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Il balordo di via Carbonia

“….Dopo due mesi di circolazione parallela con l’euro (la moneta unica europea in vigore dall’1 gennaio 2002 anche in Italia) da oggi la lira non può più essere usata per i pagamenti. Il notiziario del mattino di oggi, 1° marzo 2002, si chiude qui. Grazie per l’attenzione e arrivederci.”

Beppe Mondini prese tra le mani l’antiquata radio a transistor e la spense. Lo fece con delicatezza, con rispetto, con gratitudine: nella piccola cella del carcere milanese di San Vittore, per 26 lunghissimi anni, quel modesto apparecchio aveva rappresentato una parvenza di legame con il mondo esterno, che andava avanti mentre lui era irrimediabilmente bloccato…

 

Milano, 1971. Se possibile, via Carbonia era alla periferia della periferia. Zona di confine, non più Vialba e non ancora Quarto Oggiaro ma l’impronta culturale era quella di Quarto, un popoloso rione con un’elevata percentuale di immigrati dal Sud, sorto a metà degli anni ‘50 da un progetto urbanistico di sola edilizia popolare su larga scala.

In via Carbonia sopravviveva un grumo di case cosiddette “minime”, abitazioni costruite alla fine degli anni ’30 per ospitare le famiglie meno abbienti sfrattate dalle vecchie case del centro durante le opere di riqualificazione promosse dal regime fascista. Erano costruzioni provvisorie che in realtà furono demolite solo alla fine degli anni ‘80, senza che nessuna amministrazione si preoccupasse di attuare la benché minima opera di manutenzione, cosicché il loro aspetto già privo di qualsiasi abbellimento architettonico – una sequenza di parallelepipedi ad un piano, in cemento finito ad intonaco, con strette finestre e con il tetto piatto, collocati dentro spogli cortili asfaltati –  divenne via via più miserabile, di pari passo con la condizione umana di coloro che vi abitavano.

Beppe guardò la madre che russava, buttata di traverso sul logoro divano che occupava quasi per intero l’unica stanza che fungeva da tinello, da cucina e da salotto. Le si avvicinò con cautela – precauzione inutile, non l’avrebbe svegliata neanche una cannonata – e percepì odore di vino da due lire, di sudore, di sporcizia. Di miseria. Ne fu disgustato, e giurò a se stesso che sarebbe fuggito da tutto ciò.

Certo non avrebbe potuto farlo grazie al lavoro di operaio all’Alfa Romeo che gli aveva procurato Don Stefano, che lo aveva pescato a dieci anni che scassinava le cassette delle offerte in chiesa ed aveva avuto compassione di quel ragazzino che cresceva per strada in mezzo a sbandati di ogni risma. Né fu di conforto la relazione con Rosy, storica fidanzata (brava ragazza, operaia alla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni) che abitava con la famiglia nelle case popolari di Via Satta e che cercava invano di convincerlo che solo un lavoro onesto avrebbe potuto consentirgli di riscattare un destino che pareva già segnato.

Fu invece l’incontro con Renato Vallanzasca e con la sua Banda della Comasina che, quando Beppe aveva 21 anni, cambiò il corso della sua esistenza.

Beppe era costantemente incazzato: con quella tossica ubriacona di sua madre, con suo padre che non sapeva nemmeno chi fosse, con la famiglia materna che non aveva più voluto sapere nulla di una figlia disgraziata e del figlio di n.n. che aveva sfornato, con i ricchi, con la città intera, con la vita e con Don Stefano e con la Rosy che si erano messi in testa di salvarlo.

All’Alfa Romeo aveva legato con un paio di ragazzotti che abitavano nelle case popolari della Comasina. I due facevano parte della Banda di Vallanzasca, e un giorno glielo presentarono. Beppe subì la fascinazione del carisma di quel ragazzo suo coetaneo e si associò presto a piccoli furti e rapine, che compiva con l’incosciente quanto strampalato convincimento di mettere in atto una rivoluzione. Quando Vallanzasca gli consegnò la Beretta con la matricola rigorosamente e fieramente abrasa, Beppe si sentì orgoglioso ed invincibile; finalmente provava un senso di appartenenza, non si sentiva più un reietto. Forte di queste certezze e con qualche soldo in tasca, divenne sempre più aggressivo ed incauto.

