Fuga all’inglese

Doveva essere un pomeriggio di ottobre, una di quelle giornate luminose che ti illudono che l’estate non debba mai finire.

Forse già un poco tardi, perché ombre allungate si stendono sulla sabbia dell’arena.  La donna cammina di fianco al cavallino dal manto sauro, le redini poggiate nell’incavo del braccio destro come se reggesse con grazia una borsetta, la chioma castana appena mossa dall’aria. Muovono le gambe in armoniosa sincronia e avanzando sollevano piccoli sbuffi di sabbia; puntano gli sguardi sul medesimo orizzonte lontano, forse solo ad essi visibile. In questa immagine si palesa il senso del movimento, tutto fa pensare all’uscita di scena elegantemente noncurante di chi ha deciso di andarsene senza salutare nessuno.

Silvia contemplò per diversi istanti la raffigurazione di un momento del suo passato che covava come un fuoco sotto la cenere da qualche tempo, poi afferrò la foto dalla sottile cornice argentata e la pose in valigia: tra le poche cose che le erano care e necessarie, sicuramente vi era anche quella.

Per un fine settimana con un’amica una valigia era un bagaglio esagerato e se suo marito fosse stato presente forse si sarebbe posto qualche domanda: ma come ogni sabato mattina era uscito di buon’ora dall’appartamento in via Platone, breve strada trasversale a Viale Monza in prossimità della stazione metropolitana di Sesto Marelli, e pedalava verso i colli brianzoli. Non aveva trovato nulla da eccepire quando gli aveva annunciato l’intenzione di trascorrere due giorni alle terme di Pigna insieme a Elena, sua amica dai tempi del liceo trasferitasi a Imperia quando si era sposata: da marito fiducioso e discreto quale era, Carlo non avrebbe mai dubitato né si sarebbe preso la briga di verificare. Del resto, non sapeva nemmeno spiegare a se stessa il perché di quella valigia e di quella bugia.

Che strano sogno: Bianca mi era apparsa bella e giovane come se non fossero trascorsi venticinque anni dal nostro ultimo incontro e mi diceva, con quell’irresistibile sorriso spavaldo: “Sai, adesso sto proprio bene, hai visto che dopotutto non era il caso di preoccuparsi”.

 Silvia si era svegliata di soprassalto in preda a un’ansia opprimente che con lo scorrere delle ore era scemata lasciando un tenace residuo di malumore e di avvilimento generalizzati, e perciò assai più difficili da disgregare con il raziocinio. Aveva da poco varcato la soglia dei sessant’anni e non l’aveva presa benissimo: ecco, forse in realtà il suo disagio si addensava e prendeva forma attorno alla banale considerazione che il tempo a disposizione si avviava alla scadenza.

Eppure gli anni non erano trascorsi invano: aveva un lavoro discretamente soddisfacente, era approdata a un matrimonio appagante, viveva in una casa che lei e suo marito si erano costruiti attorno come un guscio confortevole e amato e si predisponevano  all’ultima fase dell’esistenza accantonando progetti da realizzare quando avrebbero avuto più tempo di cui disporre liberamente. Ebbene, d’improvviso aveva voglia di scansarsi da tutto ciò: e nemmeno capiva se solo per un fine settimana o per sempre.

Avevamo già trentacinque anni quando ci sposammo ed è stato un amore maturo e ponderato, una comunione totale e perfetta. La scelta di non avere figli dipese in gran parte dalla volontà di non alterare una sintonia assoluta  che decidemmo di salvaguardare anche selezionando amicizie e frequentazioni, forse un poco ossessionati dal timore di “sprecare” del tempo, già da allora consapevoli di quanto fosse prezioso e destinato a esaurirsi più in fretta di quanto potessimo immaginare. Non saprei dire quando incominciammo a dare per scontata la reciproca presenza e tutto ciò che attorno a noi contribuiva a rendere rassicurante il nostro vivere quotidiano, ma certo da quell’istante ci lasciammo semplicemente scorrere insieme ai giorni.

