Il Vichingo dell’Isola

Durante le domeniche a piedi, mentre le vie del centro di Milano erano percorse da svariati mezzi di trasporto alternativo, dai più semplici ai più pittoreschi, in certi caffè decentrati dove una modesta consumazione durava diverse ore gli stanziali, i quali fino a poche settimane prima avrebbero faticato a collocare sulla carta geografica la regione dello Yom Kippur, divennero improvvisamente esperti di questioni di geopolitica, di OPEC e di prezzi al barile.

In virtù del decreto sull’austerity varato dal suo governo il pavido Mariano Rumor si trovò improvvisamente al centro di molte indispettite attenzioni: del resto, in qualche modo si doveva pur far passare il tempo nei pomeriggi festivi di coprifuoco energetico. La chiusura anticipata degli esercizi pubblici e dell’illuminazione nelle vie cittadine, sommata al timore per gli agguati terroristici che ammorbava Milano come un vapore mefitico condizionando in parte abitudini e atteggiamenti dei suoi abitanti, avviava la città verso un Capodanno in sordina, in timorosa previsione di tempi ancor più difficili. Era il 1973.

“Ma cos’è vestirsi una volta da persona seria, invece che con quelle orribili camicie colorate e quei pulloverini che sembri un salame infilato nel suo budello? E taglia ‘sti capelli che hai quasi trent’anni, sant’Iddio, e visto da dietro non pari neanche un uomo”.

Antonio sogguardò la madre, austera figura dai fianchi larghi e dai corti capelli ingrigiti piantata in mezzo al corridoio con la scopa in mano, quasi a volergli sbarrare il passaggio. Nel suo volto scontento cercò invano una traccia della bella ragazza che in abito da sposa, al braccio di un aitante giovanottone biondo, sorrideva felice dalla foto incorniciata che stava sul comò, unico ricordo della presenza di un padre della cui fuga, avvenuta sei mesi prima, credeva di incominciare a comprendere le ragioni. Uscì di casa prima che la filippica materna dilagasse infierendo su temi peraltro già noti ed estendendosi fino alla sua amata Elettra, argomento sul quale era particolarmente suscettibile, per cui avrebbe infine reagito e poi giù musi e pasti freddi gettati in malo modo sulla tavola per giorni, cosa che in pieno inverno sarebbe risultata piuttosto fastidiosa.

Electra Glide 1965, motore Panhead, l’amata Elettra: una Harley Davidson acquistata per poche lire poiché era poco più che un rottame, rimessa in sesto con cocciuta dedizione grazie all’aiuto del padre e del Gildo, proprietario dell’officina di riparazione per motocicli presso la quale lavorava. Dal genitore aveva assorbito la passione per i motori e per quel tipo particolare di motocicletta, simbolo di libertà e di avventura e anche il vezzo di portare i capelli lunghi, un gesto più di vanità che di protesta; era per via della faccia da Gesù Cristo insolente su un metro e novanta di muscoli e della bionda criniera ondulata, ricadente sulle spalle da nuotatore che nel rione Isola gli avevano appioppato il soprannome di “Vichingo”.

Dal padre aveva ereditato pure un’irrefrenabile curiosità nei confronti del gentil sesso e spiccate doti di affabulatore: il bar di via Jacopo Dal Verme, che frequentava sin da ragazzino, era il palcoscenico prediletto per la narrazione delle sue imprese amorose del fine settimana (Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato) e sebbene talvolta qualcuno sospettasse che in quelle storie alla cronaca si mescolasse la fantasia, era poco più di un dubbio che nulla toglieva alla fascinazione di quei racconti e al divertimento di ascoltarli.

Tanto per cominciare di anni ne ho appena venticinque, poi mi vesto come si usa, terzo da dietro potrò forse confondere le idee ma quando mi volto qualsiasi dubbio si dissolve, quarto se anche girassi con un completo grigio da ragioniere e mi tagliassi i capelli corti quella avrebbe comunque qualcosa da ridire, ci scommetto. Nessuna meraviglia se papà anni fa ha mollato il lavoro in fabbrica per mettersi a fare il rappresentante, sempre in giro per l’Italia. Se non l’avesse messa incinta col cavolo che si sarebbe lasciato intrappolare da una così: gran brava donna e anche bellina in gioventù ma noiosa, sempre lì a preoccuparsi per il domani senza mai godersi l’oggi, troppo timorata di Dio, della gente e degli eventi; tanto se una cosa deve succedere, succede comunque. Certo, la storia con la commessa della prestineria l’Evasio poteva evitarsela: alla fine lo sapeva tutto il quartiere ed è stato imbarazzante.