Dopo la terza rissa per futili motivi fu licenziato dall’Alfa Romeo e fu anche cacciato dalla palestra Ursus, dove andava a tirare di boxe, perché nei combattimenti era sempre palesemente e pericolosamente scorretto. Beppe si risentì per la cacciata dalla palestra, ma fu con sollievo che accolse la lettera di licenziamento dell’Alfa Romeo: ora aveva bisogno di potersi dedicare a tempo pieno alle attività criminose della banda. Di tutto ciò non disse nulla alla fidanzata, che era sempre più preoccupata per le sue frequenti assenze e per i suoi esasperati atteggiamenti da bullo.

Le certezze di Beppe vacillarono nel febbraio del 72, quando Vallanzasca fu arrestato dopo una rapina in un supermercato. Senza più un Capo, la Banda si disgregò velocemente. Dopo una serie di piccoli furti e di lavori saltuari che gli permisero a malapena di campare, nella primavera del ‘73 Beppe riuscì a convincere un disgraziato come lui che il piano che aveva architettato per rapinare una gioielleria a Bollate, che teneva d’occhio da un po’ di tempo, era perfetto.

Ma il piano perfetto non esiste: il proprietario della gioielleria, quando vide entrare i due con il volto coperto proprio mentre stava chiudendo il negozio, estrasse una pistola da un cassettino del banco. Beppe reagì d’istinto e sparò: l’imprevisto aveva scatenato in lui una rabbia esasperata. Scapparono lasciandosi dietro un cadavere, ma furono catturati circa una settimana dopo.

Le indagini collegarono Beppe ad una serie di crimini commessi dalla Banda della Comasina. L’avvocato d’ufficio che gli fu assegnato era giovane e poco esperto, e nell’autunno del ’76 la Cassazione confermò la condanna a 26 anni di detenzione per rapina a mano armata ed omicidio doloso, oltre che per complicità in rapine precedenti.

Il 30 di ottobre 1976 i cancelli del carcere di San Vittore si chiusero dunque sui giorni di Beppe Mondini, di anni 26, balordo di Via Carbonia figlio di Mariele Mondini e di n.n.

Rosy dovette infine aprire gli occhi e prendere atto del fatto che si era innamorata di un disgraziato. Dal quale aspettava un figlio. Lo comunicò a Beppe nel corso dell’unica visita che gli fece in carcere. Gli disse anche che a quel figlio avrebbe raccontato che suo padre era morto di malattia e che poiché anche lei lo considerava morto, non l’avrebbe mai più rivista. Il volto opaco di Beppe non mutò espressione quando le disse:

“Lascia che lo riconosca. Non deve essere figlio di n.n.”.

Rosy lo guardò a lungo prima di rispondere:

“Sì. Mi sembra giusto. Ti farò portare le carte da firmare da Don Stefano, quando sarà il momento”.

Raddrizzò la schiena, si strinse al collo il bavero del soprabitino blu, come se all’improvviso sentisse freddo, si alzò e gli volse per sempre le spalle senza più dire nulla.

La rabbia ferina che aveva condizionato Beppe per tanti anni svanì abbastanza in fretta: nello spazio di sei metri quadrati che condivideva con altri due detenuti, l’istinto gli suggerì immediatamente di dedicare tutte le sue energie alla sopravvivenza quotidiana. Rifletté amaramente sul fatto che la miseria nella quale avrebbe vissuto da quel momento in poi sarebbe stata ben peggiore di quella dalla quale aveva cercato di sfuggire. A San Vittore si era sparsa la voce che Beppe era uno della batteria di Vallanzasca, il quale era da poco evaso dal medesimo carcere, e questa appartenenza, secondo un rigido ed imperscrutabile codice malavitoso, gli valse da subito un incondizionato rispetto da parte degli altri detenuti. I suoi due compagni di cella scontavano entrambi pesanti pene per omicidio. Gino era un cinquantenne che si era beccato l’ergastolo perché sparando alla volante che lo inseguiva, dopo una rapina alla Banca Nazionale del Lavoro in via Ripamonti con alcuni complici, aveva colpito il serbatoio facendo esplodere l’auto. Nessuno dei quattro poliziotti che erano a bordo era sopravvissuto. Gino era un ligéra, perfetto rappresentante della vecchia mala milanese: nato e vissuto a Porta Cicca, aveva dedicato tutta la vita al furto con scasso. Il salto di qualità con la rapina a mano armata gli era andato decisamente male. Walter era un ragazzo di 27 anni di Baggio, incarcerato da poco con una condanna a 30 anni: aveva ammazzato a martellate il padre dal quale aveva subito botte ed abusi dall’età di sei anni ed aveva tentato di uccidere la madre, che sapeva e non lo aveva impedito. Non gli avevano concesso nessuna attenuante, eppure ne avrebbe avute parecchie. Tra i tre si stabilì ben presto un rapporto solidale e quando l’animo di uno di loro cedeva, gli altri erano pronti a sorreggerlo.

