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Il Natale del Vichingo dell’Isola

Il 1994 era stato un anno piuttosto movimentato, dal Chiapas al Ruanda e a Mogadiscio, da Seattle a Imola.

A Oslo era stato rubato (e poi ritrovato) “L’urlo” di Munch, il mondo aveva assistito all’inaugurazione del tunnel della Manica e alla presentazione del nuovo sistema operativo Linux; nelle sale cinematografiche erano approdati film destinati a rimanere memorabili per differenti ragioni, come “Schindler List”, “Il Corvo” e “Forrest Gump”. In Italia, le elezioni politiche di primavera avevano consegnato il Paese alla coalizione di centro destra guidata dall’imprenditore milanese Silvio Berlusconi.

Era successo all’improvviso, in una limpida serata ottobrina, Milano ancora vestita d’estate, olmi, platani e ippocastani con le foglie saldamente attaccate ai rami, verdi al pari dell’erba nelle aiuole. L’autunno era in ritardo come certi treni frequentati per necessità dai pendolari, senza nemmeno un pannello luminoso  a indicare il tempo d’attesa e il binario d’arrivo.

Ecco perché il Vichingo dell’Isola non si decideva a ricoverare l’Elettra, la gloriosa Harley Davidson modello Electra Glide personalizzato, con le ali argentee dispiegate sul serbatoio nero e una profusione di cromature lucenti.

Si era fermato davanti al solito bar tabacchi di via Jacopo Dal Verme, aveva tolto il casco scrollando la lunga chioma bionda, sbloccato il cavalletto e, poggiando il peso del corpo sul piede sinistro, aveva levato la gamba destra lanciandola all’indietro sopra la sella con il consueto movimento sciolto ed elegante. A metà del plastico gesto era stato trafitto da una pugnalata nella zona lombare, una fitta insopportabile che gli aveva bloccato il fiato e spezzato la fluidità di un movimento tanto collaudato da essere divenuto istintivo. Zac, e uno si accorge che è inutile far finta di niente, qualcosa sta cambiando e non solo nella città e nel quartiere. Fortunatamente non vi era pubblico: cercando di dissimulare la camminata rigida, aveva varcato la soglia del locale, punto di partenza di ogni sabato sera.

Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato, ma quella sera non aveva proprio voglia di raccontarlo. O forse sì, però non conosceva nessuno a cui  confidare il presagio del proprio inevitabile declino. Non lo avrebbe detto nemmeno al Gildo, il proprietario dell’officina specializzata  nella riparazione di moto di grossa cilindrata nella quale lavorava fin da quando era ragazzino, il quale insieme a sua moglie Tosca, da quando era rimasto solo e aveva appena venticinque anni, lo aveva adottato con affettuosa discrezione.

Quella sera non aveva ancora deciso dove andare. Stava diventando difficile: certi locali pieni di ragazzi non facevano più per lui, mentre altri riservati a tristi zitelle cocciutamente speranzose e incalliti misogini dal cuore rinsecchito, lo facevano oscillare tra la noia e il compatimento venato di disprezzo.

Era di fisico ancora prestante e di salute invidiabile, la faccia da Nazareno strafottente appena stropicciata intorno agli occhi celesti, i capelli chiari e ondulati portati lunghi e curati come quelli di una donna. Antonio Donelli, detto il Vichingo dell’Isola proprio per il suo aspetto da guerriero nordico, stava vivendo i suoi quarantasei anni come un’età di transizione, sballottato tra il rimpianto del prima e la nebulosa incognita del dopo.

In virtù di una certa innocente vacuità e di un animo troppo leggero, sempre pronto a guardare oltre senza soffermarsi su certi fondamentali dettagli, aveva digerito senza apparenti scompensi il fatto di avere perduto il padre fedifrago (al quale somigliava molto) per mano di una madre assassina. Si era tenuto alla larga senza fatica da possibili dispiaceri sentimentali, con l’unica eccezione dell’epico abbaglio per la francesina incontrata a Fuerteventura, la quale gli aveva pure fregato venti milioni. Era successo nell’agosto dell’88, allorché aveva messo in atto l’antico progetto della fuga in sella all’Elettra senza tuttavia salutare nessuno, di modo che aveva potuto cambiare programma e tornare a Milano fischiettando come se niente fosse, lo scorno e il magone dispersi nell’aria calda e nella polvere della lunga strada verso casa.