Era stato per quello che una domenica della scorsa primavera l’Adelaide aveva vegliato in attesa dell’Evasio fino all’alba. Quando dal balcone del tinello affacciato su Via Angelo della Pergola lo aveva avvistato camminare verso casa, prima che raggiungesse il portone aveva iniziato a lanciare in strada vestiti, scarpe e altri oggetti personali del marito. Lo aveva fatto con calma e con metodo e dai suoi gesti tranquilli e coordinati pareva trasparire un’allegrezza lieve, come se fosse una sorta di rituale liberatorio; l’ultimo oggetto a finire sull’asfalto fu un  grosso baule che precipitò dritto e pesante come un missile e atterrò con un gran fragore. Fessa sì, ma fino a un certo punto: che il rione intero fosse informato anche di questo, visto che sapeva già della tresca con quella sciacquetta; a riferire ci avrebbero pensato coloro che sbirciavano più o meno discretamente dalle finestre socchiuse.

L’Evasio non aveva fatto una piega; d’altro canto forse se lo aspettava e magari persino se lo augurava. Con la disinvolta eleganza che si accompagnava da sempre alla virile avvenenza della sua robusta figura aveva riempito con altrettanta calma il baule, lo aveva chiuso accuratamente e si era infilato nel bar più vicino. Poco dopo era giunto un tassì e l’autista lo aveva aiutato a caricare il baule nel portabagagli, e fu quella l’ultima volta che si poté vedere l’Evasio all’Isola. Del resto, qualche giorno dopo anche la burrosa commessa della prestineria, bella figliola arrivata dal Sud dagli occhi neri e dal sorriso sempre pronto, era improvvisamente scomparsa senza nemmeno avere la creanza di licenziarsi e addirittura disinteressandosi della liquidazione che le spettava. La ditta di ricambi per autoveicoli per la quale l’Evasio possedeva mandato di rappresentanza tre mesi dopo inviò per raccomandata formale revoca del mandato e accreditò le ultime spettanze sul conto bancario intestato ai due coniugi. Per quel che ne sapeva Antonio, il padre non si era più fatto vivo nemmeno per richiedere la separazione e il fatto che non avesse cercato in alcun modo di contattarlo lo aveva profondamente ferito, benché non lo avesse dato a vedere. Aveva anche perso un prezioso alleato, ritrovandosi a dover sorbire da solo tutte le rampogne e i malumori materni.

Il ragazzo oltrepassò la madre bofonchiando un saluto a denti stretti e guadagnò l’uscita. Doveva sbrigarsi, di lì a poco il negozio di parrucchiera in faccia al bar di via Jacopo Dal Verme avrebbe tirato su la serranda ed era uno spettacolo che non intendeva perdersi: gli avrebbe allietato la mezza giornata di lavoro all’autofficina. Stava giusto sorbendo un caffè troppo caldo e troppo corto (niente, quell’ostia di un napoletano non ne vuol proprio sapere di farmelo un poco più lungo) quando scorse la parrucchiera sopraggiungere sul marciapiede opposto. Procedeva per ampie falcate elastiche delle lunghe gambe prorompenti dall’aderente minigonna, una corta giacchetta di finta pelliccia sbottonata sul maglioncino rosso dalla profonda scollatura, i capelli bruni e lucenti ondeggianti sulla schiena. Era quello il momento in cui gli avventori del bar, tutti abituali, sospendevano qualsiasi attività per rivolgere lo sguardo verso la pesante saracinesca del negozio di fronte, in attesa del momento in cui la stangona mora si sarebbe chinata per afferrarne la maniglia esibendo la sferica perfezione del posteriore e suggerendo paradisiache prospettive. Antonio si precipitò fuori con la tazzina in mano.

“Ciao Amanda, serve aiuto?”

“Ciao bello, ce la faccio!”

Amanda aveva rilevato da un paio di mesi l’attività dalla precedente pettinatrice, una donnetta a forma di chicchera dall’inverosimile chioma color mogano, quando questa era andata in pensione. Giunta a Milano da qualche periferia brasiliana era un fulgido esempio di bellezza mediterranea di insolita altezza: carnagione dorata, tratti delicati e vellutati occhi nocciola, e una voce fonda dal tono lievemente nasale che rendeva ancora più conturbante il fascino del cui effetto sugli uomini essa pareva del tutto inconsapevole o noncurante. Era solita rivolgersi a chiunque con disinvolta sfacciataggine dando del tu e attaccava facilmente bottone con chicchessia, eppure il suo atteggiamento era talmente diretto e scevro di civetteria da scoraggiare qualunque tentativo di abbordaggio anche da parte dei più audaci o più cretini, i quali finivano per sentirsi intimiditi.

