Il mistero del Settebello

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 “Se ripenso al 1989, la memoria mi propone immediatamente due immagini perfettamente nitide e tuttora cariche della loro enorme forza emotiva.

La prima è la celeberrima foto di Jeff Widener del “Rivoltoso sconosciuto” di Piazza Tien an men: un ragazzo disarmato, in camicia bianca – grandioso nella sua piccola, fragilissima umanità – di fronte ad una fila di carri armati che paiono bestioni ciechi, sordi e cattivi e animati di vita propria (mi sono spesso chiesta che ne sarà stato di lui – sarà sopravvissuto al massacro di giugno?)

La seconda è una delle tante foto del muro di Berlino durante l’abbattimento. In particolare, la raffigurazione della breccia aperta nel punto del muro dove – chissà quando – una mano sconosciuta ma profetica aveva scritto “Irgendwann fällt jede Mauer” ( “Prima o poi ogni muro cade”).

In realtà, ripensando al 1989 nella mia mente riaffiora un’altra foto, ed è il ritratto di un’anziana signora con i capelli candidi e gli occhi celesti”

A quell’epoca abitavo in via Lamarmora, non lontano dalla Clinica Regina Elena dove ero nata e che vide nascere metà dei bambini milanesi dagli anni ‘50 agli anni ‘80 (l’altra metà nacque nella vicina clinica Mangiagalli). Con una Laurea in Lettere Moderne in tasca lavoravo in un’agenzia di pubblicità in Via Solferino, dove sfornavo con ammirevole tenacia progetti per campagne pubblicitarie che venivano regolarmente apprezzati dalla direzione, “però”: però manca di impatto oppure è troppo impattante, troppo ermetico o troppo esplicito, troppo lungo o troppo corto e insomma alla fine era sempre il progetto di qualcun altro che veniva proposto al cliente. Ma io non mi scoraggiavo e sognavo la Pirella Gottsche.

Mi consolavo scrivendo racconti (che nessuno leggeva e che naturalmente nessuno pubblicava), perché mi piaceva inventare storie avendo la consapevolezza di poterne scrivere – e quindi decidere – il finale, persino cambiandolo se non mi piaceva. Trovavo un’enorme gratificazione nel mutare a piacimento e all’infinito il corso degli eventi, e immaginavo personaggi che facevano cose che io non avrei mai fatto, per tutta una serie di motivi e condizionamenti.

Quando seppi che la storica Libreria Utopia, allora in Largo La Foppa, avrebbe ospitato un famoso editor a caccia di nuovi talenti, il quale avrebbe presentato un suo testo didattico sui metodi di scrittura, misi nella borsa il manoscritto con la selezione dei racconti che ritenevo più validi e ci andai. Alla fine dell’incontro (peraltro di una noia mortale), mi misi in coda e consegnai al tipo la mia creatura, ricevendone in cambio una condiscendente stretta di mano e la rassicurazione che la casa editrice mi avrebbe comunque inviato una risposta.

Va anche detto che non avendo ancora trovato l’algoritmo per gestire equilibrate relazioni sentimentali, a 30 anni avevo collezionato una discreta serie di solenni cantonate dalle quali ero riemersa regolarmente con le ossa rotte ma con l’incrollabile certezza che tutto passa, e si è presto pronti per ricominciar daccapo. Anche se, col passare degli anni, ricominciare diventava sempre un poco più faticoso: come se ogni volta si fosse perduto per strada – chissà dove e chissà quando – un pezzettino importante di sé.

Avevo conosciuto Giulio il mese di luglio, durante una vacanza a Santorini. Avvocato civilista sulla quarantina, era separato da poco e viveva a Firenze. Era colto, affascinante e anche  un po’ stronzo, si capiva a prima vista, quindi mi piacque subito. Rientrati in città incominciammo una relazione  fondata su lunghe telefonate notturne e romantici week end tra Milano e Firenze, ma verso la fine di novembre dovetti arrendermi all’evidenza che qualcosa si stava già spegnendo. Da parte sua, non certo da parte mia. Avevo perciò annunciato a Giulio che sarei andata a Firenze il prossimo week end, riservandomi di decidere come affrontare la situazione quando me lo fossi trovato davanti.