Aveva preso con filosofia la perdita di quel denaro poiché faceva parte di una discreta vincita alla Lotteria del Giro d’Italia, insomma soldi piovuti dal cielo. Cionondimeno, poco dopo si era preoccupato di mettere in salvo la ragguardevole somma residua proponendo al Gildo di entrare in società.  Il Gildo, il quale non aveva eredi ed era anche un poco stufo di quel mestiere faticoso, aveva subito accettato. Il Vichingo aveva seguitato a lavorare esattamente come prima, ma la nuova ragione sociale dell’azienda stampigliata sul timbro, che riportava anche il suo cognome, aveva dissipato il dubbio sgradevole di avere superato la simbolica boa dei quarant’anni senza avere concluso nulla di davvero importante.

Erano lontani i giorni in cui il Gildo e la Tosca, osservando durante la consueta cena del lunedì il volto spigolosamente attraente da Gesù Cristo senza fede, sgualcito da un fine settimana di notti vagabonde, gli facevano la predica raccomandandogli:

“Trovati una brava ragazza, sistemati che è ora”.

Stava venendo meno anche la superficiale curiosità verso le donne che lo aveva condotto all’incapacità di provare sentimenti profondi e duraturi in nome di una presunta indipendenza da difendere a tutti i costi. Incominciava a sospettare che con lo scorrere degli anni la libertà rischiava di inacidire come certi vini, tramutandosi in solitudine.

L’amara riflessione tornò a infastidirlo il mattino successivo, quando si svegliò accanto all’ignota compagna incontrata al Mirò, il locale in vicolo Fiori Chiari che proponeva musica anni ’60 dal vivo e che gli piaceva per gli arredi sontuosamente barocchi e per la frequentazione eterogenea.

Nella luce opaca di una domenica oppressa da un cielo improvvisamente ingrigito, la donna gli apparve assai meno attraente di quanto gli fosse sembrata nell’inganno delle luci notturne. Lo disturbava il suo molle abbandono nel letto di uno sconosciuto e prese ad agitarsi con il preciso intento di strapparla all’impudico sonno. Quella ci mise un poco a svegliarsi; quando aprì gli occhi, dopo appena un istante di smarrimento gli sorrise mostrando una dentatura irregolare e tese lentamente una mano, tentando di accarezzargli il viso o i capelli. Il Vichingo si ritrasse bruscamente, rifugiandosi sulla sponda opposta del letto.

“Mi dispiace, ma te ne devi andare. Ho delle cose da fare e…vestiti, ti chiamo un taxi”.

La donna si spense all’istante, come se con la ruvidezza delle sue parole egli avesse premuto un invisibile pulsante; si incurvò un poco nelle spalle e prese a vestirsi senza profferire parola. Il disgusto si mescolò allora a una fuggevole compassione.

“Ciao, ti chiamo io”.

Non le aveva nemmeno chiesto il numero di telefono, e per quanto si sforzasse non riuscì a rammentarne il nome.

Si recò a pranzo dal Gildo e dalla Tosca e oltre ad apprezzare i manicaretti preparati dalla donna, sublime cuoca di origini marchigiane, si crogiolò nell’affetto e nella complice armonia che legava quei due e che si irradiava nell’ambiente circostante, gradevole e avvolgente come il calore del fuoco. Un poco li invidiò, anche, turbato da un quieto struggimento per qualcosa che non aveva mai desiderato né cercato e che però ora gli mancava.

Si trattenne con loro fino a sera chiacchierando pigramente di sport, di motociclette e del lavoro che girava proprio bene, tanto che oltre al bravo meccanico che avevano assunto qualche anno prima ora avevano anche un apprendista. Era un ragazzotto di vent’anni, diplomato al Molinari e con la passione per i motori ereditata dal padre, meccanico che seguiva una squadra di professionisti del rally in giro per l’Europa. Un tipo di poche parole, talentuoso e affidabile, della cui istruzione il Vichingo si faceva volentieri carico.

Giunse così l’ora di cena, accettò di mangiucchiare qualche residuo del lauto pranzo e infine lasciò un poco a malincuore la confortante atmosfera familiare dell’appartamento in Via Carmagnola e camminò verso via Jacopo Dal Verme: con tutto quel che aveva mangiato quel giorno non aveva nemmeno più voglia di andare a casa a prendere l’auto per uscire. Per andare dove, poi? La giornata era stata perfetta, non voleva correre il rischio di guastarla ed era sazio non solo di cibo ma di un’impagabile sensazione di benessere, ma per riguardo verso l’apparato gastrico era meglio non coricarsi subito. Benché non volesse dare forma a tale pensiero, si insinuava anche la sotterranea necessità di rimandare il momento di affrontare una casa vuota. La temperatura era calata di colpo; annusando l’aria umida il Vichingo pensò che l’autunno era infine arrivato.

