Il delitto della porta accanto

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Il Vice Commissario Alberto Patané ritornò faticosamente da un sonno tutt’altro che ristoratore con la testa pesante e le membra indolenzite, infastidito da una lama di luce che filtrando dalla tapparella colpiva impietosamente gli occhi, che intuiva gonfi e cisposi come quelli di un vecchio.

Comunque, il nuovo divano non aveva superato la prova: troppo rigido, non recepiva l’impronta del suo corpo di cui il vecchio aveva memoria e nella quale sapeva accoglierlo, amichevole e misericordioso. Rialzandosi inciampò nella bottiglia vuota di birra che aveva posato sul pavimento e si guardò attorno, in quell’ambiente sconosciuto e odoroso di pittura fresca nel quale si sentiva smarrito.

Ad un certo punto si era stufato dei tragitti in auto da via Padova, dove abitava, al Commissariato di via Sebastiano Satta, a Quarto Oggiaro: pesanti non tanto per la distanza quanto per i tempi di percorrenza dovuti al traffico, che ormai a Milano era costantemente sostenuto e calava solo al termine della notte, quando illusioni e velleità si infrangevano e crollavano sconfitte, arrendendosi alla luce irrancidita dell’alba metropolitana.

Aveva dunque trovato un appartamento in viale Monte Ceneri, e Piazzale Loreto, punto di riferimento ideale sin da quando era bambino, sarebbe ora stato sostituito dal Ponte della Ghisolfa. Il trasloco era avvenuto il giorno prima, e si era subito messo a svuotare gli scatoloni e a sistemare le sue cose, perché odiava il disordine. Ripiegato l’ultimo cartone che erano ormai le tre,  si era buttato sul divano esausto e spaesato, con una bottiglia di birra calda in mano e la voce vibrante e mutevole di Polly Jean Harvey che affondava le unghie nel suo animo stanco.

Aveva sognato che nevicava,  grossi fiocchi candidi si posavano sulle spalle nude di un gruppetto di donne silenziose e serie: c’erano Magda e Giuliana e Ines e Marina e Miriam e Frida e lui si sentiva imbarazzato dalla loro contemporanea presenza, perché come in un caotico flashback cinematografico gli tornavano alla memoria momenti intimi condivisi con ognuna di queste, e loro lo guardavano come aspettandosi qualcosa da lui, il quale non capiva e cercava invano di togliere i fiocchi gelati sotto i quali le loro figure scomparivano rapidamente, in una fumosa dissolvenza.

Sollevò la tapparella, guardò il movimento del sabato mattina procedere abbastanza scorrevole sul viale e constatò che nonostante fosse novembre inoltrato non solo non vi era aria di neve, ma anzi persistevano quelle temperature miti per causa delle quali gli alberi erano confusi, al punto da non sapere più se era il momento di spogliarsi delle foglie per prepararsi al riposo invernale o se era invece il caso di buttarne subito di nuove.

Stanco, sì, sono stanco: della miseria umana nella quale mi imbatto ogni giorno, ed è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino, stanco dell’ipocrisia codarda di chi lascia correre perché tanto lo fanno tutti, e stanco di entrare ogni notte in un letto vuoto, dove di tanto in tanto alberga per un po’ la traccia di un profumo sconosciuto, e destinato a rimanere tale.

Si preparò per recarsi in Commissariato ed uscì soffermandosi un attimo sulla soglia a guardarsi attorno, rassegnato al fatto che ci sarebbe voluto un po’ prima che quelle stanze divenissero casa sua.

Sul pianerottolo incrociò la vicina di casa, che aveva conosciuto il giorno prima. La custode ci aveva tenuto ad informarlo che si trattava di una professoressa di liceo in pensione, e la stretta di mano vigorosa con la quale la donna si era presentata, insieme allo sguardo diretto ed indagatore, gli avevano fatto pensare che i suoi alunni dovessero aver passato diversi brutti quarti d’ora. Difficile darle un’età: doveva avere superato la settantina, a giudicare dal viso dai tratti marcati un poco cadenti ma la figura alta e snella e i movimenti decisi ed agili davano un’impressione di energica e giovanile vitalità.

