Il momento giusto

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“Non mi piacciono le partenze, e neppure i ritorni. Desideravo solo che le cose succedessero, così come dovevano succedere ” (Jean Claude Izzo, “Casino Totale”)

Erano quasi le sette di sera e faceva ancora molto caldo. Tiziana finì di bagnare i gerani sul terrazzino e rimase per qualche istante ad osservare le persone che occupavano le panchine sotto gli alberi in Piazza Caneva: poche e perlopiù anziane, gli uomini con cappelli delle fogge più varie e le donne con ventagli elaborati o improvvisati.

Milano in agosto acquisiva una particolare dimensione più intima e tranquilla che le piaceva: certo, molti negozi chiudevano per ferie ma ora c’erano i supermercati, ce n’era uno grosso in piazza Diocleziano dove  faceva una spesa solitaria ed asettica, ma perlomeno  trovava tutto quello che le occorreva. A volte passeggiava per le strade al mattino, nelle ore più fresche, leggeva distrattamente i cartelli “chiuso per ferie” attaccati con il nastro adesivo alle serrande abbassate dei negozi e notava quanto sembrassero più ampie le strade, ora che vi transitavano pochi veicoli.

Capitava persino che incrociando altre persone che come lei si godevano la quiete ferragostana ci si scambiasse un cenno, più che di saluto di riconoscimento, di complicità. Tutto questo a lei non dava la desolante sensazione di abbandono di cui ogni tanto leggeva sui giornali, perché Milano più che “abbandonata” le sembrava finalmente “lasciata in pace”. I giovani e le famiglie con i bambini avevano chiuso casa ed erano partiti per le ferie e quelli che non potevano andarsene trascorrevano le giornate in qualche piscina, così l’età media dei rari passanti aumentava sensibilmente. Dapprincipio giravano un poco spaesati, quasi furtivi. Poi pian piano si riappropriavano di uno spazio che avevano perduto, riscoprivano parchi e giardini, tiravano fuori l’auto e attraversavano la città in un quarto d’ora, dalla Barona a Quarto Oggiaro, da via Larga a via Mecenate, solo per il piacere di guardare le strade, le piazze e le case mentre guidavano con lentezza, senza timore di essere d’intralcio a quelli che avevano sempre fretta, ora che finalmente si erano assentati. Milano si concedeva a questi stralunati sopravvissuti con pacifica generosità, si lasciava guardare e annusare, come una belva sazia e momentaneamente innocua che si riposa nell’ombra

Eppure una volta – non così tanto tempo fa, dopotutto – anche lei arrivava alla fine di luglio con la voglia di sottrarsi a quell’aria pesante e greve di afrori,a quel panorama opprimente di case, di auto e di gente, per trovare riposo in un paesaggio differente e lontano, con altri colori e altri odori, e pazienza se doveva essere condiviso sempre con troppa folla, ché persino quella sembrava più sopportabile.

Tiziana rientrò in casa, richiuse i vetri, andò in camera da letto ed aprì l’armadio, lasciando che i ricordi si dispiegassero nella sua mente…

Era la metà di luglio del 1986 quando venne ricoverata al San Carlo per essere operata d’urgenza di appendicite: un’operazione banale, che tuttavia mandò all’aria le ferie in Grecia programmate la primavera precedente insieme a due amiche. Dovette ripiegare su una vacanza più tranquilla e così partì da sola per Madesimo, dove il figlio dell’anziano contabile che lavorava con lei in un’agenzia di assicurazioni in Corso Sempione gestiva un piccolo albergo: non era una prospettiva che la entusiasmasse, ma i suoi sarebbero partiti per la riviera romagnola e a venticinque anni il ferragosto da sola in città non era cosa da potersi prendere in considerazione.

Tra crotti, alpeggi e montagne per la verità un po’ troppo spelacchiate dai numerosi impianti sciistici, trascorse invece una vacanza molto rilassante e il ragionier Civati la circondò di affettuose e paterne attenzioni. Tiziana era una bella ragazza, vivace e spiritosa, e in albergo legò subito con una compagnia di suoi coetanei quasi tutti milanesi con i quali si divertì molto.

