Je regrette

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La mattina del 7 aprile 1979, su mandato del sostituto Procuratore della Procura di Padova Pietro Calogero, il Professor Toni Negri viene arrestato nel suo appartamento milanese con l’accusa di associazione sovversiva e di insurrezione armata contro lo Stato. Sarà condannato a 12 anni di carcere in base alle “leggi speciali” ed il cosiddetto “processo 7 aprile” sarà ritenuto da Amnesty International lesivo dei diritti degli imputati a giusto processo.

Le vie di Milano negli anni ’70 erano spesso sature del fumo acre dei lacrimogeni della polizia, che non poté comunque disperdere il fervore delle idee che circolavano in quegli anni: passioni e ideali si diluirono e si dissolsero in virtù di altri processi corrosivi, più subdoli e ben più efficaci, nei decenni successivi.

Di certo i cosiddetti anni di piombo non impedirono ai milanesi – soprattutto quelli di età compresa tra 20 e 40 anni – di vagare nella notte alla ricerca di compagnia, di consolazione, di un pubblico, di trasgressione, dimentichi ed incuranti degli opposti estremismi e di qualsiasi strategia della tensione.

Marilena Cattaneo aveva 34 anni e un Diploma Accademico di 1° livello conseguito all’Accademia di Belle Arti di Brera. Aveva un innegabile talento per la fotografia, ma si manteneva disegnando bigiotteria per una casa produttrice che esportava in tutto il mondo ed aveva sede dalle parti di viale Zara, perché la vita va così.

Le era capitato di esporre le sue foto in mostre minori e qualcuno le aveva prospettato la possibilità di lavorare come free lance: lei si era informata, ci aveva fantasticato su per  un po’ ma poi non se l’era sentita di lasciare un posto di lavoro sicuro per una simile incognita.

Viveva sola in un modesto appartamento in via Canonica, dopo che i genitori si erano trasferiti sul lago di Garda; col trascorrere degli anni a volte le capitava di provare un acuto senso di incompiutezza e di compatirsi per la sua solitudine, ma continuava a considerarla come una fase passeggera, forse addirittura preparatoria, e andava avanti con passo leggero verso il destino diverso che – certamente – le era stato riservato.  In quei momenti si consolava pensando alla fortuna di lavorare in un ambiente sereno che le procurava anche un discreto stipendio e nel tempo libero saltava sul suo Maggiolino color carta da zucchero, con la Leica sul sedile del passeggero per scattare foto alla città, alla mutevolezza del cielo e alle storie tratteggiate sui volti degli sconosciuti che per qualche ragione recondita attiravano la sua curiosità. Prediligeva le luci sfumate ed i paesaggi appena accennati, i contorni indefiniti delle mattine nebbiose, la visione imprecisa delle figure frettolose sulle scale della metro.  Sviluppava le sue foto in una camera oscura per la quale aveva sacrificato la stanza per gli ospiti una stanzetta di disimpegno e fissava le foto che le parevano meglio riuscite su un grande tabellone in sughero che occupava buona parte di una parete della camera da letto, cosicché facessero parte dei suoi sogni e dei suoi risvegli.

Marilena era carina, aveva vivaci occhi castani e capelli biondi, lunghi e lisci che portava con la frangia dagli anni del liceo e un’incorreggibile aria da ragazza perbene che talvolta si sforzava di dissimulare con un trucco un po’ più marcato, minigonne e tacchi alti: ma quando si guardava allo specchio si rendeva conto che le mancava quell’irrequietezza interiore che trasparendo conferisce un’irresistibile aura intrigante, del tutto indipendente dall’aspetto e dall’abbigliamento.  Aveva una sua musica interiore, alla quale prestava spesso attenzione dondolando appena il capo, soprattutto quelle sere in cui si metteva al volante per raggiungere gli amici all’Old Fashion o al Trianon e sperava – in modo neanche tanto celato – che la notte potesse riservarle qualche sorpresa.

E ogni tanto la notte milanese, generosa quanto beffarda, la scaraventava in qualche situazione piuttosto gradevole che purtroppo nei giorni successivi si deteriorava con la medesima velocità di un vasetto di yogurt. Più o meno. Ma dopotutto, lei si sentiva a suo agio nelle situazioni leggermente defilate.

Come ogni anno, Marilena era in ferie per tutto il mese di agosto. Poiché la maggior parte delle sue amiche era accoppiata e lei non aveva nessuna voglia di aggregarsi a qualche gruppo di single sfigati, aveva trascorso una decina di giorni al lago con i genitori, in relax totale e circondata dalle affettuose, soffocanti attenzioni che si riservano ad una figlia unica, poi era tornata in città con l’intenzione di godersi l’atmosfera sospesa e rallentata di una Milano meno frettolosa e meno popolata del solito. Avrebbe girovagato seguendo l’ispirazione del momento in compagnia della sua Leica, alla ricerca della luce e dell’inquadratura giusta.

In una mattinata particolarmente calda, decise di rifugiarsi alla Pinacoteca di Brera, e fu lì che incontrò Etienne.

