Scandali e sospetti nel piccolo mondo antico (part II)

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La volta precedente ci eravamo lasciati con il divorzio fra Ccb e Iccrea, destinate alla guerra per accaparrarsi le banche di credito cooperativo italiane. Un guerra, vedremo, senza esclusioni di colpi.

LA SCANDALOSA ‘QUESTIONE CULTURALE’

Ma perché il Nord-Est si è sollevato contro Roma? Messa così la risposta pare ovvia, no? E in effetti non ci andate lontano.
Pare che le motivazioni politico-organizzative siano le principali: Iccrea è tacciato essere un gruppo poco trasparente e con una sua struttura già infiltrata da lobby nostrane, lasciando poco spazio ai banchieri del nord.
Inoltre il sistema delle garanzie incrociate visto la volta scorsa è indigesto ai loro vertici, che concludono sia meglio “affratellarsi” con BCC più vicine e simili, piuttosto che rischiare con banche che fanno riferimento ad altre zone d’Italia, ad altre necessità e sensibilità.

É una ‘questione culturale‘ dicono dalle parti di Trento, e quando il discorso finisce lì, statene certi che è….

Tuttavia recenti sommovimenti, che non esitiamo a definire tellurici, hanno reso più complicato interpretare la divisione quale rottura lungo la faglia Nord-Sud: già a ottobre del 2016 una BCC di Taranto, la Banca di San Marzano, aveva entusiasticamente aderito all’appello fatto da Fracalossi a Verona ad una platea di 200 BCC invitate ad assistere al “divorzio”.

A seguire si aggiunsero San Giovanni Rotondo (Puglia), Civitanova Marche (Macerata), Chiantibanca (Toscana) e Banco di Brescia. Ad oggi risultano 103 le bcc che hanno espresso preferenza per Ccb (ridottesi a 91 per le fusioni a inizio anno), ma la partita non è finita.
Soprattutto in Veneto la mischia sembra furibonda con una ventina di banche equamente divise fra chi ha aderito a Iccrea e chi a Ccb. Pare comunque che vada meglio a Iccrea la quale può contare su alcuni aderenti di peso, quali Banca di Monastier e Sile, CentroMarca banca, Banca della Marca, Credito Trevigiano e BCC di Marcon (quest’ultima poi ha una storia singolare, avendo fin dal 2015 manifestato sempre profonda irritazione per Iccrea).

Inoltre c’è chi giura che alle assemblee dei soci di maggio potrebbero esserci sorprese, come quella accaduta a Banca della Marca, che ha quasi portato alla sollevazione di metà della sala e l’accusa di brogli per favorire l’ipotesi Iccrea spalleggiata dal CdA dell’istituto trevigiano.
Perciò la geografia delle adesioni è molto frastagliata e le scelte adottate risponderanno sicuramente a motivazioni ben diverse dagli ‘aspetti culturali’. Pare che la paura principale sia quella di imbarcarsi in un gruppo che parta da zero, con necessità di assumere e/o formare il personale alle competenze richieste, con quanto ne segue in termini di rischio di intoppi e rallentamenti.

Vi gioca una parte anche il peso non irrisorio di DZ Bank nel capitale e nelle decisioni, benché sia meglio aspettare lo Statuto per capirne meglio la governance.
Ai miei occhi comunque questa situazione a macchia di leopardo può essere vista come una sconfitta per le federazioni regionali delle BCC, interessate a sopravvivere alla riforma e diventare qualcuno dei Sottogruppi regionali previsti dallo schema della Banca d’Italia per alleggerire i compiti della Capogruppo nazionale.

A SOSPETTARE NON SI FA MAI MALE

Ccb e Iccrea modificheranno la loro struttura e finalità: dovendo coordinare molte banche autonome sparse su un vasto territorio dovranno munirsi di competenze molto elevate per affrontare problemi di natura legale-organizzativa-manageriale elevati.
Si renderà necessario, soprattutto per Ccb, reperire risorse competenti inseribili in un contesto, quello cooperativo, che ha caratteristiche proprie.

Chi può corrispondere a queste figure ricercate? Beh, ce ne sono molte nelle istituzioni di vigilanza, e non sarebbe la prima volta che si assiste al fenomeno delle ‘porte girevoli’, uomini delle istituzioni (Vigilanza, Finanza, ministeri) che passano dall’altra parte della barricata.
Peccato che negli anni la pratica abbia creato non pochi abusi e conflitti di interesse come quelli  denunciati in Veneto Banca e Popolare di Vicenza dai giornalisti Greco e Vanni nel libro Banche impopolari. Magari, una controllatina e una maggiore vigilanza non guastano mai.

Lo scandalo del Fondo Temporaneo, anch’esso istituito dalla riforma e nato a primavera 2016 con un patrimonio di 400 milioni, è invece più di un sospetto.
Il Fondo venne creato per assicurare le risorse utili a aggregazioni che si rivelassero necessarie prima della entrata a regime del sistema riformato del credito cooperativo, e dopo le discusse dimissioni di Masera, uscitone per non meglio precisate ‘divergenze con la direzione imposta dal Consiglio’, è presieduto da Augusto Dell’Erba (non vi suona familiare? Già, proprio il neo presidente di Federcasse). Il Fondo è stato accusato di aver utilizzato 150 milioni in due operazioni di salvataggio di amici degli amici o in aperto conflitto di interessi.