Nel corso degli anni anche al bar tabacchi con annessa sala biliardo si erano verificati dei cambiamenti: tra i frequentatori abituali qualcuno si era sposato e aveva lasciato l’Isola, mentre alcuni vecchietti avevano lasciato questo mondo. Anche quell’ostia di un napoletano che faceva il caffè sempre troppo corto e rovente aveva mollato, cedendo la gestione a una coppia di pakistani i quali rispettosamente onoravano la tradizione dell’espresso troppo corto e troppo caldo. Resisteva comunque uno zoccolo duro, comprendente il Vichingo, che si teneva in disparte rispetto agli avventori di passaggio e manteneva l’antica abitudine maschile di trascorrere molte serate al bar. Era la presenza di questo gruppo, peraltro numericamente prevalente, a confinare il locale in uno spazio temporale antecedente di qualche decennio, rendendolo una sorta di anacronistica roccaforte di nostalgici che faticavano ad adeguarsi all’apertura dell’Isola verso la città e, più in generale, pativano l’inevitabile ridimensionamento delle proprie giovanili aspettative.

Il pakistano Omar, uomo mite e gentile costantemente assorbito dallo sforzo di passare inosservato, era rimasto da solo al banco del bar da quando l’avanzare della gravidanza della moglie le aveva impedito di continuare ad affiancarlo.

Al termine di una giornata ricca di eventi sportivi, tra le pareti del vecchio locale rimbalzavano e si affastellavano assertivi commenti, critiche ponderose e sproloqui di vario genere: una domenica sera come tante, insomma, in un periodo dell’anno nel quale le specie animali che popolavano quell’esclusivo habitat si accingevano a sprofondare in un letargo tutt’altro che silenzioso.

Il Vichingo bofonchiò il consueto saluto circolare, più una questione di mimica facciale e di postura del corpo che di parole; d’altronde il suo aspetto  generava, talvolta suo malgrado, entrate di indubbia suggestione scenica, ovunque egli decidesse di entrare. Avvistò il Beppe, il Tino, il Sandrino e il vecchio Evasio a un tavolo in fondo alla sala, impegnati in una mano di briscola e prima di raggiungerli si avvicinò al banco per ordinare un amaro. Si aprì in quel momento la porta a spinta che immetteva nel retro e ne uscì una donna alta e bruna che reggeva una gabbia di bottiglie di birra. Doveva senz’altro essere la nuova aiutante di Omar: eppure, a una prima occhiata al Vichingo balenò il bizzarro pensiero che quella figura femminile si trovasse senz’altro nel posto sbagliato.

Ebbe modo di osservarla quando si sedette accanto ai giocatori di briscola: non giovanissima, poteva essere sulla quarantina, il naso lungo e sottile, la bocca grande, un volto un poco sciupato dai tratti decisi ma gradevoli, rischiarato dallo sguardo grigio e fermo come certi cieli d’inverno. A modo suo bella e fine, tanto da mettergli un poco di soggezione, appariva elegante anche in jeans, camicia e scarpe basse. Portava i lunghi capelli scuri raccolti sulla nuca, alcune ciocche sfuggivano a sfiorare le orecchie e il collo. Si muoveva con un certo impaccio, senza la disinvolta  destrezza delle ragazzine che normalmente lavorano nei bar e di tanto in tanto sorrideva senza rivolgersi a nessuno in particolare, come per scusarsi della propria inadeguatezza. Omar, persona dai modi naturalmente garbati, si rivolgeva con particolare delicatezza, quasi con riguardo alla donna che sentì chiamare Amelia, tanto da fare apparire come consigli quelle che erano in realtà disposizioni. Il Vichingo stava considerando che vi era qualcosa di familiare nell’aspetto della donna, sebbene fosse certo di non averla mai incontrata, quando una voce stridula sovrastò il brusio della sala.

“Allora, stronza, ci vuole ancora tanto? Devo aspettare di diventare vecchio anch’io per avere un panino delle balle in questa sottospecie di bar, o devo dargli fuoco per farti alzare le chiappe?”