 Era una bella mattinata di inizio giugno e uscendo da Milano, diretta non verso la Liguria ma verso il Garda, Silvia si abbandonò al ricordo dell’amicizia con Bianca, dal loro primo e bizzarro incontro al sodalizio che le aveva unite per oltre un decennio.

A quell’epoca aveva ventitré anni e frequentava un certo Max, trentenne languido e prestante con il quale si vedeva regolarmente a serate alterne. Anche i fine settimana si avvicendavano allo stesso modo, perché con cadenza quindicinale Max si recava a casa dei genitori a Pisa. O almeno così diceva: ma una sera di primavera, uscendo dall’ufficio (allora lavorava a Lambrate, a poche fermate di autobus dall’appartamento in via Porpora che condivideva con i genitori e la sorellina), fu abbordata da una giovane donna.

“Scusi, lei è Silvia Crippa? Io sono Bianca, la fidanzata di Max”.

Conservo nella memoria quella prima immagine di lei, quasi fosse un’istantanea integra e nitida: alta e di forme abbondanti ma ben proporzionate, i capelli ondulati e fulvi, l’incedere regale sui sottili tacchi alti. Il volto dall’ovale perfetto, con il naso dritto e sottile, evocava le pennellate di un pittore preraffaellita ma era guastato dall’irrompere della bocca troppo piena e grande, accesa a tratti dal biancore di una chiostra di denti appuntiti da carnivoro; gli occhi ben distanziati, di un verde chiarissimo, richiamavano alla mente certi mari tropicali visti solo in fotografia. Ricordo che mi sentii subito inadeguata nei jeans e nel giubbetto di pelle ma anche nella magrezza di cui andavo tanto fiera, nei lisci capelli castani legati a coda di cavallo, nel viso grazioso e privo di trucco e nel mio intero aspetto fine e poco appariscente: io ero una che gli uomini potevano guardare con rispettosa ammirazione ma lei, anche con quel sobrio completo chiaro, suscitava un’irrefrenabile cupidigia.

 A dispetto delle premesse tra le due ragazze si stabilì immediatamente un’epidermica simpatia e dopo diversi aperitivi, non tutti analcolici, giunsero alla conclusione che il bel Max meritasse prima una lezione e subito dopo una virtuale pedata nel sedere da parte di entrambe.  Finì che si presentarono insieme a un appuntamento, mettendolo in imbarazzo e facendogli fare la figura del fesso.

Bianca viveva con la famiglia in un palazzone della Comasina e non aveva un’auto; presero l’abitudine di incontrarsi la sera in un bar del centro per poi spostarsi con la Panda di Silvia verso qualche locale alla moda. Dopo che i genitori si erano trasferiti in Giappone con la sorella minore, poiché al padre ingegnere era stato offerto un contratto di dirigenza per una cifra che in Italia avrebbe solo potuto sognare e la madre era stata ben lieta di abbandonare un impiego faticoso e assai poco gratificante, non avendo voluto seguire la famiglia questa si era trovata nell’imbarazzo di gestire una libertà assoluta.

Sin dall’inizio della sua frequentazione di Bianca, la quale era più vecchia di cinque anni e primogenita di tre fratelli,  era stata colpita dal suo disincantato cinismo, dal suo porsi con genuina indifferenza al di fuori di molte regole. Col tempo comprese che la sua amoralità era anche il prodotto di un ambito familiare sgangherato: il taciturno padre, guardia giurata in pensione, coltivava da anni una relazione extraconiugale della quale Savina, la mamma foggiana di Bianca, era venuta a conoscenza. Dipendendo economicamente dal marito, sopportava e si vendicava rifugiandosi in certi sordidi amorazzi raccattati la domenica pomeriggio nelle balere di periferia, dei quali dava puntuale resoconto alla figlia maggiore, sempre prodiga di consigli e pronta a sdrammatizzare. Quanto agli altri due, il fratello mezzano, bello come Bianca ma fragile al pari di un bicchiere di sottile cristallo, cercava faticosamente di uscire da un’esperienza di droga e non resisteva più di un mese nel medesimo posto di lavoro, mentre l’ultima sorella, da poco rientrata in famiglia dopo tre anni in una comunità Hare Krishna di Bergamo, era una nullafacente bambolina sorridente e stolida che presto o tardi si sarebbe cacciata in qualche guaio.