Lui dimostrava una quarantina d’anni e se ne stava piantato da un po’ davanti a una tela di Boccioni, prendendo appunti su un taccuino moleskine. Qualcosa nella sua figura alta e dinoccolata attirò l’attenzione di Marilena, che notò il gesto aggraziato con il quale lui si scostava spesso dalla fronte un lungo ciuffo di capelli scuri con la stessa mano con la quale teneva la matita. Ad un tratto smise di scrivere e si girò verso di lei, come avvertendo l’insistenza del suo sguardo sulla sua persona. Marilena volse gli occhi altrove, imbarazzata, ma lui si mosse nella sua direzione:

“scusa, forse volevi avvicinarti a quel quadro, non me ne ero accorto…”

“Ehm…sì, ma non importa, ho tempo”

Lui la osservava – la scrutava – con il capo leggermente reclinato e un mezzo sorriso piantato su un volto di una bellezza quasi femminea, quando le tese la mano:

“…Etienne”

 “…Marilena”,

mormorò la ragazza allungando la sua di rimando, forse con un po’ troppa impazienza.

Lei finse di interessarsi al dipinto e lui le rimase accanto, come aspettandola, poi vagarono affiancati per le altre sale, anche se nessuno dei due aveva deciso nulla in proposito. Lui ogni tanto si fermava davanti ad un quadro, estraeva dalla tasca dei jeans quel suo piccolo taccuino nero e  scriveva, la fronte leggermente aggrottata, dimentico di lei e di molto altro, all’apparenza.

Uscirono su via Brera verso mezzogiorno e sotto un sole impietoso – così inadatto a una città, quasi sconveniente –  Marilena si incamminò verso il Beverin, bar nel quale le capitava spesso di fermarsi quando era in Brera. Lui la seguì, come se fosse la cosa più naturale del mondo, lei cercò di stabilire una ragionevole distanza tra di loro dedicandosi con esagerata concentrazione al panino e alla Coca Cola. Tra un boccone e un sorso di Perrier, Etienne le raccontò che era parigino e scriveva per una rivista di viaggi e cultura, ma si era da tempo trasferito in Provenza, nel Luberon, dove aveva comprato un vecchio casale in campagna: amava il silenzio e gli odori della terra e viaggiando spesso per scrivere i suoi articoli sentiva il bisogno di ritornare ad una dimensione più raccolta e più pacata di quella parigina. Marilena lo ascoltava, colpita dallo stridente contrasto tra i suoi tratti delicati e lo sguardo scuro, penetrante, che pareva bruciare di una passione occulta e inestinguibile. All’improvviso, ebbe paura che il loro incontro potesse finire lì, tra poco.

E non fu dunque un caso se lei, solitamente così riservata, quasi gelosa della parte più vera di sé, gli parlò delle sue foto, ansiosa di attirare in qualche modo la sua attenzione.

“…devi portarmi a vederle! Ho l’auto qui vicino”.

Marilena salì sulla 2CV Charleston con targa francese chiedendosi se era davvero quello che voleva, e sedendogli accanto nel ristretto abitacolo della vettura, dove poté avvertire il suo odore e il suo calore, decise che sì, era quello che voleva.

Nei giorni successivi, ebbe modo di scoprire tutta l’intensità di cui era capace Etienne e si lasciò travolgere dalla sua irruenza e dalla sua fanciullesca curiosità. Si chiusero in casa di giorno e vagabondarono la notte, fluttuando in una Milano accaldata e accomodante, si fermarono a conversare con tassisti e portieri di notte, con nottambuli di professione e disperati di passaggio, con vagabondi e prostitute,

“perché questa è la gente che ha qualcosa da raccontare, chérie”,

 e rientrarono solo all’alba con i cornetti appena sfornati sul sedile posteriore della 2CV, mentre Etienne declamava al giorno nascente versi di Mallarmé e di Rimbaud.

Marilena rivelò ad Etienne la città che amava: Santa Maria delle Grazie, il Cenacolo ed il Museo del Castello Sforzesco, dove lui si incantò e si commosse davanti alla Pietà Rondanini, ma anche la Torre Velasca e la Terrazza Martini, i Navigli e l’Idroscalo.

Finalmente, qualche giorno dopo ferragosto arrivò la pioggia, non un benefico temporale estivo, rumoroso e carico di elettricità, ma piuttosto una pioggerella sommessa e monotona, già rassegnata all’incombere della fine dell’estate.

“Rincorriamo l’estate spostandoci verso il mare, Marilena: andiamo in Costa Azzurra e poi risaliamo verso la Provenza. Vieni via con me. Conosco molte persone che possono aiutarti a vendere le tue foto a qualche rivista, potrai seguirmi nei miei viaggi e così avrai sempre materiale nuovo a disposizione”.

