In una notte di giugno

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La ragazza era alta e magra, il seno piccolo ed i fianchi stretti, il che poteva corrispondere esattamente ai canoni di bellezza femminile in voga all’inizio degli anni ‘70, ma nella sua figura androgina vi era un che di stantio, e nulla potevano la minigonna ed i sandali con l’alta zeppa, sui quali caracollava con un incedere rigido e prudente che la faceva somigliare ad uno sgraziato airone.

Aveva il naso lungo e sottile, la bocca piccola dalla piega precocemente amara, e la brezza fresca della notte di giugno agitava i lunghi capelli fini di un biondo sbiadito, carezzando il visetto smunto divorato dagli occhi di un insolito colore ambrato, che si ergeva su di un collo allungato e scarno.

Era molto tardi, e l’Old Fashion si stava svuotando, gli ultimi gruppetti uscivano vociando dal locale e si riversavano su viale Alemagna, dirigendosi verso le auto parcheggiate sotto gli alberi. La ragazza alta e magra era sola e stava sul bordo della strada; muoveva ogni tanto piccoli passi incerti, volgendo d’attorno sguardi ansiosi, come se stesse aspettando qualcuno che tardava.

Sotto gli olmi sul lato opposto della strada, nascosto dietro una piccola vettura scura, il ragazzo dal lungo ciuffo bruno spiovente sull’alta fronte della bella faccia dall’espressione strafottente osservava con maligno godimento l’ansia della ragazza migrare velocemente verso la delusione a mano a mano che la via si andava svuotando, e quando la vide immobile sotto la pallida luce del lampione che si passava velocemente i palmi delle mani sulle guance, fu certo che stesse piangendo, e provò una soddisfazione meschina.

Rimase tuttavia alquanto stupito allorché la vide salire su una rossa Alfa smarmittata dopo un breve conciliabolo con il ragazzo alla guida, nel quale aveva riconosciuto un teppistello attaccabrighe che come lei veniva da Vialba o Quarto Oggiaro che fosse, insomma quella brutta periferia così lontana dalla sua bella casa in Corso di Porta Romana. Comunque, aveva sprecato una serata ma aveva dato una lezione a quella verginella rinsecchita dalla pelle diafana sempre vagamente odorosa di talco che non lo aveva lasciato copiare durante l’ultimo compito in classe di fisica. Salì in auto e se ne andò, inalando golosamente dai finestrini abbassati il profumo invasivo e dolce dei tigli della vicina via Paleocapa.

Delia si era sentita avvampare quando Flavio le aveva sfiorato l’avambraccio con un tocco veloce e le aveva piantato in faccia i crudeli occhi chiari, sillabando muto ed imperioso

“fammi copiare”.

Lo aveva guardato con quello strano sguardo dalle sfumature gialle scuotendo appena il capo, destra-sinistra, sinistra-destra:

“No”.

Al termine della prova, avrebbe voluto spiegargli quel diniego: non è giusto, non si fa, così non imparerai mai. Ma lui le aveva sibilato un insulto a denti stretti e le aveva voltato le robuste spalle. La ragazza sapeva che se il suo compagno di banco avesse preso un’altra insufficienza, vi erano serie probabilità che non sarebbe nemmeno stato ammesso agli esami di maturità: ma dopotutto, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità.

Flavio, prestante e un poco ottuso, sempre distolto dagli studi da vigorosi livelli di testosterone, era il maschio più ambito della V sezione B del Volta, e per contenere la sua esuberanza lo avevano messo a sedere accanto a Delia, posata e studiosa, molto matura ed apparentemente poco interessata ai suoi coetanei di sesso opposto, i quali peraltro ricambiavano il suo disinteresse, considerando poco appetibile e per nulla accessibile quella compagna troppo alta, troppo magra e troppo seria.

Alla fine dell’anno scolastico il ragazzo non era stato ammesso agli esami di maturità e suo padre, proprietario di una fabbrichetta che produceva scatole in cartone ondulato, si era scocciato parecchio: per punizione lo avrebbe portato con sé al lavoro tutti i giorni fino a ferragosto, e gli aveva anche drasticamente ridotto la paga settimanale.

Così quel sabato sera Flavio aveva optato per l’Old Fashion, una sala da ballo frequentata da una fauna un po’ ordinaria tra la quale trovare una qualunque da rimorchiare sarebbe stato per lui fin troppo facile: ma era uno dei pochi locali di Milano ad essere dotato di un bel giardino, che apriva all’inizio dell’estate e dove vi era anche una pista da ballo, e poi le consumazioni costavano poco.