Fu subito evidente che per la madre e per i fratelli Bianca era la figura di riferimento; era anche colei che guadagnava di più con il suo impiego in un’affermata azienda produttrice di bigiotteria di lusso e dunque contribuiva largamente al sostentamento di tutti. Capitava anche che non disdegnasse le generose regalie di alcuni uomini facoltosi con i quali periodicamente si accompagnava. Silvia non riuscì mai a giudicarla severamente per questo: aveva intuito il costante bisogno di soldi di quella numerosa e squinternata famiglia, ma soprattutto aveva compreso il rapporto curioso, vorace e spensierato che l’amica aveva con il suo corpo e con il sesso, che viveva senza alcuna mediazione razionale o sentimentale: per lei era puro piacere dei sensi, giocosa espressione d’energia vitale e istintiva. Quando uscivano insieme Silvia la osservava, incantata e sconcertata quasi in egual misura per la sua franca spregiudicatezza. I suoi studi si erano interrotti al secondo anno delle Magistrali, ma Bianca possedeva un’acuta intelligenza intuitiva sostenuta da una memoria robusta; l’innata eleganza nella gestualità e nell’atteggiamento trasformava la sfacciataggine in disinvolta sicurezza. Pure, la disponibilità sessuale emanava dalle sue forme morbide come un odore, come un’aura impura e oscuramente attrattiva. Per quanto Silvia non mirasse affatto a divenire disinibita come l’amica, la sua vicinanza la portò ad accantonare certe rigidità e ad allontanarsi da convenzioni che aveva assimilato più per pigrizia che per convincimento. Seguitava però a rincorrere ostinatamente i sentimenti, cercando a ogni incontro l’inizio di una storia da consolidare nel tempo e andando inevitabilmente incontro a cocenti delusioni. Allora correva a rifugiarsi negli abbracci di Bianca, trovando consolazione nel suo quieto disincanto.

Milano di notte in quegli anni  era come un calice di vino denso e torbido: aspettative, desideri e pulsioni fluttuavano in sospensione, mescolandosi e confondendosi con una certa facilità al minimo sommovimento. Quando Bianca dormiva a casa mia si aggirava svestita per le stanze  con la naturale impudicizia di un mammifero innocente. Ci infilavamo sotto le lenzuola, nel buio percepivo il tepore del suo corpo accanto al mio e la fragranza vanigliata del suo profumo. Parlavamo per ore, l’animo portato completamente a nudo da una complicità profonda. Concludevamo sovente con la promessa che nella vecchiaia ci saremmo sostenute e assistite a vicenda, poi ci addormentavamo all’improvviso senza darci la buonanotte. Ecco, non ho mai più ritrovato la perfezione di quello spontaneo affiatamento: nemmeno con Carlo, perché entrambi abbiamo conservato una reciproca zona di reticenza.

Le cose cambiarono quando Bianca a una Fiera conobbe un ristoratore piuttosto noto del veronese. Suo coetaneo, alto, bruno e decisamente aitante, Luca era colto e di modi raffinati, appassionato di arte e letteratura, ma era anche sposato con una bella ragazza, figlia del proprietario di un’azienda vitivinicola locale famosa per la produzione di vini di alta qualità, e con due figli piccoli. Silvia, che era presente, intercettò gli sguardi tra i due e si immaginò il resto della storia; ciò che non seppe prevedere fu il modo in cui quell’uomo avrebbe cambiato la vita di Bianca.

Dai primi incontri nacque presto una relazione che durò diversi anni e che mise fine alle scorribande delle due amiche nelle notti milanesi dei rutilanti anni ’80. Gelosissimo, Luca convinse ben presto Bianca a trasferirsi a Desenzano, dove gli sarebbe stato più facile raggiungerla. La sistemò in un piccolo condominio in fondo a una via appartata nei pressi della stazione ferroviaria, in un appartamento assai spazioso e pieno di luce che dapprima affittò e in seguito acquistò intestandolo a Bianca; le trovò anche un impiego in una piccola agenzia immobiliare del paese gestita da una coppia di gay.

