Il G2 era nel destino?

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Gli Stati Uniti hanno impiegato 53 anni – a cavallo tra l’’800 e il ‘900 – per raddoppiare il proprio Pil pro-capite, portandolo da 1.300 a 2.600 dollari. Per duplicare gli stessi valori, alla Cina sono occorsi soltanto 12 anni. Il periodo si colloca tra la “politica di apertura e riforme” di Deng Xiao Ping e la fine del secolo scorso.  Il terzo millennio ha per ora confermato questa potente accelerazione. Nel 1980 (anno del ristabilimento delle relazioni diplomatiche con l’Amministrazione Carter) il deficit commerciale statunitense con la Cina era di 500 milioni di dollari, per salire a 80 miliardi nel 2000 e all’astronomica cifra di 315 miliardi nel 2012. Negli stessi anni la Cina ha accumulato circa 4.000 miliardi di dollari di riserve, molte delle quali sono denominate nella valuta americana. Ce n’è abbastanza per giustificare l’intensità del dibattito tra i politici, le aziende, le Università , i think tank. Un interrogativo è ricorrente nella sua asprezza: gli Stati Uniti hanno aiutato la Cina, cioè un suo potenziale nemico? Di conseguenza, dovrebbero continuare a farlo? Anche la situazione internazionale – e in particolare l’iniziativa di Obama di creare un pivot Asia -alimenta dei dubbi: gli Stati Uniti si impegnano a favore dei paesi del sud-est asiatico preoccupati dall’espansionismo cinese. Vengono offerti sostegno politico, armamenti, risorse, per fronteggiare una potenza – la Cina – che gli stessi Stati Uniti contribuiscono a far crescere.

In retrospettiva, è impossibile negare la partecipazione di Washington al decollo di Pechino. La normalizzazione avviata da Nixon e Mao ha trovato conforto in un ordine multipolare e poi nell’avvento della corrente globalizzazione. Indubbiamente dagli Stati Uniti – in un quadro non belligerante ma non ancora pacificato – sono arrivati in Cina investimenti, macchinari, competenze, una moderna mentalità industriale. Era esattamente ciò che un paese in via di sviluppo voleva. Per raggiungere un livello accettabile di prosperità e di potenza era necessaria la scorciatoia della crescita. Pur tra molte contraddizioni, gli Stati Uniti hanno sostanzialmente assecondato questa tendenza. Lo scandiscono passaggi importanti come l’estensione della clausola MFN (most favoured nation) e l’ingresso al WTO. Senza la riduzione dei dazi, le merci cinesi non avrebbero potuto inondare lo sterminato mercato americano. Certamente queste concessioni non sono state gratuite. La Cina offriva una soluzione ai costi crescenti, consentiva di delocalizzare a basso costo, proteggeva gli investimenti, esportava a prezzi irrisori. Questo scambio ha funzionato relativamente bene, ma ora che la potenza della Cina appare minacciosa, sorgono dubbi postumi. L’interesse delle multinazionali ha coinciso con quello del paese? Il sourcing ha imposto la chiusura di fabbriche e l’abbandono di interi settori manifatturieri. Il potere d’acquisito è aumentato, ma ha compensato la perdita di milioni di posti di lavoro? Inoltre: il tentativo di omologare la Cina alle regole del business internazionale è stato un fallimento o prima ancora un’illusione?
Una risposta profonda e acuta viene dall’ultimo saggio di Patrick Mulloy – già
a capo della U.S.- China Economic and Security Review Commission – dove sostiene che il bivio cruciale della questione ha avuto luogo negli anni ’80. Con l’affermazione delle teorie liberiste di Milton Friedman e della scuola di Chicago. le multinazionali sono state spinte a concentrarsi sui profitti di breve termine, smentendo nei fatti una visione imprenditoriale più improntata alla società che alla singola azienda. Mulloy molto lucidamente battezza questo mutamento come il passaggio da un capitalismo che privilegia gli azionisti rispetto a tutti i component dell’azienda. Gli shareholder hanno interessi immediati, indipendentemente dalle ripercussioni. Gli stakeholder hanno fondato l’azienda, la fanno vivere, sono ispirati da valori più solidali. Se è stata questa la filosofia prevalente, non ci poteva essere partner migliore della Cina. Se si voleva creare un valore immediato, talvolta senza andare per il sottile nel rispetto delle regole, la Cina era pronta ad assecondare. Sembrava un’unione perfetta, fino a quando ci si è accorti che la Cina dopo trent’anni non è più la partner invitante che aveva fatto credere.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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