I treni di Tozeur

Tempo stimato di lettura: 9 minuti

Io non so se esista o se sia mai esistita una ferrovia a Tozeur, ma mi sembra così improbabile.

Dentro le mura dorate della città vecchia vi è un labirinto di viuzze e vicoli, con costruzioni basse in mattoni di argilla e sabbia decorate con fantasiose disposizioni a merletto dei medesimi mattoni biondi,le strette finestre protette da pannelli in legno chiaro e traforato a guisa di leggerissima trina e portoni lignei variamente intarsiati. Fuori, distese di sabbia e polvere immerse nella luce abbagliante di un sole che se a Milano è primaverile qui è già rovente e ferragostano. Sparsi su queste sabbie abbacinanti i palmeti delle oasi verdi ed ombrose, e il luccichio dell’acqua sembra davvero un miraggio. Ma no, proprio non ce lo vedo un treno: questo è luogo da carovane, da cammelli o da cavallini dai crini serici e dalle orecchie fini e mobili, al massimo da muscolosi e spartani fuoristrada, ed anche questo grosso pullman turistico è così fuori posto.

Si è scritto e argomentato molto sulla sera in cui ebbe luogo la gogna pubblica di Bettino Craxi davanti al Raphael, l’hotel romano nei pressi di Piazza Navona nel quale viveva da anni. Il giorno prima, il 29 aprile 1993, la Camera aveva negato l’autorizzazione a procedere per quattro delle sei imputazioni che gli erano state addebitate, salvandolo momentaneamente dalla galera. Non lo aveva però posto al riparo dalla rabbia della gente, che la sera dopo a Roma aveva travolto qualsiasi cordone protettivo ed aveva circondato Craxi tirandogli addosso monetine e sventolando biglietti da mille lire in un lampante simbolismo. Qualcuno, rappresentando forse una metafora un poco più fumosa, aveva lanciato anche un ombrello.

“Prenditi anche queste”,

urlavano uniti nel medesimo parossismo di livore, e lui aveva sorriso senza allegria dall’interno della Thema marroncina, e con un accenno della consueta sprezzante alterigia aveva mormorato masticando amaro:

“…tiratori di rubli”.

Ecco, il gesto di quella sera aveva rappresentato la fine di un’epoca ed il vaso di Pandora, a cui era saltato il coperchio l’anno precedente con l’arresto a Milano dell’Ingegner Mario Chiesa, non si sarebbe mai più richiuso, ed avrebbe continuato a ricolmarsi nel corso degli anni, mutando fino a divenire sistema.

Tuttavia per buona parte dei milanesi, ovvero per quelli che si alzavano cinque o sei mattine la settimana  alla stessa ora per prendere al volo il tram, l’autobus o qualsiasi altro mezzo di trasporto per recarsi al lavoro, il polverone conseguente e successivo a Tangentopoli era stato foriero  di un indiscutibile fastidio, anche di una schietta indignazione, ma poi la vita era continuata esattamente come prima. In fondo, la storia non insegna né potrà mai insegnare, perché le folle sono mosse da sentimenti tanto intensi quanto fugaci, e fintanto che la maggior parte della popolazione avrà di che campare dignitosamente e chiunque potrà esprimere liberamente il proprio malcontento, di certi fatti e di talune facce non si serberà a lungo memoria.

I genitori di Eliana avevano trascorso la giovinezza sotto le bombe degli Alleati prima e dei tedeschi poi, e come tanti sopravvissuti ne avevano tratto la lezione fondamentale che nella vita ciò che oggi è buono domani in un niente potrebbe diventar cattivo, e ciò vale anche per le persone, le quali tra l’altro non sono mai buone in senso assoluto, mentre possono senz’altro essere totalmente ed incorreggibilmente spregevoli. Da ciò era derivata una fondamentale prudenza nell’approccio e nel giudizio sia del prossimo  che delle situazioni contingenti.

Invece Eliana, nata all’inizio degli anni ’60, era figlia di un tempo che aveva il privilegio di conoscere la pace ed una relativa stabilità economica e che stava ancora sulla cresta dell’eccezionale onda propulsiva costituita dalla tenace volontà di rinascita della generazione che li aveva preceduti.

Dopo la laurea in lingue Eliana aveva incominciato a lavorare in una casa editrice minore dove stava tutto il giorno in un ufficetto male illuminato insieme ad una collega molto più anziana. Faceva traduzioni dal mattino alla sera, il che poteva anche andar bene, dato che aveva studiato lingue, ma si trattava per lo più di testi tecnici, un lavoro di una noia infinita. La primavera precedente il tedio di quelle giornate l’aveva spinta a rispondere senza molta convinzione ad un annuncio apparso sul Corsera per un colloquio in una importante industria chimica con sede a Bollate: cercavano una segretaria per il Direttore Commerciale ed era fondamentale che conoscesse bene l’inglese poiché nell’azienda si era appena compiuta una fusione con un gruppo americano. Una settimana dopo le avevano telefonato per comunicarle che l’avrebbero assunta, a condizione che fosse libera subito.