Ritirando la posta il venerdì sera, trovai una bella busta in pesante carta color paglierino con il logo in rilievo della famosa Casa Editrice, che mi comunicava un garbato diniego. Lo interpretai come un presagio negativo e fu perciò che decisi che avrei viaggiato in Settebello, pensando

 “se devo soffrire, che sia almeno in limousine”.

Quando il giorno dopo mi incontrai con Giulio ebbi modo di constatare subito la fondatezza dei miei timori: la sua freddezza era talmente palpabile che la sera stessa, a cena, gli dissi che mi ero resa conto di non essere soddisfatta da una relazione a distanza e che quindi preferivo darci un taglio. Giulio mutò subito espressione, benché si sforzasse di non far trasparire il suo sollievo. Fece finta di dispiacersi della mia scelta, che beninteso rispettava e bla bla.

Quella notte andai a dormire in albergo e stranamente dormii bene: in fondo, le mie aspettative di quel periodo si erano entrambe dissolte, quindi almeno per un po’ non avrebbe più potuto succedere nulla.

Il mattino dopo il tempo aveva deciso di celebrare le mie sconfitte con una pioggerellina fredda che incupiva l’intero paesaggio ed il mio umore si adeguò immediatamente a quel mesto grigiore. Alla Stazione di Santa Maria Novella la sagoma tondeggiante del Settebello mi parve accogliente come un abbraccio materno, del quale avrei avuto un gran bisogno in quel momento. Mancava poco alla partenza, cercai il posto che mi era stato assegnato e notai con sollievo che la carrozza era vuota. Mi appoggiai allo schienale della comoda poltrona e, mentre il treno incominciava lentamente a muoversi, chiusi gli occhi ed evocai le lacrime, perché avevo bisogno di piangere, almeno fino a Bologna.

“Buongiorno!”

Ecco. Ricacciai indietro le lacrime, aprii gli occhi e vidi un’anziana signora, che si stava accomodando sulla poltrona di fronte alla mia. Fui investita da un’ondata di gradevole profumo di cipria. Biascicai un saluto che grondava “taci e lasciami stare”, ma la signora non colse il messaggio.

“Questa città ci sta dicendo che è ora di andarsene, con questa pioggia, meglio tornare a Milano. Va anche lei a Milano?”

(Certo, a Milano in novembre c’è un clima che neanche la Riviera dei Fiori).

“Sì”.

“Passerà anche questa pioggia, passa tutto, alla fine, e sempre troppo in fretta, se lo ricordi, anche se è tanto giovane e adesso non le pare vero”.

(Via, si parte con le banalità da viaggio in treno).

Osservai la donna che ora guardava assorta dal finestrino la città che si allontanava sempre più in fretta. Poteva essere sulla settantina ed in passato doveva essere stata molto bella: aveva lineamenti regolari, vivaci occhi celesti ed un’elaborata acconciatura che le raccoglieva sulla sommità del capo una massa di capelli candidi dai riflessi azzurrini. Indossava un pesante tailleur di buon taglio, anche se piuttosto vissuto e tutto in lei dava l’impressione di un’innata eleganza.

“Sa, io sono nata a Milano nel 1915 e della prima grande guerra per fortuna non ho ricordi. Ma ho vissuto la mia giovinezza negli anni del fascismo, ed ero figlia di socialisti. Mio padre fu accoltellato da alcune camicie nere che lo lasciarono agonizzante in un vicolo a Porta Vigentina, vicino a casa, in una sera di gennaio del 1932. La mamma non poté nemmeno permettersi di piangerlo perché per mantenerci dovette subito andare a servizio presso una ricca famiglia che abitava in Corso Magenta. Mi mandò ad imparare il mestiere da una sarta che abitava vicino a noi, e con ciò finì la mia gioventù”.

La donna scosse leggermente il capo, inseguendo un pensiero che non espresse.

“Non ebbi il tempo né la possibilità di frequentare i miei coetanei, perché mamma era tanto protettiva quanto severa, e quando scoppiò la seconda guerra ero ormai rassegnata alla mia condizione di zitella. Mi scusi, non mi sono nemmeno presentata: mi chiamo Tina Cattaneo”.

