Il gatto nero

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“Non sono nulla di ciò che pensate io sia” (Syd Barrett, fondatore dei Pink Floyd, spentosi il 7 luglio 2006 a Cambridge dopo trent’anni di ininterrotto deragliamento, genio fragilissimo corroso dal disagio e dagli acidi fino a finire irrimediabilmente fuori dalla sua stessa orbita).

Seduta a un tavolino esterno di uno dei pochi bar aperti al mattino in via Ascanio Sforza, davanti alla tazza fumante del cappuccino che non aveva il coraggio di sorbire in quella mattinata di luglio già afosa, Edy richiuse pensierosa il giornale sul quale aveva appena letto la notizia. Che tristezza, però. E se fosse vero che l’animo umano non ha la solidità necessaria per convivere con il genio, e finisce per sradicarsi, e allora l’ingegno diviene una forza devastante e autodistruttiva? Nel caso, rifletté, poteva rallegrarsi della propria evidente mediocrità.

Un refolo d’aria, flebile e pietoso, sollevò leggermente gli angoli delle pagine del quotidiano con un sommesso fruscio, mentre dall’acqua verdastra del Naviglio Pavese si sollevò una zaffata lievemente putrida, l’olezzo inconfondibile dei Navigli d’estate.

Sebbene negli anni, a furia di voler tirare tutto a lucido ridipingendo la cerchia dei Navigli con i colori vividi di una piccola Montmartre, la caratteristica patina appassita e un poco torbida si fosse via via smarrita,  persisteva l’indefinibile fascino delle case, delle botteghe d’arte e di antiquariato e dei locali che popolavano le zone prospicienti quei corsi d’acqua.

Non c’era molta gente sulla via, ed era normale: la zona era certamente più vivace di sera che non a quell’ora del giorno. Scorse il funzionario dell’agenzia immobiliare dirigersi affannato nella sua direzione, le maniche della camicia bianca arrotolate fino al gomito: era puntuale, per fortuna. Sorseggiò il cappuccino, che nel frattempo era divenuto tiepido: un’autentica, indigesta schifezza.

In un certo senso, Edy Maderna era innegabilmente figlia del nuovo millennio: aperta alle incalzanti novità del settore tecnologico, difficile da fidelizzare perché sempre disponibile a sperimentare qualche nuova proposta, curiosa in maniera onnivora ma poco incline agli approfondimenti. Era stata un po’ così anche sotto il profilo sentimentale, in passato.

Aveva ventiquattro anni quando si era sottratta alle rigorose imposizioni di una famiglia un poco fobica che l’aveva battezzata Edoarda in onore del nonno paterno, fondatore della piccola azienda metalmeccanica che aveva portato ricchezza alla famiglia per due generazioni. Non sopportava più le continue discussioni sul suo stile di vita ritenuto un po’ troppo disinvolto e sulle sue frequentazioni eterogenee ma comunque discutibili, per una famiglia solidamente borghese come la sua: per lo più personaggi che gravitavano a vario titolo ai margini degli ambienti della moda e dello spettacolo ma anche sfigati che essendosi nutriti delle illusioni sessantottine sui libri e dalle frustrazioni paterne e materne, poiché troppo giovani per averle vissute, non le avevano mai superate e si erano incagliati in qualche avamposto di periferia a cercar di fare con lodevole impegno gli assistenti sociali. Maturò la sua decisione poco dopo la laurea in giurisprudenza, quando suo padre già aveva trovato il modo di piazzarla a fare il tirocinio da un avvocato suo amico.

Era immersa nella vasca da bagno, reperto in stile vittoriano con quattro orribili zampe di leone poggiate sul pavimento a losanghe bicolori bianche e nere, ed era assorta nella contemplazione della parete sovrastante, tutta a piccole tessere multicolori di maiolica componenti  il disegno di due delfini librati in un guizzo, e appena sotto le due code orizzontali, i pesanti rubinetti in ottone. Quella stanza da bagno, con il grande specchio ottagonale dalla cornice d’ebano e il lavabo incassato in un mobile pure d’ebano era l’espressione del delirio arrivista di sua madre, la figlia della sartina che aveva sposato il ragazzo di buona famiglia. Edoarda Maderna detta Edy era uscita da quella stanza ed aveva annunciato alla famiglia che avrebbe accettato l’offerta di lavoro di una ONG legata all’Organizzazione delle Nazioni Unite e si sarebbe trasferita in Olanda. Non la presero bene

I contatti con la ONG glieli aveva procurati un giovane avvocato conosciuto durante una breve vacanza a Parigi, che collaborava con la medesima organizzazione. Lo raggiunse a L’Aja il mese successivo, dove si sposarono poco dopo con rito civile, e i suoi genitori, con suo grande sollievo, non intervennero alla breve cerimonia.