La prima volta che si era imbattuta nel Vichingo al bar lo aveva apertamente soppesato, poi gli si era avvicinata allungando decisa una mano verso i capelli:

“Scusa, posso?”

e Antonio si era immobilizzato e ammutolito al tocco leggero dei polpastrelli che si insinuavano tra le ciocche bionde un poco arruffate.

“Sono belli ma hanno bisogno di una regolata e di tanto balsamo. Vieni in negozio quando vuoi, io faccio anche uomini”,

aveva detto lanciando un’occhiata circolare e sebbene tutti avessero correttamente compreso il senso della sua affermazione, vi era stato un momento di malizioso sconcerto.

Appena aveva potuto Antonio si era precipitato al COIN di Piazzale Loreto a comprare un balsamo dopo shampoo, meditando di accettare l’invito per quella regolata che gli avrebbe fornito l’occasione per approfondire la conoscenza della ragazza. Magari le avrebbe proposto una gita domenicale in moto, ma ormai faceva freddo e un giro sulla  scassata Cinquecento ereditata dal nonno paterno non aveva lo stesso fascino; meglio una pizza o una serata al piano bar. Ci stava pensando, ma chissà perché non si decideva.

Saltare sull’Elettra e andare via, via da questo rione vecchio e da questa città carogna e incarognita, viaggiare su strade lunghe e polverose in mezzo al niente, fermarsi per un po’ da qualche parte a lavorare per guadagnare il necessario ad andare ancora avanti, una serie infinita di oggi come se non vi fosse alcun domani. Incontrare luoghi, sfiorare gente, via, libero come l’aria, finché non sarei troppo vecchio per farlo. E allora, cosa farei? Potrei aspettare la morte ricordando i luoghi, le persone e i momenti, e sarebbe bellissimo.

 “Ciao zia, dov’è che vai stasera?”,

lo accolse al bar il Beppe rifilandogli con benevola impertinenza, per via delle chiome femminee, l’appellativo che certi milanesi riservavano a quelli dell’altra sponda.

“Zia un corno, Beppe. Vado all’Old Fashion, mentre voi state qui a ingoiare Fernet e a rincretinirvi con la briscola e il tressette. C’è chi vive e chi non sogna neanche più di vivere, caro te: poi domenica pomeriggio ti racconto, se fai il bravo”.

Levi’s con il risvolto, stivaletti, maglione dolcevita color senape e chiodo, in perfetta tenuta da motociclista  anche se l’Elettra rimaneva al calduccio in officina, perché in una notte dicembrina rimorchiare a Milano con una Harley sarebbe stato piuttosto difficile.

Quel mese nella sala da ballo in Viale Alemagna suonava un gruppo fiacco, ma tanto la gente mica andava lì per ascoltare la musica, né tutto sommato per ballare. Una moltitudine variopinta ondeggiava mollemente sulla pista guardandosi attorno con l’aria di cercar qualcuno, come dopotutto in effetti era, mentre altri si aggiravano per l’ampia sala aggrappati a un bicchiere o a una sigaretta.

Il Vichingo distribuì saluti a destra e a manca, conosceva quasi tutti i frequentatori del sabato sera. Molti tavolini erano occupati da gruppetti di ragazze sole che facevano le preziose inanellando sequele di annoiati “no grazie” in risposta agli inviti a ballare del pubblico maschile, nell’eterna rappresentazione della sfida tra cacciatore e preda dove sovente i ruoli si confondono e si ribaltano.

Individuò la morettina al termine di una serata scialba. Occupava un tavolino al fondo della sala, era sola e guardava fisso nella sua direzione; fu per noia e anche perché era tanto inconsciamente quanto saldamente intrappolato nel personaggio che aveva deciso di interpretare che mosse nella sua direzione. Si ravviò i capelli con un gesto carezzevole della mano e la avvicinò con studiata indolenza. Nessuno dei due disse nulla; la donna teneva una sigaretta tra le labbra vermiglie e volute fumose offuscavano i lineamenti del viso incorniciato dal caschetto di capelli nerissimi, con la frangia compatta a filo degli occhi scuri bistrati da un trucco troppo pesante. L’orchestra strimpellava orribilmente una lenta melodia: il Vichingo le tese una mano che essa afferrò con il sollievo entusiasta del naufrago dinanzi a un insperato appiglio. Era abbastanza alta, il corpo spigoloso dal quale emanava una sottile fragranza fiorita si appoggiò contro il suo con immediata e imbarazzante arrendevolezza. Tutto procedette in seguito secondo un copione già scritto e recitato troppe volte; poche banali parole scambiate nel tragitto verso casa di lei, una vetusta e malandata cascina in mezzo alla brughiera, superati il  Ponte di San Cristoforo sul Naviglio Grande e la Canottieri.

