione della Madonna col Bambino, dove entrambi mostrano il capo sormontato da un glorioso paio di demoniache corna. Quale che sia l’interpretazione dell’opera, mi ha sempre stupita il fatto che, nel corso dei secoli, nessun alto prelato abbia preteso la rimozione di una tale ingiuria. Chissà, forse per il timore che vi si celi lo spirito tormentato di Guglielmina la Boema, donna che a Milano fu venerata come una santa per le numerose opere di carità, ma che ebbe l’ardire di predicare l’eguaglianza spirituale tra donne e uomini. Dopo la sua morte, avvenuta attorno al 1300, l’Inquisizione sottopose a processo i suoi seguaci e la defunta medesima. Naturalmente, furono tutti condannati e si dispose la riesumazione della salma di Guglielmina per sottoporla al rogo, che avvenne proprio in Piazza Sant’Eustorgio.

A dirla tutta, traggo qualche conforto al pensiero di quelle corna non cancellabili, poste ad imperitura memoria della prepotenza e della grettezza di una potente congrega che si è arrogata il diritto di essere depositaria della Verità, con la conseguente missione di imporla a tutti, per tacere di intrighi assai lontani dalla spiritualità. In quanto al Diavolo, Satana, Belzebù, Mefistofele, tralasciando il lungo elenco di nomi e soprannomi affibbiatigli dalla notte dei tempi nei più disparati luoghi del mondo, trovo che occultare il lato più oscuro  dell’animo umano intrappolandolo dentro un appellativo, sia davvero ingenuo e certo suggestivo.

Entrando finalmente in casa mi imbatto nel buio pacifico e silente che custodisce il sonno di mio marito, il quale forse non si è nemmeno accorto della nebbia e dell’ora tarda. Ne sono delusa, anzi irragionevolmente offesa.

Mentre l’acqua calda della doccia scorre sulle membra ancora un poco contratte per la tensione, lascio infine che i pensieri accorrano nella direzione dalla quale ho tentato di distoglierli, senza troppa convinzione, per buona parte della serata.

Ha compiuto oggi cinquant’anni, la Marisa. Non l’ha presa benissimo: ha due figli maschi ormai grandi e autonomi, un impiego noioso, un marito sovente assente e non solo per i numerosi impegni professionali. Ha affermato mestamente che si sta spegnendo. Non che io, né l’Adele o la Franca, sue coetanee invitate a codesta cena, conduciamo vite più entusiasmanti: abbiamo tutte esaurito da un pezzo la parte più impegnativa del ruolo materno perché i cuccioli sono cresciuti, viviamo accanto a mariti più o meno distratti e dedichiamo le giornate a lavori così e così. Servirebbe a qualcosa crucciarsene, scavare, rivangare, analizzare?

“È la vita, Marisa, che discorsi fai? Non sapevi che i figli avrebbero smesso di avere bisogno di te per allacciarsi le scarpe e di pendere dalle tue labbra, e che la passione tra te e tuo marito si sarebbe esaurita? In quanto al lavoro, puoi sempre provare a cercartene un altro. Ma lo scontento te lo porti dentro, non arriva da fuori, ne sei consapevole?”

È stato in quel momento che mi sono accorta dello sguardo concupiscente che la Marisa stava rivolgendo al giovanottino, peraltro piuttosto attraente, del tavolo accanto al nostro, il quale  pareva ricambiare con altrettanta ì malizia.

“…ma sei scema, Marisa?”

“E perché? Una follia, per una volta soltanto, una trasgressione della quale sorridere segretamente negli anni a venire. Ci pensate mai?”

È seguito un silenzio perplesso. Poco dopo la Marisa ha detto, a mio esclusivo beneficio:

“Ho saputo che Ermanno è tornato a Milano; pare che abbia avuto un piccolo incidente, niente di grave. Sta sempre in quel vecchio appartamento in viale Monza, ma non ho capito se è di passaggio per la convalescenza o se intende fermarsi”.

Mi ha scrutata a lungo, finché io non ho distolto lo sguardo, sminuzzando innocenti molliche di pane.