Amelia trafficava davanti alla piastra per scaldare i panini. Si immobilizzò, rossa in volto, lo sguardo incupito. Omar aprì la bocca un paio di volte come per dire qualcosa, ma rinunciò. Nel locale ogni brusio era cessato e gli sguardi convergevano sul ragazzotto che stava appoggiato con i gomiti al banco del bar: tarchiato e non molto alto, il cranio rasato, il collo tozzo coperto di tatuaggi come le mani grassocce che spuntavano dal giubbotto in pelle nera, la faccia larga dal naso schiacciato, probabilmente rotto come quello dei pugili, gli occhi piccoli, lo sguardo ferocemente ottuso.

Allora successe qualcosa. Il Vichingo srotolò la sua ragguardevole altezza e si rimise in posizione eretta, lasciando la seggiola sulla quale si era scompostamente accomodato. In poche falcate raggiunse il tizio al banco, mentre gli astanti seguivano la scena con una certa apprensione: i più conoscevano bene la natura pacifica del Vichingo, ma i giornali erano zeppi di notizie di bulletti pronti a sfoderare un coltello a lama lunga con estrema facilità. Il Beppe e il Sandrino si scambiarono una rapida occhiata e si alzarono, pronti a spalleggiare l’amico.

Sull’inoffensività del Vichingo, il quale aveva l’aspetto del guerriero ma un animo assai meno nobile e coraggioso, vi erano pochi dubbi; eppure in quel momento egli era davvero disturbato dall’inutile esibizione di prepotenza e si sentiva infiammato da autentico ardore cavalleresco. Dopotutto, per molti arriva prima o poi un’occasione di riscatto, e si potrebbe persino decidere di coglierla.

Allorché ebbe raggiunto il tizio, gli si affiancò al punto da poterne percepire l’odore stantio di panni asciugati malamente. Poiché lo sovrastava di parecchie spanne, quello fu costretto ad arrovesciare la testa un poco all’indietro per guardarlo in faccia e istintivamente cercò di sottrarsi. Allora il Vichingo gli afferrò i lembi del giubbotto con quelle mani da meccanico larghe come padelle e gli soffiò sul grugno, chiaro e forte:

“Ci vuole il tempo che ci vuole, coglione. Se non ti aggrada, Milano è piena di bar”.

Il tizio si divincolò, guardando il Vichingo con un odio al quale si mescolava la paura e borbottando insulti cercò di guadagnare l’uscita, ma fu prontamente preso per la collottola:

“No: adesso paghi e aspetti il tuo panino delle balle”.

Quando fu pronto, il Vichingo prese l’involto caldo dalle mani di Amalia e lo ficcò nella tasca interna del giubbotto del tizio che accompagnò alla porta, facendo infine ciao con la mano alle imprecazioni vigliaccamente profferite da una distanza di sicurezza.

Il bar si stava rianimando, tutti guardavano  Antonio Donelli detto il Vichingo dell’Isola con malcelato orgoglio.

“Non ha preso lo scontrino”,

disse Omar ritrovando la favella, ma aveva un sorriso che correva da un orecchio all’altro e mormorò:

“Andava fatto, ma io non ne sarei stato capace. Grazie”.

Amelia sembrava più che altro imbarazzata per l’involontario ruolo di miccia di tutta la faccenda, ma anche sconcertata per la cattiveria gratuita che aveva subito. In fondo si tende a ritenere, cedendo inconsapevolmente a molti pregiudizi, che certi gesti violenti possano colpire chi in qualche modo se li va a cercare, e sperimentare che non è affatto così disgrega molte certezze.

Per il resto della serata il Vichingo s’interrogò sul significato del suo gesto, così distante dal suo tenace evitare di schierarsi apertamente. Aveva  voluto fare bella figura con quella donna, tanto differente da quelle che era solito cercare da sembrargli difficilmente accessibile?  Forse, ma non era esattamente così: piuttosto, di fronte a lei e per lei aveva voluto fare quella che sapeva essere la cosa giusta.

Con la scusa della prudenza (non si sa mai, metti che quello ti aspetti dietro l’angolo), volle decisamente accompagnarla a casa dopo la chiusura. Nel breve tragitto verso via Borsieri, dove la donna abitava, scoprì che aveva appena un anno meno di lui ed era separata da molti anni. Lavorava in un call center ma recentemente le avevano imposto il part time, in alternativa al licenziamento per ristrutturazione aziendale e sebbene l’ex marito inviasse puntualmente l’assegno per il mantenimento del figlio ventenne che frequentava l’Università, aveva dovuto cercarsi un altro lavoro. Così, dal giovedì alla domenica prendeva servizio alle quattro al bar tabacchi di via Jacopo Dal Verme.

