Il filo di Arianna

“Se il Presidente Milosevic non arriverà alla pace, limiteremo la sua capacità di provocare una guerra” (Bill Clinton, 24 marzo 1999).

Fu con queste parole che il Presidente degli Stati Uniti d’America, falliti tutti i tentativi di negoziazione diplomatica, annunciò l’intervento militare  della NATO in Kosovo (senza alcun mandato ONU), per fermare la pulizia etnica perpetrata dalle truppe di Milosevic.

Arianna Mapelli rifletteva sulla perifrasi enunciata da Bill Clinton, che nella sua studiata opacità lasciava trasparire l’annuncio di una minaccia che si stava già concretizzando.

Divagando, come spesso le capitava (ma era sabato mattina, poteva permettersi di farlo), pensò che le sarebbe piaciuto essere in grado di esprimersi in termini velatamente e vagamente possibilisti, mettendo sul tavolo molti “forse”, invece dei “sì” e dei “no” che era solita sparare addosso ai suoi interlocutori.

“Per favore, non rispondermi adesso: pensaci”,

le aveva infatti detto Gabriele la sera prima chiamandola da Washington, dove lavorava presso l’Ambasciata italiana. Si era trasferito negli USA da qualche mese e stava diventando frustrante per entrambi sostenere una relazione a distanza. Arianna lavorava come costumista per il Teatro alla Scala di Milano, ma il suo contratto sarebbe scaduto alla fine dell’anno e probabilmente non sarebbe stato rinnovato: Gabriele le aveva perciò proposto di trasferirsi con lui a Washington, dove avrebbe potuto facilmente lavorare nel medesimo settore.

Arianna, persona di solito solidamente pragmatica, non riusciva a decidere quale delle due prospettive fosse più temibile: lasciare Milano, la sua famiglia, le amicizie e soprattutto una serie di consolidate, rassicuranti abitudini, o perdere Gabriele, che era il compagno che aveva a lungo atteso, e ritrovarsi sola a 39 anni. Così si svegliava ogni mattina con la fastidiosa sensazione di aver perso il filo di un discorso importante.

Guardò fuori dalla finestra: era una bella giornata di sole, decise di sospendere le riflessioni e di fare un salto alla Fiera di Senigaglia: da Corso Italia, dove abitava, era una breve passeggiata.

Camminò tra le bancarelle, prestando orecchio alle conversazioni spesso divertenti che gli espositori (tutti abituali) si palleggiavano da un banco all’altro e frugando con gli occhi tra le molte carabattole esposte, alla ricerca di qualcosa di interessante.  C’era qualcosa di commovente in quegli oggetti di uso comune che giacevano abbandonati sui banchi,  silenziosi testimoni di un quotidiano altrui. Spesso Arianna li sfiorava, sperando di percepire una traccia di quelle vite trascorse e si immaginava le storie che non avrebbero mai raccontato.

Alla fine del suo giro, si fermò da un anziano espositore che se ne stava accartocciato su una sdraio con la tela a righe stracciata in più punti.  Senza nemmeno tentare di contrattare sul prezzo – con grande delusione del venditore, ma non ne era capace – comprò un cofanetto portagioie in legno bicolore che aveva attirato la sua attenzione per le iniziali  che portava incise sul coperchio: AM. Come pensare che quell’oggetto non la stesse aspettando?

Tornata a casa, lo pulì con un panno, inserì la piccola chiave brunita nella serratura e lo aprì: l’interno era foderato di velluto rosso un po’ consumato, sfregandolo con il panno inumidito si accorse che il fondo era un sottile cuscinetto semplicemente appoggiato e quando lo rimosse  vide la foto che stava sotto.

Un bel ragazzo alto e biondo, in calzoni marroni, camicia bianca e larghe bretelle pure marroni, sorrideva stringendo a sé una bellezza bruna e minuta, giovanissima e radiosa in un vestitino a fiori con le maniche a palloncino. I due stavano sull’aia di una grande casa coloniale che si vedeva alle loro spalle, con una rosa rampicante gialla di fianco alla porta d’ingresso. Sul retro della foto, scritto in inchiostro marroncino e con una grafia svolazzante e  femminile: “ti aspetterò. Anna” e poi sotto: “A Vittorio, Ronchetto delle Rane, 23 settembre 1943”.