Nell’89 avevo appena vent’anni ed ero iscritta alla facoltà di  Lettere alla Statale. Conobbi Ermanno nel mio peregrinare notturno in una Milano assai brillante, per certi versi un poco sopra le righe e abbastanza differente dalla versione diurna, affaccendata e rigorosa. Mi capitava allora di frequentare la casa di un tecnico del suono che collaborava con diversi locali molto in voga in città: nello spazioso appartamento minimalista in via Andrea Doria era assai facile incontrare qualche noto personaggio televisivo, comici nati al Derby e una fauna di contorno polimorfa, a volte piuttosto interessante.

Ermanno aveva qualche anno più di me e dopo il diploma all’istituto tecnico aveva lasciato il borgo natio, sulla costa salentina, perché voleva dedicarsi alla fotografia. Di modi naturalmente garbati, longilineo e chiaro di pelle e di capelli come molti pugliesi di probabile discendenza normanna, aveva tratti decisi e piacevolmente irregolari addolciti dallo sguardo di un caldo castano ambrato. Rammento che mi colpirono le belle mani, affusolate e dai gesti nervosi, e le movenze agilmente scattanti, quasi fossero governate da una costante concitazione.

Abitava in un monolocale in affitto all’ultimo piano di un vecchio palazzo in viale Monza; per vivere e pagarsi i corsi serali da un fotografo professionista, aveva accettato un impiego come magazziniere da un ricambista a Sesto San Giovanni e collaborava con un piccolo studio fotografico che realizzava servizi per convegni, eventi musicali e vernissage. Ebbi quasi vergogna a dichiarare il mio stato di studentessa universitaria mantenuta dalla famiglia, posizione che avevo sempre considerato privilegiata.

Da quel primo incontro, avvenuto nello strambo caos della casa in via Andrea Doria in una notte offuscata dalla nebbia, al pari di questa, prendemmo a vederci sempre più spesso. Allora abitavo con i miei genitori in via Monte Rosa, nelle vicinanze di Piazzale Lotto. Mi inventai dapprima una compagna di studi dalla quale restavo a dormire dopo aver studiato, ma dopo qualche mese presentai Ermanno ai miei genitori: era educato e gentile, sapeva discorrere di qualunque argomento e certo il suo impegno per fare della passione per la fotografia un mestiere remunerativo appariva lodevole. I miei lo presero subito in simpatia, come del resto chiunque avesse occasione di avvicinarlo.

Guardavo spesso le foto in bianco e nero che sviluppava da sé nella stretta stanza da bagno, costantemente odorosa di acido: aveva uno spiccato senso della prospettiva, cercava il movimento e le ombre. I suoi ritratti, sempre il risultato di scatti realizzati all’insaputa dei soggetti, erano di singolare efficacia nel cogliere ciò che appariva come l’espressione di un sentimento.

Durante l’anno della nostra frequentazione, potei osservare la sua smaniosa irrequietezza organizzarsi e montare come una poderosa marea: Ermanno sognava i luoghi più remoti del mondo, voleva documentare lo straordinario, non l’ordinario.

Mi chiedevo come avrei potuto stargli accanto, se la sua cocciuta perseveranza lo avesse condotto dove voleva, ovvero in giro per il pianeta. Sebbene  fosse assai affettuoso, ne intuivo la perenne turbolenza che conferiva alla sua presenza un carattere di provvisorietà; trascorrevo perciò le giornate oscillando in continuazione tra l’assoluta esaltazione e il presagio di una sventura imminente.

Una sera Ermanno mi comunicò la decisione di recarsi a New York per un colloquio in una grande agenzia di stampa, grazie alla lettera di presentazione e alle conoscenze personali del fotografo del quale aveva  seguito i corsi. La sua esposizione entusiasticamente concitata mi fece comprendere come la mia presenza non fosse in alcun modo prevista e che quello era dunque un congedo. Finì così, e ne fui affranta e sollevata quasi in egual misura.

Dopo un poco, mi sembrò di essere scampata a una malattia destinata a consumarmi; ripresi l’originario percorso che durante quell’anno e mezzo avevo un poco trascurato. Di tanto in tanto ricevevo posta da Ermanno: venni così a sapere che aveva acquistato il monolocale in viale Monza, sebbene ormai si fosse stabilito a New York. Non gli risposi mai. Nell’ultima lettera, datata maggio 2000, mi scrisse che sarebbe partito per una remota isola dell’Artico canadese al seguito di una squadra di etologi e di biologi, per un progetto finanziato dalla National Geographic Society. Il fatto di immaginarlo in un luogo tanto distante, non solo geograficamente, archiviò pure qualsiasi dubbio o rimpianto circa l’esito della nostra storia. I ricordi sbiadirono pian piano finché faticai a riconoscerne i dettagli, come accade con certe istantanee sovraesposte.