Lì, sulla strada sterrata priva di illuminazione che correva lungo l’argine, il silenzio ridava voce all’acqua che fluiva oscura e pigra sotto il cielo stellato ed ecco che il buio acquisiva forma e sostanza e in qualche modo il buio era la notte, un non luogo avulso e insidioso che avrebbe anche potuto ghermire e far scomparire, per sempre.

Il Vichingo non sapeva spiegarsi l’inquietudine che lo aveva colto e la subitanea voglia di dire “ciao, buonanotte”, girare la Cinquecento  e tornare verso le luci della città cercando di non finire nel Naviglio: ma era troppo tardi, la donna lo aveva afferrato, gli si era avvinghiata cercando la bocca con labbra avide e sospingendolo verso la camera da letto. Alla luce fioca dell’abat jour egli si accorse del viso segnato e indurito da chissà quali affronti e si  rese conto che aveva molti anni più di lui. Le sue mani lo frugavano furiose, il respiro roco e corto e tutto si svolse in modo veloce e affrettato; la mente del Vichingo fluttuava lontana, via da quel momento squallido, saturo di un tenebroso dolore che non avrebbe mai saputo lenire.

“Puoi dormire per un poco qui, accanto a me”,

“…no, è meglio che vada, si è fatto così tardi e io…”

“…puoi dormire per un poco qui, accanto a me”,

ripeté la donna in una dolce cantilena ossessiva e nelle mani dalle unghie laccate di rosso cupo comparve una lucente rivoltella, la cui canna era puntata sulla bella faccia da Gesù Cristo insolente (ora nemmeno più tanto) del Vichingo, il quale non ne aveva mai vista una da vicino, né mai avrebbe voluto vederne una così da vicino.

Il mattino lo trovò sfiancato e sudato; alla luce spietata del giorno la donna gli apparve  come una sorta di Valentina di Crepax imbruttita dagli anni e avariata dalla vita; gli si rivolgeva come se fossero una coppia sposata da molto tempo, smarrita in un delirio che doveva averla condotta in un altra epoca, dentro tutt’altra storia. Il chiarore si riversava nel tinello anonimo e trasandato mettendo a nudo un disordine che non era solo nelle cose, e allora ebbe paura. Ciò che lo atterrì assai più della pistola fu la sofferente supplica che albergava al fondo dello sguardo opaco della poveretta e avvertì l’urgenza di sottrarsi alla disperazione di quell’invocazione d’aiuto.

Riuscì ad approfittare di un momento di distrazione della donna, agguantò la rivoltella che aveva posato sul tavolo e mormorando

“Scusa, mi spiace davvero”

le sferrò un pugno in pieno volto che la atterrò all’istante e afferrato al volo il chiodo si precipitò fuori, via da quell’incubo alla massima velocità consentita dalla catarrosa Cinquecento. Poco prima di arrivare al ponte di San Cristoforo si fermò e dopo essersi accertato che nessuno potesse vederlo lanciò la rivoltella nel Naviglio.

“Sei proprio un disgraziato randagio come era tuo padre, e adesso se hai fame vai al bar”,

disse la madre prima di uscire sbattendo la porta.

Ma quale fame, poi. All’Evasio l’avrebbe confidata, una storia tanto brutta, quello ci avrebbe riso sopra e di certo gli avrebbe levato di dosso la sensazione di sporcizia amara che gli era rimasta appiccicata come una bava di lumaca. Fece una doccia e strofinando energicamente il cuoio capelluto gli venne in mente Amanda e pensò che era ora di invitarla a cena, e magari anche di smetterla di andare in giro a fare lo scemo.