Arianna guardò a lungo la foto appena un poco sbiadita e si chiese che ne fosse stato dei due ragazzi. Ronchetto delle Rane, un posto dove ancora adesso si poteva trovare la campagna, anche se sullo sfondo incombono i palazzi di Quinto Stampi e, più in là, quelli del Gratosoglio. Le venne in mente che sarebbe stato bello rintracciare almeno uno dei due per dargli quella foto.  Si rammentò che il venditore le aveva raccontato che il cofanetto proveniva da una casa di ringhiera in via Conchetta che aveva da poco svuotato su incarico di un’agenzia immobiliare, che ne curava la vendita per conto della figlia della defunta proprietaria. Lo aveva colpito il fatto che non ci fosse nessuno della famiglia interessato a tenersi qualcosa, ma l’erede ormai anziana risiedeva a Londra perciò aveva delegato l’agenzia ad occuparsi di tutto.

Il giorno dopo Arianna uscì presto di casa e si diresse verso Ronchetto delle Rane con la foto nella borsa. Vagò nella campagna tra le cascine superstiti, poi tornò verso il paese ed entrò in un bar dove bevve un pessimo caffè e mostrò la foto al barista, che aveva lo stesso aspetto vecchio e malandato del locale, chiedendogli se riconosceva il luogo o le persone. L’uomo la osservò scuotendo il capo.

“Io sono arrivato qui da  Brescia nel ’60, ricordo vagamente un posto simile ma potrei confondermi. Però in fondo a via Manduria c’è una vecchia casa colonica nella quale abita una donna che ha 95 anni e non si è mai mossa di lì. La signora Matilde vive con la badante e non si alza più dalla sedia, ma ha una memoria di ferro: vada a trovarla, è sempre contenta quando può scambiare due parole con qualcuno”.

Seguì il consiglio del barista e si presentò alla porta della signora Matilde con una scatola di biscotti sotto il braccio. La badante che la accolse la squadrò con aria indagatrice, guardò la foto che Arianna le mostrava e la grossa scatola di biscotti, decise che poteva fidarsi e la condusse dalla sua anziana assistita. Arianna si trovò di fronte ad una donnina dall’aspetto lindo e curato, con il volto grinzoso rischiarato da due vivaci occhietti celesti. Prese la foto con le mani deformate dall’artrosi, afferrò una grossa lente di ingrandimento e la scrutò con curiosità:

“ Ma sì, l’è il Vittorio nipote della Rosina, quella della Cascina Fornella.  Stava con la madre in città, in via Conchetta, era figlio unico e passava dai nonni tutta l’estate. E la ragazza deve essere la terunscèla, figlia di siciliani vicini di ringhiera, veniva con la mamma ad aiutare in campagna, in estate. Due bellezze, madre e figlia”.

La donna tacque, con lo sguardo perso in un tempo remoto.

“1943. Lui doveva avere diciotto anni e lei uno in meno, si fidanzarono quell’estate ma poi lui raggiunse i partigiani sulle montagne. Dopo la fine della guerra lui tornò ma non vidi più la ragazza. Negli anni ’60, morti i nonni, la madre vendette la cascina ed i terreni. Si raccontava  che prese un mucchio di soldi e si comprò un appartamento in via Cenisio, vicino al Cimitero Monumentale. Non se ne seppe più nulla, e in campagna si tende a dimenticare chi tradisce vendendo”.

 “Signora Matilde, si ricorda il cognome di Vittorio?”

“E come dimenticarselo? Si chiamava Brambilla”.

Scorrere la lista dei Brambilla sull’elenco telefonico di Milano diede insperati frutti, perché c’era un solo Vittorio che abitava in via Cenisio, al n. 2.

Arianna si preannunciò con una telefonata: la  bella voce salda e giovanile dell’uomo che le rispose esitò e riprese con una lieve incrinatura, dopo che gli ebbe descritto il cofanetto e la fotografia:

“La aspetto, venga quando vuole”.

