J.M. Keynes, le banche e il ciclo economico

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J.M. Keynes
Rileggere vecchi brani è sempre buona cosa: tornando con occhi nuovi su vecchi argomenti si scopre spesso quanto male si giudicavano assimilati e digeriti: in alcune occasioni presentano sfaccettature nuove e ricche che aprono a riflessioni originali o almeno stimolanti.

Il caso questa volta è successo con le Brevi note sul ciclo economico, una appendice della Teoria Generale di Keynes. Già ne avevamo parlato ( benchè ripeto in quel post esposi la versione di Alvin Hansen per meglio collegarla ai successivi post sulla stagnazione secolare).

Keynes nel 1936 scriveva che alla base delle fluttuazioni cicliche vi doveva essere l’alea riguardo le aspettative dei redditi futuri che sorreggono l’analisi della efficienza marginale del capitale e del relativo livello degli investimenti in beni capitali, per cui la delusione sulla realizzabilità degli attesi ritorni economici facevano sgonfiare come un palloncino i programmi di investimento delle imprese, trascinando con sé quotazioni borsistiche, propensione al consumo, livelli occupazionali e aumentando la preferenza per la liquidità, la quale ultima, in cauda venenum, comporta un aumento del tasso di interesse che deprime ulteriormente la domanda aggregata secondo uno schema cumulativo di concause.

Nel proseguo delle Note l’economista di Cambridge propone alcune possibili soluzioni per regolarizzare o almeno smorzare gli effetti di aspettative infondate o molto erratiche: andiamo da quella socialisteggiante di controllo sociale dell’investimento, che altro non sembrerebbe una forma di pianificazione centrale che ricorda il connazionale Dobb ( tuttavia Keynes non va oltre questa enunciazione: i comunisti non erano ben visti negli anni 30); fino alle politiche redistributive del reddito per sostenere la propensione marginale al consumo.

Keynes tuttavia spende qualche parola in più su un altro filone di pensiero appartenente alla scuola di chi vorrebbe che i tassi di interesse vengano alzati durante le fasi espansive del ciclo per scoraggiare il sovrainvestimento: malgrado diversi dubbi, conclude che in assenza d’altro possa essere un metodo valido, aggiungendo però questo interessante excursus:

ritengo sia possibile ottenere un migliore stato medio dell’aspettativa grazie ad una politica bancaria che soffocasse sempre sul nascere una espansione incipiente, mediante un tasso di interesse abbastanza alto da scoraggiare anche gli ottimisti più sconsiderati

Considerate le recenti vicende di cicli di sotto investimento e sotto occupazione legati alle note vicende dei non performing loans bancari, questa idea suona intrigante, ma presenta delle difficoltà che la rendono oggi irrealizzata e probabilmente, parer mio, difficilmente realizzabile in futuro.

Se intuisco correttamente, Keynes suggerisce che in fase di concessione del credito la banca facesse una analisi dei business plan aziendali relativi ai nuovi investimenti da finanziare e, con la cautela che contraddistingue il buon depositario di risparmi altrui, operasse quelle correzioni che giudicasse opportune ai troppo generosi flussi di cassa attesi che le vengono presentati, e all’occorrenza applicasse uno spread adeguato al rischio da misurarsi quale variabilità attendibile dei flussi di cassa dalla media di settore o dal giudizio cauto dell’analista.

Si tenga conto che il tasso bancario è composto da tre elementi: l’euribor (o altro parametro di riferimento), che possiamo considerare eterodiretto dalla politica monetaria e dalle condizioni dei mercati interbancari e sostanzialmente esogeno rispetto alle decisioni della singola banca (a dio piacendo e nulla togliendo alle note manipolazioni illecite della cronaca giudiziaria); il secondo elemento è il credit risk spread che misura il potenziale assorbimento di capitale legato alla probability of default della controparte nel corso dei successivi 12 mesi; il terzo elemento è il mark up il vero e proprio guadagno netto in conto interessi per la banca, che all’evenienza deve anche fungere da cuscino assorbente di eventuali errori nella previsione del credit risk spread senza trovarsi in perdita secca.

L’elemento a cui Keynes sembra accennare è obiettivamente il secondo, il credit risk spread, che dipende a sua volta dalla PD, la probabilità statistica che entro un anno quella controparte con quel tal rating, quella struttura di bilancio, quello storico di utilizzi/affidamenti in Centrale Rischi e così via, finisca nello stato di credito deteriorato, non-performing appunto.