Fu cercando una salvietta pulita nel cassettone dell’Adelaide che gli capitò tra le mani la lettera di suo padre: era stata spedita da Milano lo scorso mese di maggio, pochi giorni dopo che la moglie lo aveva cacciato di casa. L’uomo si scusava per essere stato infedele e bugiardo, assumendosi tutte le colpe e la invitava a concordare una risoluzione:

“Poiché (comprensibilmente) mi chiudi il telefono in faccia non appena senti la mia voce, ti prego di accettare un incontro nel corso del quale definire la nostra inevitabile separazione. Mi sono trasferito a Crescenzago, nel villino di certi amici di Carmen che staranno in Germania per un anno e le hanno affidato la casa, potresti raggiungermi lì sabato sera. Anche Carmen ci terrebbe a porti delle scuse, ma se la sua presenza ti infastidisce è disposta a lasciarci soli. Ti prego, abbraccia per me Antonio e dagli il mio indirizzo; io passerò a salutarlo in officina uno di questi giorni”.

Era un sabato sera di maggio, dalle finestre aperte sulla via giungevano profumi di cucina, parole, canzoni. Antonio si era stupito nel vedere la madre uscire di casa vestita di tutto punto, il volto tirato e l’espressione più irosa del solito, ma considerò che fosse meglio non far domande. Era rincasato come al solito a notte alta e la mattina dopo, accorgendosi che l’Adelaide non si era ancora alzata nonostante mancasse poco a mezzogiorno, si era limitato a domandare attraverso l’uscio sbarrato se stesse bene e aveva seguitato a farsi gli affari propri.

 “Ti prego, abbraccia per me Antonio e dagli il mio indirizzo; io passerò a salutarlo in officina uno di questi giorni”.

Il Vichingo si sentì svuotare all’improvviso; fu un defluire veloce e brusco, manco fosse un lavandino pieno d’acqua a cui avessero d’improvviso levato il tappo.

Era una bella domenica di dicembre dal clima insolitamente mite e così corse a prelevare l’Elettra, pressato dal bisogno di aggrapparsi a qualcosa che gli appartenesse davvero. Arrivò in fretta a Crescenzago e individuò facilmente l’indirizzo: era una graziosa casetta a due piani un poco appartata e affacciata su un piccolo giardino. Notò che tutte le tapparelle erano abbassate e che il pezzetto di verde era trascurato, l’erba ingiallita dal gelo era alta. Poi si accorse della Fiat 128 di suo padre, parcheggiata poco più in là, subito dietro l’orribile Prinz verde della prestinaia. Si avvicinò all’auto e notò che sul sedile del passeggero, accuratamente appoggiata allo schienale, giaceva una leggera giacca beige, una di quelle che l’Evasio soleva indossare in primavera. Si sentiva le gambe rigide e la bocca impastata quando pigiò il dito sul campanello a lato del cancelletto, sapendo già che nessuno avrebbe aperto. Pensò che al ritorno degli amici di Carmen dalla Germania forse le domande che ora rimbalzavano come palline del flipper nella sua mente avrebbero trovato risposta; fino a quel momento avrebbe fatto finta di niente perché per affrontare certe verità senza dar di matto occorre una strategia, e lui in quel momento non ne aveva alcuna.

“Uella, Vichingo, e allora?”

“Serata in bianco, caro Beppe. Qualche volta è meglio lasciar perdere”.

E pensare che invece (ironia della sorte) sarebbe stato proprio il caso di esordire con l’abusato “Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato”.

 Il martedì mattina il Vichingo sorbiva il solito caffè denso, troppo caldo e troppo corto, nell’attesa di assistere al rito del sollevamento della saracinesca del negozio di Amanda. Era deciso a fissare un appuntamento per il taglio dei capelli, in modo da avere l’opportunità di chiederle di uscire.

La quiete della via fu lacerata d’improvviso dal rombo trattenuto della Porsche 911 Carrera color amaranto che procedeva placidamente regale, fermandosi proprio davanti al negozio di Amanda. Ne discese un ometto grassottello dai radi capelli grigi che si precipitò ad aprire lo sportello alla stangona mora, la quale si levò con grazia sinuosa dal sedile e lo baciò sulla bocca, abbracciandolo con trasporto.

Tra poco sarà primavera e allora monterò sull’Elettra e partirò; il Gildo capirà, ne sono certo. Costa Azzurra, Marsiglia, poi si vedrà. Via, prima che questa città carogna e incarognita mi inghiotta per sempre.

Così fantasticava il Vichingo in un inverno in cui troppi nodi erano venuti al pettine tutti assieme, generando uno spinoso groviglio che prima o poi avrebbe dovuto districare. Solo dopo avrebbe potuto decidere se prendere davvero il largo o rassegnarsi  a fare ciò che fanno i più, i quali passano attraverso gli anni sognando la fuga, ben sapendo che non si muoveranno mai.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente Gilet gialli, camicie verdi, umore nero Successivo Viaggi intergalattici: la zona morta.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.