Silvia visse questo cambiamento combattuta tra la sensazione che l’amica fosse finalmente al riparo da una fisicità prorompente e indiscriminata, nella quale percepiva un pericolo latente, e la sofferenza per un distacco a cui non era preparata. Ebbe il sospetto che quella relazione fosse anche opprimente e oppressiva, ma nei frequenti fine settimana trascorsi dall’amica al lago la vide sempre appagata e come pacificata, cosciente del suo ruolo di geisha e ben felice di interpretarlo.

“Io non sarò mai la moglie di nessuno, Silvia, sono stata troppe volte amante. E poi, meglio un’amante amata che una moglie tradita”.

Silvia rifletteva che in realtà anche l’amante è tradita e l’unico traditore di tutti è il fedifrago; era anche convinta che per un borghese di successo come Luca, Bianca rappresentasse la trasgressione, il necessario e temporaneo allontanamento da un percorso che non avrebbe abbandonato. Non le esternò mai nessuno di questi pensieri, anche perché ebbe più di una volta il dubbio di avere lei stessa inteso la loro amicizia come una temporanea digressione, una sorta di educazione sentimentale che le aveva mostrato e dimostrato che il sesso può essere gradevole e gratificante prescindendo dall’amore.

Il giorno in cui la moglie di Luca disse che era ora di finirla, egli dovette adeguarsi. Fu generoso con Bianca, la quale benché avesse messo in conto l’arrivo di quel momento ne fu affranta: quella storia l’aveva definitivamente cambiata, rendendole inaccettabile l’assenza di amore. In quello stesso periodo Silvia prese a frequentare Carlo e realizzò subito che era l’uomo che voleva accanto a sé; furono giorni frastornanti e frenetici che condussero alla decisione di convivere.  

Durante l’ultima visita a Bianca apprese della sua recente storia con un giovanissimo pittore lituano, il quale si sarebbe presto trasferito da lei.

“Potrebbe essere mio figlio per quanto è giovane, lo so: ma dice di amarmi .E’ come avere un cucciolo per casa e ne ho bisogno. So bene che sarà una storia effimera, è già scritto, ma va bene così. Quando sarà il momento ne verrò fuori”.

Silvia la vide di colpo piegata, le forme floride ora un po’ troppo in carne, il viso segnato e stanco, lo sguardo chiaro appannato da un velo di tristezza che non sarebbe mai più scomparso: la fiamma si era spenta, rimaneva solo cenere, e un inutile filo di fumo.

I rapporti a poco a poco si diradarono; nelle conversazioni ormai solo telefoniche si insinuò un percettibile impaccio: l’idea che Bianca mantenesse un imbrattatele ventenne per non affogare nella disperazione di un abbandono era insopportabile. Con Carlo non ne parlò mai, così come non gli aveva raccontato granché della loro amicizia.

Dopo tanti anni che Silvia non vedeva Desenzano, il paese non le apparve tanto cambiato. Faceva molto caldo e allora le venne voglia di cercare la spiaggetta ghiaiosa dove era solita recarsi con l’amica. La ritrovò facilmente; era passato da poco mezzogiorno e il luogo era deserto. Silvia sedette sui ciottoli tondi e lisci e allungò le braccia dietro di sé poggiandosi ai palmi delle mani: percepiva la solida morbidezza delle piccole pietre levigate dal tempo e dall’acqua; reclinò il capo leggermente all’indietro e chiuse gli occhi. Il calore del sole era mitigato da una brezza lieve proveniente dal lago, di cui portava l’odore terroso e appena marcescente; onde lente  lambivano la riva con uno sciacquio sommesso e ritmico. Quando riaprì gli occhi osservò la distesa d’acqua di un blu spento mossa da piccole creste schiumose; una leggera foschia appannava i contorni della riva opposta.