“…Susanna. Susanna Ravizza”.

 “Noi non avevamo parenti in campagna presso i quali sfollare e ricordo bene le due sirene che annunciavano l’arrivo delle bombe sulla città: alla prima sirena qualcuno correva ad aprire il portone del cortile su corso di Porta Vigentina, per offrire un riparo ai passanti,  poi scendevamo tutti in cantina ad aspettare che la seconda sirena annunciasse il cessato allarme, pregando che la nostra casa non fosse colpita.  A furia di mangiare bucce di patate e di banane mi ammalai di peritonite e dovetti essere operata. Quando ero a casa in convalescenza e suonava l’allarme, qualcuno degli uomini del cortile mi portava in cantina in braccio. Vede, tra gli abitanti di quelle case di ringhiera c’era una solidarietà assoluta, ci si aiutava con naturalezza e con discrezione, per non offendere chi non poteva ed era costretto a vivere di carità”.

La donna aveva ormai catturato la mia attenzione: ero affascinata dalla sua esposizione ordinata e distante, priva di commozione, come se la vita che stava raccontando non le appartenesse. La narrazione si interruppe quando, nei pressi di Bologna, un controllore mi chiese il biglietto (ignorò del tutto la signora Tina, la quale commentò “Mi vede talmente spesso su questo treno che non mi controlla nemmeno più”).

“…poi i tedeschi da alleati divennero nemici, ed arrivò il 25 aprile e l’insurrezione generale proclamata ed organizzata dai Partigiani del CNL, con le fabbriche milanesi presidiate dagli operai per evitare che i tedeschi in fuga le facessero saltare. Tre giorni dopo Mussolini, la Petacci e diversi altri gerarchi fascisti furono giustiziati ed appesi a testa in giù in Piazzale Loreto – la signora Tina si strinse nelle spalle – e molti pensarono che questo si sarebbe potuto evitare, ma si avvertiva forte il bisogno di un gesto simbolico. Seguirono giorni di euforia e di grande confusione, con i carri armati Sherman in piazza del Duomo, gli americani che giravano sorridenti per la città distribuendo sigarette e cioccolato, e molti fascisti che, bruciata la camicia nera insieme all’olio di ricino, si confondevano fra la folla con il fazzoletto rosso al collo. Come se non li conoscessimo…”

Fu nella confusa vitalità di quei giorni, quando Milano era ancora ferita e piena di macerie e di lutti ma la primavera stava arrivando davvero, quell’anno, e prepotente, e persino la mamma aveva infine allentato di molto la sua austerità, che la signora Tina incontrò Frank, ragazzone biondo nativo dell’Oklahoma dotato di un sorriso che le fece mancare il fiato e le rammollì le gambe, quando lo vide sulla pista da ballo della Balera dell’Ortica al Dopolavoro dei Ferrovieri.

Non si parlarono un granché –  non si capivano –

“ma il corpo è capace di trovare argomentazioni che non hanno affatto bisogno di parole”

così disse la signora Tina, aggiustandosi i capelli con un piccolo gesto  seducente che diffuse nell’aria una leggera fragranza cipriata e che per un breve istante me la mostrò come doveva essere quella sera.

“…non lo rividi mai più. Suo figlio nacque in una gelida, tersa mattina di gennaio, e crebbe con l’aiuto e con l’amore di tutti gli abitanti del numero 33 di Corso di Porta Vigentina, che lo adottarono informalmente ed incondizionatamente, perché allora usava così. Si diplomò ragioniere e il signor Piero, che lavorava alla Banca Commerciale Italiana, riuscì a farlo assumere come cassiere. Eravamo tutti fieri del mio Franco”.

La signora Tina tacque per un lungo istante, con gli occhi celesti fissi sul paesaggio che scorreva troppo velocemente perché si potessero coglierne i dettagli. Quando riprese a parlare, con un tono ancor più distante, la bella voce appannata da una stanchezza senza rimedio, raccontò che Franco si innamorò di una ragazza di Firenze, che sposò dopo un brevissimo fidanzamento. I due ragazzi si stabilirono a Firenze e lei rimase sola (nel frattempo la mamma era morta) nella vecchia casa di ringhiera in corso di Porta Vigentina, confortata dalla presenza e dall’affetto di quei vecchi inquilini che non erano stati trascinati altrove dai casi della vita.

