Game of Oil S01 E04 – season finale

Tempo stimato di lettura: 3 minuti

game of oil

Ogni volta che si gonfia una bolla nei mercati finanziari a chi solleva dubbi sulle valutazioni di fantasia raggiunte dai titoli gli addetti ai mantici rispondono invariabilmente: “Questa volta è diverso” oppure “Questo è un fenomeno nuovo”. Invece per il boccalone di lusso che nello specchio vede un sofisticato teorico perchè ha imparato a maneggiare cinque funzioni di Excel all’MBA, si è coniato il mantra “Le metriche dei fondamentali sono mutate”.

Il settore degli idrocarburi non convenzionali non fa eccezione.

La diversità consisterebbe nel fatto che la tecnologia di estrazione ha fatto progressi enormi ottenendo due risultati fondamentali: 1) un dimezzamento dei costi e 2) la capacità di mettere in funzione i pozzi nel giro di 6-9 mesi invece dei 5-7 anni necessari per i giacimenti petroliferi convenzionali.

Ecco come spiegano il portento ad esempio i miei ex colleghi di Goldman Sachs:

US shale oil currently offers large-scale development opportunities with 6-9 months to peak production. This short-cycle opportunity has structurally changed the cost dynamics, eliminating the need for high cost frontier developments and instigating a competition for capital amongst oil producing countries that is lowering and flattening the cost curve through improved contract terms and taxes”. [Il petrolio di scisto americano attualmente offre opportunità di sviluppo su larga scala con 6-9 mesi per raggiungere il picco di produzione. Questa breve ciclo di sviluppo ha modificato strutturalmente la dinamica dei costi, eliminando la necessità di sviluppi innovativi a costi elevati e scatenando una concorrenza per il capitale tra i paesi produttori di petrolio che sta abbassando e appiattendo la curva dei costi attraverso miglioramenti dei termini contrattuali e delle imposte].

Affinché l’esca della narrativa venga ingoiata con tutto l’amo occorre evitare di sparare balle troppo plateali (anche se a volte, come nel caso delle dotcom, non ci si è fatto scrupolo) e imparare a dosare sapientemente verità e bufale. Ad esempio è assolutamente vero che i costi di estrazione siano calati grazie al progresso tecnologico, al learning by doing, alla migliore conoscenza delle caratteristiche dei giacimenti e quant’altro. Il problema è quantificare gli effetti.

Allora è consigliabile ascoltare chi ha più dimestichezza con trivelle che con gli spreadsheet.  Paal Kibsgaard Amministratore Delegato di Schlumberger (colosso dei servizi petroliferi) durante una conferenza con gli analisti ha scandito senza mezzi termini che gli shalers hanno fatto il passo più lungo della gamba. Solo la dabbenaggine (o peggio) dei finanzieri di Wall Street fissati sulla crescita della produzione nel breve periodo ma beatamente ciechi di fronte alla sostenibilità di lungo periodo ha consentito di rappezzare il fondale di questo Truman Show. Secondo Kibsgaard l’incremento di produzione dalla fine del 2016 è dovuto “all’aumento del prezzi azionari che bilancia la mancanza di cash flow, guadagni netti e rendimenti sul capitale”.

Ma l’affondo di Kibsgaard è stato particolarmente urticante quando ha asserito che pur di mantenere le quote di mercato, le società di servizi sono state costrette a tagliare i prezzi (lavorando talora in perdita) in attesa di tempi migliori. In pratica almeno l’80% e forse anche il 90% della riduzione dei costi per gli shalers è stata ottenuta comprimendo i ricavi delle società di servizi, non con il progresso tecnologico di cui favoleggiano gli investor relations managers, pagati un tanto a fake news. Con il crollo dei prezzi petroliferi tutta la filiera estrattiva ha dovuto ingoiare un rospo indigesto e pertanto a livello globale si è abbassata la curva dei costi sia nell’industria petrolifera convenzionale che in quella non convenzionale. Infatti l’oil and gas well drilling producer price index è crollato del 45% tra marzo 2014 e gennaio 2017. Ma questa situazione non è sostenibile, ragion per cui i prezzi dei servizi stanno risalendo. E con essi anche i prezzi dei macchinari, della sabbia, e i salari dei tecnici (raddoppiati dal 2016) . Quindi il fantomatico break even di cui abbiamo parlato nella prima puntata potrebbe rivelarsi ancora più evanescente.

La seconda bordata è arrivata dal Presidente esecutivo di Halliburton (l’altro colosso mondiale dei servizi), Dave Lesar: in una conferenza con gli analisti ha avvertito che gli shalers stavano intenzionalmente riducendo le attività per non inondare di nuovo il mercato di greggio e deprimere i prezzi. “Oggi il numero di rigs si sta stabilizzando e i nostri clienti [le società petrolifere, NdR] stanno pigiando sui freni. Questo dimostra che le società stanno prendendo decisioni razionali nel miglior interesse degli azionisti”. Insomma se l’interesse degli azionisti è meglio protetto dai tagli alle attività, marzullianamente occorre farsi domande e darsi delle risposte.

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Risposte che stanno arrivando alla spicciolata, ma univoche. A luglio Anadarko Petroleum è stata la prima grande società petrolifera USA a tagliare i piani di investimento per il 2017 dopo aver riportato una perdita di 415 milioni di dollari nel secondo trimestre. I tagli non riguardano in particolare gli investimenti nelle shale plays, ma il segnale è chiaro. A ruota hanno seguito Hess e Whiting Petroleum uno dei maggiori produttori in North Dakota con un taglio degli investimenti del 14%. Insieme a Pioneer, Conoco, Sanchez hanno cancellato investimenti per un totale di 950 milioni. Poi la fiocina della realtà ha colpito ad agosto un bersaglio mastodontico: gli azionisti di minoranza del colosso minerario australiano BHP Billiton (in primis il fondo Elliot, quello che ha di fatto in mano il Milan) hanno costretto il management a mettere in vendita le operazioni petrolifere americane on shore che comprendono una grossa fetta di giacimenti non convenzionali perché costituiscono chiaramente una zavorra sui conti.

Se dal livello micro risaliamo a quello macro la conferma viene dal computo delle piattaforme petrolifere (rigs). Negli USA da fine 2016 alla fine di luglio 2017 ne erano stati aggiunte 235 (+40%). Ma dall’estate le nuove piattaforme sono diventate una rarità, anzi stanno diminuendo, segno che…

i polli da spennare si stanno diradando.

Per leggere le puntate precedenti:
puntata 1
puntata 2
puntata 3
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Fabio Scacciavillani

Capo economista di Oman Investment Fund. In passato: Dubai International Financial Center, FMI, BCE e Goldman Sachs

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One thought on “Game of Oil S01 E04 – season finale

  1. sinbad il said:

    Post molto interessanti.
    Ma le pongo di nuovo la domanda che ho fatto al post precedente
    Dal 2012 siamo passati da 90 a 98 mdb/day di domanda all liquids (sempre crescente nonostante il tanto parlare di rinnovabili).
    Domanda: secondo lei, il debito ha coperto il picco?

    sinbad

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