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Julian Barnes: verità e narrativa nei suoi Livelli di Vita

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“Quando ho iniziato a leggere i grandi libri di letteratura ho avuto la istantanea convinzione che questi mi dicessero la verità come nessun altra ipotetica autorità (genitori, preti, maestri, giornali, politici) prima di allora aveva fatto”.

Questo inno alla lettura, e alla letteratura, è di Julian Barnes (Leicester, 1946), una delle voci più acute e sensibili della letteratura inglese della sua generazione. Una generazione invero ricca di talenti, da Ian Mc Ewan a Martin Amis a Ken Follett (per variare molto gli stili e le preferenze), anche se per Barnes si dovrebbero fare dei distinguo: perché “inglese” è forse un po’ riduttivo, per quanto andremo ad argomentare fra poco.

“Mi sento prima inglese, poi europeo, terzo britannico”

ha dichiarato il nostro in una conversazione al Passa Porta Festival di Bruxelles del 2013: lui si sente radicato nella sua terra, ma ama l’Europa continentale, la “mainland Europe”, e pensa poco alla Gran Bretagna come impero; e la sua opera è invero molto attenta a questi aspetti, a certi accenti profondamente radicati nella nostra cultura “europea” (spassoso tra l’altro il suo racconto dei primi anni in Francia, prima meta “esotica” di un ragazzo degli anni Sessanta, una generazione che viaggiava certamente meno dei ragazzi di oggi).

Che Julian Barnes sia uno scrittore eclettico, complesso, profondo, trasversale lo dimostra la sua bibliografia, che accoglie perfino degli spassosi e gradevolissimi romanzi, fra il noir e l’hard-boiled, pubblicati con lo pseduonimo di Dan Kavanagh, che raccontano le gesta di un bizzarro poliziotto privato nell’Inghilterra degli anni Settanta (Duffy) e che sono consigliatissimi tanto quanto la narrativa più “impegnata” (ammesso che la prima non lo sia).

I grandi scrittori francesi, i maestri e i compositori, i russi: Julian Barnes è questo (si pensi a “Il pappagallo di Flaubert” romanzo in cui un vedovo inglese ripercorre le campagne della Normandia in compagnia di un pappagallo impagliato appartenuto al grande Gustave), ma è anche un narratore classico della sua generazione, che ne “Il senso di una fine” (vincitore del Man Booker nel 2013) rivive amicizia, amore e morte lungo le reminiscenze degli anni Sessanta e della sua giovinezza.

Il Libro

Il libro di cui trattiamo oggi è Livelli di Vita (Einaudi, 2013, 118 pagine, Euro 16,50) ed è un’opera molto particolare, che forse ci dà una plastica rappresentazione del complesso intrecciarsi degli aspetti che abbiamo toccato sin qui: è un po’ romanzo storico e un po’ memoir; vi si parla di voli in mongolfiera, di amore e di morte, ma si raccontano anche personaggi storici, in un intreccio che l’autore ripropone molto spesso, come abbiamo visto.

Il libro è diviso in tre parti, che hanno incipit molto simili: “Metti insieme due cose che insieme non sono mai state” i primi due e “Metti insieme due persone che insieme non sono mai state” il terzo.

La prima parte (“Il peccato dell’altezza”) è un saggio molto divertente sugli albori del volo in aerostato, che rappresentò a fine Settecento la prima forma di conquista dell’altezza:

“Il volo in aerostato rappresentava la libertà, sebbene una libertà soggetta al potere dei venti e delle condizioni atmosferiche. Spesso gli aeronauti non erano in grado di stabilire se fossero fermi o in movimento, se stessero guadagnando o perdendo quota. Nei primi tempi, ricorrevano all’espediente di gettare una manciata di piume e quelle volavano in alto se il mezzo stava scendendo, e in basso in caso contrario”.

