Il cielo in una stanza

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Il 9 di novembre del 1989 il Muro di Berlino crollò a causa di un errore di comunicazione del Responsabile del Politburo che, pressato dalle domande di alcuni giornalisti durante una conferenza stampa, indetta per annunciare qualche modesta apertura alla parte occidentale, travisò il contenuto della bozza di un comunicato ufficiale. Si diffuse così la notizia che era immediatamente ammessa la libera circolazione fra i cittadini delle due Germanie, e fu l’inizio di una nuova era.

In realtà, le proteste della popolazione, la stagnazione dell’economia  ed il conseguente indebolimento del regime comunista nella Germania dell’Est avrebbero comunque condotto a questo evento, ma forse molto più in là nel tempo. L’avvicendarsi di cicli storici può subire un’accelerazione a causa di malintesi e di accadimenti apparentemente fortuiti: qualche volta i muri crollano, altre invece si innalzano all’improvviso in una notte, oscuri ed inutili baluardi di una civiltà decadente.

 Una debole luce opalescente rischiara la stanza e attraverso i doppi vetri il rumore del traffico della domenica mattina giunge ovattato e lontano.

Oddio, mattina: l’orologio sul comodino indica le 12,45, diciamo pure mattina inoltrata. E’ un’ora in cui la maggior parte della gente perbene a Milano se ne sta seduta a tavola, mentre altri, che si sono arresi solo all’alba con il cielo novembrino che già schiariva faticosamente, emergono di malavoglia e con l’alito pesante da una notte che non ha portato alcun consiglio.

Mi alzo e guardo fuori dalla finestra: passano poche auto in viale Andrea Doria, il cielo è una grigia cappa monocromatica e cade una sottile pioggia rassegnata. Una tipica domenica di novembre, mese di mezzo che ha già perduto i colori dell’autunno e non ha ancora conquistato la fredda limpidezza dell’inverno.

Enzo dorme, la testa ricciuta poggiata di traverso sul cuscino, il diamante che brilla al lobo dell’orecchio sinistro. Eccolo lì, l’inconsapevole fondo del sacco della spazzatura nel quale mi sono avventurata ormai da qualche tempo. Mi rivesto in fretta, gli poso sulla fronte un bacio leggero ed irrisorio, perché ha l’animo di un rospo che non si tramuterà mai in principe azzurro,  ed esco dal suo appartamento tirandomi dietro la pesante porta laccata di blu, che sarà così intelligente da bloccarsi automaticamente dietro le mie spalle con un piccolo “clac”.

Milano sotto la pioggia in una domenica autunnale, e non so immaginare niente di più deprimente. Resto per qualche minuto seduta in auto ad ascoltare il fruscio ritmico dei tergicristalli sul parabrezza, mentre la pioggia aumenta di intensità. Vince definitivamente la tristezza, dalla quale mi lascio avviluppare. Mi sento addosso un odore che non è il mio, e ho fretta di arrivare a casa per lavarmi.

Anche percorrendo un tratto di Corso Buenos Aires non ci metto molto a raggiungere via Eustachi. Apro il frusto portoncino di vetro e metallo e salgo a piedi fino al terzo piano ticchettando su ogni pianerottolo con i miei tacchi alti ed inspirando robusti aromi di aglio, di soffritto e di arrosto, con sottofondo di televisioni accese e di conversazioni dietro le porte chiuse.

Casa mia invece è asettica e silenziosa. Nel bagno persiste la leggera fragranza cipriata del profumo che ho indossato ieri sera, ultimo gesto prima di uscire nella notte alla ricerca di emozioni fugaci, purché immediatamente fruibili, in una Milano da bere che ormai ha i bicchieri quasi vuoti, il che conduce a bere con ancor maggiore avidità e scelleratezza. Non alzo le tapparelle, voglio lasciare fuori la città. Pesco un LP di Mina e ascolto il lieve crepitare della puntina sui solchi del vinile. Poi, la sua voce. Ecco, strappami il cuore e lascia che lo guardi e che ne rovesci il contenuto sul tavolo della cucina: voglio rovistare nella mia malinconia. Mi immergo nell’acqua calda della vasca da bagno fino al collo dopo aver buttato nel cesto della biancheria sporca gli abiti puzzolenti di fumo, che è poi tutto quello che mi rimane della nottata appena trascorsa