Eliana aveva trent’anni, un lavoro con il quale guadagnava poco ed uno storico fidanzato uggioso come certe giornate autunnali che non si decideva a sposare ma nemmeno a mollare, preferendo meschinamente tenerlo a portata di mano nell’attesa di un incontro più interessante. Naturalmente si era liberata subito, e tre giorni dopo era entrata a passo spedito e battagliero nella sua nuova vita.

Con lo stipendio pressoché raddoppiato l’inverno successivo aveva lasciato la casa dei genitori in  zona Bovisa ed era andata in affitto in un appartamentino all’ultimo piano di un immobile vecchiotto e di un certo fascino in via Paolo Sarpi. La proprietaria, un’anziana cinese carica di gioielli, le aveva mostrato con entusiasmo da imbonitrice il “saloncino”, un corridoio lungo e stretto rischiarato dall’enorme porta finestra che si apriva su un terrazzino che non manteneva ciò che le dimensioni del vano porta promettevano, ma dal quale aveva potuto assistere all’imponente e variopinta parata di febbraio per il Capodanno Cinese, ed il “cucinotto”, ovvero un locale delle dimensioni di un ascensore dove si poteva immaginare di cucinare ben poco: ma l’affitto era abbordabile, e avrebbe finalmente avuto uno spazio tutto suo.

Il fidanzato non aveva nemmeno avuto il tempo di prenderne visione, perché era stato liquidato prima. La sera in cui aveva finito di sistemare l’alloggio nel quale aveva appena traslocato Eliana aveva raggiunto un paio di amiche al Rose’s, la discoteca che si trovava in piazza San Babila, nella Galleria dietro al Gin Rosa. Avevano festeggiato il suo nuovo lavoro, la sua nuova casa, il nuovo taglio di capelli ed anche il guardaroba rinnovato, ma soprattutto il brivido vitale e ferino della sua indipendenza appena conquistata. Non era rincasata da sola quella sera, e quando verso le cinque del mattino aveva scambiato un saluto rilassato e vago

“…ci si vede in giro”

con l’uomo con il quale aveva appena trascorso alcune ore molto gradevoli e senza complicazione alcuna, aveva capito di essere pronta a rimanere da sola, e anzi a godersi fino in fondo quella solitudine.

Lavorare accanto al dottor Augusto Pettinaroli, aitante quarantenne ambizioso, abile affabulatore dalle indubbie doti persuasive e piuttosto spregiudicato nei rapporti professionali, era impegnativo ma stimolante: l’uomo era esigente ed estremamente inclusivo e nella gestione delle sue caotiche giornate contava molto sulla collaborazione di una segretaria sveglia, efficiente e discreta.

Nel giro di pochi mesi Eliana era riuscita a farsi apprezzare per la sua prontezza e per le sue capacità organizzative e tra i due si era stabilita una confidenza complice ed istintiva: si capivano al volo, e la ragazza si impegnava al massimo per intuire le esigenze del suo capo prima ancora che lui si esprimesse. Trascorrevano molte ore insieme, e capitava che si trattenessero in ufficio anche dopo il normale orario di lavoro.

Eliana non avrebbe saputo dire in quale momento avesse incominciato a notare quanto il dottor Pettinaroli fosse attraente mentre il suo volto si apriva in un sorriso che scopriva i denti candidi e aguzzi da carnivoro rivelando due fossette ai lati della bocca, o con gli occhi scuri che si stringevano sornioni in una rete sottile di piccole rughe, quando qualcosa o qualcuno catturava la sua curiosità e la sua attenzione.

Poi vi fu quella cena con i dirigenti della casa madre americana, che organizzò Eliana così come aveva pianificato il resto della giornata. Li portarono al Boeucc, a due passi dal Teatro alla Scala, e presero l’aperitivo in Galleria più o meno mentre Craxi veniva bombardato dallo scroscio tintinnante di monetine che sarebbe passato alla storia, primo in Italia ma non ultimo, come si avrebbe avuto modo di vedere anni dopo. In realtà l’ambiente raffinato ed elegante del famoso ristorante milanese era sprecato per quei ricchi ospiti un poco grossolani, ma non era per loro che Eliana si era vestita e truccata con cura, ed era davvero bella nell’abitino nero che fasciava la figura alta ed armoniosa, i capelli castani lunghi e folti che incorniciavano il volto delicato dal naso dritto e sottile, gli occhi grigi sottolineati dall’eye liner nero.

