Il veterinario compassionevole

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 “…insomma, se fosse tuo che faresti?”

Che domanda imbarazzante, indelicata e fetente. Il dottor Fulvio Castelli, veterinario da un decennio, specializzato in medicina e chirurgia del cavallo, osservò il volto tirato  e gli occhi lucidi dell’amico. Ebbe ulteriore conferma della personale convinzione che alla morte di un animale non si faccia nulla per nascondere la propria sofferenza nel piangere un compagno che è stato oggetto di un rapporto d’amore istintivo, al quale ci si è rivelati con sincerità, senza la mediazione di alcun filtro culturale o di opportunità.

Forse in fondo si sa che sarà più facile superarne la perdita e persino accettare un sostituto e ci si addolora anche per questo.

“…sono tre giorni che rifiuta cibo e acqua, sta perdendo il controllo dell’apparato locomotore e gli organi interni iniziano a collassare. Sta soffrendo, ed è un animale anziano. Non si riprenderà, Sandro”.

“Va bene, allora fai…”

e si girò bruscamente allontanandosi dalle sue parole, l’ampia schiena ingobbita, il passo incerto di chi non sa più dove voleva andare.

Era un tipo schivo e riservato e da allora aveva coltivato consapevolmente e con metodo la sua solitudine ed aveva finito con l’apprezzarla, coltivando i propri interessi ma disimparando a condividerli, così si era disabituato alla presenza degli altri nella propria sfera più privata. Aveva solo quarantadue anni per cui gli capitava di cercare la compagnia femminile: per sfuggire al retrogusto amaro di certi abbracci fugaci (del resto, non frequentava nemmeno i luoghi adatti a quel tipo di incontri), manteneva i rapporti con una piccola cerchia di amiche che frequentava saltuariamente e con le quali il sesso era una forma di dialogo confidenziale, certo privo di forti emozioni e tuttavia non molto distante dall’affetto.

Lasciato l’allevamento, guidò fino in fondo alla strada sterrata che conduceva al Ticino. Lasciò l’auto, imboccò uno stretto sentiero nella boscaglia e percorsi pochi metri uscì sulla riva sassosa. Era un posto frequentato prevalentemente da pescatori e ne individuò un paio più in giù, sulla destra. Si sedette su un sasso e rimase a guardare l’acqua che correva veloce, mentre il sole settembrino incominciava a calare in un alone di nebbiolina rosata. La musica dolce e frusciante del fiume gli lavò via dalla mente qualsiasi pensiero, e quando si alzò si sentì rigenerato come dopo una notte filata di sonno.

Risalito in auto, uscì da Rosate, prese per Zibido San Giacomo, proseguì  per Rozzano e poi per Quinto Stampi, passò vicino ai palazzoni popolari del Gratosoglio e giunse a Ronchetto delle Rane. Fuori dall’abitato, tra campi coltivati a cereali, c’era la vecchia cascina dove si era ritirato dopo il divorzio. Era troppo grande per un uomo solo, ma era in un luogo tranquillo e spiritualmente molto distante dalla frenesia e dal tumulto di Milano, dai tram sferraglianti, dalle auto puzzolenti e dalla fiumana di studenti e di operai che un giorno sì e uno no in quei primi anni ’70 si riversavano nelle vie del centro, gridando la loro rabbia e la loro speranza.

Lui preferiva quella campagna che sopravviveva asserragliata ai confini della città, dove le stagioni mantenevano intatti odori, suoni e colori, e dove era molto più facile fingere di essere in pace.

Tuttavia, il veterinario amava la Milano notturna, ne amava il buio e gli piaceva osservare l’umanità vitale, spensierata ed ingenuamente trasgressiva che nemmeno l’odore di polvere da sparo di quegli anni tormentati poteva chiudere in casa, perché la gente che è abituata a girare di notte non ha paura.

Il sabato sera si recava spesso al Derby Club, locale che si trovava nello scantinato di una palazzina liberty in via Monte Rosa, vicino all’ippodromo di San Siro. La sua frequentazione risaliva agli anni ’60, quando dopo una breve ed infelice apertura come ristorante il Derby si era trasformato in ritrovo per gli amanti del jazz che aveva ospitato molti grandi artisti internazionali; aveva continuato ad andarci anche quando sul palco, insieme a Jannacci e a Gaber che erano di casa, avevano incominciato ad esibirsi i comici, molti dei quali ebbero poi successo in televisione e al cinema proprio grazie a quella visibilità. La sala oscura e fumosa dove prevaleva il colore nero dei pouf divenne presto un luogo alla moda, frequentato da intellettuali e miliardari, attori e cantanti, malviventi ed autentici alternativi.