Il succedersi di aneddoti su vicende del volo in pallone e degli spericolati e rocamboleschi aeronauti che vi si cimentavano introduce la seconda parte del libro (“Con i piedi per terra”), che invece è una storia romanzesca, un “love affair” fra Sarah Bernhardt e Fred Burnaby, il “mongolfolle” di 108 chili, “disposto a  montare a bordo di qualunque mezzo disposto a librarsi in aria”; sono splendide ed indimenticabili le righe in cui Barnes descrive la “Divina” Sarah, una delle più grandi attrici teatrali del suo tempo e non solo:

“Appariva spontanea e impulsiva nell’arte come nella vita; trasgredendo alle regole teatrali spesso recitava dando le spalle alla platea. Finì a letto con tutti i suoi partner di scena. Amava la celebrità e l’autopromozione o, per usare le parole eleganti di Henry James, aveva una “figura mirabilmente incline alla ragguardevolezza”.

E ancora:

“Va da sé che avesse dei nemici. I suoi successi, le sue origini, il suo sesso e le sue stravaganze bohémien rammentavano ai bigotti per quale ragione gli attori fossero un tempo sepolti in terra sconsacrata”.

La terza parte (“Perdita di profondità”) parla del lutto dell’autore per la perdita della moglie, del suo ritrovarsi improvvisamente solo, dopo trent’anni, di riconoscere, negli altri, altri vedovi come lui, di notare una differenza nel modo con cui le persone si rivolgono a te, ora che hai subito un lutto così stretto. E’ un’introspezione, un ricordo, un memoir molto intimo e toccante, che certamente farà commuovere molti di coloro che lo leggeranno:

“Noi siamo stati insieme trent’anni. Ne avevo trenta quando ci conoscemmo, sessantadue quando è morta. Il cuore della mia vita; la vita del mio cuore. E sebbene lei detestasse l’idea di invecchiare – nei suoi vent’anni era convinta che non avrebbe mai superato i quaranta -, personalmente amavo il pensiero della nostra lunga esistenza insieme: quando le cose si fanno lente e tranquille, quando la memoria diventa una collaborazione”.

Il senso di una mancanza, che rimane una presenza, pervade tutto questo racconto, che ha anche particolari gustosi come questo aneddoto riferibile alla famosa scrittrice Ivy Compton-Burnett (1884-1969), con cui un’amica di Julian si trovò a dividere un taxi nel 1960:

“In un primo tempo, la Compton-Burnett conversò con la nostra amica…. Dopodichè, con un impercettibile scarto della testa ma senza la minima variazione del tono, prese a rivolgersi a Margaret Jourdain, sua compagna trentennale. Il fatto che Margaret, lungi dall’essere sul taxi con loro, fosse morta nel 1951 non aveva alcuna importanza. Era con lei che Ivy voleva parlare e perciò quello fece per il resto del tragitto…”*

La riflessione di Julian Barnes è in fondo quella della nostra vita e di quella labile differenza fra la narrazione e la “vera” esistenza, che spesso si confondono, come già ci ha ricordato Paul Auster: là era un “esperimento di verità”, qui sono i diversi “livelli di vita” che troviamo in questo originalissimo libro, in bilico fra memoir, storia e biografia romanzata, come ebbe a scrivere il New York Times nella sua recensione.

E questo ci porta al brano con cui abbiamo aperto questa proposta di lettura, alla verità di ciò che leggiamo:

“credo nella fondamentale verità della narrativa”,

ha detto Juilian Barnes. E la narrazione è vita, in fondo.

 

*Sullo stesso tema, che ritroviamo tra l’altro nel plot de “Il senso di una fine” ci piace soffermarci su un aneddoto che Julian Barnes riporta, nella conferenza di Bruxelles già citata: racconta di un compagno di scuola che smise di frequentare tanti anni prima e della raffigurazione della vita di questa persona che si era creata nel suo inconscio in base al suo carattere, al suo modo di fare, alla conoscenza che ne aveva fatto negli anni di scuola; Barnes si era fatto una certa idea di lui, di una vita brillante e di successo per questo compagno, che tra l’altro si chiamava proprio Brilliant di cognome; del quale però, improvvisamente e casualmente, apprese del suicidio, avvenuto solo due anni dopo che i due avevano cessato di frequentarsi ma dopo che, per 25 anni Julian aveva idealizzato il suo amico Brilliant.
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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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