Il ritorno della guerra valutaria

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Quando il livello degli scontri, durante un conflitto, supera la soglia che separa il colpire obiettivi militari dai “danni collaterali” delle vittime civili, ci si indigna. Giustamente.

Contestualmente può sembrare ragionevole compiacersi che, nel condurre l’iniziativa di contenimento dell’atteggiamento assertivo di Putin, gli USA stiano facendo leva su tematiche economiche: la discesa del prezzo del petrolio e la svalutazione del rublo.

Tuttavia questa azione “incruenta” si ripercuote esclusivamente su obiettivi civili. A farne le spese in toto sono i cittadini russi che si ritrovano impoveriti e costretti -nel freddo dicembre moscovita- a far le code davanti alle banche per cambiare i loro pochi rubli in pochissimi euro e/o dollari, perché giorno dopo giorno i loro risparmi si prosciugano e la banca centrale deve alzare i tassi e vendere le proprie riserve, questo fa ridurre gli investimenti e porta il paese in una pesante recessione, mentre l’inflazione si gonfia.

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Lo stesso accadde due anni fa in Iran, come avevo avuto modo di raccontare su “Bimbo Alieno” (nonostante al tempo ci furono piccate polemiche su quelle riflessioni), ed il tema della guerra valutaria non è certo una assoluta novità: in Giappone il governo ha deciso due anni fa di combattere la crisi da deflazione con una manovra senza precedenti (la cd. Abenomics) basata tra l’altro su una irruenta svalutazione dello yen.

Le banche centrali di Cina, Corea, Taiwan, Singapore e Tailandia hanno a loro volta introdotto politiche più espansive per contenere la perdita di competitività nei confronti del Giappone, mentre in Europa la BCE si prepara a far parte del club degli istituti centrali che adottano politiche di quantitative easing, andando a far compagnia alla Federal Reserve americana, alla Swiss National Bank e alla Bank of England.

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La necessità di tutti è quella di incrementare i consumi, la via che molti cercano è quella dell’export, e per dare maggior competitività ai propri prodotti la svalutazione è una strada veloce e pratica. Ma sebbene un paese possa riuscire a esportare di più, acquisendo il reddito da qualcun altro, su base globale il reddito non può che essere usuale al prodotto, checché ne dicano gli economisti dello “stampa via la crisi“. Per questo il tempismo delle politiche monetarie è essenziale, come l’Europa ha scoperto a sue spese, introdurre politiche espansive è meno efficace via via che la manovra è stata applicata altrove.

Quando la strategia è attuata da tutti o quasi la sua efficacia risulta ridotta, a discapito degli effetti negativi.

Ne sanno qualcosa i cittadini russi che, pur di intascare qualche banconota di valuta “pregiata” svendono le proprie automobili ai bielorussi, visto che tra i due Paesi non ci sono dazi né dogane (date un occhio alla borsa bielorussa per verificare come volano gli affari a Minsk). Altri, meno fortunati, comprano elettrodomestici perché in fondo quattro lavatrici allineate in salotto conservano meglio il valore rispetto al denaro nel materasso, visto che il rublo perde qualche punto percentuale ogni giorno e l’inflazione russa è ormai a due cifre.

Quello degli aggiustamenti valutari è un gioco di equlibri delicati: da arma di rilancio interno diventano facilmente strumenti di pressione dall’esterno. Solo che nel primo caso le polveri possono scoprirsi bagnate, nel secondo l’impatto sa essere irruento e fragoroso.

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari

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6 commenti su “Il ritorno della guerra valutaria

  1. beh , che tu fossi anticipatore , mai a nessuno di noi è venuto in mente di negarlo, ma nel mio piccolo anch’io qualcosa ci avevo beccato 🙂
    %
    …beh, se questo spazio è anticipatore, sembrerebbe emergere quello che sarà il dibattito alle prossime elezioni.

    Euro si euro no, perfettamente in linea con l’italianità imperante che privilegia sempre la possibilità di contrapposizione netta e tifoserie di riferimento

  2. Bimbo Alieno il said:

    c’era un efficace clima di scambio di stimoli. Il tempo è galantuomo e ha riconosciuto la bontà di certe riflessioni. Peccato si discuta molto meno, ora. Ne giovavamo tutti di quello stimolo, altro che BCE i cui stimoli giovano solo ad alcuni 🙂

    • Beh sai… la c’era un “Executive” col pilota che raccontava il volo a passeggeri chiassosi che guardavano dal finestrino, qui c’è un A 380 pieno di piloti che commentano il manuale di volo, e i passeggeri sono nelle file centrali senza osar parlare 🙂

  3. Io sono dell’idea che bisogna rimanere dentro l’euro. Vuoi pensate se avessero fatto a noi una guerra valutaria…saremmo falliti in15 gg. Il problema dell’europa è che non è unita.sono tanti stati senza una politica economica unica. Bisogna rivedere le regole del gioco e decidere una volta x tutte sw vogliamo essere uniti

  4. Caro Andrea,
    io ho da un po’ di tempo un’idea che mi frulla in testa e nessuno mi dice se è una sonora cacchiata o se potrebbe esserci del buono. Confido in te. 🙂 In un momento di enorme crisi come questo , una soluzione potrebbe venire da una moneta complementare ? Non ci sarebbe necessità di mettere in forse l’euro e credo che anche legalmente potrebbe stare in piedi. Se lo Stato ad esempio pagasse in una moneta complementare che si svaluti il 2 o l’uno % l’anno, tutto l’eccedente di stipendi e pensioni oltre i 4000 euro mese, non ci sarebbe già un bel risparmio? E’ come se stampassimo, ma senza generare inflazione e con un metodo estremamente sostenibile e gestibile in rapporto ai risultati che via via si potrebbero ottenere? E’ una stupidata ? Non sarebbe il momento ideale per rivalutare Gesell ?

    • Scusa la risposta lenta, ma ero su altri lidi (in vacanza). La tua idea, che meriterebbe una discussione. Non è lontana dalla proposta del professor Gallino, che a suo tempo partecipò al “blog economy day” che organizzai a Castrocaro. Gallino propone l’introduzione di CCF (Certificati di Credito Fiscale) una sorta di moneta alternativa con cui lo Stato pagherebbe stipendi e servizi e che potrebbe essere usata per pagare le tasse. Una forma di espansione monetaria “off the books”. Ebbene, trascurando lo spettacolo circense che si creerebbe nel mercato di libero scambio tra CCF e denaro “vero” (spettacolo a cui potrebbe valer la pena assistere, anche solo come intrattenimento migliore di ciò che offre la TV), il punto vero è che -semplicemente- non si può. Ci sono dei trattati e non si può barare.

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