Bel tipo, questo nuovo vicino. Ben piantato, e poi tutti quei capelli così scuri e ricci su di un volto ellenico, ma in fondo agli occhi verdi e obliqui permane la traccia di un tormentato struggimento. Anche lui deve avere il suo bel tarlo che lo rode da un po’.

La professoressa Franca Stucchi di anni ne aveva settantasei e la sua energia non era solo apparente. In gioventù aveva molto amato il tennis e lo sci di fondo, e non avendo né figli né marito aveva coltivato questi due sport fino a pochi anni prima. Divenendo queste attività un po’ troppo impegnative anche per un fisico allenato come il suo,  aveva preferito le lunghe camminate alle quali si dedicava quasi quotidianamente: le piaceva girare per Milano e passeggiando a piedi riusciva a cogliere le sfumature di una città che cambiava  aspetto velocemente, adeguandosi ai ritmi di un tempo in cui tutto è transitorio, e poteva annusare il respiro delle stagioni che si avvicendavano una dopo l’altra.

Qualche volta, vagando per Brera e passando in via Goito davanti al Liceo Parini, dove aveva insegnato filosofia per tanti anni, le tornava alla mente la storia con Remo, ed era questo il suo personale tarlo che rodeva, fin dall’anno scolastico 1976-1977.

A quell’epoca la Professoressa aveva trentasei anni, le piaceva il suo lavoro, frequentava molti amici più o meno suoi coetanei con i quali condivideva interessi e passatempi. Era fidanzata da molti anni con un ricercatore del CNR di Bologna, al quale si sentiva legata da profonde affinità spirituali ed intellettuali. Si vedevano regolarmente ogni due settimane, a Milano o a Bologna, e la loro unione era solida, benché povera di slanci passionali: anzi, forse proprio per quello.

Remo Bartesaghi aveva diciassette anni, possedeva una mente brillante, vivace ed intuitiva e faceva sempre domande acute e spiazzanti durante le discussioni in classe, ma non era solo quello il motivo per cui era l’allievo preferito della IV sezione c per la Professoressa Stucchi.

Non bella di faccia, spigolosa tanto da farla apparire perennemente accigliata, il naso lungo e la bocca dalle labbra sottili, il contrasto cromatico dei capelli folti e corvini con gli occhi grigi dall’espressione attenta rendeva il suo volto ulteriormente austero. E tuttavia, incominciando dal collo armonioso il suo corpo si dissociava da quel rigore e si allungava snello e flessuoso, il seno ampio e la vita strizzata, i fianchi morbidi sui glutei alti, le gambe slanciate e muscolose dalle caviglie fini.

Il Bartesaghi era piuttosto sveglio e accorgendosi della femminilità della Professoressa, benché dissimulata con quotidiano impegno da un abbigliamento impeccabile e castigato, aveva incominciato a guardarla in un certo modo. Così, per gioco, perché lui era un bel ragazzo con un’indole famelica e con il gusto innato per la profanazione. La Prof cadde abbastanza velocemente e non certo per l’abilità del ragazzo: avendo coscienza della giovinezza che le sfuggiva dalle mani, la donna si chiedeva se non si stesse perdendo qualcosa di importante. Negli abbracci imperiosi di quell’adolescente disinvolto ed intraprendente la Professoressa Stucchi scalò le vette di un sesso liberatorio e disinibito, ne assaporò le vertigini e dovette riconoscersi un certo gusto per la trasgressione, latente sotto una patina di rispettabilità e di freddezza

 

Andò avanti per diversi mesi, ma verso la fine dell’anno scolastico Remo incominciò a defilarsi, finché un giorno non le confessò di essersi innamorato di una coetanea.

“…bene, e che problema c’è? I sentimenti non c’entrano nulla con la nostra storia, io ho un fidanzato e tu hai sempre frequentato altre ragazze”,

argomentò la donna, ma sentì l’ansia salire a ondate dal basso, mentre guardava le mani e la bocca di Remo.