L’uomo era ancora alto e dritto, i capelli più bianchi che biondi ma ancora folti, la stretta di mano asciutta ed energica. Si accomodarono su un vecchio divano in cuoio, in un tinello luminoso, ordinato e minimalista. Con la foto tra le mani e lo sguardo di chi si è catapultato in un’altra dimensione temporale, Vittorio diede voce ai suoi ricordi:

“Anna Mancuso, il mio grande amore. Abitavamo sulla stessa ringhiera in via Conchetta, i suoi erano immigrati siciliani, il padre faceva il ciabattino in un bugigattolo buio e umido sull’Alzaia del Naviglio Grande. Lei e la mamma venivano in campagna dai miei nonni ad aiutare quando c’era la battitura del grano o la raccolta della frutta. I nonni a quel tempo stavano bene, avevano una grossa azienda agricola a Ronchetto delle Rane, e io passavo molto tempo con loro: la mamma faceva l’infermiera all’ospedale di Niguarda e mio padre…bé, la mamma non ha mai voluto rivelare chi fosse e io porto il cognome materno. I nonni se ne fecero una ragione, io un po’ meno. Regalai ad Anna quel cofanetto nel luglio del ’43 per il suo diciassettesimo compleanno, lo feci con le mie mani. Quel giorno ci scambiammo la promessa che non ci saremmo mai più lasciati”.

Ma quando si presentò a casa dei genitori di Anna chiedendo il permesso di fidanzarsi – allora usava così –  si sentì rispondere che, con tutto il rispetto, non gradivano che la loro figlia, che studiava, faceva le commerciali, si fidanzasse con il figlio di una ragazza madre che probabilmente avrebbe finito per fare il contadino. Vittorio ci rimase male, sua madre si infuriò e colse l’occasione per dirgli che non provava nessuna simpatia per quella ragazzina sfacciata e presuntuosa e per i genitori che si davano arie da nobili decaduti.

Così i due ragazzi presero a vedersi di nascosto con la complicità dei nonni di Vittorio e del fratello maggiore  di Anna, che aiutava un fotografo per imparare il mestiere. Fu lui che scattò quella foto a Ronchetto, dopo che Vittorio annunciò che si sarebbe aggregato ad un gruppo di partigiani della Brigata Garibaldi in Val d’Ossola.

Partì all’inizio di novembre e partecipò a diverse azioni, ma riuscì sempre a portare a casa la pelle e tornò a Milano il 25 aprile del ’45 con il Comitato Nazionale Liberazione Alta Italia.

“C’era una gran confusione e la guerra in realtà proseguì ancora per qualche giorno, ma la città liberata dal nazifascismo era in festa. La mamma si era trasferita dai nonni a Ronchetto, e quando andai in via Conchetta scoprii che il padre ed il fratello di Anna erano morti un anno prima, durante un bombardamento. Le due donne avevano lasciato la casa poco tempo dopo, e poiché non avevano mai legato con i vicini, nessuno sapeva dove fossero finite”.

Vittorio si rese allora conto che sapeva ben poco di Anna, a parte il fatto che l’amava: era arrivata con la sua famiglia dal Messinese ma era un’indicazione troppo vaga. Si disperò e cercò di avere sue notizie per qualche anno, poi si arrese.  Nel ’55 era ancora solo e si trasferì a Berna, dove lavorò in una cartiera fino all’età della pensione. Durante quegli anni tornò a Milano per le feste di Natale e per le vacanze estive, e la casa della famiglia Mancuso rimase sempre chiusa. Nel ’66, quando i nonni morirono a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra, acconsentì alla vendita di tutto il podere del Ronchetto. Con la somma ricavata, la madre comprò l’appartamento di Via Cenisio, dove lui la raggiunse quando tornò a Milano.

Vittorio si riscosse, uscì dal passato e si ritrovò in un radioso pomeriggio di aprile del ’99, con una sconosciuta seduta vicino a lui sul vecchio divano del tinello.

“Non mi sono mai sposato, mia madre è morta sei anni fa e ancora oggi mi chiedo se davvero feci tutto il possibile per ritrovare Anna. Ho vissuto nel rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere e non è mai stato”.

