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Giorni dispari

 

E’ l’ora in cui anche la grande metropoli si rintana, finalmente acquietata. Io non dormo da molto tempo, a parte qualche breve sonnellino, e allora esco, respiro gli odori cercando di separarli e di individuarli, ascolto i piccoli rumori della notte cittadina.

Un grosso gatto bianco e nero balza in mezzo alla strada sbucando dalle inferriate della recinzione di un cortile. Insegue una piccola preda, la raggiunge, silenzioso e letale. Mi fermo un istante ad osservarlo, ammaliato da tanta aggraziata ferocia. Appoggiati a me, mia cara, ancora due passi e saremo arrivati. Non aver paura, io sono un predatore caritatevole: tra poco, tutto sarà finito, e tu non ti sarai accorta di nulla. Sarà dolce come scivolare nel sonno.

 Interno, notte. Una camera angusta dalle pareti macchiate di umidità, con la pittura che si sfoglia come una buccia sottile. Il letto sfatto è a una piazza, con la testiera in ferro tubolare bianco come certi lettini di ospedale, sopra il comodino male in arnese un bicchiere vuoto e un grosso libro dalla copertina scura. In mezzo alla stanza, rovesciata a terra, vi è una seggiolina di legno. La debole luce di un lampione rischiara appena i vetri opachi di sporcizia dell’unica stretta finestra priva di tende, e  un alone spettrale avvolge la figura femminile in camicia da notte penzolante da una robusta corda fissata a un gancio della trave che attraversa il soffitto basso. Il capo è reclinato, e i lunghi capelli neri coprono del tutto il viso. In quella tetra, misera sciatteria la camicia da notte, di un bianco abbacinante, appare come l’elemento più dissonante.

Di nuovo interno, un altro ambiente claustrofobico e spoglio, a malapena illuminato da un debole chiarore che si riversa da una finestra con le tapparelle sollevate, dalla quale si scorgono palazzi fatiscenti. L’uomo dai radi capelli bianchi  seduto su una sedia a rotelle ha il busto reclinato in avanti e tra le scapole spunta il manico di un coltello, la lama completamente infissa nella sua schiena.

Un altro interno, questa volta illuminato dalla luce fredda di una lampada alogena posta di fianco ad uno specchio, in una stretta anticamera. Un ragazzo seduto su una panchetta ha lo sguardo fisso nel riflesso della sua immagine e la canna di una pistola infilata in bocca, ed è chiaro che fra poco premerà il grilletto.

Segue una lunga sequenza di morti violente, raffigurazioni dove prevalgono toni scuri e opachi che suggeriscono solitudini senza speranza, ed è il senso di inappellabilità di quell’isolamento che impressiona molto di più dei corpi senza vita.

La piacente signora in tailleur chiaro aveva il viso  immobilizzato in un’espressione di perplessità che stava virando velocemente verso un palese disgusto per quei quadri tanto sinistramente angosciosi.

“Vedo che li sta osservando da un po’. Che ne pensa?”

Lei si era voltata con rigida lentezza, come riscuotendosi a fatica da una sorta di sofferente torpore, ed aveva prestato attenzione al ragazzo alto e allampanato tutto vestito di nero, i lunghi capelli bruni stirati a piombo dall’abile mano di un parrucchiere e divisi in due bande che allungavano ulteriormente un viso lugubre dalla fronte stretta e dalle guance incavate, con il colorito malsano e febbricitanti occhi arrossati di chi non deve dormire da un pezzo.

“…sinceramente? Penso che chi ha immaginato e dipinto cose del genere sia un sociopatico con una mente disturbata che avrebbe bisogno di entrare in analisi immediatamente”,

e il ragazzo era rimasto un attimo a guardarla con un inquietante, inspiegabile compiacimento che aveva reso ancora più sgradevole il volto funereo, poi si era allontanato senza una parola.

“Credo che lei abbia appena lusingato l’ego dell’autore di queste opere”,

aveva mormorato il distinto signore di mezza età rivolgendole un sorriso mite.

“…quello era l’autore? Bene, era ora che qualcuno gli dicesse che il suo ego malato ha bisogno di un medico”.