L’idea gli era venuta quando aveva scorto la sua compagna di banco seduta ad un tavolo insieme a due ragazze molto più adulte, anzi addirittura piuttosto appassite, osservandole meglio, le espressioni opache oscillanti tra il desiderio insoddisfatto e una quieta rassegnazione. L’aveva avvicinata, le aveva chiesto di ballare, e mentre lei diceva qualcosa che non gli interessava affatto ascoltare aveva posto le mani sui suoi fianchi ossuti attirandola contro di sé e lasciandosi prendere da un’eccitazione feroce e vendicativa. Lei era imbarazzata ma non si sottraeva, e quando le amiche vennero a dirle che se ne stavano andando lui era intervenuto premuroso:

“…non preoccuparti, ti accompagno io”,

e le aveva cinto la vita con un braccio, sfiorandole i capelli con le labbra. Una mezz’ora dopo le aveva detto di aspettarlo davanti al locale, mentre andava a prendere l’auto parcheggiata ad una certa distanza, e lei gli aveva sorriso grata, perché faceva fatica a camminare con quelle terribili zeppe, e il ragazzo aveva notato che i suoi occhi di quel bizzarro colore ambrato nel buio brillavano come quelli di una lupa.

Delia si era illusa che lui la desiderasse davvero, almeno per una sera, ed era l’idea di quel desiderio ad emozionarla, assai più del ragazzo stesso. Comprendendo infine  quello scherzo cattivo, si era sentita umiliata, soffocata dalla vergogna e dalla rabbia. Così, quando quel tipo che conosceva di vista perché abitava anche lui nella case minime di via Zoagli  le aveva offerto un passaggio, non era stata tanto a pensarci ed aveva accettato.

Aveva camminato trascinando i piedi fino a casa, da quel gerbido che costeggiava la strada da via Amoretti verso la stazione Nord, i sandali in mano e il sangue che colava lento e caldo sulle gambe nude.Se l’era immaginata diversa, la sua prima volta: quando quel giovane tarchiato dai capelli corti e ricci aveva fermato l’auto in quel posto appartato e le si era avvicinato aveva sentito il suo alito che sapeva di fumo e di gomma da masticare. Avrebbe voluto dire di no, ma per qualche ragione contorta la sua evidente, brutale voglia la ricompensava della mortificazione patita da Flavio, e lo lasciò fare. Ciò che non avrebbe mai capito era il furore con il quale le si era avventato contro subito dopo: i pugni, gli schiaffi, gli insulti, e quello sguardo folle e cattivo mentre si accaniva sul suo corpo paralizzato dalla paura, nelle ore successive.

Un’alba rosata e pietosa schiariva il cielo su quella periferia squassata quando sua madre l’aveva scorta arrancare sul marciapiede, e le era corsa incontro, l’aveva abbracciata spalancando la bocca in un urlo silenzioso e sorreggendo quella povera bambola stracciata si era sentita sopraffare dalla sua inadeguatezza: per la presuntuosa velleità di pensare di poterle offrire un futuro migliore del suo, e per aver creduto che bastasse iscriverla ad una buona scuola e farla studiare per proteggerla da certe brutture.

Delia si era lasciata ripulire e cullare da sua madre, che non le aveva fatto domande. Non aveva mai raccontato a nessuno cosa fosse successo quella notte, e con gli anni sarebbe riuscita a relegare in un angolo recondito della mente quell’orribile ricordo: finché un giorno, sul finire dell’inverno, sebbene gli olmi in viale Alemagna fossero ancora spogli, al pari dei tigli in via Paleocapa, avrebbe notato che le giornate si allungavano, e si sarebbe sentita ad un tratto più leggera, come se un cocciuto dispiacere pian piano si addolcisse per lasciare il posto ad una ragionevole speranza.

Si era fermata alla quinta elementare, la mamma di Delia, si era sposata giovanissima e incinta con un bravo ragazzo che faceva il meccanico ed era appassionato di moto, e in sella ad una moto era morto, uscendo di strada sull’unica curva di un rettilineo dritto come una fucilata, proprio mentre dall’altra parte arrivava un autobus. Lo aveva dovuto riconoscere dalla fede che portava all’anulare sinistro ed era stato come se anche il suo cuore avesse cessato di battere su quell’asfalto.