“Sì, ma stavolta è diverso, è amore. E’ stato bello, ma finisce qui, Prof, capisci?”.

No, non capiva. Non voleva capire. Non le interessava capire: non voleva rinunciare alle emozioni esaltanti che lui sapeva procurarle e non le premeva indagare sull’oscura dipendenza che ne derivava.

Ebbe la curiosità di vedere la ragazza,

(una cosina bionda, insipida e virginale, con lo sguardo da bestiola timida, che pende dalle sue labbra in perenne adorazione e a letto deve essere un manico di scopa),

lo perseguitò vanamente per qualche settimana, poi lui nei mesi estivi sparì e lei si ritrovò febbricitante e rabbiosa a vagare come un animale affamato per una Milano torrida e mezza vuota, e né Socrate né Kant o Hegel poterono placare la sua frustrazione. L’autunno successivo Remo non tornò al Parini: aveva cambiato scuola.

La Professoressa Stucchi, che dopotutto era donna assennata e solida, se ne fece una ragione, ma c’era una parte di sé che aveva portato alla luce e che non intendeva affatto controllare. Si concesse molte avventure ma divenne un’ostinata ed egoistica ricerca del piacere carnale, e non ritrovò mai più il sesso giocoso e complice vissuto con Remo, il cui rimpianto divenne il tarlo insensato che si annidò nella sua anima e che la accompagnò per il resto della vita.

Mentre decideva i dettagli del matrimonio con il fidanzato bolognese, si ritrovò ad osservarlo con lucido realismo e si rese conto di non avere nessuna voglia di condividere il suo quotidiano con lui. Se lo immaginò vecchio e inorridì al pensiero del suo corpo logorato vicino al suo, così mandò tutto a monte.

Abbandonò la ricerca di certi incontri del tutto disimpegnati ed effimeri quando, con l’età, sopraggiunse anche la cosiddetta pace dei sensi. Ciononostante, il suo tarlo continuava a rodere.

Cedendo alle insistenze dell’unico e affezionato nipote ormai quarantenne, figlio della sorella, da qualche mese la Professoressa Stucchi aveva assunto una domestica a ore: in realtà lo aveva fatto per pigrizia, perché aveva sempre detestato le faccende domestiche.

Un autentico impiastro, Giorgio, tale e quale sua madre. Sempre solo, con quell’aria grigia, mai che si sia saputo di una fidanzata. Si preoccupa per me, ma io sono preoccupata per lui, che non ha la consistenza necessaria per affrontare una vecchiaia solitaria né l’esperienza per scegliersi una compagna accettabile”.

La domestica a ore era una giovane ucraina che le aveva raccomandato il parroco. L’aveva presa subito in antipatia, perché le ricordava l’acqua cheta che le aveva portato via Remo, e allora l’aveva assunta per il gusto di darle ordini e di maltrattarla, nella trasposizione da manuale di psicologia di un meschino desiderio di vendetta.

Non era ancora passato Sant’Ambrogio ma Milano era già vestita per il Natale e fino nelle periferie più remote ed ostili nel buio della sera mille lucette colorate brillavano malinconiche in una vacua intermittenza.

Quel venerdì il Vice Commissario Alberto Patané era di riposo, e l’insistente suono del campanello alle undici del mattino interruppe la sua colazione solitaria e tranquilla.

“…Ispettore Curcio, Commissariato Sempione, buongiorno. Mi scusi, Vice Commissario Patané, ma c’è stato un omicidio nell’appartamento accanto al suo, vorremmo farle qualche domanda…”

Si accorse allora della piccola folla sul pianerottolo e pensò alla Professoressa, ma seguendo l’Ispettore vide che il cadavere sul pavimento del salotto era quello della giovane domestica, una biondina che lo salutava sempre con gentilezza, con quella voce profonda e gutturale così in contrasto con la sua persona piccola e carnosa. Quella voce lo aveva turbato, perché aveva fatto riaffiorare come schiuma densa e scura il suo tarlo: Magda, la ballerina rumena che aveva amato e che non lo amava, e aveva preferito cedere alla disperazione per un altro amore perduto e sbagliato, senza che lui sapesse trattenerla.

