Homo Oeconomicus vs Homo Politicus: 2 fisso

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La volta scorsa avevamo visto come gli studi di Phillips, rimaneggiati da Samuelson e Solow, avessero fornito ai teorici del MIT un’arma potentissima, apparentemente graziosa e teoricamente sgraziata, per le loro ricette di demand management.
Queste ricette furono seguite soprattutto in America, su cui ci concentreremo per la nostra storia, e vedremo come le scelte economiche dovettero presto venire a patti con le scelte politiche. Già sotto la presidenza Truman (1945-1953) fu approvato l'”Employment Act” che pur togliendo ogni accenno al pieno impiego previsto nelle sue bozze preparatorie, tuttavia riconosceva per la prima volta il diritto dell’Amministrazione federale di ingerirsi nell’economia.
La guerra in Corea poi fece crescere gli stanziamenti militari, malgrado  questi fossero stati inizialmente tagliati per far posto a programmi di investimenti in patria. Truman non retrocesse da quella che sarebbe poi diventata una tendenza tipica del “keynesismo bellico” made in USA, malgrado il riaccendersi di spinte inflazionistiche.
Il suo successore, il generale e eroe di guerra “Ike” Eisenhover (1954-1961), malgrado fosse repubblicano, adottò politiche keynesiane sotto la spinta del suo consigliere Arthur Burns, approvando già nel 1954, a guerra di Corea conclusasi, una serie di tagli alle tasse facendo scivolare in rosso il bilancio federale.
Tutte e tre le brevi recessioni della sua presidenza furono minimizzate utilizzando gli “stabilizzatori fiscali automatici”, sussidi di disoccupazione e di povertà, pur facendo lievitare la spesa pubblica. Interessante il modo in cui riuscì a far digerire ai suoi compagni di partito conservatori le enormi spese per investimenti pubblici: l’immensa rete di strade interstatali (1956) fu sdoganata quale “viabilità per la difesa nazionale”, utile in caso di invasione russa, mentre il budget destinato alla corsa spaziale (e destinato per altri 50 anni a crescere) fu giustificato dai timori che i russi (artefici con lo Sputnik del primo volo in orbita) potessero acquisire un vantaggio militare.
Ancora Keynes in salsa bellica. Alla fine della sua presidenza Ike aveva speso per la Difesa più di quanto avesse speso Roosvelt per vincere la Seconda Guerra Mondiale.
Ma quello fu anche un decennio di allargamento del benessere a tutto uno strato di popolazione che fino a quel momento vivacchiava. Il keynesismo stava rispondendo alle critiche con i fatti, e che fatti.
Dopo Eisenhover i politici compresero l’importanza di usare il deficit spending per godere di un vantaggio elettorale. Durante il suo ultimo anno alla Casa Bianca, il vecchio conservatore ebbe uno scatto di orgoglio e ritenne suo dovere consegnare un bilancio “in bolla”. Mal gliene incolse: i tagli alla spesa pubblica da lui proposti causarono una brusca recessione nel 1960 di cui i democratici lo accusarono, trovando nell’opinione pubblica il sostegno per eleggere (per quanto di un soffio) il loro rappresentante: Kennedy.
Tutti i politici impararono la lezione: il successo alle urne dipendeva dalla gestione dell’economia che veniva allora impostata in modo che coincidesse con il ciclo elettorale quadriennale.
Alla faccia dello strumento tecnico per “fare ciò che è giusto e serve”. Provaci tu a bloccare la spesa pubblica, magari clientelare, in piena (o in vista della) campagna elettorale!

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Ma era anche l’anno che le ricette keynesiane avevano trovato il loro completamento nelle stime di causa-effetto affidabili alla curva di Phillips, e ora si poteva matematicamente determinare l’entità delle manovre di bilancio necessarie a stimolare l’economia per poi frenarla quando opportuno. Lo strumento di fine tuning sognato fino a quel momento da tutti i policy makers.
Malgado a parole Kennedy si disse da subito keynesiano, nei primi due anni della sua presidenza i maggiori stanziamenti furono sempre a favore della Difesa e lo spazio, che arrivarono a contare per circa tre quarti di tutti gli aumenti di spesa durante il suo mandato specie in seguito alla crisi cubana di fine 1962.
Kennedy fu assassinato l’anno successivo e il suo vice Lyndon Johnson affermò che avrebbe rispettato le ultime incompiute volontà di JFK: nel 1964 furono approvati i tagli fiscali in deficit da lui voluti e quasi da subito il prodotto interno, l’occupazione e le entrate fiscali cominciarono a crescere, mentre l’inflazione rimaneva sotto il 2%.

A fine 1965 “Time” nominò John Maynard Keynes “uomo dell’anno”, a quasi vent’anni dalla morte.

Johnson non si fermò qui : durante il suo mandato varò il Medicare, per garantire cure mediche agli over 65, il Medicaid per chi non poteva permettersele, dichiarò la “guerra alla povertà” e estese i diritti civili agli afroamericani.
Per quanto fece, Johnson andrebbe valutato molto più di quanto lo sia stato il giovane Kennedy.
Gli anni 60 furono anni di benessere in cui il lavoratore medio raggiunse una discreta agiatezza. Come avevamo visto erano gli anni della tecnologia labor augmenting e della crescita della labor share.
Ciò che segò le gambe a Lyndon fu l’interminabile conflitto in Vietnam, il quale tra l’altro continuava ad alimentare quel keynesismo di guerra tipico delle amministrazioni americane.
Nixon fu eletto presidente nel 1969 e dimostrò subito di che pasta è fatto un politico opportunista: malgrado la fede repubblicana e conservatrice e il suo credo nel pareggio di bilancio, Nixon si disse “keynesiano in economia”, ottenendo così scandalo fra i suoi compagni di partito e sospetto dai liberali.
Nixon dispose dello strumento del deficit fiscale a seconda dell’opportunità politica ed elettorale. Il platano contro cui si scontrò non fu solo lo scandalo Watergate, ma l’eccessivo stimolo che diede all’economia: dopo Camp David nel giugno 1971 approvò una nuova linea di politica economica basata sull’abbandono di Bretton Woods, la svalutazione del dollaro e un forte stimolo finanziario basato su minori tasse che però sprofondarono il budget federale ad un rosso mai visto prima. La successiva imposizione di divieti agli aumenti di prezzi e salari e di un balzello del 10% sulle importazioni gli fecero perdere la faccia davanti alla pubblica opinione. L’aumento del prezzo del petrolio, deciso dall’OPEC nel 1973-1974, e quindi dell’inflazione diede alla politica di Nixon il colpo mortale.
L’era di Keynes entrava in fibrillazione, e si entrava in una nuova era, la stagflazione, in cui gli strumenti che fino a quel momento avevano decretato il successo del keynesismo non sembravano più utili.
Ma questa storia del Monetarismo la racconteremo fra un pò di tempo. Prima ci sono due argomenti, normalmente trascurati dai manuali di Storia del Pensiero, che vorrei affrontare.

Il primo riguarda la ricerca accademica nel mondo della finanza e delle Borse che dagli anni 50 fece balzi in avanti, ma ha una storia ben più vecchia.
Ma prima degli articoli su finanza e Borse, nei prossimi tre voglio prendere una pausa riflessiva e filosofica, per cercare una risposta ad alcune domande: come si fa ricerca in economia? E i metodi sono adeguati ai fini? Ma l’economia è una vera scienza?, e se non lo è esattamente, di che natura allora è? Statistica ed econometria garantiscono veramente i fini di conoscibilità e sperimentazione che si erano prefissate?
Un compito immane ma inevitabile.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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