Ed è così che si erano incrociati i destini di Maria Fiore, nata a Milano cinquantadue anni prima ma originaria di Palermo, e di Aldo Ratti, cinquantacinquenne milanese di Porta Romana, entrambi emigrati alla fine degli anni ’60 a Quarto Oggiaro, periferia nord ovest di Milano. Più o meno trentasette anni nello stesso popoloso rione senza mai incrociarsi. Poi, nel comune ed estraneo tentativo di sfuggire alla noia di un venerdì sera senza compagnia, eccoli entrambi in Brera al vernissage di un giovane e sconosciuto pittore in una piccola galleria in via dell’Orso, di proprietà di un’eccentrica signora milanese nota più per le sue stravaganze che per le avanguardie artistiche che si vanta di promuovere per puro spirito mecenatesco.

Strana, la vita

Arturo Giacometti, ex cronista di nera in pensione e Mariateresa Bernasconi, giovane titolare di un modesto negozio di parrucchiera a Quarto Oggiaro, entrambi amici del Vice Commissario Alberto Patané (lei forse un po’ di più ma lui da più lunga data), che in virtù delle stranezze della vita si erano incontrati all’inizio dell’anno in Piazza del Duomo e da allora condividevano i pomeriggi del lunedì con i volontari del Centro di accoglienza per i senzatetto di via Mambretti, si aggiravano per la galleria di via dell’Orso tenendosi tuttavia alla larga da quei dipinti cupi e disturbanti. Era un venerdì sera di metà maggio e si trovavano lì per le insistenze di Paola, nipote del Giacometti, che aveva organizzato l’evento per conto di un’agenzia specializzata in questo tipo di attività.

“Allora, che ne dite?”

“L’organizzazione è impeccabile, mia cara, ma ‘ste croste sono una porcheria da psicopatico con tendenze omicide. Del resto, il tipo non ha un’aria rassicurante, senza voler tirare in ballo il dottor Franz Joseph Gall e la sua teoria della frenologia”.

Paola aveva riso volgendo con discrezione lo sguardo verso una signora che dimostrava una cinquantina d’anni, volto decisamente troppo tirato, seno esuberante come neanche a vent’anni, abbigliamento un po’ sopra le righe di chi inconsapevolmente sta sparando le ultime cartucce e non vede che il tiro si accorcia sempre di più. In realtà la signora, che si vanta di essere nobildonna ma poi chissà se è vero, di anni ne ha quasi settanta. Tuttavia, gli interventi di chirurgia estetica corroborati da massicce dosi di ormoni non hanno saputo riaccendere l’indefinibile luce della giovinezza nel suo sguardo, che ogni tanto si appanna e spesso si distrae, annoiato suo malgrado da un mondo che fatica sempre di più a comprendere, perché è questo che capita quando si invecchia e non esiste inganno che possa dissimulare questo graduale distacco.

“Madame Mafalda è nota nell’ambiente per il suo senso estetico piuttosto…deviato, ecco. Comunque non preoccupatevi: quando il giovane Stefka Todorov, di padre bulgaro e di madre di cui si sa solo che batteva a Città Studi, nato e cresciuto alla Barona, uscirà dal suo letto, e la signora è nota anche per la sua volubilità, dei suoi deliri su tela a Milano non ci sarà più traccia”.

Il Vice Commissario si sentiva appena appena in colpa per essersi defilato con garbata determinazione dal vernissage in Brera con Mariateresa e il Giacometti. Di tanto in tanto (sovente, per la verità) lui aveva bisogno dei suoi silenzi e della sua inderogabile solitudine, delle sue nostalgie, per cosa o per chi in realtà non avrebbe saputo dire, e persino della malinconia gommosa che si lasciava colare addosso e che finiva per rallentarlo, spingendolo a racchiudersi in un bozzolo impenetrabile dove la sua irrequietezza pareva placarsi, almeno per un po’. E non sapeva se rallegrarsi o spaventarsi (ed eventualmente sottrarsi, di nuovo, con garbata determinazione) dinanzi al fatto che Mariateresa pareva intuire tutto questo, e lo accettava stando serenamente e fiduciosamente in disparte.