Arianna parlò prima di riflettere sull’effetto delle sue parole:

“Signor Vittorio, l’agenzia che ha venduto la casa dei Mancuso ha avuto l’incarico da Anna, che ora vive a Londra. Potremmo avere il suo indirizzo”.

Vittorio impallidì, parve afflosciarsi e ripiegarsi su se stesso, poi si raddrizzò di scatto e la sua espressione aveva perso per strada molti anni e si stava pericolosamente avvicinando a quella del ragazzone alto e biondo della vecchia foto.

“Devo sapere che ne è stato di lei, devo vederla, fosse anche l’ultima volta…mi aiuterebbe?”

Ecco. Poteva dirgli di no?

… e fu così che una settimana dopo, all’alba di un ventoso sabato di marzo, con il  cielo che si tingeva di rosa e di oro sullo skyline di una Milano già sveglia o ancora sveglia, Arianna caricò in macchina il signor Vittorio e puntò verso l’aeroporto di Linate, con l’indirizzo di Anna Mancuso in tasca e con l’animo oscillante tra la partecipazione al ritrovato entusiasmo dell’uomo e uno sconsolato “ma chi me lo ha fatto fare”.

Destinazione Londra Heathrow, biglietto per due. Mica poteva lasciare andare un uomo di 74 anni da solo all’estero, incontro ad un destino che gli aveva scaraventato addosso lei.

Atterrarono a Londra nella tarda mattinata e presero un taxi. Durante il volo, Arianna aveva tentato invano di intavolare una qualsiasi conversazione per dissipare la tangibile agitazione dell’uomo seduto al suo fianco.

“…starà pensando che sono un vecchio pazzo. E magari Anna non mi riconoscerà nemmeno o io non riconoscerò lei o….”

“No, signor Vittorio. Ci sono storie che non possono essere lasciate in sospeso. Non sta facendo un errore”.

L’uomo la guardò dapprima perplesso, poi le sorrise, grato.

Il taxi li depositò in Camden Square, davanti ad una vecchia casa in mattoni con le finestre dagli infissi bianchi come il portoncino di ingresso, posto in cima ad una breve scalinata. Arianna vide Vittorio esitare davanti al basso cancelletto oltre il quale si vedeva un piccolo, ordinato giardino e rimase al suo fianco, silenziosa. Osservò le nuvole candide e spumose che si rincorrevano nel cielo primaverile, e pensò che sembrava di stare dentro una scenografia, e tutto era pronto perché la scena si animasse.

Il portoncino si aprì e ne uscì una donna piccola e sottile in jeans e maglione che scese agilmente i tre gradini davanti alla porta, reggendo una cesta piena di piantine fiorite. I capelli candidi, raccolti malamente in una specie di chignon, incorniciavano un volto segnato ma ancora molto bello.

Arianna sentì il respiro di Vittorio farsi affannoso. La donna alzò il capo e si accorse della sua presenza e la cesta le cadde dalle mani, spargendo sul vialetto viole, ciclamini e cinerarie. Dopo un poco, riprese ad avanzare e quando fu di fronte a Vittorio lo guardò a lungo, come per accertarsi di non essersi sbagliata. Poi disse solo

“ti ho aspettato per tanto tempo”

e aprì il cancello.

Arianna si allontanò di qualche passo, per discrezione e per non commuoversi di fronte ai due anziani innamorati che si abbracciavano dopo una lontananza di 56 anni.

Fu probabilmente in quel preciso istante che ritrovò il filo del discorso. Decise che avrebbe cambiato il biglietto aereo e invece di tornare a Milano sarebbe andata a Washington: dopotutto, organizzare il suo trasferimento non sarebbe stato semplice, meglio incominciare subito.

Era quasi Natale e tutto era pronto per la partenza quando Arianna trovò nella posta un’elegante busta di carta spessa color crema, proveniente da Londra. All’interno, la foto di due elegantissimi innamorati senza età che si tenevano per mano e poche, semplici parole:

“Londra, 10 dicembre 1999: Vittorio e Anna, finalmente sposi. Con immensa gratitudine per Arianna, che ha riannodato il filo”.

 

 

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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