Chissà se tu almeno sei felice, se hai avuto ciò che volevi. Io avrei voluto solo te, mi nutrivo del tuo idealismo rivoluzionario e gridavo per le strade al tuo fianco con il pugno alzato verso il cielo. Ero tanto giovane e tu eri il mio primo amore, ed era un sentimento con quel senso di improcrastinabile assoluto che si può provare solo una volta nella vita. Mi sei sfuggito come acqua corrente tra le dita, acqua che non si può fermare:  eppure tu ti sei fermato poco più in là, in una pozza stagnante, come io mi  immagino la tua vita di tranquillo borghese sposato con la scialba rampolla del palazzinaro miliardario.

Dopo, per un certo periodo di tempo mi sono chiusa in casa, buttandomi negli studi con un furore ottuso e ottundente. Sono stata fortunata ad entrare in una grande multinazionale subito dopo la laurea: nel giro di pochi anni ho conquistato una posizione gratificante e ben remunerata, che mi ha permesso di uscire da una famiglia con la quale stavo benissimo per completare la mia indipendenza.

Trascorso qualche anno di impegno professionale assoluto ed esclusivo di qualsiasi altra forma di socializzazione, mi sono trovata quasi per caso ad esplorare gli angoli opachi della città. Ho camminato in equilibro disinvolto seppur precario sul cornicione di un metaforico grattacielo, attratta dall’oscurità punteggiata da ingannevoli luci che contemplavo con disincantata curiosità. Non ho mai provato compassione o empatia per le fragilità e le abiezioni alle quali ho assistito, e se vi ho partecipato è stato sempre e solo con la calcolata freddezza dello sperimentatore. Perlomeno, questo è ciò che ho continuato a ripetermi in questi anni: eppure, non sono riuscita ad allontanarmi dal senso di sconfitta né dal rimpianto, e in compenso mi è rimasta appiccicata addosso una sporcizia impercettibile ma tenace, che non riesco più a lavare via.

Forse avrei dovuto cercarti, per vedere come sei adesso, per capire cosa sei adesso, magari per scoprire che ormai non mi interessi più. Invece non ho mai voluto farlo, e ho evitato accuratamente i circoli anarchici e i fricchettoni rivoluzionari che frequentavamo allora, e che comunque non appartengono più nemmeno alla tua nuova vita, di sicuro. Meglio rinnegare puntigliosamente tutto quanto, ed ho persino votato per Bettino Craxi.

Ieri la serata era incominciata come sempre al bar in fondo a via Andrea Doria, con la solita gente. Una fauna eterogenea accomunata dal medesimo vuoto interiore: qualcuno si illude di colmarlo, qualcun altro lo coltiva e lo alimenta scientemente. Ci si ritrova al bar per una sorta di tacito accordo, ma spesso ci si disperde nel corso della nottata.

Ci eravamo trasferiti al Rose’s Club, locale che sta proprio dietro al Gin Rosa: musica, fumo, personaggi in cerca di autore, e l’unico autentico è probabilmente il maturo barman, il solo che sa vedere la realtà riflessa nello specchio alle sue spalle. Erano quasi le due e il Rose’s si stava svuotando quando era arrivato Enzo. E’ il direttore artistico del Burlesque, piccolo night club in Largo Cairoli, personaggio affascinante e carismatico con la morale di un gatto randagio.

Lo avevo seguito a casa sua, dove poco dopo erano giunti alcuni noti personaggi del cabaret milanese, tutti usciti dal Derby Club di via Monte Rosa. L’appartamento all’ultimo piano dello stabile signorile in Viale Andrea Doria si era rapidamente saturato di fumo, di sentore di spaghetti al pomodoro e di conversazioni leggere e un poco sconclusionate da nottambuli professionisti, molti dei quali in preda ad una lucidità iperattiva assolutamente artificiale. Era come fluttuare su una nuvola dove si sapeva che tutto era terribilmente falso, ma in quel momento sembrava così vero, o comunque era tutto quel che c’era.

Lo sguardo di Enzo si era fatto via via più torbido, e quel che era successo dopo che tutti se ne erano andati, per quanto divertente, era quanto di più distante ci possa essere da qualsiasi blanda forma di affetto.