Furono anni impegnativi ed entusiasmanti durante i quali organizzarono eventi per raccogliere fondi e per promuovere progetti volti ad alleviare i secolari problemi di sopravvivenza delle popolazione dei Paesi africani, con la realizzazione di pozzi, di scuole e di ospedali. Edy si occupava degli aspetti legali e delle procedure burocratiche nei luoghi destinatari delle opere e viveva la gratificazione di guadagnarsi da vivere aiutando concretamente i diseredati della terra.

Dopo quindici anni il suo equilibrio fu compromesso da due fattori concomitanti: la morte di suo padre ed il conseguente stato di prostrazione della madre, incapace di tirare avanti senza il sostegno di una guida autoritaria, e il fatto di avere pescato suo marito a letto con una giovane collaboratrice, cosa che l’aveva ferita più nell’orgoglio che nei sentimenti, dato che l’amore era finito da un pezzo ma non avevano affrontato la situazione, preferendo sedimentare in una situazione di apatica solidarietà: ma proprio per questo, non lo perdonò.

Forte della sua anzianità di servizio e della competenza maturata nella preparazione dei ragazzi più giovani del settore legale, Edy aveva chiesto ed ottenuto di essere trasferita nella sede milanese. Mentre un amico matrimonialista si occupava del suo divorzio, aveva venduto la fabbrica di cuscinetti a sfera della quale non aveva nessuna intenzione di interessarsi ed aveva convinto la madre a trasferirsi a Monza dalla sorella, che era stata ben felice di accoglierla visto che era sola. Non fu tentata nemmeno per un istante di stabilirsi nell’austero appartamento famigliare in Corso di Porta Romana, e decise che visto che a quarant’anni doveva bruscamente voltare pagina, avrebbe ricominciato in una casa nuova. L’annuncio dell’agenzia l’aveva incuriosita perché il prezzo proposto per la mansarda “ampia e luminosa con abbaino e terrazzo a tasca, in palazzina d’epoca recentemente ristrutturata in via Ascanio Sforza, con riscaldamento autonomo, aria condizionata  e cortile interno” era interessante.

Si incamminarono lungo via Ascanio Sforza ed il giovanottino ansioso si fermò  dinanzi al cancello in ferro battuto che immetteva nella corte dell’elegante palazzina a due piani.

“…è una delle più antiche della zona, risale alla fine del ‘700”,

disse lui ostentando un tono sussiegoso mentre attraversavano il cortile selciato a tonde pietre irregolari per imboccare una ripida scala in serizzo.

Un quarto d’ora dopo Edy aveva già deciso di comprare quella casa. Venne a sapere che la proprietaria era deceduta e che il fratello, unico erede, viveva da anni a Roma ed aveva fretta di vendere. Vi si trasferì una settimana dopo senza troppi impicci, perché veniva ceduto completamente ammobiliato e la precedente proprietaria era un’arredatrice con un gusto essenziale e razionale che aveva immediatamente apprezzato. Sostituì solo il letto, per la decenza di non coricarsi nell’impronta del corpo di un’altra persona, estranea e per di più defunta.

La parete affacciata sulla corte era interrotta da una vetrata per tutta la lunghezza e dal terrazzo dell’abbaino poteva scorgere, al di là del tetto, il Naviglio scorrere lento ed imperturbabile. Non avendo finestre su strada i rumori giungevano smorzati e persino le sonorità composite del locale “Scimmie”, dove si suonava musica dal vivo e che si trovava poco più in là, divenivano un gradevole sottofondo.

La prima notte in cui dormì nella casa nuova impostò l’aria condizionata sul minimo e si stese sul letto, addormentandosi con il chiarore della luna velata dall’afa che dipingeva lunghe ombre deformi sul letto e sulla parete di fronte. Un tuono crepitante la risvegliò di soprassalto e guardando la pioggia che batteva rumorosa sul vetro sopra la sua testa scorse una sagoma scura che occhieggiava: era un gatto, enorme e fradicio, che prese a grattare con le unghie delle zampe anteriori sul lucernario.

