Italiani all’estero

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È comprensibilmente difficile ridurre a poche categorie i 60 milioni di italiani che vivono all’estero. Molti sono italiani senza saperlo, altri non sono mai stati in Italia, altri ancora hanno acquisito la cittadinanza per motivi politici o elettorali. Molti sono diventatati italiani per matrimonio e per amore, altri per motivi di studio o professionali. Alcuni addirittura perché affascinati dal nostro paese. Nella mia vita all’estero ho veramente incontrato le categorie più disparate, sicuramente difficili da incasellare.

L’operazione è però più agevole se si analizzano gli italiani all’estero dell’ultima generazione, cioè quella iniziata 20-25 anni fa. Sono gli ultimi emigranti, anche se il termine può apparire improprio. L’emigrazione è un fenomeno complesso, sociale e personale, spesso associato al dolore, alla perdita della Patria e degli affetti. Chi partiva, frequentemente non ritornava. La letteratura è piena di episodi che descrivono il disagio di affrontare una nuova vita, dove quella antica era affidata solo ai ricordi. Le vicende personali sono intrise di affetti lasciati e speranze da coltivare. C’era un travaso di sentimenti: l’auspicio di una vita migliore era la compensazione al dramma del distacco. Le immagini di questa emigrazione sono forti e drammatiche: le file umilianti a Ellis Island per entrare a New York, i vaporetti che sbarcavano a Buenos Aires, la durezza delle miniere in Belgio, delle fabbriche in Germania.

Oggi queste esperienze sono consegnate alla storia. I più giovani vanno effettivamente all’estero per lavorare, ma il loro trasferimento ha toni meno epici. Non bisogna lavorare anni per pagarsi il costo del viaggio: i voli low cost aiutano. Non ci si affida alla posta aerea (o al parroco, nel caso si fosse analfabeti) per comunicare: bastano Skype o Whatsapp. Non esistono rischi di cambio o di welfare negato, almeno in Europa. L’emigrazione, per essere tale, ha bisogno di valicare le frontiere. Ma oggi i confini sono diluiti nella globalizzazione. I controlli scarseggiano. Nel liberismo corrente, ogni ostacolo alla libera circolazione di persone, capitali, merci è visto un ostacolo alla creazione di ricchezza. La mobilità è funzionale al sistema, dunque viene incoraggiata. Ovviamente non tutti possono vivere dappertutto, ma certamente oggi trasferirsi e vivere altrove è più facile. Gli Stati Uniti non richiedono più il visto ai cittadini italiani; d’altra parte in quel paese vivono decine di persone illegalmente, ma se queste per incanto svanissero il paese si fermerebbe: non ci sarebbero più benzinai a Houston, giardinieri a Los Angeles, cassieri al supermercato a Chicago, tassisti a New York,  forse neanche metalmeccanici a Detroit.

Con questa premessa, e riconoscendo una forte propensione alla sintesi, gli italiani che lavorano all’estero possono essere divisi in 3 grandi categorie:

  1. Quelli che vogliono rimanere italiani (e basta);
  2. Quelli che vogliono diventare stranieri (e basta);
  3. Quelli che si arricchiscono dal combinare italianità e differenza.
  1. Come faranno gli inglesi a mangiare quella roba? Le rape rosse non hanno sapore, la cream sull’insalata è dolciastra, e poi i pudding sono tutti uguali. Quando vogliono darsi un tono intellettuale sentenziano: “Non a caso in inglese “to cook” vale sia per “cuocere” che per “cucinare”. La citazione non li assolve. La cucina del Regno Unito effettivamente non è di grande reputazione; si sono mai viste insegne di “English restaurant” in giro per il mondo? Però a Londra ci sono molte opportunità di lavoro: servizi, finanza, manifattura, ristorazione, commercio, istruzione. Per essere assunti bisogna sapere l’inglese. È meglio studiarlo, piuttosto che lamentarsi del grado di cottura degli spaghetti. Alcuni anni fa, senza conoscere l’inglese, si diventava camerieri proprio in quei ristoranti. Oggi è più difficile. I giovani bengalesi, i pakistani di seconda generazione parlano inglese e costano meno. Sanno intrattenere la clientela così come le loro coetanee giamaicane sono barwoman eccellenti.  Inoltre, metà della popolazione di Londra è straniera; si trovano ristoranti e pub di tutto il mondo, rimpiangere i piatti di casa è inopportuno. Ecco perché i camerieri italiani tendono a diminuire. Non basta la buona volontà, servono competenze, umiltà, dedizione. Sono le stesse doti utili dappertutto. Chi lavora nelle multinazionali lo sa, lo sperimenta ogni giorno: essere italiano può essere una qualità, ma da sola non basta. I valori del lavoro e del successo sono universali: applicazione, duro lavoro, disciplina. Non siamo dei geni e ovviamente non siamo inferiori. Tendiamo tuttavia a dare importanza all’aspetto immateriale dell’esistenza e crediamo che aver vissuto a contatto con la bellezza sia il passaporto per l’entrata al club esclusivo del successo. L’Ambasciatore Gabriele Menegatti, dall’alto della sua preparazione, afferma che il nostro paese sta rivivendo la diaspora del Rinascimento: le migliori menti italiane sono andate a ingentilire con il loro talento le nobili corti europee. La frammentazione politica dell’Italia ancora da formare aveva favorito l’emigrazione, così come sta succedendo oggi. È vero, ma c’è dell’altro a colpire il nostro orgoglio. Non tutti quelli che cercano lavoro sono dei talenti, nel senso prevalente – e classista – del termine. Chissà per quale motivo essi vengono assimilati alle professioni, come se non ci volesse talento per combinare ingredienti, avere il senso delle proporzioni, intrattenere la clientela. In ogni caso, la concorrenza è minacciosa in ogni lavoro, intellettuale o presunto tale. Non voler cambiare è perdente, arroccarsi è riduttivo, chiudersi non conduce ai successi. All’estero, ci si ritrova a vedere le partite di calcio su Rai International, ignorando magari Wimbledon o il gran premio di Singapore. Anche questa imprenditoria pensa che basti l’italianità. Ho visto numerosi ristoranti cosiddetti italiani a Pechino e Shanghai, lasciati nelle mani di cinesi. L’ambizione era semplice: attrarre la clientela con il fascino della cucina italiana, ridurre i costi con la manodopera cinese. L’insuccesso era dietro l’angolo, magari dopo un arricchimento temporaneo. La cucina italiana, così come quella cinese, ha un risvolto culturale. Si articola in verticale, così come scandito dai nomi (primo, secondo, e così via). Bisogna dunque saper ordinare. La cucina cinese si svolge orizzontalmente; si mangia tutto insieme e la sovranità del consumatore è totale. Si pone tutto al centro della tavola – la “lazy susan” girevole – e si prende il boccone più gradito. Anche in questo caso ordinare è cruciale. Per questo ci vuole un cameriere italiano che illustri i piatti agli stranieri e come scadenzarli ai cinesi. Invece, spesso si lascia questo compito a persone totalmente ignare che non sono in grado di suggerire. Non si tratta di stabilire superiorità tra popoli: gli italiani compiono gli stessi errori quando sono disorientati dalla cucina cinese. Mangiano porzioni intere quando la cucina cinese si basa sugli assaggi, così come i cinesi mangiano il dessert all’inizio e accompagnano la carne con il succo di anguria. Essere italiani non basta neanche nella meccanica. L’eccellenza dei macchinari evapora se non esiste il libretto di istruzioni, se non è scritto in altre lingue, se i tecnici non sanno spiegare. È noto che l’Italia abbia contribuito a industrializzare molti paesi in via di sviluppo, dalla Cina all’India, dal Brasile all’Indonesia. In molti casi sarebbe stato necessario capire che questi paesi erano poveri ma orgogliosi, che avevano voglia di apprendere ma non di rimanere subalterni. Bisognava comprendere che la loro mentalità contadina aveva bisogno di tempo per trasformarsi in una società industriale. Conclusione numero 1: il nostro paese ha perso opportunità di export, di investimento, di lavoro all’estero. Conclusione n. 2, ancora più amara: il tempo trascorso non ritorna e sarà più difficile recuperare terreno.