“Solo che non ho mai fatto la barista prima d’ora e si vede”,

ma lo disse con un tono lieve, minimizzando la fatica delle sue giornate.

“Anche mio figlio Filippo si impegna: pensa che si è iscritto ai corsi serali di Ingegneria meccanica e durante il giorno lavora in un’officina in via Carmagnola. Sono specializzati in motocicli di grossa cilindrata e dice che i proprietari sono brava gente. Il suo mentore è una specie di genio dei motori e anche un gran bel personaggio, dice sempre, anche se non capisco bene cosa intenda”.

Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato, rimuginò il Vichingo: dunque Amelia era la madre di Filippo, il suo apprendista, con il quale la somiglianza era evidente. Ecco perché la fisionomia della donna gli era sembrata familiare. Quando glielo disse, Amelia lo sogguardò incredula, poi scoppiò a ridere, una risata musicale da ragazza che si perse nella quiete di una domenica notte all’Isola.

“Dai, sembra che il destino abbia incrociato per bene le nostre strade”.

Tacque, incagliata nella profondità di un pensiero che forse non avrebbe voluto esprimere.

Il Vichingo smise del tutto di andare in giro per Milano. Dal giovedì alla domenica sera stazionava al bar tabacchi fino a mezzanotte, poi accompagnava a casa Amelia. Presero l’abitudine di cenare insieme il martedì e quando lei lo invitò a cena in via Borsieri egli sentì il bisogno di raccontarle la difficile storia della sua famiglia. Sentì allora affiorare un’attonita disperazione, occultata per decenni dietro una fragile facciata di superficiale insensibilità e comprese che per acquietarla avrebbe dovuto lasciarla affiorare e accettarla. Amelia lo ascoltò in silenzio, accolse il suo dolore in un abbraccio. Fu quella la prima volta che trascorsero la notte insieme, mormorando parole difficili protetti dal buio. Lei gli parlò dell’amore per un marito sempre lontano, anche lui con i motori nel sangue e sempre in giro per l’Europa con i pioti di rally. Cercò di spiegargli la solitudine di giovane donna e madre e il sentimento che pian piano sbiadiva, fino a poterne fare a meno.

“Ho capito che era finita quando l’ho tradito con gioiosa determinazione, solo per rompere un patto che avevo sempre considerato sacro”.

Assecondarono il desiderio solo al mattino, ripuliti di tutte le scorie di una vita precedente, cercandosi nella debole luce invernale che filtrava dalle tapparelle.

Amelia seguitò a chiamarlo Vichingo anche quando divennero una coppia senza dirselo formalmente, fingendo di lasciare che le cose seguissero il loro ipotetico corso.

“Prima o poi dovrò tagliarmi ‘sti capelli, non credi?”

“Poi. Ti avviserò io se e quando diventerai ridicolo. Comunque, per me resterai sempre il Vichingo”.

Filippo era dichiaratamente e visibilmente contento della loro relazione e il Vichingo pensò che ritrovarsi un figlio ventenne già bell’e pronto, per di più in gamba e simpatico, era davvero un colpo di fortuna. Finalmente sapeva a chi (un giorno ancora lontano) avrebbe affidato l’Elettra.

I genitori di Amelia si godevano la pensione sulla costa portoghese; si scambiarono gli auguri qualche giorno prima di Natale al telefono, insieme alla promessa di incontrarsi presto. L’officina chiudeva per ferie, Filippo sarebbe partito l’indomani per Madesimo insieme ad alcuni amici. Come d’abitudine, il Gildo e la Tosca lo avevano invitato  per il pranzo di Natale e il Vichingo aveva accettato, sorridendo sornione.

“Volentieri, ma porterò con me una persona che voglio farvi conoscere”.

Non era la prima morosa che proponeva loro ed era dunque preparato al palese scetticismo che nemmeno si sforzarono di nascondere.

“Sentite: questa è l’ultima, quella giusta. A parte il fatto che ce l’ho sempre in mente e non mi è mai successo, mi sta facendo capire che posso essere molto meglio di quello che sono stato finora”.

Con un gesto volutamente solenne, mostrò allora il solitario che luccicava nello scatolino di raso rosso. Sarebbe stato davvero un bel Natale.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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