Ne ebbe compassione, ma se gli avesse aperto l’acqua si sarebbe rovesciata dritta sul letto. Si spostò allora sotto un altro lucernario che stava in soggiorno e dopo un poco, alla luce di un lampo la figura del gatto rannicchiato si disegnò per un istante con chiarezza. Aprì con cautela e subito l’animale si lasciò scivolare all’interno ed atterrò sul pavimento con un piccolo tonfo, e rimase a guardarla tremando, mentre tutto intorno si formava una piccola pozza.

Edy prese un asciugamano e gli si avvicinò con prudenza, posandoglielo delicatamente sul dorso ed incominciando a strofinare piano, e quello incominciò subito a fare le fusa, socchiudendo i luminosi occhi gialli. Era un gattone nero, muscoloso e con delle grosse zampe, e quando fu asciutto si diresse con passo aggraziato e deciso verso la cucina, come se conoscesse bene l’ambiente.

“Scusa, ma non aspettavo gatti per cena”,

disse Edy guardandolo divorare il tonno sott’olio che gli aveva sistemato su un piatto. Quando ebbe finito, la gratificò di uno sguardo compiaciuto e puntò verso il letto, sul quale si accomodò e prese a dedicarsi allo scrupoloso rituale delle pulizie feline post prandiali.

Quell’estraneo sul letto le mise addosso una singolare contentezza, e mentre stava di nuovo scivolando nel sonno, in uno di quei momenti in cui si formulano pensieri di eccezionale acutezza e lucidità il cui ricordo è destinato a sbiadire irreparabilmente alla luce del giorno, considerò le ragioni per le quali aveva sposato Jules: la condivisione degli ideali e di una certa visione del mondo, la stima e l’apprezzamento per la sua intelligenza e per la sua cultura, il bisogno di colmare un vuoto che si andava pian piano facendo sentire, poi anche la velenosa soddisfazione di deludere le aspettative della sua famiglia. L’amore non era finito perché non c’era mai stato, e questo spiegava il suo modo di vivere la separazione: con disappunto ed un certo smarrimento, ma mancava del tutto il dispiacere.

Forse, sarebbe stato meglio se invece di sposarlo avesse scelto la compagnia di un gatto, già fin da allora.

Il mattino dopo il gattone stava seduto davanti alla porta del terrazzino, in composta attesa: come gli aprì la porta, saltò dapprima sulla balaustra e poi sul tetto, e se ne andò senza mai voltarsi indietro, come sempre fanno i gatti.

L’animale divenne un ospite abituale, tanto che la donna comprò del cibo per gatti, benché quello dimostrasse di apprezzare maggiormente il tonno sott’olio  e decise di dargli un nome: lo chiamò Darrell, pensando al vagabondo delle stelle di Jack London.

Una domenica mattina capitò che, non riuscendo a chiudere bene un cassetto dell’armadio, dovette estrarlo e scoprì un piccolo plico incastrato tra il cassetto e la schiena dell’armadio: erano lettere, scritte a mano con una grafia ordinata e tondeggiante. Immaginò che appartenessero all’arredatrice e fu combattuta tra la curiosità e la discrezione

(non sta bene, oltretutto è morta, le straccio senza leggerle),

ma prevalse la curiosità.

Cercò allora di ricostruire l’ordine cronologico: erano quattro lettere ed erano di due anni prima, scritte da maggio a dicembre.

“Cara Irene, so di non bastarti e so bene che non mi hai mai promesso nulla: ma ho scoperto di non poter sottovalutare né sopportare la tua infedeltà. Non è soltanto dolorosa per l’amore che provo per te, è soprattutto degradante per la tua persona, e potrebbe persino essere pericolosa. Cosa vai cercando, cosa può darti di più emozionante del mio amore la gentaglia che frequenti nelle notti in cui non torni? Ora ci sono io, e se vorrai non sarai mai più sola”.

Le lettere successive rivelavano la triste storia di un uomo innamorato di una donna che si barcamenava malamente tra un’indole trasgressiva ed imprudente che la conduceva alla ricerca di esperienze estreme e la coscienza confusa di avere bisogno di aiuto.

Quella mattina, scendendo in cortile a gettare il sacco della spazzatura, incrociò la signora che abitava in uno dei due appartamenti al primo piano che stava uscendo con il cane. Si scambiarono qualche parola, e decise di accettare l’invito a fare due passi in sua compagnia. La signora, una energica ex bella donna sulla settantina che non si decideva ad arrendersi alla vecchiaia e sembrava determinata a combatterla con tutti gli stratagemmi che il mercato metteva a disposizione, era piuttosto loquace e non ebbe bisogno di farle molte domande per conoscere la storia di Irene.