  2. Ormai in Italia non si può più vivere. Non c’è’ ordine, disciplina, rispetto della legge. Mi piace tornare ma ogni volta mi pento. Appena atterro sento l’inglese masticato delle hostess, il finger che non arriva, la fila alla dogana, i bagagli che tardano. Avrei voglia di non sbarcare, di ritornare in America.  Non mi piace il ketchup, ma ammiro l’organizzazione sociale.  Sono arrivato lì, ho trafficato un po’, ora ho il permesso di soggiorno per un anno e se riesco voglio lanciare la my own company di blue jeans e sportware. Faccio tutto in outsourcing: tessuti dall’Honduras, contabilità dall’India, manifattura oltre confine, in Messico. Solo la clientela è americana, ricca e con pagamento cash. Di italiano metto solo il cervello, l’unica cosa che funziona in quel paese. Ne ho visti tanti di rinnegati, di persone che dicono non vorrebbero essere italiani, una specie di Alberto Sordi tragico, non quello divertente de “Un Americano a Roma”. Applicano una critica indiscriminata al nostro paese, buttano via il bambino con l’acqua sporca. Dimenticano che se sono stati assunti, il loro datore di lavoro si attendeva da loro un contributo di italianità per l’azienda. Forse aveva viaggiato nel nostro paese, aveva una passione per l’arte o per il parmigiano, per i tailleur di Armani o le aragoste dei pescatori italiani a largo del Massachusetts. Se era un banchiere ricordava il ruolo dei Medici nella finanza medioevale, se era ispanico sorrideva sulla nazionalità di Cristoforo Colombo, se era un musicista si ricordava del lessico italiano. Avrà pensato, al momento di decidere, “forse questo ragazzo può darmi un contributo di scienza, di simpatia, di saper vivere. La mia azienda ha bisogno di dinamismo”. Invece gli italiani stranieri-a-tutti-i-costi vivono nel rancore e spesso nell’insoddisfazione. Sono come i Reborn Christian che hanno bisogno della catarsi per aprirsi a una nuova vita. Apprezzo il loro tentativo di conoscere un nuovo mondo, sono consapevole del loro impegno, ma dall’esperienza che ho vissuto non ne ho tratto esempi imitabili. Possono avere successo, ma in quel caso è perché sono bravi e seri, non perché si siano dimenticati di essere italiani.
  3. Ho avuto un colloquio nella Silicon Valley, senza cravatta e con le sneaker. Prevalevano l’informalità e la competenza, senza show off o name dropping. Mi stavano intervistando il capo tecnico e il responsabile delle risorse umane. Parlavamo degli algoritmi applicati alla ricerca dedicata su Internet. Il mio standing era buono, la performance valida, ma non riuscivo a sfondare. Sembrava mi mancasse il colpo d’ala. Il direttore HR mi chiede delle mie ambizioni di carriera. Gli ho risposto che avrei voluto avanzare come nella “Successione di Fibonacci”, cioè con balzi che cumulavano la somma dei 2 precedenti. Rispose annuendo, perché aveva letto “The Da Vinci’s Code”. Il capo informatico fu invece colpito dalla conoscenza del matematico italiano, le cui applicazioni sono utili per la matematica applicata. Feci un solo riferimento, presi due piccioni e il posto fu mio.  Mentre addentava una fetta di Pizza Hut  il suo room mate  iniziò la sua storia. Studiavo a UCLA, Master in Business&Administration. La retta era alta: i miei genitori mi aiutavano, l’Università mi aveva concesso una piccola borsa di studio. Per il resto dovevo arrangiarmi: di giorno all’Università, il pomeriggio a studiare, la sera a lavorare. Facevo le consegne ai ristoranti fuori Culver City, dove sono gli studios. Una sera, al parcheggio, per poco non struscio l’auto di un signore che ignorava la retromarcia. Lui si scusa dal finestrino, io mi calmo dal mio, eppure non trattengo la battuta: “Eppure con gli occhiali da sole come Steve McQueen in “Bullitt” dovrebbe vedere dove guida”. “Lei cosa sa dei Persol di Steve?”. “Tutto, così come sugli occhiali di Jack Nicholson in “As good as it gets”, di Marcello Mastroianni in “La dolce vita” e di Tom Cruise in “Top Gun”. Stavo parlando con il Direttore degli Studios. Sei mesi dopo, a Master conseguito, ero responsabile della distribuzione della Luxottica in California. Essere italiani su un base di internazionalità è positivo, può essere decisivo per trovare lavoro. Se si parte da una soglia minima di dotazioni (possono essere la buona volontà, l’inglese, il Master, l’adattabilità) l’italianità ha i suoi effetti. Conosciamo i pregi che derivano dal nostro paese: inventiva, elasticità, senso estetico, lunga convivenza con la bellezza. Gli italiani di successo all’estero hanno trasformato questi aspetti da luoghi comuni in asset. Li hanno spalmati su una piattaforma di valori comuni che la società internazionale impone, anche se con ingiustizie e contraddizioni. Chi combina italianità e differenza ha un compito più difficile. Non esiste la scorciatoia per il successo, ma la giusta chimica degli elementi. È mentalmente più comodo rifugiarsi in un facile estremismo concettuale; è invece più difficile gestire situazioni complesse. Dopo tutto, è proprio questa una caratteristica degli italiani
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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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4 commenti su “Italiani all’estero

