Il telecomando della BCE e l’horror della deflazione

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Nel pieno di una fase ad alta tensione sul fronte geopolitico, per le note vicende ucraine, era difficile che la BCE decidesse di annunciare qualche forma di intervento sui mercati. Ed infatti, non s’è mossa foglia: Mario Draghi ha ancora poco spazio per ridurre i tassi, che sono a 0,25%, ed ha preferito tenere l’opzione per momenti più difficili.
In effetti con gli indici azionari ai massimi ed i rendimenti dei titoli di Stato ai minimi, ci sarebbe da chiedersi cosa mai debba stimolare la Banca Centrale Europea.
L’allarme non suona, però, sull’andamento dei mercati finanziari, semmai sulle condizioni dell’economia, in particolare sulla possibilità che il ciclo europeo entri in deflazione.
Che cos’è la deflazione? La definizione che dà Draghi è molto precisa: un calo progressivo del livello dei prezzi in un significativo numero di paesi, su un significativo numero di beni.
Siamo quindi in deflazione? La risposta è no.
Solo tre dei 17 paesi dell’area euro hanno un indicatore di prezzi in negativo e, all’interno del paniere usato per misurare l’inflazione, solo il 20% dei beni ha prezzi in calo.
Tuttavia la deflazione è una condizione perversa, che spesso si autoalimenta: se i consumatori si convincono che i prezzi dei beni scenderanno, rimanderanno il più possibile i loro acquisti provocando quello che si aspettavano accadesse.
Ma perché i consumatori non dovrebbero essere contenti della deflazione, cioé di veder scendere il costo dei beni che comprano?
Le ragioni sono molte: i consumatori sono anche contribuenti ed il debito pubblico diventa più pesante durante una deflazione, facendone aumentare il suo costo, alle casse dello Stato servono più soldi e le tasse aumentano. Inoltre, spesso, i consumatori sono anche dei lavoratori e la deflazione provoca disoccupazione: gli stipendi fissi aumentano di valore quando il prezzo dei beni scende, la maggior parte dei datori di lavoro vede gli incassi ridursi e le uscite restare stabili. Questo impedisce di procedere a nuove assunzioni e, anzi, spinge a ridurre i costi licenziando.

Poiché la deflazione è un meccanismo che si autoalimenta, il Fondo Monetario Internazionale ha cercato di persuadere nei giorni scorsi la BCE ad un intervento, senza badare al fatto che l’indice europeo di inflazione sia +0,8% quindi ancora lontano da valori negativi. Prevenire la deflazione, non semplicemente combatterla, insomma.

La scelta di Draghi è stata però di attendere. chiarendo che i dati confermano la necessità di una politica monetaria accomodante, e che i tassi resteranno su questi livelli o su livelli più bassi per un periodo di tempo prolungato.
Le stime della BCE per l’inflazione sono 1% per il 2014 poi 1,3% per il 2015 e 1,6% per il 2016. Stesso ritmo di variazioni positive per le attese di crescita economica: il PIL europeo è visto a +1,2% per il 2014 poi +1,5% nel 2015 e infine +1,8% nel 2016.
Con davanti questi numeri non c’è da stupirsi che la BCE non sia intervenuta, quello che potrebbe essere il messaggio in codice dietro la riunione di questo mese è l’ordine delle priorità: la bassa inflazione non aiuta a combattere né la disoccupazione, né il debito pubblico, ma è un valido strumento per migliorare la competitività: oggi l’inflazione più bassa (o negativa) ce l’hanno i cosiddetti “paesi periferici”: Portogallo, Italia, Spagna, Grecia… questo rende progressivamente i loro prodotti più competitivi di quelli dei Paesi dove i prezzi aumentano più alla svelta. E’ la stessa dinamica -ancorché invertita- che ha reso in un decennio i prodotti del nord Europa più competitivi di quelli del sud, portando produzione, occupazione e consumi verso la Germania.
Avere troppa inflazione quando è alta ed averne troppo poca quando è bassa è il sintomo della “malattia” che affligge le economie più fragili. Evidentemente in questa fase la BCE ritiene prioritario farci migliorare la nostra competitività più che il nostro livello di disoccupazione. Per i risparmiatori è una buona notizia, ma per le casse pubbliche la gestione del debito rimane un problema. Ed una pessima notizia per i contribuenti.

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari

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