“…ah, guardi, una roba tragica. Una bella ragazza, con un bel mestiere – guadagnava un mucchio di soldi facendo l’arredatrice, sa? – ma un tipo un po’ volubile, sempre incerta tra l’andare e lo stare, ne son passati tanti dal suo letto….non che la cosa mi scandalizzi, ma quel poveretto, l’ultimo che si era tirato in casa – un bel ragazzo, avesse visto, e tanto gentile – si era innamorato sul serio. E lei niente, sempre con le sue avventure e chissà cos’altro, perché alla fine a Natale l’han trovata morta di overdose al Parco Lambro. E’ successo sei mesi dopo che lo aveva buttato fuori di casa e lui passava le notti qui sul marciapiede, poi è andato a farsi ammazzare a colpi di spranga da qualche balordo dietro la Chiesa di San Cristoforo, e lei nemmeno è andata al funerale”.

Edy provò un’inspiegabile disagio nell’ascoltare quella storia ombrosa, e allora volle soddisfare un’altra curiosità:

“…scusi, ma Irene aveva un gatto nero?”

“Un gatto?  Non credo proprio, anche perché dopo la morte di quel povero ragazzo si era addirittura comprata questo pitbull, che dopo che è morta nessuno voleva e a me ha fatto pena, tra l’altro non è per niente aggressivo, ha solo una brutta fama. Ma perché me lo chiede?”

“…oh, niente, c’è un grosso gatto nero che arriva sempre dai tetti e gira per casa come se la conoscesse bene”.

“…davvero? Che strano, non ho mai visto gatti qui, anche se ricordo che quando il cane stava dalla signorina Irene abbaiava in continuazione, soprattutto la sera. Ma forse era perché rimaneva da solo”.

Era una bella domenica di settembre, qualche temporale aveva rinfrescato l’aria e il cielo era limpido. Le vecchie case ridipinte in tinte pastello si specchiavano nelle acque del Naviglio Pavese, che scorrevano lente verso il Ticino. Milano sonnecchiava ancora, e mentre qualcuno smaltiva una sbronza o si risvegliava in un letto sconosciuto qualche inguaribile salutista correva o pedalava, orgoglioso della fatica e del sudore.

La signora Amanda aveva una riserva inesauribile di argomenti, ma Edy era distratta. Tuttavia, ad un certo punto la guardò di sottecchi e si chiese come sarebbe stata alla sua età, e soprattutto se ci sarebbe arrivata in solitudine. Una malinconia improvvisa le si posò sulle spalle e decise allora di andare a Monza, a trovare sua madre e sua zia. Passò con loro tutta la giornata, senza riuscire a scacciare il turbamento che la accompagnava dal mattino.

Rincasò che era buio e restò per qualche minuto davanti al cancello a guardare le acque scure nelle quali si riflettevano le luci delle case e dei locali sulle due sponde: Milano cambiava pelle a poco a poco ma manteneva una sua insondabile bellezza, per chi sapeva coglierla.

Era rientrata da poco in casa, quando percepì il familiare grattare delle unghie di Darrell sul vetro del lucernario, e scorse i suoi occhi gialli brillare nell’oscurità.

Stava lentamente scivolando nel sonno e finalmente l’avvilimento si stemperava e si scioglieva in uno struggimento dolce, confortato dal sommesso e vibrante frusciare emesso dal gattone nero adagiato ai suoi piedi, era di nuovo quel momento prezioso in cui le risposte affiorano nitide ma effimere, dunque non avrebbe saputo dire se avesse veramente udito quelle parole, o se stesse già perdendosi in qualche sogno:

“…non sarai mai più sola”.

Le accolse dapprima con gelido terrore, e lottò per non arrendersi al sonno nel quale sarebbe stata indifesa, ma era così stanca e così delusa del suo animo inaridito, e allora si abbandonò al conforto di quella promessa, e si addormentò contenta.

Si potrà, forse, trovare qualche intelletto che ridurrà il mio fantasma ad un luogo comune – qualche intelletto più calmo, più logico e molto meno eccitabile del mio che possa cogliere nelle circostanze che io evoco con timore, nient’altro che una normale successione di cause ed effetti naturalissimi. (Edgar Allan Poe, “Il Gatto nero”)

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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