Ma come è calcolata la PD? Keynes vorrebbe che in essa confluisca l’analisi e le deduzioni relativamente ai flussi attesi, quindi il business plan, con un’ottica forward looking.

La verità è che la PD è quasi esclusivamente composta da analisi storiche: giudizi su dati ufficiali di bilancio, magari vecchi di 12 mesi, giudizi sull’andamento di affidamenti e utilizzi delle varie forme tecniche di fido come si possono estrapolare dai dati interni real time (non sempre) della singola banca concedente e dalla Centrale Rischi (almeno uno-due mesi di ritardo).

Qualche sistema di rating, specie quelli interni i modelli IRB prevedono schede qualitative in cui far confluire i giudizi personali dei referenti e gestori bancari, cercando quindi per tale via di inserire analisi e giudizi puntuali e possibilmente forward looking.

Peccato che in queste schede avvengano le porcherie più indescrivibili, con giudizi spesso contraddittori rispetto alle analisi quantitative, scarsamente supportati da documentazione probante, ragion per cui le Direzioni Strategie Creditizie hanno man mano ridotto il peso del giudizio qualitativo a beneficio della analisi quantitativa su dati storici e non prospettici, giudizio governato da un algoritmo statistico: è il fintech che avanza soppiantando la cautela, la conoscenza e l’esperienza del gestore e dell’analista, in favore di un approccio che premia il passato e imprime nei giovani l’impressione che ‘prossimità’, ‘conoscenza del cliente’ siano giudizi che una macchina possa facilmente, rigorosamente e obiettivamente attribuire con solenne precisione.

Nulla di più falso.

Come vedete il più recente trend nelle banche è ridurre l’autonomia e il peso del giudizio dei gestori a beneficio della sicurezza dell’algoritmo: fra le due imprecisioni si è preferita quella (penso) giudicata più governabile “centralmente”, malgrado sia bloccata ad un’analisi backward looking che disattende del tutto sia la logica keynesiana sia quanto ci hanno insegnato negli stessi ‘corsi fidi’ all’atto dell’assunzione del ruolo in banca.
Deve trattarsi di qualche inghippo dei regolamenti di Basilea dei modelli di valutazione dei Risk weighted assets, immagino, un altro elemento della architettura della Unione Bancaria su cui tornare per manutenzione ben più che ordinaria.

Chissà perché nessuno ha pensato di creare schede per inserire business plan e farli analizzare anche mediante algoritmi: immagino faccia parte di strategie pluriennali tese a ridurre man mano l’intervento umano a beneficio della macchina, riducendo progressivamente il livello di know how e skills del bancario medio. Se poi questo porterà a banche fatte esclusivamente da venditori yes-men inconsapevoli di cosa e come vendono solo la storia lo dirà, ma i presupposti vi sono tutti.

Di certo, la prima barriera alla sovrastima delle aspettative da parte degli animal spirits che Keynes aveva immaginato, cade rovinosamente nel modello contemporaneo di banca.

Possiamo illuderci che i vari minimi regolamentari di capitale e di passività eligibili alla conversione in azioni siano sufficienti a salvaguardare la stabilità del sistema finanziario, ma finché non renderemo più coerente, cauto e logico il sistema di valutazione e concessione del credito, il problema della formazione di non-performing loans continuerà.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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2 thoughts on “J.M. Keynes, le banche e il ciclo economico

    • La domanda, posta cosi stringatamente, sembra significare che i nuovi standard superino le perplessità che ho indicato in articolo.
      Invece no.
      La confusione sta nella novità di introdurre previsione di stime forward looking per accantonamenti, specialmente per i crediti in bonis ma underperforming che costituiranno la novella categoria 2 (intermedia fra crediti buoni e npl).
      Peccato che le stime forward looking riguardino dati macroeconomici per anticipare eventuali cicli economici e giocare d’anticipo su accantonamenti.
      Perciò nessun business plan, budget, valutazione prospettica a livello micro di singola azienda.
      A parte le stime macro, sulla cui capacità previsiva dei cambi di ciclo taccio i miei dubbi, nulla cambia rispetto a quanto scrivevo.

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