La mamma di Delia era alta, sottile e bionda come la figlia, e con gli stessi grandi occhi di quel cangiante color ambra: ma aveva tonalità più decise, contorni più morbidi e tratti cesellati con perfetta misura, ed un’eleganza istintiva che dava al suo portamento una grazia lieve e determinata. Si era ritrovata sola, con una bimba di pochi anni, e possedendo come unica credenziale spendibile la sua straordinaria, intrigante bellezza, un giorno aveva risposto all’annuncio apparso su un giornale di un’agenzia che reclutava modelle. Si era presentata all’appuntamento nel vecchio edificio in via Durini con il suo abito più bello ed un filo di rossetto chiaro sulle labbra piene, la voluminosa chioma dorata raccolta sulla nuca.

Era iniziata così la sua attività di squillo di un certo livello: clientela selezionata, incontri organizzati con discrezione in appartamenti anonimi e sobri o in grandi alberghi che ospitavano uomini d’affari di passaggio a Milano. Aveva pensato che dopotutto sarebbe stato meno faticoso che pulire le case degli altri, e quasi ugualmente degradante. Non guadagnava grosse cifre, perché “l’agenzia” si tratteneva una bella fetta, ma rimanendo nelle case minime assegnate dal Comune poté permettersi di mantenere sua figlia fino all’Università. Le diede ad intendere che faceva la rappresentante, e sopportò la sua muta disapprovazione per le frequenti uscite serali.

Flavio aveva sentito il pettegolezzo su Delia circa un mese dopo, la sera che andò a mangiare una pizza con alcuni compagni di classe:

“…ma si è poi scoperto che è successo alla Ghislaretti? Laura e Bianca l’hanno incontrata prima degli esami, sarà stata la metà di giugno, e aveva la faccia pesta e gonfia”.

Metà giugno. La sera in cui l’aveva mollata davanti all’Old Fashion e poi l’aveva vista allontanarsi con quel mezzo delinquente. Sì, ma lui che c’entrava, se quella era stata così scema da andarsene con un tizio dal quale tutti giravano alla larga? Alla fine, ognuno è responsabile delle proprie azioni.

 Delia si era iscritta a Medicina ed aveva scelto la specializzazione in Malattie Infettive dopo che alla madre fu diagnosticata la sindrome da HIV. Aveva visto la sua luminosa bellezza che si disfaceva, il suo corpo consumarsi divorato da infezioni che non sapeva combattere, ed aveva avuto modo di constatare come sovente alla terribile malattia venga attribuita una chiara valenza punitiva: VI comandamento, non fornicare, l’utilizzo indebito della sessualità avrà il giusto castigo.

La madre di Delia se ne era andata a quarantacinque anni, le mani esangui abbandonate in quelle calde e forti della figlia, quella figlia alla quale era infine riuscita a porgere il dono più prezioso: la possibilità concreta di lottare per il futuro che si sarebbe scelta. Ognuna delle due aveva mantenuto il proprio segreto.

Dopo il diploma di maturità scientifica, cedendo alle pressioni del padre Flavio si era iscritto al corso di Economia e Commercio alla Statale, dove era rimasto parcheggiato per qualche anno dando pochissimi esami, finché non se ne era ufficialmente ritirato andando a scaldare una sedia in ufficio accanto al genitore, il quale continuava a covare la soverchia illusione che un giorno il ragazzo avrebbe messo la testa a posto. Il pover’uomo era morto all’inizio del 1989 senza avere questa soddisfazione  e pochi mesi dopo la moglie, smarrito qualsiasi interesse per la vita, lo aveva seguito. A trentacinque anni Flavio si era ritrovato unico erede della fabbrichetta, dell’appartamento in Corso di Porta Romana e di una villa a Sanremo, nonché di un discreto capitale.

Trascorse gli anni successivi spendendo il suo tempo ed il suo denaro in un giro di bische clandestine a Milano e nei Casinò di Sanremo e di Campione, dividendo le nottate tra i night milanesi e quelli di Lugano, e accompagnandosi a giovani donne compiacenti, ammaliate più dal suo portafoglio e dalla sua incosciente generosità che dalla sua pur notevole avvenenza, che tuttavia incominciava ad appannarsi a causa di quella vita di stravizi.