Fu lì che conobbe Raimondo. Non faceva parte dell’allegra brigata con la quale si era imbrancata, ma lo incrociava sovente perché occupava la camera di fronte alla sua, con la moglie e due bambini piccoli: un bell’uomo sui trentacinque, chioma corvina con qualche precoce e vistoso filo bianco, baffoni curatissimi e disarmanti occhi azzurro chiaro dall’espressione provocatoria ed irridente.

Tiziana aveva pensato che raramente le era capitato di vedere una coppia così male assortita e disarmonica: tanto lui era esuberante e socievole, altrettanto lei era scostante e taciturna, e antipatica a prima vista nonostante l’aspetto attraente. La donna passava molte ore in albergo o al parco giochi in paese con i bambini; dopo qualche giorno lui prese ad aggregarsi alla sua compagnia per qualche escursione e finì presto per essere sempre dei loro anche nei tornei serali di ping pong o di scala quaranta. Raimondo era affascinante e carismatico, e finì che i ragazzi lo guardavano con rispetto ed ammirazione mentre quasi tutte le ragazze si esibivano in ingenue ed innocue schermaglie seduttive alle quali lui si prestava volentieri.

Per tre settimane Raimondo e Tiziana si studiarono girandosi attorno con prudente circospezione. Ebbero modo di trascorrere diversi momenti insieme anche da soli, ma non cercarono mai di stabilire un contatto più personale.

L’ultima sera tra i ragazzi si celebrò il rito dei saluti, si scambiarono indirizzi e numeri di telefono ma soprattutto promesse di non perdersi di vista, e Tiziana pensò che avrebbe coltivato volentieri la conoscenza di molti di loro. Quando salutò Raimondo lui indugiò un po’ troppo in un abbraccio che la colse di sorpresa e mentre le mormorava all’orecchio, facendole il solletico con i baffi:

“Mi piacerebbe rivederti, quando saremo a Milano. Lasciami il tuo numero di telefono”,

lei ebbe all’improvviso la bocca secca, il cuore in tumulto e le idee confuse: gli scrisse il numero su un tovagliolino di carta preso al banco del bar, anche se ancora non capiva se avrebbe voluto rivederlo oppure no. Non le piacevano le storie con gli uomini sposati, perché erano frustranti e di solito perdenti. Ed anche scorrette.

Eppure quando lui la chiamò, una settimana dopo, accettò di uscire, dicendosi che tutt’al più sarebbe stata l’avventura di una sera di fine agosto, e niente di più.

Approdarono ad un piano bar in Brera, dove parlarono molto di cose futili ma si trovarono ad avvicinarsi impercettibilmente, fino ad essere sopraffatti da un’urgenza famelica che li portò a casa di Tiziana senza che si scambiassero più una parola.

Durò sei anni.

Era incominciata con un desiderio imperioso e cieco,  mentre facevano del loro meglio per restare caparbiamente aggrappati ad un piacere travolgente ma superficiale: affiorò presto l’esigenza di scoprirsi e quando si trovarono si innamorarono.

Raimondo diceva che lei era la sua seconda possibilità, sua moglie era stata poco più che  un’infatuazione giovanile  e l’aveva sposata solo perché era rimasta incinta.

“Sì, ma il secondo figlio? Perché, se ormai avevi capito che il tuo matrimonio era stato un errore?”

(lo diceva con rabbioso rimpianto, come se un figlio in meno avesse potuto rendere meno complicate le cose).

“E’ stato il secondo sbaglio, lo scellerato convincimento che un altro figlio avrebbe potuto salvare il nostro rapporto: invece ci ha ulteriormente allontanati”.

Qualche mese dopo quella prima sera, lui disse:

“Mia moglie deve subire un intervento chirurgico. Non è nulla di grave; appena si sarà rimessa, ho intenzione di parlarle. Voglio separarmi e stare con te, Tiziana”.

Sua moglie superò bene l’intervento, poi però ebbe un esaurimento nervoso, infine cadde in depressione. Raimondo continuò a rimandare la sua decisione, e passarono alcuni anni.