Il divano, la birra, la finestra aperta sull’oscurità benevola di una sera di maggio, il rumore attutito del traffico su viale Monteceneri, i pensieri che vagavano lenti e crepuscolari. Aveva cercato di figurarsi i giovani ingenui e cinici, malati di illusione e di disillusione di Giovanni Testori, del quale stava rileggendo “Il Ponte della Ghisolfa”, che poi era lo stesso ponte che vedeva dalla finestra del soggiorno. Dopo quella digressione era pian piano ritornato al conforto della sua dolce e pacata mestizia, il leggero fruscio della puntina sul vinile e le note di un pianoforte che irrompevano a colmare il silenzio, senza interromperlo. Sapeva per esperienza quanto fosse vano opporsi a certi giorni dispari: meglio farsi da parte e aspettare che scorressero via.

E’ una bella mattinata di giugno, con una luce vivida e azzurra che mette allegria, nonostante tutto, nonostante il fatto che a Milano si continui ad ammazzare e qualche omicidio faccia più impressione di altri.

“…PATANE’!”

Il ruggito che accoglie il Vice Commissario appena varca la soglia del Commissariato di via Satta proviene dall’ufficio del Commissario Saronni e l’agente Lombardi, impietrito nella sua postazione all’ingresso, incassa la testa nelle spalle come se temesse di essere colpito da un’invisibile scoppola e gli dice, parlando sottovoce:

“…c’è un altro morto, sempre in un appartamento sfitto. Ha appena telefonato un tizio che abita nella stessa scala, e al Saronni gli son subito girate le madonne”.

Nel rione di Quarto Oggiaro, come in altre zone altrettanto periferiche del capoluogo lombardo, sono molti gli alloggi sfitti: sono stati censiti dai periti dell’ente gestore e sono in attesa di opere di ristrutturazione di vario grado ed entità. Molti hanno lastre in acciaio all’ingresso per impedirne l’occupazione abusiva, altri hanno addirittura porte e finestre murate. Ma qualcuno di quelli più piccoli ha solo delle assi di legno che chiudono i possibili accessi: sono per lo più bilocali di modestissima metratura, forse per questo meno ambiti dagli abusivi. O forse semplicemente dimenticati.

E’ passata poco più di una settimana da quando hanno rinvenuto il cadavere di Maria Fiore, di anni cinquantadue, vedova, il marito morto d’infarto sei anni prima a neanche cinquant’anni; abitava da sola in via Lessona. Le foto da viva avevano mostrato  una bella donna, viso intenso dai tratti mediterranei e figura morbida ed armoniosa. Impiegata negli uffici amministrativi di una grossa concessionaria auto in via Grassi, a detta dei colleghi e del gruppetto di amiche che frequentava regolarmente conduceva una vita irreprensibile: frequentatrice abituale del cineforum del Centro San Fedele, appassionata di arte moderna, qualche viaggio organizzato in Europa, le vacanze estive nel palermitano, dal quale era emigrata con la sua famiglia sul finire degli anni ’60. Poche frequentazioni maschili, nessuna relazione stabile.

Pendeva con il collo stretto da una corda fissata ad un gancio in mezzo al soffitto di una lurida stanzetta a pianterreno in fondo a Via Lopez, dove il precedente inquilino (regolare o abusivo che fosse) aveva abbandonato un lettuccio, poco più di una rete con un materasso gibboso e delle lenzuola ingiallite, un comodino zoppo sul quale giacevano un bicchiere stranamente  – assurdamente – pulito e una copia in edizione economica del romanzo “Psycho” di Robert Bloch. Sotto i suoi piedi, una seggiola in legno rovesciata sul pavimento di piastrelle di grisaglia. Non indossava null’altro che una camicia da notte candida, e il fatto che in quel luogo non vi fosse traccia dei suoi abiti né di una borsa né di null’altro di personale  e che avesse in corpo tanto flunitrazepam (una potente benzodiazepina ad azione ipnotica) da stendere un cavallo aveva subito fatto escludere il suicidio.

Era stata identificata qualche giorno dopo perché il titolare della concessionaria dove lavorava, preoccupato perché da due giorni mancava dall’ufficio e non rispondeva né al telefono fisso né al cellulare, sapendo che viveva sola si era allarmato e li aveva chiamati.

