Innocenti trasgressioni

Mezzogiorno e mezzo passato da poco, le scuole chiuse per le vacanze estive, nelle fabbriche è appena terminato il turno del sabato mattina, perché in quegli anni si lavorava quasi ovunque mezza giornata anche il sabato. Nelle case di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno, centri appena fuori Milano, indecisi tra la cintura milanese e la Brianza, in un certo senso non ancora città ma oramai non più campagna, possiamo facilmente immaginare tavole imbandite con cibi freschi, prosciutto e melone, insalate di riso, uova sode con formaggi, e famiglie riunite che commentano il caldo e l’estate che oramai è arrivata.

Occorre uno sforzo di immaginazione maggiore per figurarsi il boato dell’esplosione del reattore dell’ICMESA di Meda, in conseguenza del quale in pochi minuti, cullata dal vento che soffiava verso est, una nube di triclorofenolo aveva avviluppato in un abbraccio mortale uomini, animali e terre, da Meda al lago di Como. Era il 10 luglio del 1976.

Non erano ancora le nove quando il suono del campanello fece emergere Romeo Piantanida dal profondo torpore comatoso che era il suo surrogato di sonno della domenica mattina, quando si coricava non prima delle cinque in quei soffocanti 40 metri quadri in via Vitruvio, solitamente con una discreta dose di alcool in corpo.

Emerse a fatica dalla nebbia pesante che rallentava i suoi processi mentali ed i suoi movimenti, masticò a vuoto perché aveva la bocca impastata, si passò una mano nei capelli arruffati e conquistò faticosamente una posizione più o meno eretta, riconoscendosi una profonda compassione appena velata da un’ombra di disgusto. Si diresse verso l’ingresso, maledicendo il disgraziato che stava attaccato al campanello, e indispettito spalancò l’uscio incurante del suo stato e del suo aspetto, pronto a cantargliene quattro.

“…Polizia, scusi il disturbo, ma dovremmo rivolgerle qualche domanda”,

disse l’uomo in divisa, esibendo un tesserino e prendendo atto senza curiosità dei suoi piedi nudi, dei boxer bianchi con gli elefantini rosa, dei lunghi capelli biondi spettinati e della bella faccia gonfia e disfatta.

Romeo fu repentinamente cosciente della sua sciatteria e avrebbe anche voluto dire che quei boxer glieli comprava sua madre al mercato rionale, ma fu subito allarmato da un’altra considerazione:

“…che cavolo posso aver combinato stanotte?”,

perché in verità degli avvenimenti delle ore precedenti alcuni dettagli non gli erano proprio chiari, e allora gli vennero in mente tutte le ipotetiche sciagure paventate dalla mamma Rosa quando cercava di dissuaderlo da uno stile di vita decisamente libertino, sul quale peraltro la timorata signora intuiva ma conosceva ben poco, fortunatamente.

“…ehm, sì, certo, mi metto addosso qualcosa, si accomodi…come posso esserle utile?”

disse schiarendosi la voce ed ostentando una tranquillità che non aveva.

Il giovane agente, seduto sulla punta di una sedia del tinello con un taccuino aperto davanti a sé, gli spiegò che intorno alle sette di quella mattina la custode Cesarina Bruschi, che stava lavando le scale,

(“ma lava le scale anche di domenica mattina, ‘sta donna?”)

accorgendosi che la porta dell’appartamento al secondo piano occupato dal Professor Ovidio Castelli era socchiusa, aveva dapprima bussato, poi chiamato, infine era entrata ed aveva scoperto il cadavere del suddetto Professore. Dopo essersi sentita male ed essersi ripresa con l’aiuto del marito, aveva avvisato la polizia.

“..ora, signor…(sguardo al taccuino)…Piantanida: la custode, che sostiene di soffrire di insonnia, ci ha riferito di averla sentita rincasare intorno alle cinque – dice che gli altri inquilini sono tutti anziani e si ritirano presto, perciò è sicura che fosse lei – e dato che il Professore è morto all’incirca a quell’ora, vogliamo sapere se lei ha visto o sentito qualcosa di anomalo, dato che abita giusto al piano di sotto. Perché vede, il Castelli  è morto ammazzato, e pure male”.