Per Tiziana si susseguirono Capodanni, fine settimana e vacanze trascorsi in solitudine, dato che le sue amiche nel frattempo si sposavano o si fidanzavano, nell’attesa sempre più dubbiosa che cambiasse qualcosa. Furono anche anni di menzogne ai suoi, ai quali aveva presentato Raimondo raccontando che era separato. Non gli impose mai una scelta, non lo riteneva giusto, ma con il passare del tempo si ripiegò su se stessa e prese ad intristirsi e a compatirsi. Non era gelosa dei rapporti fisici che Raimondo poteva avere con sua moglie – che lui negava, peraltro, ma lei non gli credeva – perché sapeva bene quanto poco potesse contare il sesso: soffriva per le consuetudini quotidianamente condivise, le mancavano gli amici in comune che non avevano per ovvie esigenze di prudenza, le uscite alla luce del sole, le valigie preparate insieme la sera prima di partire per un viaggio.

Un giorno rispose ad un annuncio di lavoro apparso su un giornale, per noia e per curiosità: una importante azienda di cosmetici con sede a Bresso cercava una segretaria per la direzione commerciale. Si presentò al colloquio animata dalla voglia improvvisa di cambiare qualcosa nella sua vita. Fu assunta, e passò dall’ambiente ristretto e familiare della piccola agenzia di assicurazioni a quello movimentato e variamente composto di una grande azienda che negli uffici occupava molti giovani.

Raimondo non dimostrò particolare gioia per questo cambiamento, di cui lei gli raccontava entusiasta: forse era proprio la sua eccitazione a renderlo diffidente, per la preoccupante constatazione di non essere più al centro del suo universo.

Era una sera di gennaio del 1991 e la giornata, passata in riunione con i numerosi rappresentanti che da varie regioni italiane si recavano in sede con cadenza mensile, si chiuse con una cena in una pizzeria a Porta Ticinese, dalla quale si trasferirono all’Amnesy, claustrofobica discoteca in via Cellini famosa per essere frequentata da modelle e modelli perlopiù stranieri. Tiziana aveva 31 anni, viveva da sola, era bella e aveva bevuto un po’ troppo, ed era anche molto infelice.

Quella sera non tornò a casa da sola.

Quando il mattino dopo alle sette Raimondo aprì la porta del suo appartamento e se lo vide davanti radioso e con una valigia in mano, realizzò bruscamente che dopo un logorio durato sei anni svegliarsi insieme a lui tutte le mattine  non era più il suo sogno.

“Mi spiace, è troppo tardi”,

disse guardandolo da una stratosferica lontananza e pensò che avrebbe dovuto dire qualcosa in più, ma lui vide l’espressione determinata del suo viso e subito dopo la giacca da uomo buttata sul divano e dopo un breve istante di attonita immobilità capì, girò sui tacchi e se ne andò, posando le chiavi sulla mensola in anticamera.

Raimondo abitava in via Padova e lavorava in un grosso magazzino di ricambi automobilistici a Cinisello, Tiziana abitava in Piazza Caneva e lavorava a Bresso; Milano è grande e non è così facile incontrarsi per caso, se si hanno abitudini e frequentazioni diverse.

Passarono tre anni prima che si rivedessero, era un sabato pomeriggio di dicembre e il centro cittadino era gremito da una folla frenetica e vociante. Tiziana era entrata al Gin Rosa, dove doveva raggiungerla Franco, il suo fidanzato. Raimondo era al banco del bar e le dava le spalle ma lei riconobbe immediatamente l’ampio dorso nel cappotto blu e la chioma scura appena un poco più lunga e brizzolata. Si bloccò sulla porta, con un leggero tremito nelle mani, indecisa se andare o restare. L’aria fredda che entrava nel locale lo fece voltare nella sua direzione, e gli occhi chiari e ridenti si fecero subito seri.

Si salutarono con un certo imbarazzo, ma dopo qualche giorno lui le telefonò e parlarono a lungo: lei gli disse che la mancanza di prospettive future aveva finito per appannare i sentimenti che provava per lui, e lui le confessò che con il passare del tempo gli era venuto a mancare il coraggio di affrontare il dissesto familiare che sarebbe seguito alla sua separazione.

“…nonostante ciò, non ho mai smesso di pensare che tra noi avrebbe potuto funzionare”.

“Sì,  avrebbe potuto: ma ci sono decisioni che vanno prese al momento giusto”.

Tiziana si sposò con Franco nella primavera successiva e rimasero nell’appartamento in piazza Caneva.