Si ammalò nella primavera del ’94, quando ormai la fabbrichetta annaspava e la villa di Sanremo era stata venduta per pagare qualche debito di gioco. Quella brutta tosse che non gli dava tregua da diverse settimane lo condusse ad un attacco di febbre altissima, e la prostituta che stava con lui quando iniziò a delirare ebbe cuore di chiamare il soccorso medico prima di andarsene a gambe levate.

Venne subito sottoposto ad una massiccia terapia antibiotica che lo lasciava spossato e che comunque non gli evitava una costante febbricola. Non passò molto tempo prima che i medici avessero dei sospetti e lo sottoponessero a delle analisi specifiche, le quali rivelarono che era affetto da AIDS, e ad uno stadio piuttosto avanzato. Flavio reagì alla notizia con l’arrogante, ignorante superficialità che era da sempre il suo abito mentale. Rifiutò le cure, ma d’altronde non accettò nemmeno la diagnosi, e perseverò nelle sue abitudini scellerate, senza alcun rispetto per il suo fisico ormai debilitato né per il tempo che gli rimaneva.

Ma in una radiosa alba di giugno, con il cielo terso nel quale correvano brandelli di nuvole candide sfilacciate da un vento gagliardo, che faceva frusciare le foglie degli alberi sui quali gli uccellini cinguettavano felicemente ignari, rientrando in casa Flavio si trascinò in bagno e dovette sorreggersi al lavabo per non crollare a  terra. Ebbe allora modo di osservare a lungo il proprio volto emaciato, gli occhi chiari gonfi ed arrossati, le profonde occhiaie violacee, i capelli opachi e flosci che cadevano a manciate ogni volta che vi passava le mani, il torace smagrito che si alzava e si abbassava frenetico, la bocca dalle labbra secche e sbiancate spalancata, alla vana ricerca di un fiato che non riusciva a trovare. Mentre scivolava a terra, un pensiero fuggevole come una repentina corrente d’aria gli attraversò la mente: l’illusione di avere un sacco di tempo a disposizione per rimediare, eventualmente, era finita.

Flavio giunse al San Raffaele verso sera, dopo che la donna delle pulizie lo aveva trovato a terra in uno stato di parziale incoscienza e fu ricoverato al Reparto Malattie Infettive. Nella vaghezza liquida che offuscava e rallentava le sue percezioni sensoriali e cognitive, come se avesse la testa immersa nell’acqua, Flavio intravide la donna in camice bianco che si avvicinava al suo letto. Intuì che doveva essere alta, i capelli chiari raccolti sulla nuca  conferivano al suo volto minuto ed assorto una grazia austera. La donna si chinò per auscultargli il torace, e fu allora che poté scorgere i suoi occhi grandi e luminosi, di un caldo marrone chiaro dai riflessi paglierini, brillanti e misteriosi come quelli di una lupa.

All’improvviso ricordò quella notte di giugno e rammentò anche il senso di colpa che si era scrollato di dosso come se fosse una mosca noiosa, quel sentimento fastidioso che lo aveva spinto a fare cose sempre più riprovevoli, per educarsi all’indifferenza e alla lontananza affettiva da chiunque, compresi i suoi genitori, la cui morte non aveva nemmeno pianto.

Delia aveva appena incominciato il turno, dato che le toccava la notte, e aveva subito compreso che le condizioni di quel paziente arrivato da poco erano disperate. Non comprese perché nel momento in cui spirò si aggrappò alla sua mano mormorando

“…scusa…”,

ma ritenne che dovesse averla scambiata per qualcun’altra, e considerò che è sempre triste morire a quell’età, in una dolce notte d’estate e senza nessuno accanto, ma il più delle volte di questa solitudine si è responsabili.

Non riconobbe il suo vecchio compagno di banco, del quale  avrebbe tutt’al più ricordato il perfido sgarbo di una sera per il quale non avrebbe avuto difficoltà a perdonarlo: nella sua implacabile onestà, per ciò che era successo dopo, e a cui comunque non pensava più, aveva sempre avuto ben chiara la ripartizione delle responsabilità.

Infatti, l’anno in cui sul finire dell’inverno il teppistello dell’Alfa smarmittata era stato trovato sgozzato in un gerbido vicino alla Stazione Nord di Quarto Oggiaro, tra sterpaglie, preservativi usati e mozziconi di sigaretta, non aveva provato alcuna pietà. Semmai, un ineffabile sollievo.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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