Trascorro quel che resta della domenica dormendo, poi finalmente è di nuovo lunedì e posso ripararmi dentro un sobrio tailleur blu. La settimana trascorre veloce ed è di nuovo venerdì. Realizzo ad un tratto che se dovessi sparire nessuna delle persone che frequento si preoccuperebbe per me: è quello che capita quando si stabiliscono distanze siderali.

Senza una ragione particolare mi ritrovo a pensare a Tito, quel compagno di università tarantino che si era messo insieme ad una pittrice olandese, con la quale si era trasferito nella comunità di artisti a Bussana Vecchia: era l’unico alternativo genuino della compagnia, e fu l’unico a lasciare Milano per cercare una dimensione più coerente con i suoi ideali.

Ad un tratto, la fuga mi sembra l’unica via percorribile. Non so come sia il mare d’inverno, ma non è certo il mare che sto cercando. Mi chiudo in casa con la sola compagnia della musica e della lettura, e con la confortante sensazione di essermi sottratta a qualche oscura minaccia. Partirò per Bussana domani all’ora di pranzo.

Abbandonata l’autostrada ad Arma di Taggia, proseguo verso Sanremo sull’Aurelia; raggiunta Bussana Nuova lascio l’auto in un parcheggio e salgo a piedi verso l’antico borgo abbarbicato sulla collina.

Dichiarato inagibile dopo il sisma che devastò l’entroterra ligure nel 1887, fu abbandonato dagli abitanti che ricostruirono le abitazioni più a valle. Negli anni ’60 un artista piemontese si innamorò della suggestione di quel luogo morente, dominato dal campanile miracolosamente intatto della chiesa di S. Egidio, e si adoperò per costituire ed organizzare una comunità internazionale di artisti che restaurarono alcune case e vi si stabilirono. Il Comune ripristinò gli allacciamenti alle reti fognarie, idriche ed elettriche e l’accesso al villaggio venne riaperto, mentre i residenti si dotarono di uno Statuto per regolamentare i rapporti al loro interno, impegnandosi tra l’altro a non rivendicare la proprietà degli edifici restaurati, che sarebbe rimasta in capo alla Comunità. Negli anni ’80 arrivarono anche i turisti, ma il luogo è comunque riuscito a mantenere la sua atmosfera remota e misteriosa, sospesa in un altro tempo: rispetto all’ultima volta che sono stata qui, una decina d’anni fa, c’è solo qualche bottega in più.

Forse è la fascinazione dell’Utopia realizzata,  che mi conduce oggi in questo posto, o forse è solo voglia di scappare, e dovrei stabilire da cosa.

Il cielo nuvoloso si sta rischiarando, spazzato da una brezza sostenuta ma mite che muove un odore aspro di terra umida e di fuoco di legna. Non è stagione turistica e noto che molte botteghe sono chiuse: non tutti gli artisti risiedono nel villaggio tutto l’anno. Prima di cercare Tito e la sua compagna salgo fino alla chiesa, scavalco un muro diroccato e mi fermo dinanzi all’arco del presbiterio, rimasto stranamente e sinistramente in piedi insieme agli archi delle cappelle laterali: sotto i miei piedi l’erba ingiallita dell’inverno imminente, sopra la mia testa il cielo, ormai quasi sgombro dalle nubi. Poco distante, là sotto si vede il mare.

 “Fa sempre un certo effetto, vero?”

L’uomo che ha parlato alle mie spalle facendomi sobbalzare è molto alto e magro, indossa un maglione troppo largo sopra jeans sdruciti e macchiati di vernice. Ha folti capelli castani spettinati e un accenno di barba, e nel volto scavato spiccano gli occhi verde chiaro. Dall’aspetto, direi che è uno degli artisti di questo strano luogo.

C’è qualcosa che mi imbarazza nel suo sguardo troppo franco e non so cosa rispondere, così gli chiedo se mi sa dire se Tito e Anja sono ancora qui. Scuote la testa lentamente e dice, con la cadenza dolce e musicale di un francese quando parla la nostra lingua:

“L’italiano e la pittrice olandese?…se ne sono andati l’anno scorso, quando il bambino più piccolo si è ammalato di broncopolmonite. Forse sono in Olanda”

e fa un gesto ampio con la mano, come a voler indicare un posto lontano.