Continuava a sentirsi di tanto in tanto con Raimondo, ora che avevano un cellulare. Si era stabilito un legame affettuoso ed esclusivo apparentemente privo di rischi e di complicazioni: si scambiavano confidenze e notizie sulle rispettive famiglie come due vecchi amici ed evitavano accuratamente di parlare della loro storia, limitandosi ai contatti telefonici.

Quel vincolo etereo ma tenace si spezzò bruscamente circa dieci anni dopo, quando Tiziana divorziò da Franco, con il quale si erano a poco a poco esauriti tutti i possibili argomenti di conversazione ed era rimasta solo una noia vischiosa. Non fu comunque una decisione facile, e benché fosse consapevole che la presenza dei figli in tali situazione è sicuramente determinante, si scontrò con Raimondo al quale rimproverò di persistere nel non avere il coraggio di divorziare da una moglie che non amava più e che continuava a tradire con regolarità, nemmeno ora che i figli erano sufficientemente cresciuti da poter gestire la situazione che ne sarebbe derivata. Fu molto dura e lui se ne risentì: non si fece più vivo, né lei lo cercò. I giorni passarono uno sull’altro e Tiziana non incontrò mai più nessuno che le sarebbe piaciuto avere intorno ad ogni risveglio.

Poi, alla fine di luglio di quell’anno, seppe da sua madre che Raimondo era rimasto vedovo: la donna aveva sempre avuto della simpatia per lui, che aveva continuato a chiamarla nel giorno del suo compleanno per farle gli auguri.

Aveva esitato a lungo prima di chiamarlo, infine la sera prima, mentre il cielo al tramonto si tingeva di rosa, aveva guardato la sua casa ordinata e silenziosa ed era stata sfiorata dal pensiero che poteva non esserci più molto tempo. Lui aveva risposto subito al telefono, come se fosse in attesa già da un po’, e le aveva raccontato delle figlie sposate e della moglie scomparsa dopo una lunga malattia, ad un passo dalla pensione.

…Tiziana si cambiò diverse volte prima di decidere per un semplice abito color panna con i sandali neri con il tacco (non era più abituata ai tacchi, così aveva camminato in giro per casa cercando di ritrovare il passo elastico e disinvolto di una volta). Lo specchio le rimandò l’immagine di una bella signora ancora slanciata, gli occhi ambrati segnati da rughe sottili, un po’ più profonde quelle ai lati della bocca, i capelli castano chiaro fortunatamente ancora freschi di tinta che le sfioravano le spalle.

Il giorno di ferragosto il Gin Rosa era chiuso per ferie ma avevano deciso comunque di incontrarsi lì. Sbucò su piazza San Babila dalla metropolitana e si diresse verso la Galleria, sospinta da un’energia che la rendeva veloce e leggera sui tacchi alti che ticchettavano sul selciato e si fermò quando lo scorse proprio davanti alla serranda abbassata dello storico bar milanese. Pantaloni blu e camicia bianca, elegante come sempre, il portamento ancora dritto ed energico, i folti capelli ormai quasi del tutto candidi, i baffi più scuri, come le sopracciglia sotto le quali gli occhi sembravano ancora più chiari.

Anche lui la scorse, e si mosse nella sua direzione con un’impazienza ansiosa.

Lei allora pensò

“…e se fosse tardi? Se non fosse rimasto più nulla, se non il ricordo di una storia che ci siamo lasciati sfuggire dalle mani?”

Rallentarono un poco mentre la distanza tra loro si accorciava. Forse erano solo due naufraghi che avevano nuotato a lungo in altri mari, ma avvicinandosi si sbarazzarono del fardello dei rimpianti e delle recriminazioni, e decisero lì, davanti al Gin Rosa chiuso per ferie, che c’erano ancora viaggi da fare insieme e cose da raccontarsi. Era tempo di fare in modo che le cose succedessero.

Questa rubrica abbassa la serranda per la pausa estiva: chiude per ferie, sì, come il Gin Rosa di quest’ultima storia. C’è bisogno di cambiare strada, ogni tanto: serve per ritrovarsi, forse anche per capire se si sta camminando nella direzione giusta. E questa è una domanda che non bisognerebbe mai smettere di porsi.

Buone vacanze, ci si rivede sabato 27 agosto, con un nuovo Racconto Inclinato.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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