Il miracolo della moltiplicazione del lavoro

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Chiunque abbia letto un’introduzione all’economia si è imbattuto in Adam Smith, ritenuto il padre dell’economia moderna. Costui, nel 1776, scrisse il libro “La ricchezza delle nazioni” che, accanto alla famosa frase della mano invisibile, studiava la divisione del lavoro in una fabbrica di spilli.

Lì osservava il fenomeno della produttività che scaturiva dalla specializzazione di ogni operaio nella propria micro-attività.
È su questo modello che si è costruita la catena di montaggio di Ford nel primo Novecento con conseguente calo dei costi, diffusione della mobilità e benessere.

Con la Rete abbiamo fatto un altro grande balzo in avanti, perché la possibilità di comunicazione a basso costo abilita le imprese a creare nuove filiere, questa volta esterne al perimetro aziendale. Chi è capace di far lavorare gli altri sulle proprie piattaforme, attraverso servizi Internet, vedrà moltiplicarsi il successo. È il caso di Google, Apple e Amazon, che permettono ai creatori di contenuti (video, apps, testo, etc.) di lavorare “for free”.

Prima il lavoro si suddivideva all’interno, ora si moltiplica all’esterno.

Il miracolo della moltiplicazione non avviene per merito dei prodotti (pane e pesce) ma per la connessione tra i soggetti che creano e consumano informazioni sulla piattaforma messa a disposizione. L’abbondanza di dati si giustifica con il fatto che nel passato eravamo consumatori passivi: si ascoltava la radio, si vedeva la televisione e si leggevano i giornali. Oltre a tutto questo, oggi, c’è una crescente quota attiva, che partecipa di fatto alla produzione delle informazioni. Prima il modello era da uno a tutti, e il telefono era da uno a uno. Ora siamo da tutti a tutti.

Dall’abbondanza delle informazioni sta emergendo così una diversa forma di organizzazione socio-economica. C’è anche chi ha creato un lucroso business, come Amazon Mechanical Turk e oDesk, in pratica dei marketplace dove ci si scambia la domanda e l’offerta di micro-unità di lavoro.
Senza fare colloqui d’assunzione e senza sindacati.
Abbiamo visto la destra proteggere più l’impresa e la sinistra più il lavoratore; i conservatori volere sempre meno Stato e più mercato (solo quando lo controllano) e la sinistra invocare l’intervento statale per ogni aiuto (anche per coprire i soprusi).

In entrambi i casi le ricette sono vecchie e non più applicabili.
Perché è in atto un downsizing delle grandi imprese (e della loro vita media) dovuto alla riduzione dei costi di: trasporto, comunicazione e dell’IT; tutti insieme portano un abbassamento dei costi di transazione delle imprese. Queste si affidano sempre più al mercato creato da nuove piccole e veloci imprese, invece di eseguire le attività internamente.

transazione

Ciò che può essere separato lo sarà. E ora, paradossalmente, queste connessioni separano fisicamente i lavoratori dalle (grandi) aziende.

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massimochi

Massimo Chiriatti è un tecnologo con Master nella gestione dell’ICT, descrive l’economia digitale e osserva le conseguenze sulle persone, in particolare sull’occupazione.
Collabora con il Sole24Ore-Nòva100.
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3 commenti su “Il miracolo della moltiplicazione del lavoro

  1. sinbad il said:

    Post interessante.

    2 considerazioni.

    a. sarà sempre più necessario dividere tra “software” e “hardware”. Quest’ultimo è sempre più influenzato dai costi crescenti della supply chain. Non è affatto detto che il futuro sia basato su filiere sempre più complesse. La Globalizzazione delle merci ha il fiato corto; è la Fisica bellezza! e l’economia non ha ancora assimilato il concetto di multi-disciplinarietà. Troppi economisti basano le loro tesi senza considerare la variabile energetica.
    Smith senza Malthus non ha senso.

    b. le Corporations (grandi aziende), così come concepite, hanno 2 problemi essenziali:
    -) per fare efficienza sui costi delegano a risorse esterne mansioni di poco valore aggiunto (nella migliore delle ipotesi). Poche si pongono però il problema che ANCHE le mansioni di poco valore aggiunto sono essenziali e nel lungo termine sono trasferimento di know-how. Esempi…data-entry, pulizie delle officine, elaborazione dei cicli di lavorazione..chi è laureato ad Harvard oppure fa il politico all'”italiana”, non sa neanche di cosa stia parlando.
    -) per policy interne, la maggior parte delle Corporations, diventa incapace di dare il giusto spazio alla creatività perché, per sua stessa natura, è una caratteristica eterodossa, “out of the box” tanto per citare una delle espressioni tanto di moda ma che poi nessuno ha veramente la forza di applicare.
    Creatività implica libertà che, spesso, implica “piccolo”.

    A proposito dell’ultima affermazione esistono importanti eccezioni, laddove la creatività è la mission dell’azienda.

    Esempio lampante di corporation creativa è Google.
    In questi anni è lei la vera azienda innovatrice.
    Notevoli sono i prodotti (free) che ha sfornato, spesso in collaborazione con centri ricerca di pregio come il MIT.
    Google Charts, Maps, Blocky….sono prodotti eccezionali ma attenzione, stiamo parlando di applicare la creatività per produrre “software” che invoglino l’utente internet a utilizzare le proprie piattaforme.

  2. Il modello è suggestivo e di autentico successo in alcuni fenomeni pionieristici.

    Non vedo nessun “miracolo della moltiplicazione del lavoro”, piuttosto un frazionamento, le statistiche sull’occupazione confortano l’affermazione. Certamente è sorto un nuovo modello, una trasformazione del lavoro e della comunicazione. Che quota parte del PIL mondiale rientra in questo nuovo modello? Quale quota parte avrà da qui a dieci anni?

    Le grandi imprese dimagriscono perché scaricano sempre più il rischio del fare e dell’investire sulle piccole realtà specializzate. Talmente specializzate da non essere ne autonome ne indipendenti, pur avendo l’intero rischio d’impresa sulle proprie spalle.

    Lo chiamano outsourcing, tradotto, vuol dire: “il controllo del mercato c’è l’ho io, ma se va male paghi tu.”

    Prima il modello era da oligopoli o monopoli nazionali a molti, ora sembra proiettarsi in un “da tutti a tutti”, ma tutti controllati da oligopoli planetari.

  3. Tutti si ricordano de “La Ricchezza delle Nazioni” quando si parla, in definitiva, di globalizzazione, ma dimenticano (convenientemente) la “Teoria dei Sentimenti Morali”.
    Come diceva Peppino de Filippo “… e ho detto tutto!”

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