Nel ’69 Franco e la moglie ebbero un figlio, che adorarono e che crebbero assecondando qualsiasi suo desiderio e capriccio.

“C’era qualcosa di sbagliato in quel bambino che non era mai contento, ma non ebbi il coraggio di dire nulla. Del resto, li vedevo così poco”.

Nell’85 il figlio della signora Tina si ammalò di cancro e morì nel giro di tre mesi, ad appena quarant’anni. La sua breve e devastante malattia ebbe l’effetto di disgregare del tutto il nucleo familiare: il figlio se ne andò di casa perché non sopportava la vista del padre moribondo e la madre reagì in modo isterico ad una situazione che non era in grado di gestire.

“…mio figlio è morto solo, ho letto nei suoi occhi la disperazione di non avere accanto a sé la moglie ed il figlio e l’incapacità di farsi bastare il mio amore e la mia presenza. E’ sepolto a Firenze, e io vado sulla sua tomba ogni settimana, perché non posso sopportare la sua solitudine. Non ho più avuto notizie di mia nuora e di mio nipote”.

Ci stavamo avvicinando a Milano, non pioveva ma il treno correva in una nebbia sottile come una ragnatela senza riuscire a lacerarla, come se fosse elastica ed immateriale al tempo stesso.

“…e alla fine tutto passa e si sopravvive a più di quanto si vorrebbe”.

Stavamo ormai rallentando vistosamente ed eravamo in prossimità della Stazione Centrale. Guardavo la mia compagna di viaggio ed il mio stato d’animo oscillava tra l’imbarazzo per essere stata resa partecipe di cose tanto intime ed un sorprendente senso di familiarità, che rendeva del tutto giustificate quelle confidenze.

Il Settebello frenò dolcemente e fu del tutto fermo, recuperai la mia borsa da viaggio e guardai la signora Tina, che non accennava a muoversi:

“…ha bisogno di aiuto? La aspetta qualcuno?”

“ no, grazie. E’ stato un viaggio…faticoso. Starò qui ancora qualche minuto e poi scenderò. Grazie per la compagnia, e buone cose”

“Grazie a lei. E’ stato un piacere ascoltarla”.

Scesi dal treno e uscii dalla stazione, respirando la nebbia acre di Milano. Un taxi mi riportò a casa, e nel tepore della vettura ripensai all’incontro sul treno e mi resi conto che non avevo più voglia di piangere. Per chi, per cosa? Potevano ancora accadere tante di quelle cose…”buone cose”.

Ritirai dalla cassetta della posta Il Corriere della Sera di sabato e domenica, che ricevevo in abbonamento. Entrata in casa, mi preparai un bicchiere di onesto Dolcetto delle Langhe e diedi una scorsa ai giornali, incominciando da quello di sabato, perché sono una persona piuttosto metodica. Arrivata alla cronaca milanese, vidi la foto di una donna che mi parve di riconoscere. Lessi il breve articolo che la accompagnava:

IDENTIFICATA LA SUICIDA DEL SETTEBELLO

L’anziana donna che mercoledì pomeriggio, camminando inosservata lungo i binari, si è lanciata sotto il Settebello che stava entrando in Stazione Centrale, perdendo la vita nell’impatto nonostante la velocità ridotta del veicolo, è stata identificata da una vicina di casa: si tratta della signora Tina Cattaneo, di anni 74, residente al numero 33 di Corso di Porta Vigentina…”.

Mi parve di percepire una leggera fragranza di cipria. Scolai d’un fiato il bicchiere di Dolcetto e ne versai un secondo, cercando una risposta nel liquido dal caldo color rubino.

Non ebbi mai più occasione di viaggiare sul Settebello, ma quando nel ‘92 fu definitivamente ritirato dal servizio sulla linea Milano-Bologna-Firenze-Roma, mi chiesi che ne sarebbe stato della signora Tina.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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