La più discussa è l’aggregazione di Banca Emilia e Emilbanca, sia perché il presidente di quest’ultima, Magnani, guardacaso presiede la stessa Iccrea, fortemente rappresentata nel board del Fondo, sia perché l’operazione prevedeva l’acquisto di un portafoglio da 66 milioni di NPL a valori di libro e non di mercato. Operazione del tutto analoga a quella nata già morta di Atlante a livello nazionale, destinata altrettanto verosimilmente a causare perdite secche al patrimonio del Fondo.
Il copione si è poi ripetuto pari pari per l’aggregazione di Bcc di Sesto S.Giovanni e Bcc di Corugate e Inzago, quest’ultima presieduta dall’ing. Maino, vice presidente di Iccrea, con acquisto di NPL a valori di libro per 24 milioni.
Sorvoliamo l’episodio del tentativo di salvataggio della BCC di Paceco (78 milioni, sempre con ipotesi di cessione di crediti deteriorati a prezzi non di mercato per 67 milioni), naufragata perché nel frattempo la BCC citata è stata posta in Amministrazione Giudiziaria per infiltrazioni mafiose.

Viene perciò il sospetto che quella ragnatela di compiacenze, clientelismi, conflitti di interesse che la riforma voleva sanare sia invece ancora forte e attiva. Un risultato che fa strame delle attese cresciuteci attorno.
Esiste però a mio parere un ulteriore motivo di sospetto: dati due GBC distinti, ciascuno con il suo approccio e capacità nella gestione delle crisi delle proprie BCC aderenti, è lecito supporre che sarebbe opportuno un coordinamento o una due diligence in questa gestione prima di ricorrere a risorse che sono versate obbligatoriamente da tutte le BCC, comprese quelle non aderenti al gruppo cooperativo che intende ricorrervi?

A quanto mi risulta una tale eventualità non è prevista, e se tanto mi da tanto non è desiderata né da Ccb né da Iccrea. In alternativa Banca d’Italia dovrebbe porsi come garante dell’efficacia delle azioni risolutive di entrambe le Capogruppo per tutelare i soldi erogati dal sistema nella sua interezza.

QUALE MODELLO DI BANCA STARA’ MEGLIO?

Malgrado i ripetuti mantra ministeriali che il sistema creditizio sia ‘fondamentalmente’ sano, che già basterebbe a farne allontanare gli investitori,

c’è qualcosa di marcio in Italia

Quale modello di banca (SpA, Popolare o BCC) ha finora dato migliore prova di sé e quale probabilmente la darà in futuro?

I giornali Libero e Repubblica, ancora in autunno, paventavano una ‘tempesta perfetta’ per le BCC, usando come prova l’urgenza di Banca d’Italia a concludere le fasi preliminari della riforma del settore per garantirne ‘la stabilità finanziaria’.
Malgrado la retorica sulla solidità del settore e il primato del credito cooperativo nel selezionare il credito e creare valore, i dubbi sono fondati.

Limitiamoci a considerare redditività, sofferenze e incidenza settoriale del peso dei non performing loans sul patrimonio.
Alcuni studi di settore indicano che le percentuali delle sofferenze e delle relative garanzie pongano le Bcc solo di poco in posizione migliore rispetto alle concorrenti SpA e popolari (segno che la tanto declamata capacità di selezionare e allocare credito è un mito).
Ma non tutte le ciambelle riescono col buco: il cost/income ratio dei crediti cooperativi è di gran lunga più alto rispetto ai concorrenti, e in tempi di magra come questa è la crescita del reddito netto che farà da discrimine fra la vita e la morte.
Però l’attività tipica e prevalente delle BCC è la tradizionale concessione di credito, che genera margine di intermediazione (quasi il 70% dei ricavi totali per le BCC), schiacciato da alcuni anni dalla politica monetaria espansiva della BCE e dal peso degli accantonamenti per il credito deteriorato. Il margine commissionale, legato all’erogazione di servizi, ha un peso inferiore ed è legato ad attività che banche così piccole non sono sempre in grado di gestire profittevolmente.

Piccolo non sempre fa bello

A ciò si aggiunga che la dimensione organizzativa sfavorisce nelle BCC un recupero interno degli NPL, obbligandole di fatto alla svalutazione completa oppure alla cessione ai risicati prezzi di mercato.
La tabella sotto, tratta dallo studio di Mediobanca sui bilanci 2015, presenta le 126 banche con un Texas ratio, il rapporto fra NPL e patrimonio, superiore a 100%, un chiaro indice di rischio. È impressionante notare che circa 100 delle banche in tabella siano BCC, quasi una su tre dell’intero settore.

Magari non vi saranno motivi di temere crolli sistemici, ma lascerei l’esultanza per altri tempi, e non vedo ragioni di credere che il sistema del Gruppo Cooperativo e delle garanzie incrociate sia sufficiente a garantire la stabilità del settore.

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Banchiere Cannibale

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