Fu lì che una sera di ottobre il veterinario incontrò Caterina.

Arrivò che era quasi mezzanotte e  si sedette accanto a lui. Era abbastanza insolito che una ragazza sola si recasse in un posto del genere, dove c’erano perlopiù coppie o gruppi di ragazze e di ragazzi, e qualche raro lupo solitario come lui. Non pareva particolarmente interessata allo spettacolo e dopo poco si alzò con un movimento aggraziato che fece ondeggiare la lunga chioma scura e se ne andò.

Il veterinario uscì dal Derby intorno alla una, respirò l’aria umida della notte, salì in auto e raggiunse il Naviglio Grande. Parcheggiò, camminò verso il ponte di San Cristoforo e si infilò nella corte di una vecchia casa di ringhiera, imboccò la ripida scala di pietra e, giunto sul ballatoio del primo piano, entrò in un posto sgangherato, malamente rischiarato da paralumi da rigattiere ed arredato con tavoli e sedie da osteria, dove dopo una cert’ora, quando i vecchi del quartiere smettevano di giocare a briscola e a tressette e menavano finalmente le tolle si poteva ascoltare qualche sciagurato che suonava il piano o la chitarra, e si ordinava il parmigiano con lo champagne.

Si era appena seduto quando si accorse di lei, la stessa ragazza sola del Derby, che strimpellava su una dodici corde. Nessuno pareva ascoltarla, ma lui cambiò tavolo per avvicinarsi e la udì cantare una melodia blues con una voce roca e pastosa che risaliva dal fondo di chissà quale abisso e che non sembrava nemmeno appartenere al suo esile corpo né al suo volto pallido e scavato, infantile e vecchissimo. Lei tacque di colpo, si guardò attorno e lo vide, posò la chitarra, si mosse verso di lui e gli si sedette di fronte.

“Eri al Derby”.

“Sì”

“E adesso sei qui”.

“…sì”.

“Mi stai per caso seguendo?”

domandò, ma senza preoccupazione né curiosità.

“No”.

“Sai dire altro, oltre a sì e no?”

Incominciò così la sua storia con Caterina, in una fresca notte di ottobre che sapeva già di nebbia e di pioggia fine e tediosa.

Lei era appena uscita da San Patrignano, dove la sua facoltosa famiglia l’aveva spedita un paio d’anni prima per disintossicarsi.

“Eroina, acidi, roba pesante. Mio padre mi passa un mensile e mi paga l’affitto di una fetida mansarda non molto lontano da qui purché me ne stia alla larga. Sai, rovino la sua immagine di uomo di successo. Vorrei trovarmi un lavoro ed essere indipendente ma cammino ancora sul bordo del burrone, devo riuscire a tornare indietro”.

Il dottor Fulvio Castelli aveva l’abitudine di raccogliere gatti randagi e malandati e di portarseli a casa, dove offriva loro un riparo, li nutriva e li rimetteva in sesto e il più delle volte appena erano in condizione di farlo quelli riprendevano la strada. Avrebbe dunque dovuto riconoscere in fondo agli occhi neri di Caterina la medesima luce famelica e sfuggente, la stessa irrequietezza selvatica, il presagio di un’incolpevole ingratitudine. Ma non andò così, e quando seppe che la ragazza era iscritta all’ultimo anno di veterinaria, le propose di fargli da assistente. Non ne aveva proprio bisogno, anche se il lavoro era tanto, ma per ragioni che in quel momento non sapeva e non voleva comprendere non sopportava l’idea di vederla scomparire.

Vagarono a lungo per la città via via più silenziosa e vuota, persero la cognizione del tempo e dei luoghi e si ritrovarono di nuovo a San Cristoforo che il cielo si apriva in un chiarore lattiginoso, mentre Milano ancora dormiva e si godeva la meritata indolenza di una domenica mattina d’autunno. Caterina salì in auto al suo fianco come se fosse la cosa più naturale del mondo e quando giunsero sull’aia della cascina di Ronchetto si guardò attorno e mormorò

“sì, qui siamo abbastanza lontani da tutto”.

Si coricarono e quando si abbracciarono lui percepì la fragilità del suo corpo scarno, e si chiese in quanti punti la sua anima fosse lacerata e se sarebbe stato in grado di rappezzarla.