Lui era così avvolgente e persuasivo, lei così sola – prima – e loro due ormai così concentrici. Lei provò ad immaginare la sua casa colma dell’assenza di Etienne ed ebbe la sensazione di essere irrimediabilmente oltre per poterla sopportare, e allora accettò. Sarebbero partiti il giorno stesso e quando lei prese una grossa valigia lui disse:

“viaggia leggera, chiudi tutto e lascia così com’è: forse un giorno avrai voglia di tornare qui”.

La 2CV Charleston lasciò dunque la città nel primo pomeriggio, mentre un pallido sole si faceva strada tra le nuvole, ma l’estate milanese aveva già un colore sbiadito e pareva aver speso anche le sue ultime promesse.

In Liguria ritrovarono il sole che li accompagnò fino a Sanremo, dove si fermarono un paio di giorni. Furono giornate più quiete, in un certo senso più riflessive, e passeggiando sulla spiaggia discussero concretamente di un futuro sempre più prossimo.

Di tanto in tanto Marilena provava la stessa agitazione ansiosa che la bloccava sul bordo del trampolino quando era ragazzina e suo padre voleva insegnarle a tuffarsi – e lei non era nemmeno una buona nuotatrice – ma le bastava incrociare lo sguardo sereno e sorridente di Etienne per ritrovare fiducia ed entusiasmo.

Nel corso di una telefonata alla madre, Marilena accennò al fatto che era al mare e che aveva incontrato un tipo interessante,

“ma te ne parlerò con calma di persona”.

Lasciarono Sanremo una sera dopo cena e si diressero verso Ventimiglia, dove avrebbero attraversato il confine con la Francia. Si fermarono a dormire in una pensione nei pressi della stazione ed Etienne piombò subito in un sonno profondo e tranquillo. Marilena lo guardò a lungo. Tutto in lui le era così familiare, eppure lo conosceva appena da un paio di settimane. Gli aveva scattato molte foto, soprattutto quando lui non se ne accorgeva: voleva cogliere la sua essenza, al di là della mediazione delle parole e dei gesti.

Si addormentò all’improvviso, e fece un sogno: camminava a piedi nudi in un posto bellissimo, sentiva l’erba soffice sotto i piedi e l’aria era tiepida, si sentiva bene, solo un po’ confusa. Ad un tratto si trovò davanti ad una porta, e allora girò la maniglia e la aprì avanzando di un passo, fiduciosa. Oltre la porta, c’era un vuoto nero, nel quale precipitò senza riuscire a sorgerne il fondo. Si svegliò con il cuore in gola e la bocca secca, si sedette con gli occhi spalancati sul buio di quella stanza sconosciuta, interrotto dal fastidioso lampeggiare di cartellone pubblicitario luminoso.

E allora vide la sua vecchia vita, quella che stava lasciando: il suo appartamento ordinato con la parete della camera da letto tappezzata delle foto che più amava,  il suo ufficio con il tecnigrafo e le matite da disegno e l’ampia vetrata che guardava sul viale. Il suo Maggiolino, con il sedile di sinistra con un piccolo strappo nel rivestimento. Il tragitto in autobus da casa al lavoro, i colleghi con i quali divideva il pranzo e qualche parola. Le serate con gli amici, le domeniche al lago dai genitori, il sottile – sopportabile – dispiacere di non avere un compagno con cui condividere sole e pioggia. Milano, la sua bellezza e i suoi molti squallori, il bar sotto casa e l’edicola all’angolo con il giovane edicolante che la salutava sempre con un cenno della testa riccioluta. Domani avrebbe varcato il confine e sarebbe entrata in un’altra vita.

Etienne si mosse appena.

“ forse un giorno avrai voglia di tornare qui”, aveva detto quando avevano lasciato Milano. Marilena pensò alla facilità con la quale lui era disposto a rivoluzionare il suo quotidiano, al suo essere sempre in movimento, proiettato verso un altrove e un qualcos’altro e si rese conto della velata inquietudine che provava per la sua prepotente presenza, per la sua vitalità, per lo spazio che aveva subito occupato nei suoi giorni, sostituendo le mezzetinte con i  colori vividi.

Si alzò senza fare rumore, si vestì, cercò invano un pezzo di carta e una penna. Prese il rossetto, andò in bagno e sul grosso specchio sopra al lavabo scrisse solo

“Je regrette”.

La sua valigia era vicino alla porta, uscì dalla camera (mi dispiace, Etienne, ma tutto questo è troppo per me), salutò il portiere di notte che la guardò perplesso e si diresse verso la vicina stazione ferroviaria.

Arrivò alla stazione di Porta Garibaldi verso le dieci del mattino; una volta a casa si sedette vicino al telefono ed attese fino a sera. Il telefono non squillò.

Allora prese i rullini delle ultime due settimane, si chiuse nella  camera oscura e si mise al lavoro.

All’alba del giorno dopo, le immagini di Etienne occupavano tutto il tabellone in sughero. Marilena si sedette a gambe incrociate sul letto e guardò la sua opera cercando l’essenza di Etienne, mentre le lacrime  rotolavano sulla sua faccia da ragazza perbene.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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