Beppe non volle vedere sua madre, quando gli fu annunciata la visita e la donna girò sui tacchi volentieri. Non ne seppe più nulla fino alla sua morte, che sarebbe avvenuta tre anni dopo, per overdose. Accettò invece le visite di Don Stefano, al quale impose tuttavia una regola intransigente:

“Don, non venire qui a parlarmi di Dio. Se vorrò avere sue notizie, te lo farò sapere”.

Don Stefano, parroco di frontiera convintamente socialista che tutti i giorni cercava Dio e trovava demoni di ogni tipo, rispettò il patto. Portava a Beppe molti libri di ogni genere, da Tolstoj a Marx a Chandler, e durante i loro incontri commentavano queste letture.

Era un giorno di marzo che aveva già voglia di lasciare l’inverno, e il cielo di Milano che si poteva scorgere dalla finestrella posta troppo in alto in quella cella che era diventata tutto il suo mondo era insopportabilmente azzurro, quando Don Stefano gli portò le carte da firmare per il riconoscimento di sua figlia Giuliana. Quella notte non riuscì a dormire. Gino se ne accorse e si mise a sedere sulla branda. Fumarono in silenzio per un poco:

“Gino, ho una figlia”.

“Tu non hai niente, Beppe. Ci penserà qualcun altro a crescere questa figlia mentre  marcirai qui dentro per un quarto di secolo, e quando uscirai di qui avrai più o meno la mia età e nessuna prospettiva. Non metterti strane idee in testa. Io ho un paio di figli sparsi per la Lombardia, non sanno nemmeno chi sono ma è meglio così”.

Il chiarore argenteo di una sfacciata luna tonda entrava dalla finestrella posta proprio sopra alla sua branda, Beppe prese il libro che gli aveva portato Don Stefano e si avviò a leggere. Era “La malora”, di Beppe Fenoglio.

Il giorno dopo scrisse una lettera a Rosy. Le disse che avrebbe voluto avere un’altra occasione, ma era tardi: era consapevole del fatto che questa vita se l’era giocata. Non proprio un pentimento o un rimorso, ma certo un rimpianto. Non ebbe mai alcuna risposta.

I giorni trascorsero lenti e tutti uguali, i ritmi scanditi dai medesimi eventi primari e primitivi: i pasti, le ore d’aria, le visite, e per scorgere un pezzetto di cielo era sempre e comunque necessario rovesciare il capo all’indietro, perché qualsiasi spazio era delimitato da alte mura. E fu in un giorno qualunque di 21 anni dopo che una guardia annunciò a Beppe la visita di sua figlia.

Percepì qualcosa di familiare nei lineamenti di Giuliana, che certamente gli somigliava: gli stessi occhi ambrati ed i capelli chiari e mossi, mentre la mamma (di origini calabresi) aveva occhi e capelli scuri. Vi fu un primo momento di imbarazzo – la mente di Beppe visualizzò il se stesso che avrebbe potuto essere andare a prendere la figlia bambina alla scuola elementare di via Arsia – poi la ragazza parlò:

“Ho trovato la lettera che scrivesti alla mamma dopo la mia nascita, e così l’ho costretta a raccontarmi la verità. Ho rintracciato Don Stefano che mi ha dato indicazioni sulla prassi da seguire per ottenere un colloquio”.