Ripercorse a passo lento il tragitto che aveva fatto tante volte insieme all’amica tornando dalla spiaggetta: qualche casa era stata rimessa in ordine, erano scomparse un paio di botteghe di alimentari, in compenso su una piazzetta che non rammentava vi era un supermercato. Entrò nel cortile sul quale si affacciavano i terrazzini del condominio che aveva solo tre piani e levò lo sguardo verso l’ultimo. Era abbagliata dal sole che in quel momento era esattamente di fronte e si schermò gli occhi con la mano. Scorse allora Bianca che bagnava i fiori posti nei vasi agganciati alla balaustra del terrazzo, un piccolo annaffiatoio in mano: ebbe l’impressione che fosse molto invecchiata e si domandò se le avrebbe fatto la stessa impressione. Bianca si volse nella sua direzione e dovette riconoscerla, poiché sorrise e agitò una mano in segno di saluto. Fi vu qualcosa in quel gesto o in quel sorriso che inspiegabilmente l’atterrì e si ritrasse nell’ombra, uscendo velocemente dal cortile.

Entrò in un bar e aspettando il panino che aveva ordinato cercò inutilmente di comprendere le ragioni del suo turbamento e dell’imperdonabile ritirata. Bighellonò per le viuzze del centro, ridiscese sul lungolago, poi riprese la strada verso la casa dell’amica. Attraversò il cortile a testa bassa e prese decisamente per le scale salendo fino al terzo piano. Ristette a lungo davanti alla porta ed ebbe la sensazione di percepire solo silenzio, gli unici rumori giungevano dall’appartamento adiacente. Bianca Cavanna – Jonas Kowalewski. Non era stata un storia così effimera, tutto sommato. Pigiò diverse volte il campanello, finché si aprì l’uscio accanto e comparve un’anziana donnetta dai corti capelli candidi, gli occhiali dalla montatura dorata.

“Cerca la signora Bianca o quell’altro? Quello lì nessuno sa che fine abbia fatto, e nemmeno la sorella arrivata anni fa dal suo paese, che poi secondo me l’era minga la sua sorella, ma comunque.  La povera signora Bianca era morta da una settimana quando sono tornata da Milano, ma questo l’ho letto sul giornale, la polizia a me non ha detto niente. Avesse visto che rabelott, e domande, poi. E’ successo un mese fa, tornavo da Milano dove è rimasta mia figlia, sa. Era malata da tanto; non so di preciso cosa avesse ma certo qualcosa di brutto e quando ho visto i fiori appassiti sul balcone ho subito capito che qualcosa non andava. Poi l’odore, si immagini. Ma lei è una parente?”

Uscendo, Silvia si sentiva rallentata nei movimenti, la mente intorpidita. Si accorse che i fiori nei vasi sul balcone di Bianca erano ormai completamente rinsecchiti.

Il pensiero di Bianca è una questione irrisolta, è come un arto che continua a prudere anche dopo l’amputazione. Sarà sempre così; di tanto in tanto mi riapparirà in sogno o crederò di vederla in un’ombra sul muro, o nel chiarore abbagliante del sole del primo pomeriggio.

 Si spinse fino al paese del veronese dove Luca aveva il ristorante e si fermò a cena proprio in quel locale. Lo vide aggirarsi per le piccole sale, un maturo signore impeccabile e piuttosto giovanile: non diede cenno di averla riconosciuta ed essa non fece nulla per rivelarsi. Si fermò in un albergo appena fuori dal paese  e cadde in un sonno buio e fermo.

Riprese la strada per Milano nel primo pomeriggio del giorno seguente con l’animo spossato e con la coscienza di un dispiacere che non sarebbe mai scomparso: occorreva dunque imparare ad ammansirlo, fiaccarlo a poco a poco fino a renderlo una sopportabile malinconia. Ora aveva voglia di tornare a casa e si chiese se Carlo avesse notato la scomparsa della fotografia.

Carlo osservava sua moglie cincischiare col cibo senza molto appetito. Non gli aveva ancora riferito nulla del suo fine settimana ma si era accorto che di tanto in tanto lo sogguardava con un’espressione attenta e affettuosa.

E’ tornata anche stavolta. Vi sono aspetti di lei che non conosco, vi sono luoghi del suo animo che mi sono preclusi. Ognuno si tiene per sé certe vecchie ferite che non sono condivisibili, ma a un certo punto della vita ci si sceglie e  si individua un luogo comune nel quale sentirsi al sicuro, come un nido al quale fare sempre ritorno.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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