Pareva che Helena dormisse, composta e con gli occhi chiusi. Il medico legale disse che era morta per soffocamento, e doveva essere stato usato il cuscino del divano che si trovava accanto al corpo. Non poté essere di alcun aiuto ai colleghi, poiché quella mattina si era alzato tardi e comunque non aveva sentito alcun rumore sospetto provenire dall’appartamento adiacente.

La Professoressa Stucchi, calma e precisa nell’esposizione, aveva raccontato che la sera prima aveva chiesto alla ragazza di dormire da lei perché non si sentiva tanto bene. In realtà si trattava di una banale indigestione e verso la una si era completamente ristabilita, ma ormai era tardi e la ragazza si era fermata comunque.

“Verso le quattro mi hanno svegliata dei rumori in cucina: Helena non riusciva a dormire e si stava preparando una camomilla. Mi ha chiesto una delle pillole per dormire che mi ha prescritto il medico – e che mi guardo bene dal prendere, preferisco chiacchierare con i miei fantasmi – e io gliel’ho data”,

aveva spiegato la donna stringendosi nelle spalle.

“…stamattina sono uscita alle otto e mezza per andare dal parrucchiere qui sotto e lei dormiva ancora. Quando sono rientrata verso le dieci l’ho trovata a terra, e ho capito che era morta”.

Rispondendo alle domande degli investigatori, la donna aveva aggiunto che la ragazza aveva una specie di fidanzato, un suo connazionale  che ogni tanto veniva a prenderla e che le aveva anche presentato, un tipo giovane, biondo e tarchiato, pieno di tatuaggi e con una serie di orecchini sul lobo dell’orecchio sinistro. Anzi, si disse sicura che in sua assenza Helena ogni tanto lo ricevesse in casa sua, ma benché la cosa la infastidisse era solo un sospetto del quale non aveva cercato riscontro.

Al Vice Commissario Alberto Patané non sfuggì l’espressione dapprima incredula e poi stravolta con la quale il nipote della Professoressa aveva ascoltato la testimonianza della zia, la quale ogni tanto lo guardava di sottecchi con un irridente lampo di soddisfazione nello sguardo. Pensò che al posto dei colleghi del Commissariato Sempione avrebbe investigato anche sulla vita della Professoressa, invece di puntare esclusivamente sulla pista del presunto fidanzato, e fu tentato di fare qualche indagine per conto suo, perché la ricerca della verità aveva per lui un richiamo che non riusciva ad ignorare. Decise che l’indomani ne avrebbe parlato con il Commissario Saronni, suo superiore al Commissariato di Quarto Oggiaro.

Quell’ingenua smorfiosa, credeva che non mi fossi accorta del fatto che stesse cercando di circuire Giorgio? E quel cretino, che la guardava imbesuito, in balia di una tardiva e pericolosa tempesta ormonale. Non è stato difficile convincerla a dormire da me in cambio di un lauto extra, e quando l’ho svegliata alle quattro  del mattino chiedendole di farmi compagnia perché non mi sentivo bene ha subito accettato di bere con me la camomilla che avevo preparato. Era ancora mezza addormentata e la pastiglia sciolta nella bevanda l’ha tramortita in un quarto d’ora. Non ha nemmeno reagito quando più tardi le ho schiacciato il cuscino sulla faccia, ma per precauzione mi ci sono anche seduta sopra e mi è venuto da ridere, al pensiero del mio sedere raggrinzito da vecchia, premuto sul suo grazioso faccino liscio e giovane. C’è però il bel Vice Commissario che durante l’interrogatorio mi osservava e ad un certo punto quegli occhi da gatto si sono stretti a fessura, e so che ha capito. Mi toccherà invitarlo a prendere una tazza di te, uno di questi giorni.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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