Al termine della serata avevano chiamato un taxi per gli ospiti e lui l’aveva riaccompagnata a casa. Quando l’aveva afferrata all’improvviso davanti al portone e l’aveva baciata con avida irruenza, Eliana aveva pensato a quello che quell’uomo, stimato per la sua competenza professionale e temuto per la comprovata influenza sul socio di maggioranza (del quale aveva sposato la figlia) nonché per la disinvoltura morale, rappresentava nel suo personale immaginario: il successo, il coraggio di rifiutare qualsiasi remora di carattere etico, il meraviglioso potere di influire in una certa misura sugli eventi e sulle persone.

Il giorno dopo Eliana era partita per un breve viaggio nel Sud della Tunisia (niente di avventuroso, roba da Alpitour), mentre il dottor Pettinaroli era partito per la Costa Azzurra con la moglie e la figlia.

Nel villaggio troglodita di Matmata, nella fresca penombra di un locale scavato nel tufo, un discendente di qualche tribù berbera mi ha servito il te alla menta più buono del mondo. Scurissimo, forte, aromatico e profumato, mi ha fatto persino girare un poco la testa. Mi sono anche lasciata convincere a fumare il narghilè, aspirando dal cannello che ci passavamo, io e gli altri turisti del gruppo, seduti in circolo attorno ad un basso tavolino. Ad un certo punto ho pensato: dopotutto, perché no? Perché rinunciare alla vigorosa ebbrezza dei momenti nei quali quest’uomo potente e sicuro di sé è nelle mie mani?

L’aereo era atterrato all’aeroporto di Milano Linate infilandosi in una coltre di nubi grigiastre che gravavano sulla città conferendole un aspetto sporco e triste, così distante dalla luce dorata e vivida dei villaggi tunisini. Era rientrata da quella breve vacanza con il solido convincimento di poter gestire quella storia senza correre alcun rischio grazie all’assenza dell’elemento più pericoloso e destabilizzante: l’amore.

E in effetti funzionò tutto benissimo, perlomeno fino a quella sera di fine luglio in cui andarono a cena a Lacchiarella, appena fuori città, in un un’antica e ruspante osteria dove si poteva mangiare sotto un frondoso pergolato, e sui tavoli al posto delle solite candele troneggiavano robusti zampironi, prosaici ma indispensabili poiché tutto intorno c’era la campagna e la calura greve di Milano, che pure incombeva a pochi chilometri, pareva alleggerirsi un po’.

Sembravano una coppia qualsiasi, ed osservando l’uomo che le sedeva di fronte e che le raccontava di un importante contratto che stava cercando di acquisire, Eliana si sentì fiera della confidenza che lui le accordava e delle sue attenzioni. Vi fu tuttavia un breve istante in cui si domandò se avesse potuto contare su di lui se, per esempio, si fosse ammalata o se avesse avuto dei problemi di altra natura. Fu un pensiero che scacciò subito, perché sapeva benissimo quale era la risposta: lo aveva sempre saputo e non si illudeva che col tempo avrebbe potuto essere differente.

Era un venerdì sera e nel locale, tra interno ed esterno, c’era parecchia gente; il proprietario signor Alfonso, grosso e barbuto, famoso per il repertorio di barzellette in dialetto milanese che raccontava con impassibile maestria, si aggirava tra i tavoli trattenendosi con i commensali, la gran parte dei quali erano clienti abituali.

In un primo momento nessuno fece caso al grosso fuoristrada tutto nero, con i vetri oscurati, che si fermò bruscamente proprio davanti all’ingresso del pergolato e vi rimase con il motore acceso, ostruendolo, ma quando ne discesero cinque uomini vestiti di scuro e con un passamontagna sul capo, ognuno imbracciando una mitraglietta, sotto il pergolato si poteva percepire solo il sommesso sfrigolio degli zampironi. Gli uomini si suddivisero i compiti con silenziosa efficienza: tre dentro e due fuori, uno teneva d’occhio gli astanti con la mitraglietta pronta a sparare, l’altro passava tra i tavoli e raccoglieva denaro, orologi e gioielli.

“…sarete così gentili da consegnare contanti e ori al collega che farà il giro dei tavoli. Dato che siamo comprensivi, vi lasceremo le chiavi delle auto”.

Apparentemente, troppa professionalità per un furto del genere, ma il quinto uomo si dedicò al proprietario, con il quale scomparve nel retro per pochi, lunghissimi minuti. Quando ne uscì reggeva tra le braccia un grosso sacco di plastica trasparente pieno di bustine bianche, e non doveva essere zucchero. L’operazione durò in tutto poco più di un quarto d’ora e quando il fuoristrada ripartì sgommando la tensione deflagrò in un variamente colorito finimondo, dal pianto allo svenimento fino alle inutili invettive.