Conobbi Davide, l’uomo che avrei sposato, quando a furia di essere prudente, selettiva e persino malmostosa mi ero consapevolmente consegnata alla solitudine, o quantomeno alla rinuncia a una relazione fissa. Fu una scelta ragionata e anche ragionevole che maturò nel corso di qualche anno; tuttavia l’affetto e l’affiatamento, dapprima istintivo e poi tenacemente coltivato, furono senz’altro predominanti. Avevamo entrambi superato la quarantina e non era più tempo di febbrili infatuazioni, ma il sentimento che ci univa era profondo e assai più gratificante di qualsiasi slancio passionale.

Fatico dunque a comprendere lo spaesamento provocato dalla notizia del ritorno di Ermanno a Milano: eppure, l’informazione della sua presenza sembra aver sortito l’effetto di mutare radicalmente il panorama cittadino a me familiare e, soprattutto e in termini assai più ampi, la mia personale prospettiva.

Il liceo presso il quale insegno Lingua e Letteratura italiana con amorevole dedizione, nonostante sovente m’imbatta nell’annoiato disinteresse dei miei alunni,  resterà chiusa fino al sette di gennaio per le vacanze natalizie. Eccomi dunque sola, mentre Davide ha già ripreso il lavoro, a cincischiare con una giornata che mi sta sfuggendo di mano per prendere una direzione della quale non mi voglio assumere la responsabilità.

È uno di quei giorni d’inverno freddi e limpidi in cui il cielo sopra Milano è incredibilmente terso e il sole sfolgora sui vetri delle finestre dei palazzi: per quanto si possa essere distratti, oggi è facile scorgere la bellezza di certe strade cittadine. È perlomeno singolare che io non sia passata per viale Monza negli ultimi ventinove anni: non è escluso, a questo punto, che abbia inconsciamente evitato questi luoghi.

Scendo alla fermata di Pasteur della linea rossa della metropolitana, avanzo di qualche metro e alzo istintivamente lo sguardo al tetto del palazzotto di tre piani al civico 51: l’imponente scultura che ha meravigliato, divertito e scandalizzato molti milanesi dai primi anni del Novecento resiste, a dispetto dell’orribile insegna del ristorante pizzeria che ora occupa parte del piano terra. Si tratta della rappresentazione di una coppia nuda e sorridente. L’autore è Ernesto Bazzarro, scultore meneghino al quale si debbono  anche i due nudi che adornarono per qualche tempo Palazzo Castiglioni, in Corso Venezia, valendogli l’irridente appellativo di La Ca’ di ciapp, ovvero La Casa delle chiappe, prima di essere trasferiti su una facciata dell’odierna Clinica Columbus. Nel palazzo in viale Monza l’opera celebra le manie di grandezza del proprietario del lussuoso immobile, ricco titolare di una catena di macellerie del quale certo accrebbe la fama, oltre che quella dello scultore.

Il monolocale di Ermanno si trova all’ultimo piano della casa adiacente. Ma adesso che mi trovo qui a divagare di statue, di macellai megalomani e di scultori audaci, cosa farò?

Una follia, per una volta soltanto, una trasgressione della quale sorridere segretamente negli anni a venire.

Manca poco a mezzogiorno quando scorgo Ermanno uscire dal portone: i folti capelli perennemente scompigliati sono ingrigiti, mi sembra persino più magro di come lo ricordavo ed è leggermene claudicante. Le mie gambe si muovono autonomamente nella sua direzione, guidate certo dalla parte più irrazionale del mio animo; mi rendo conto che ci saremmo riconosciuti senza la minima incertezza anche se il nostro aspetto fosse radicalmente cambiato.

“Dai, Lisa, ma che ci fai qui? Che bello rivederti!”

Mi abbraccia prima che possa rendermene conto ed eventualmente sottrarmi; respiro l’aroma di tabacco da pipa e la sottile fragranza amara che mi scaraventano indietro negli anni e, come allora, il sangue prende a scorrere veloce, il battito cardiaco accelera e credo perfìno di udirne il rumore. Forse mi schianterò qui, su questo marciapiede e questo abbraccio sarà l’ultimo ricordo.