Romeo ci mise qualche minuto a recepire ed elaborare quelle informazioni, registrando marginalmente l’irritante uso del plurale maiestatis, che in quel momento lo faceva sentire ancora più solo. Deglutì a vuoto diverse volte, prima di rispondere che sì, era effettivamente tornato intorno alle cinque dopo avere trascorso la serata all’Old Fashion, la sala da ballo in viale Alemagna, dalla quale era uscito intorno a mezzanotte con una ragazza ed era stato a casa sua in via Forze Armate fino alle quattro circa, dopo di che era rientrato e no, non aveva notato nulla di strano né sentito alcun rumore provenire dall’appartamento al piano superiore.

Sul Professor Castelli, docente universitario di fisica sulla sessantina, non aveva fornito informazioni interessanti: lo conosceva di vista, buongiorno e buona sera incrociandosi per le scale, e non aveva idea delle sue eventuali frequentazioni; d’altra parte avrebbe potuto dire la stessa cosa di tutti gli altri inquilini, nonostante abitasse lì da tre anni.

“Bene, signor Piantanida, e…nome e cognome della ragazza con la quale si è, diciamo, intrattenuto?”

“…non me lo ricordo…però aspetti, mi ha scritto il suo numero di telefono!”

e schizzò verso la camera da letto con ritrovata agilità, perché incominciava ad essere mediamente preoccupato, e dalla tasca dei calzoni che indossava la sera prima pescò un biglietto da visita spiegazzato che porse all’agente.

“Bene, verificheremo. Per ora la ringrazio. Ah…non lasci la città, nei prossimi giorni, potremmo avere bisogno di sentirla ancora”.

Quando fu solo, Romeo sperò per qualche istante di essere ancora addormentato e di trovarsi nel bel mezzo di un brutto sogno da miscuglio di rhum e coca, negroni e vino: mentre vomitava prono sulla tazza del cesso si rese conto che purtroppo era sveglio. Si infilò sotto la doccia e lasciò scorrere a lungo l’acqua fresca sul viso e sul corpo, ripulendo quelle membra delle quali aveva una cura femminea, salvo poi strapazzarle nel profondo con quello che ingurgitava dal venerdì alla domenica. Si asciugò, si vestì, sorbì una moka intera di caffè amaro e si sforzò di riordinare ricordi e pensieri.

Figlio unico, il ragazzo aveva frequentato l’Istituto Ettore Conti nella nuova sede in zona Fiera Campionaria, dove aveva conseguito con una certa fatica e con un anno di ritardo il diploma di perito elettronico. Era stato subito assunto nella vicina Italtel, colosso italiano nel settore delle telecomunicazioni, grazie al padre che era impiegato da un ventennio in contabilità. Nel giro di pochi anni quel lavoro gli aveva consentito di lasciare la casa di via Settala e una famiglia affettuosa ma molto rigida per affittare un modesto appartamento in via Vitruvio, dove finalmente era libero di farsi gli affari suoi sfuggendo all’occhio vigile e morigerato dei genitori, e tuttavia sufficientemente vicino da poter contare sull’aiuto della signora Rosa nella gestione della casa (il che gli costava qualche inevitabile ingerenza che si sforzava di contenere, ma tutto ha un prezzo).

A ventotto anni appena compiuti, Romeo non era esattamente uno da Terrazza Martini, né da cinema d’essai o da Capolinea Jazz Club. La sua figura alta e snella, il viso dai lineamenti delicati e dalla pelle diafana, gli occhi verdi, i capelli biondo chiaro che portava lunghi e curatissimi, la bocca che si schiudeva facilmente al sorriso rivelando una fila di denti regolari e bianchissimi potevano trarre in inganno, conferendogli un aspetto elegante e vagamente intellettuale.

Eppure era sufficiente grattare un po’ quella patina luminosa per imbattersi nella sua generale superficialità, nella mancanza di cultura e perfino in una certa grossolanità, e soprattutto nella sistematica incapacità di empatia con gli altri esseri umani. Romeo era un cacciatore solitario e la sua patologica ricerca del piacere lo rendeva, in un certo senso, un precursore del decennio successivo, che avrebbe visto il trionfo trasversale di quell’edonismo che lui inconsapevolmente già praticava.

All’ora di pranzo il telegiornale passava notizie di cronaca e di politica interna; ancora non si parlava di uno dei più gravi disastri ambientali mai avvenuti, tanto che nelle zone a ridosso dell’Icmesa nessuno era stato evacuato e sarebbe trascorsa ancora una settimana prima che ciò avvenisse. Guardando distrattamente lo schermo, Romeo si sforzò di ricostruire i suoi movimenti a partire dalle nove della sera prima.