Eliana si accorse allora del pallore livido che alterava i lineamenti di Augusto, annullandone gran parte del fascino, ma non ebbe tempo di dire nulla perché lo vide alzarsi di scatto, abbandonare il tavolo un po’ appartato al quale erano seduti e schizzare verso il proprietario dell’osteria. Tornò poco dopo e le si rivolse senza alcun evidente turbamento:

“…ho già sistemato tutto con l’Alfonso. Nessuno deve sapere che stasera ero qui con te, dato che ufficialmente ero altrove e con altri; mi inventerò qualcosa per il Rolex che mi aveva regalato mia moglie, dei soldi me ne frego. Tieni, torna a casa con un taxi”,

concluse lasciando sul tavolo del denaro reperito chissà dove – forse dall’Alfonso, uomo pieno di insospettabili risorse, evidentemente. Eliana lo osservò uscire a passo svelto e defilato e non ebbe nemmeno il tempo di tirargli dietro quei biglietti da diecimila, ma se li immaginò danzare pesanti nell’aria tiepida e cadere a terra senza grazia.

A volte la forma, pur non cambiando una sostanza che è nota, può rendere le cose profondamente diverse, trasformandole da accettabili a intollerabili.

Arrivò la polizia, raccolse le deposizioni, furono invitati tutti a recarsi il mattino dopo alla Questura competente per formalizzare le denunce. Era notte fonda quando Eliana poté salire sul taxi che l’avrebbe ricondotta a casa, e allora si chiese se per la polizia fosse apparso chiaro, così come lo era per lei, che in quel locale si spacciava e che molti avventori di quella sera forse avevano da nascondere qualcosa di più rilevante di una relazione extraconiugale.

Affiorarono a poco a poco dei dettagli che la sua mente aveva registrato nei momenti in cui aveva la sensazione di avere la testa completamente vuota, assorta solo sulla minaccia incombente di quegli uomini armati con il volto celato dal passamontagna. Riudì le poche parole pronunciate da quello che doveva essere il capo, lo stesso che poi si era appartato con il proprietario: voce ferma, nessuna inflessione dialettale, certamente italiano.

E allora si sovvenne dello sguardo canzonatorio – benevolmente canzonatorio, quasi solidale – che le aveva rivolto l’altro rapinatore quando gli aveva consegnato i pochi soldi che aveva nel portafoglio ed i gioiellini di scarso valore che indossava. Un fisico imponente, le mani grandi ed uno sguardo limpido, di un azzurro quasi trasparente che in tutto quel nero faceva lo stesso effetto degli occhi troppo chiari di quei cani da slitta siberiani, che quando ti guardano non capisci mai cosa pensano, e soprattutto non sai decidere se devi averne paura.

Il giorno dopo la mattinata se ne andò per la denuncia e quando arrivò sera non aveva proprio voglia di starsene in casa. Aveva pensato a lungo a come avrebbe affrontato Augusto lunedì ed era giunta alla conclusione che gli avrebbe detto solamente che si sarebbe cercata un altro posto di lavoro, e lo avrebbe fatto immediatamente.

Nei sabati sera estivi il Rose’s era deprimente, piccolo e sotterraneo com’era, così si aggregò alle due solite amiche per andare all’Old Fashion, che oltre ad affacciarsi sull’alberato viale Alemagna disponeva anche di un ampio giardino con pista da ballo. Certo, la clientela era meno selezionata ma anche meno complicata, così genuinamente grezza com’era ed Eliana, che se ne era sempre sentita fieramente distante, aveva ora un poco di nostalgia di questa primitiva semplicità.

Se ne stava in disparte nella penombra appena arieggiata del giardino ed osservava con un certo compiacimento quell’umanità sudata  e con poche pretese, quando una voce profonda, con una cadenza melodiosa che stiracchiava le sillabe ammorbidendole, forse del centro Italia, la fece sobbalzare:

“…che ci fa una ragazza carina come te, tutta sola in un angolo buio?”

e voltandosi vide la brace incandescente della sigaretta che si consumava rapida illuminando due occhi azzurri ridenti e troppo chiari, e le parve di riconoscerli e di leggervi la medesima certezza, ma fu un pensiero fuggevole e incredibile come l’idea del passaggio di un treno tra le dune intorno a Tozeur, e non seppe decidere se averne paura.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente Adoro l'odore di bail-in la mattina Successivo Mario Draghi, l'avvoltoio buono

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.