Good morning Vietnam

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Raramente un acronimo è stato più fortunato di BRICS. Quando Brasile, Russia, India e Cina (seguite da Sudafrica) sono state sintetizzate nel 2001 da Jim O’Neil di Goldman Sachs, il termine è entrato nelle pubblicazioni degli economisti e nel linguaggio corrente. Presto è diventato sinonimo di emerging markets, un complesso di situazioni che con crescita inarrestabile sembravano insidiare il primato del mondo industrializzato. Il successo della sigla è stato istituzionalizzato e dal 2006 i 5 capi di stato si incontrano in meeting politici e hanno anche dato vita ad una banca che si affianca, almeno nelle intenzioni, alle istituzioni bancarie multilaterali. La sintesi ha avuto anche 2 tentativi di sequel, sempre dagli stessi autori: Next Eleven nel 2005 e MINT (Mexico, Indonesia, Nigeria, Turchia) nel 2013.

Ora gli acronimi sembrano tuttavia impolverati. I paesi emergenti arrancano e spesso non mantengono le aspettative. Non si tratta di illusioni di improvvidi investitori internazionali, quanto del fallimento delle attese dei governi. Soprattutto i BRICS dimostrano rallentamenti e flessioni preoccupanti. Le motivazioni sono ampie e divergenti: dalle sanzioni alla Russia alla politica interna cinese, dalla recessione brasiliana alla speranza incompiuta dell’India. Pur nella diversità, emerge un dato comune, amaro e preoccupante: questi paesi non sono stati in grado di riformare se stessi, con il coraggio di mettere in discussione modelli sperimentati. Questi erano stati fruttuosi, ma mostravano la corda. Le risorse accumulate in anni di sviluppo potevano essere impiegate per smantellare vecchi apparati, deburocratizzare, aprirsi strutturalmente alla globalizzazione.  Hanno invece prevalso la continuità, l’inasprimento di tensioni politiche che non aiutano lo sviluppo, un nazionalismo preoccupante che è causa di forti tensioni.

Il Vietnam è oggi uno dei pochi fiori all’occhiello dei paesi emergenti. È stabile, attrae investimenti, migliora le condizioni di vita della popolazione. Per le multinazionali è una valida alternativa alla Cina, dove l’aumento del costo del lavoro stimola gli imprenditori, anche cinesi, a delocalizzare verso il paese confinante. Addirittura la recente svalutazione del renminbi si rivela un vantaggio perché la concorrenza cinese – sulla carta più economica – è compensata dal minor costo dell’import da Pechino. Un forte magnete sono i 2 negoziati con l’Unione Europea e per il Trans-Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio che poggia sui pilastri degli Stati Uniti e del Giappone. Ne trarrà benefico il Pil, atteso a una crescita del 6.5% quest’anno e del 7% nel 2016. Aumentano inoltre le esportazioni, più di ogni altro paese estremo-orientale, Cina compresa. Cambia infine l’immagine di Hochimincity, la capitale economica del paese: aumento le automobili a scapito dei motorini, torreggiano i nuovi grattacieli del centro finanziario. Il Vietnam si propone dunque come una felice eccezione dei mercati emergenti. Tra gli acronimi, sarebbe stato più previdente privilegiare il CIVET de The Economist del 2009. Oltre alla Colombia, l’Indonesia, l’Egitto, la Turchia e il Sudafrica, era l’unico a contenere la V del Vietnam.

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Un commento su “Good morning Vietnam

  1. _beneathsurface il said:

    Una città senza più la marea rumorosa, indisciplinata, puzzolente e pericolosissima di motorini e risciò e tuctuc non è la Saigon (sic) che ho conosciuto 😉
    Ma ti chiedo: non è che il Vietnam, e con tutte le sue differenze interne, si stia solo ora affacciando alla crescita mantenebdo però le stesse strutture burocratico-governative che stanno rallentando gli altri EMEs?
    Sia cioè il ritardatario ma destinato allo stesso boom e sboom? Grazie

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