A quell’ora era uscito da casa dei suoi, dove aveva cenato, e si era recato direttamente all’Old Fashion. Lì aveva gironzolato un paio d’ore bevendo negroni e cercando un po’ di frescura sotto le piante nel giardino estivo. Aveva individuato la tipa della quale aveva dovuto leggere il nome sul biglietto con il numero di telefono (che non aveva mai avuto intenzione di usare) proprio sulla pista esterna: era belloccia, di una bellezza conturbante ed allusiva e gli era piaciuta subito. Erano usciti, lei non aveva l’auto, avevano quindi preso la sua Lancia Fulvia (molto usata, con il cambio al volante: faceva ancora un figurone anche se ciucciava come una spugna) e si erano trasferiti sul Naviglio Grande, dove si erano fermati a bere in un paio di locali, ed infine erano approdati in quel triste casermone in via Forze Armate dove erano passati al vino.

Da lì in poi i suoi ricordi erano appannati da una foschia discontinua: era vivida la percezione della desolante mediocrità di quei locali disadorni e rammentava il fastidio che aveva provato nel momento in cui la rozza sensualità della donna, che vista da vicino era molto meno giovane di quanto gli fosse sembrata, era degenerata nell’esibizione di uno scontato campionario di mossette lascive. Non si rammentava i dettagli del loro incontro (i prodigi della rimozione), né aveva cognizione del viaggio in auto verso casa, tant’è che non aveva la minima idea di dove avesse parcheggiato la Fulvia, il che era un ulteriore problema che prima o poi avrebbe dovuto affrontare.

Era certissimo di non avere nulla a che fare con la morte del Professore, ma lo turbava il fatto di aver taciuto due dettagli al giovane poliziotto che lo aveva interrogato qualche ora prima: quella mattina, mentre arrancava stancamente sulle scale, aveva incrociato una donna che scendeva. Ne aveva avuto un’impressione fuggevole e indistinta: alta, capelli rosso fiamma raccolti. Tacchi alti, ne aveva udito il ticchettio.  Aveva taciuto su questo incontro perché non era sicuro che fosse avvenuto davvero, aveva il dubbio che potesse essere stata una proiezione della sua mente confusa e stanca.

L’altro particolare che aveva omesso di riferire era invece assolutamente reale e riguardava le abitudini del Professore, perché in realtà gli era capitato di incontrarlo fuori dal tranquillo condominio di via Vitruvio: per la precisione, in un locale per scambisti al quartiere Isola (“Accogliente e riservato, si garantiscono discrezione ed igiene”, e un bestione scuro dall’espressione granitica selezionava i clienti all’ingresso, chissà con quale criterio), dove gli capitava talvolta di recarsi con qualche occasionale compagna disponibile a questo tipo di trasgressione.

Figurarsi la sua sorpresa, quando era inciampato nel distinto Professor Castelli, aggrovigliato ad un numero imprecisato di corpi tutti ugualmente discinti e ansanti. Ma in fondo, aveva considerato, perché alimentare pettegolezzi su un pover’uomo morto ammazzato? Tuttavia, la verità era che gli scocciava rivelare di andare in un posto del genere.

Romeo prese due aspirine e passò il resto della giornata dormendo, ma fu un sonno agitato, sovente interrotto da improvvisi soprassalti.

Il lunedì sera era a cena dai suoi e naturalmente si parlò dell’omicidio di via Vitruvio.

“Ma poi, poveretto, che brutta morte. Leggi qua”,

disse la signora Rosa porgendogli l’edizione di quel pomeriggio de “La Notte”. Così Romeo apprese che

“…il cadavere del Professor Ovidio Castelli, scapolo, di anni 61, ordinario di fisica all’Università Cattolica, è stato rinvenuto nella sua abitazione domenica mattina alle sette dalla custode dello stabile al civico 12 di via Vitruvio, signora Cesarina Bruschi. La porta dell’appartamento era socchiusa e il Professore giaceva riverso sul letto, ammanettato mani e  piedi. Sul corpo la polizia ha rilevato una cinquantina di piccole ferite da taglio, concentrate sul petto e attorno ai genitali, ma la morte è avvenuta per soffocamento, molto probabilmente per mezzo di un collare in cuoio che gli stringeva il collo. Si ipotizza un gioco erotico spinto fino alle estreme conseguenze ”.

Nei giorni successivi nelle notizie di cronaca milanese si continuò a parlare della morte dell’irreprensibile Professore e della sua probabile doppia vita; Romeo fu convocato in Questura in via Fatebenefratelli dove gli riferirono che il suo alibi era stato confermato dalla signorina Manuela Torricelli e fu interrogato nuovamente. Si convinse che sospettassero che nascondesse delle informazioni, ma continuò a tacere.