  1. Riesci sempre a sorprendermi e vorrei di più di questi post. Bellissimo ! Hai lasciato indietro la piccola considerazione che oggi a volte devi dimostrare di essere bravo , nonostante tu sia italiano.

  2. Interessante articolo, nel più perfetto stile forchielliano. Scorrevole per catturare l’attenzione del lettore. Pregevole per il contenuto che lascia adito più che ai commenti a tante riflessioni. Più leggo Forchielli e più mi rendo conto che il mio pensiero diventa articolatamente dis-articolato. Dopo questa panoramica a 360° sull’italiano e l’italianità tante domande affiorano sulla bocca. Alberto, hai buttato un bel mazzo di carte sul tavolo, il problema adesso è tentare di risistemarli mentre mi chiedo: Si rimane e si sfrutta qui la nostra italianità senza esportare le nostre competenze promuovendo il “Risorgimento” del Paese o vado all’estero tentando di conciliare la mia cultura con quella del nuovo paese? In ambedue i casi il fattore più importante che non devo trascurare è che se non sviluppo capacità e competenze non andrò lontano, sia che vada sia che resti. E tu lo dici chiaramente. Non serve lo stato anagrafico né il titolo se non so operare a livello metacognitivo mettendo in relazione il cervello col mondo circostante.
    Davvero interessante, continuerò a rifletterci su…

  3. Mirko Andreoli il said:

    Premesso che negli USA il visto di lavoro serve eccome e condiziona pesantemente la carriera di un immigrato regolare. Il pezzo è molto interessante, perché dipinge bene la realtà di molti immigrati come me da oltre 3 anni negli US. Essere italiani di certo ci fornisce buoni strumenti per competere, basta essere disposti a capire e interagire con altre culture sociali e lavorative. Il mio consiglio per ogni giovane italiano/a con dei sogni di successo all’estero è di provarci e di imparare dall’esperienza anche solo temporanea e riportare in italia un pò di quella apertura mentale e dinamicità che segna ad esempio la realtà lavorativa e sociale negli Stati
    Uniti.

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