Caterina prese ad accompagnare il veterinario nelle sue visite quasi tutti i giorni; aveva un approccio sensibile e spontaneo con gli animali ed imparava in fretta, non pativa il freddo né la fatica. Finì col dormire quasi sempre in cascina ma  anche quando raccontava molto di sé e della sua vita, lui avvertiva qualcosa di ostinatamente defilato, ed incominciò a vivere in uno stato di ansia perenne. Ciononostante, l’inverno trascorse tranquillo, le giornate scandite da una serie di consuetudini necessarie e rassicuranti, proprie di due persone che vivono e lavorano assieme.

Poi arrivò marzo, mese di contrasti e di eccessi, che passa con crudele disinvoltura dal gelo di una nevicata al cielo blu di certe giornate scosse dal vento e riscaldate da un sole persino troppo focoso.

Quando Caterina scomparve i piccoli peschi che delimitavano il perimetro dell’aia erano già tutti precocemente fioriti e i gatti più giovani avevano obbedito alla loro naturale inclinazione al vagabondaggio, persi dietro qualche femmina in amore o solo per l’insopprimibile bisogno di libertà assoluta. Il veterinario rimase seduto sull’aia fino a quando non capì che quella notte lei non sarebbe rientrata e allora sentì freddo e ne ebbe abbastanza di quel cielo beffardo e stellato. Andò in città e trascorse il resto della notte vagando per i luoghi dei quali gli aveva raccontato, da Piazza Vetra a Scaldasole e fino al Parco Lambro, dove incontrò ragazzi con gli occhi vuoti di chi non è qui e chissà dov’è e se riuscirà a tornare, e si chiese se in quel momento Caterina avesse il medesimo sguardo. Provò anche a passare da casa sua, a Porta Ticinese, ma era tutto chiuso e il suono del campanello risuonò a lungo nel silenzio oscuro della casa di ringhiera dai muri scrostati.

Nei giorni successivi rimase come paralizzato da un’inerzia angosciosa che gli impedì persino di lavorare. Si dette malato, annullò tutti gli appuntamenti  e rimase fermo ad aspettare, rendendosi conto che senza di lei – lei così evidentemente egoista, instabile e volubile, così incapace di tenerezza – era inceppato.  Trascorsa una settimana, dovette farsene una ragione e tornò al suo mestiere di veterinario. Smise di uscire a cercarla e richiuse la porta sulla sua solitudine.

Poiché marzo è un mese mutevole, la sera in cui Caterina si ripresentò alla sua porta nevischiava sui fiori di pesco e sulle margherite del prato. Gli apparve smagrita quando si tolse il cappotto, il volto cereo divorato dagli occhi scuri ed ardenti, e quando disse

“ti devo almeno una spiegazione”,

seppe che non era tornata per fermarsi, e ne fu subito ferito. Lei parlò con tono insolitamente pacato  e gli spiegò che i mesi trascorsi con lui, in quel luogo quieto e protettivo, le erano serviti per prendere le distanze dai suoi errori e per concedersi qualche attenuante, in modo da riuscire a passare oltre.

“…ma poi ho capito che se voglio davvero andare avanti devo tornare là fuori e misurarmi con le difficoltà, tutti i giorni. Non ci si salva nascondendosi, Fulvio”.

Lui tentò di ribattere ma mentre parlava si rendeva conto che le sue argomentazioni non erano altrettanto solide e allora le disse che l’amava e voleva prendersi cura di lei. Caterina scosse il capo e quando parlò fu perentoria:

“Sei tu che hai bisogno di aiuto, ma io non sono in condizioni di dartene. Ma guardati: dopo un matrimonio fallito ti sei rinchiuso nel tuo eremo e ti sei sottratto al rischio di vivere rapportandoti agli altri. Ora hai bisogno della mia fragilità per dare uno scopo alle tue giornate, ma questo non va bene. Mi dispiace”.

Poi uscì nella notte senza più voltarsi indietro, e lui rimase a lungo seduto su una sedia a rigirarsi nella mente le sue parole.

Le sue giornate ripresero a scorrere monotone, le notti divennero sempre più solitarie. Attese ancora qualche settimana, quando anche l’ultimo dei gatti randagi, il più derelitto, quello sordo con la coda spezzata, se ne andò. Allora prevalse la compassione, e giunta la sera contemplò il sole che tramontava nel limpido cielo di maggio e preparò la siringa di Tanax.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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