Qualche giorno dopo, la sonnolenta estate milanese fu movimentata dalla notizia di un delitto analogo, avvenuto in zona Garibaldi: la vittima era un distinto signore sulla sessantina, direttore di banca, che viveva solo da molti anni dopo la scomparsa prematura della moglie: medesima posizione, stesse ferite, identica la causa del decesso.

Romeo lesse la notizia sull’edizione de “La Notte” di sabato e dato che era un cialtrone ma non era del tutto cretino, si rese conto della necessità di riferire alla polizia del suo incontro con il Professore al quartiere Isola: lunedì si sarebbe recato in Questura, motivando la sua reticenza con l’imbarazzo nel rendere noto che frequentava un locale del genere, anche se solo saltuariamente, beninteso. Forse avrebbe potuto chiedere di non riferire alla stampa il suo nome. Soddisfatto di questa coraggiosa risoluzione, si dispose a vivere il fine settimana con animo più lieve.

Era una serata afosa, alle nove passate dalla strada salivano ancora vampate bollenti e Romeo dovette viaggiare da casa sua a Viale Alemagna con i finestrini della Fulvia abbassati. Prima di scendere si pettinò i lunghi capelli biondi guardandosi nello specchietto retrovisore.

Entrò all’Old Fashion con le mani infilate nelle tasche degli impeccabili pantaloni chiari, l’andatura sciolta e studiata, il bel volto insolente pronto al sorriso, e si fermò subito al bar. Stava sorseggiando il primo negroni quando sentì alle sue spalle quella voce femminile pastosa e nasale, perentoria a dispetto del tono gentile:

“per cortesia, un Chivas liscio”.

Si voltò lentamente, scostandosi i capelli dalla fronte, e dovette alzare lo sguardo per agganciare gli occhi scuri di lei, più alta di lui di una spanna abbondante, e fu sfiorato dal dubbio di averla già vista da qualche parte. Bellissima, altera, algida: lo aveva fissato con ferina curiosità, e lui si era sentito a disagio, tanto che si era girato dall’altra parte ed aveva ripreso il bicchiere con finta indifferenza. Un leggero spostamento d’aria, e l’aveva vista allontanarsi con passo elastico e deciso verso la sala, ammirandone la schiena flessuosa e l’elaborata pettinatura raccolta sulla nuca.

L’aveva osservata girare per il resto della serata, incrociandola di tanto in tanto, e ad un certo punto aveva avuto l’impressione che anche lei lo stesse soppesando da una distanza di sicurezza. Poi, ad un certo punto l’aveva persa di vista, e si era rassegnato ad andarsene da solo, cosa che gli capitava raramente.

Ed era fuori in quella dolce notte milanese, vicino all’auto parcheggiata sotto le piante in viale Alemagna, preso alla sprovvista dal prepotente frinire dei grilli

(“…i grilli a Milano?”),

quando un fruscio alle sue spalle lo fece sobbalzare e la vide uscire dall’ombra:

“Vai già via?”,

disse lei con quella voce profonda e ruvida. E poi salì in auto accanto a lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e mentre lui guidava senza sapere bene dove andare prese a giocare con la mano nei suoi capelli, carezzandolo sul collo, e Romeo sentì a malapena che gli raccontava di essere di passaggio a Milano per lavoro, perché aveva solo voglia di lasciarsi andare alle sue mani e alla bocca rossa che spiccava nel volto bianco e ardente, e puntò verso via Vitruvio.

Stava ancora armeggiando con la serratura quando lei gli si incollò addosso ed incominciò a slacciargli la camicia. La porta si richiuse con un tonfo alle loro spalle mentre lo sospingeva verso il letto e lui era già smarrito e sopraffatto, quando in un angolo remoto del cervello esplose il ricordo del ticchettio dei suoi tacchi alti.

Eppure, si riscosse da quel languido ottundimento solo quando sentì il freddo metallo delle manette chiudersi con un “clac” intorno ai suoi polsi, e allora colse un lampo crudele negli occhi bui della donna che lo bloccava con il peso del suo corpo morbido e bollente, mentre i capelli rosso fuoco, ora sciolti, gli solleticavano il petto e il ciondolo d’oro appeso al collo danzava mollemente davanti ai suoi occhi atterriti. Era una lametta, e così Romeo seppe con certezza dove aveva già incontrato quella donna, ma era troppo tardi, e il rigido collare in cuoio si stava già stringendo intorno al suo collo.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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