Mi allontano dalla chiesa e l’uomo mi si affianca. Ci incamminiamo per gli angusti carrugi e lui si presenta senza togliere la mani dalle tasche: scopro così che si chiama Julien e non è francese ma canadese, ed è un fabbro che realizza grate, ringhiere e cancelli che vende in tutta la provincia di Imperia. Mentre la luce si appanna e si smorza l’aria si fa più fresca e umida. Pur senza seguire un filo propriamente logico le parole scorrono lievi, una dietro l’altra, come i passi che continuiamo a posare sui ciottoli consunti e scivolosi.

L’illuminazione su queste antiche viuzze è pressoché inesistente, ed è ormai buio quando ci fermiamo davanti ad una porta verniciata del medesimo color ocra delle macchie sui jeans di Julien. Da un braccio in ferro battuto infisso nel muro pende un’insegna in latta gialla con la scritta “Casa di Julien”, e l’edificio è piuttosto alto ma la parte superiore è diroccata.

“Ti prego, cena con me”,

dice, e io non ho voglia di uscire da questa dimensione quieta e rallentata, e non ho voglia di allontanarmi dal calore odoroso che emana quest’uomo.

Entriamo in un ampio locale rischiarato dalla luce della luna, che entra liquida e dorata da una grande finestra all’inglese con i vetri in diverse tonalità di giallo. A terra e appoggiati alle pareti i lavori di Julien, trine elaborate ed eteree in ferro battuto, di singolare bellezza. Un’apertura ad arco conduce dal laboratorio alla cucina soggiorno, nella quale prepariamo le trenette al pesto. Un grosso gatto dal mantello grigio fumo sonnecchia su una sedia impagliata e mi guarda per un attimo con un lampo di contenuta curiosità negli occhi tondi e gialli.

I discorsi ora si alternano a silenzi rilassati e complici. Nello sguardo di Julien affiora di tanto in tanto un’antica sofferenza che me lo fa sentire più simile e più vicino, e mi chiedo cosa lo abbia condotto qui.

La stretta scala che conduce al piano superiore ha i gradini di legno e scricchiola ad ogni passo. La camera da letto ha il soffitto basso e  l’ampiezza di tutto il piano inferiore; una libreria in legno grezzo occupa per intero una parete e trabocca di libri dalle copertine colorate e consunte. L’ultima rampa di scale finisce davanti ad una porta chiusa con un catenaccio, oltre la quale c’è l’ultimo piano, a cielo aperto. Sui muri diroccati sono cresciuti rustici arbusti dalle foglie carnose e tra le piastrelle sconnesse spuntano ostinati ciuffi d’erba.

La voce di Julien è sommessa e cantilenante e mentre io conto le stelle, lui le chiama per nome. Dalle nostre bocche escono piccole nuvole di vapore freddo, e  a un certo punto è così normale cercare rifugio nel suo abbraccio.

Il mattino dopo mi risveglia un piccolo tonfo sul letto: Rimbaud, il gattone grigio, si avvicina circospetto e felpato. Mi fissa per qualche istante con il suo sguardo giallo, poi incomincia a fare le fusa, mi scavalca con delicatezza e si accoccola accanto a Julien, che sorride senza aprire gli occhi e allunga un braccio verso di me. Ci sono cose che non ci siamo detti, forse un giorno lo faremo, ma occorrerà aspettare il momento giusto.

“Ci vediamo sabato, Julien”,

e ho visto i suoi occhi sorridere:

“…ti aspetterò”.

Mentre guido lentamente verso Milano in questo breve pomeriggio autunnale, che alle cinque sta già cedendo al tramonto, all’improvviso tutto mi appare molto semplice e finalmente accettabile. Un periodo della mia vita si è chiuso perché aveva esaurito la sua funzione, uno nuovo si apre e durerà finché sarà giusto che duri: poiché tutto fluisce e tutto è necessario, e la vita è un incessante cambiar pelle e scomporsi e ricomporsi in un nuovo disegno, fino alla fine.

Ma ora, vorrei solo stare a guardare il cielo in una stanza, ed è esattamente quello che farò: almeno per un po’.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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