Beppe non sapeva cosa dire, era frastornato da sensazioni che non era preparato ad accogliere e che incrinavano la superficie piatta – come anestetizzata – della sua attuale esistenza. Giuliana gli raccontò che Rosy si era sposata con un brav’uomo che le aveva portate a vivere a Turro, in viale Monza, e che lei dopo il Classico si era iscritta alla Statale dove frequentava Giurisprudenza.

“Ora vorrei che tu mi spiegassi come hai potuto essere così coglione. Don Stefano sostiene che tu sia sempre stato piuttosto intelligente”.

Fu da lì, cercando la risposta a questa domanda, che incominciò a costruire un rapporto con sua figlia, che gli rese visita puntualmente una volta al mese durante i cinque anni che lo separavano dalla libertà. Parlarono di molte cose, fiutandosi come due cani che hanno intenzioni amichevoli ma ancora non sanno se possono reciprocamente fidarsi. Lei lo chiamava “Beppe” e chiamava “papà” il marito di Rosy – lui ne provava un leggero dispiacere ma sapeva che era giusto così – e non accennarono mai alla sua scarcerazione, che intanto si approssimava.

…gli fu abbuonato qualche mese per buona condotta, e la data di rilascio fu anticipata al 1° marzo 2002.

Vivere per tanto tempo nel VI raggio di San Vittore era stata un’esperienza durissima, ed il rapporto con i due compagni di cella era stato fondamentale: erano stati la sua compagnia, il suo supporto psicologico, la sua famiglia. Erano persino riusciti a ridere e scherzare. Li salutò con un abbraccio commosso prima che uscissero per l’ora d’aria. Walter lo strinse forte senza dire nulla, Gino invece gli ringhiò nell’orecchio

“Non farti vedere mai più, mi ricorderò comunque di te. Stai lontano dai guai, hai ancora un po’ di vita davanti…”.

Poco dopo, la guardia che lo prelevò lo ammanettò e lo sospinse fuori dalla cella. Lungo il VI braccio si levò un’ovazione corale di posate sbattute contro le sbarre e di piedi pestati per terra. Beppe guardò quei visi che gli sorridevano dietro le grate e fu sopraffatto dalla consapevolezza dell’imminente libertà – a lungo agognata ed ora temuta – e dovette fermarsi perché gli tremavano le gambe. La guardia lo sorresse con un gesto sollecito e privo di qualsiasi compassione; in una piccola sala gli tolse le manette e stette a guardarlo mentre si spogliava degli abiti carcerari ed indossava quelli che gli aveva portato Don Stefano. Di nuovo le manette, un portone blindato si aprì e fu condotto verso l’uscita attraverso un corridoio esterno a gabbia, e fu accolto dai rumori di Milano, l’industriosa indaffarata città che non vedeva da tanto e che non avrebbe riconosciuto perché Milano non si ferma mai, nemmeno di fronte alle sconfitte e alla morte. La guardia gli tolse le manette, aprì il cancello ed infine si trovò sul marciapiede di Piazza Filangieri.

“Addio, Mondini. Buona fortuna”.

Aveva in tasca un inutile biglietto da diecimila lire e qualche euro risparmiato sulla spesa da quelli che gli portava Don Stefano. Li avrebbe spesi per raggiungere l’ormai anziano parroco a Quarto, nella parrocchia di Santa Lucia, il quale lo avrebbe aiutato di nuovo a trovare un lavoro ed una sistemazione.

Guardò la piazza trafficata, socchiuse gli occhi per un raggio di tiepido sole che fece capolino all’improvviso dietro una nuvola candida, sentì l’aria fresca sulla pelle. Era libero, ma era anche ad un bivio definitivo: avrebbe dovuto scegliere se affondare o imparare a nuotare in un mare sconosciuto; non aveva fede e  non poteva permettersi speranze.

Una piccola utilitaria rossa frenò bruscamente sul lato opposto della strada, Beppe vide Giuliana scendere dall’auto e sbracciarsi nella sua direzione:

“…papà!”

E allora quel nodo ostinato si sciolse e arrivarono le lacrime, quelle che non aveva mai versato nemmeno da bambino, perché sapeva che nessuno lo avrebbe consolato, e mentre attraversava la strada lasciando che il pianto lavasse il suo viso stanco, optò per la sospensione dell’incredulità convincendosi che la sua storia potesse persino avere un lieto fine.

 

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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