Di quella scena, il Vice Commissario Patané ricordava ancora le lame di luce che filtravano dalle assi parzialmente schiodate dall’intelaiatura della finestra ed il pulviscolo leggero e fitto che vi stava in sospensione, e un odore stantio e vagamente ammuffito che permeava il locale, all’interno del quale fluttuava anche una debole nota dolce e gradevole, assolutamente fuori contesto. Ricordava anche un altro particolare strano, e cioè che le sole cose pulite di quella stanza, a parte il  cadavere e la camicia da notte che indossava, erano il bicchiere sul comodino (un anonimo bicchiere da acqua di tipo economico), il romanzo intonso ed il pavimento. Qualcuno lo aveva lavato accuratamente, qualcuno che non aveva voluto lasciare tracce del suo passaggio e che doveva essere uscito da quell’alloggio, nel quale aveva anche portato un bicchiere ed un libro, dopo la morte di Maria Fiore.

E circa il morto di oggi è impossibile dubitare che si tratti di assassinio: via Pascarella, verso l’incrocio con via Melato, un altro appartamentino disabitato a piano terra, ed è stata forzata la porta di ingresso, bloccata da due assi incrociate.

La vittima è Renato Laurenti, di anni ottantaquattro, vedovo, residente altrove, chiaro: precisamente nella parallela via Tina di Lorenzo, a qualche isolato di distanza, ed è difficile che sia arrivato fin qua da solo sulla malandata sedia a rotelle sulla quale giace riverso in avanti, un coltellaccio da cucina profondamente infisso tra le scapole. Anche qui, polvere annosa, odore di chiuso e di umidità in un ambiente claustrofobico e sporco, nel quale solo il pavimento è perfettamente pulito. E di nuovo la traccia di quell’aroma dolce: il Vice Commissario Patané chiude gli occhi ed inspira profondamente, ma un attimo dopo il fragile effluvio gli è già sfuggito.

Il vecchio infermo era un povero cristo solo come un cagnaccio che cercava di campare con la pensione minima, i volontari che coadiuvano l’assistenza sociale lo conoscevano bene e lo aiutavano come potevano da diversi anni: sono stati loro a denunciarne la scomparsa un paio di giorni fa, non trovandolo a casa. Stamattina, un inquilino che abita al piano di sopra dell’appartamento vuoto scendendo ha visto le assi divelte e siccome ha sentito parlare della poveretta trovata impiccata in via Lopez, ha chiamato subito la polizia.

Tutto il Commissariato di via Satta è mobilitato su questi due strani delitti che parrebbero non essere opera della malavita organizzata che si muove sul territorio. E allora nei giorni successivi si scava nel passato delle due vittime, ma c’è poco da frugare in quelle vite tanto banalmente ordinarie, nelle quali l’unico colpo di scena è rappresentato dalla morte violenta.

Una donna di aspetto gradevole e di una certa cultura, certo molto selettiva nelle sue frequentazioni ma con una vita sociale abbastanza attiva, e un povero vecchio dimenticato da tutti, vedovo, un unico figlio che lavora da anni in Belgio. Un assistente sociale dice che non si faceva sentire da Natale ma il Laurenti non se ne crucciava nemmeno più, se ne era fatto una ragione. Un’esistenza ormai ridotta alla mera soddisfazione di bisogni primordiali, unico lusso le quattro chiacchiere frettolose di chi si alternava nel sostegno  minimo che gli veniva offerto dai volontari dell’Assistenza Sociale.

Non avrebbero potuto essere più distanti e differenti.

“Dai, Patané, adesso poi cos’è sta storia dell’odore? A Quarto Oggiaro ci manca solo un serial killer, come se di rogne da grattare non ne avessimo già abbastanza. Cerchi una pista vera, visto che si sente un cane da caccia, ma che sia qualcosa di meno volatile di un odore!”

Ci sarebbe pure il fatto che sono stati assassinati entrambi in alloggi sfitti, che per quanto si scavi nel passato e nel presente manca del tutto un movente, e che anche quel povero vecchio era imbottito di flunitrazepam, come ha rivelato l‘esame autoptico, ma è difficile ragionare con il Commissario Saronni, quando gli girano le madonne: perché anche lui, come tutti, ha i suoi giorni dispari.

…nel rigoroso rispetto dell’esito del sondaggio lanciato su Twitter, l’autrice vi lascia dubbiosi e cogitabondi fino a sabato prossimo…

 

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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