Invece no, incredibilmente sopravvivo all’energico riemergere di un sentimento che è restato subdolamente acquattato da qualche parte per anni e ora mi si avventa addosso, affamato e potenzialmente distruttivo.

Comunque, accetto l’invito a pranzo di Ermanno e lo seguo nell’angusto appartamento nel quale non è cambiato nulla, tantomeno il disordine, intriso di un’indefinibile vitalità che lo allontana dalla sciatteria e lo fa rassomigliare piuttosto al sottosopra causato dal passaggio di un vento impetuoso.

Aspettando che cuociano gli spaghetti, mi spiega che si è ferito a una gamba in uno stupido incidente con il fuoristrada nel parco di Yellowstone, dopo aver corso rischi ben più gravi nel corso degli spostamenti in zone inospitali e impervie, all’inseguimento di qualche branco di lupi. Il progetto di ricerca degli studiosi  con i quali egli ha collaborato in questi anni riguarda infatti il comportamento di questi canidi, vittime da sempre di radicati pregiudizi popolari che in molte aree ne hanno provocato il sistematico sterminio.

Mentre pranziamo, mi racconta dei lunghi periodi passati sull’isola di Ellesmere, la più settentrionali delle isole artiche canadesi, alla ricerca dello schivo lupo bianco.

“Durante la prima estate credetti di impazzire: la presenza costante del sole nel cielo, per quasi sei mesi, è un fenomeno disturbante e apparentemente insostenibile. Ti sembra di avere bisogno del buio, lo cerchi infilando la testa nel sacco a pelo. Poi ti abitui, come ti abitui ai mesi senza luce”.

Non rilevo più l’agitazione che produceva una gestualità brusca; persino la cadenza della voce si è impostata sul ritmo basso e lento di chi ha imparato a convivere con lunghi silenzi. Ascolto le strabilianti descrizioni di luoghi selvaggi e di incontri ravvicinati con i lupi. Li ama, si intuisce da come ne parla: il naturale timore è stato sostituito da una fatale attrazione.

Quando gli racconto invece  ciò che mi è capitato nei ventinove anni trascorsi, comprendo che sta ascoltando il suono della voce, ma non è interessato alle mie parole. Mi osserva nella luce obliqua del pomeriggio che si spegne lentamente in un ultimo sfavillio. Ha la pelle del volto strapazzata dai climi rigidi, increspata in più punti, i tratti ancora più spigolosi. Negli occhi ambrati brilla un’indecifrabile determinazione; mi coglie lo stravagante pensiero che stia guardando cose che io non posso vedere, seguito da quello ancora più bizzarro che forse i lupi guardano proprio in questo modo.

Sta aspettando.

Allora, proprio mentre una simultanea pulsione sta spingendo i nostri corpi ad avvicinarsi, nella mia mente sovraeccitata passa fulminea l’immagine di uno splendido oggetto di fragile cristallo che vola, con una traiettoria perfetta e precisa, verso un muro. Posso udire il fragore dell’urto, osservo l’oggetto spezzato, ridotto in frammenti privi di identità. Non sembra grave, si potrebbe incollare: ma non sarà mai uguale a prima.

Mi ritraggo bruscamente e la suggestione di un momento effimero e perfetto svanisce: siamo solo due persone che tanto tempo fa hanno preso direzioni differenti. Ci salutiamo con repentino distacco, consapevoli del fatto che non ci rivedremo mai più.

Il tempo si è volto improvvisamente al brutto e il sole si eclissa frettoloso dietro una nuvolaglia compatta. Decido  di raggiungere l’ufficio dove Davide lavora, in via Larga, per proporgli di cenare fuori. Provo di nuovo la sensazione di affranto sollievo di tanto tempo orsono, quando Ermanno mi annunciò la sua decisione di lasciare Milano e mi sento piuttosto frastornata.

Mio marito mi accoglie con un sorriso stupito; quando poco dopo usciamo si è messo a piovere: si toglie il cappotto e passandomi un braccio dietro le spalle lo stende sopra la mia testa, per ripararmi. Mi stringo al suo corpo familiare e forte con gratitudine e penso alla meravigliosa interezza che ho deciso di salvaguardare.

In quanto al groppo furioso che mi stringe la gola, sono certa che passerà presto.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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