La bambina smarrita

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“Non sono sentimentale…sono romantico come voi. Il fatto, vedete, è che i sentimentali credono che le cose durino…i romantici hanno una fiducia disperata che non durino” (Francis Scott Fitzgerald, “Di qua dal Paradiso”)

Come è andata la giornata? Hai cenato?”

 Mi informo con un certo cortese distacco, cercando di non perdere il filo (ma non sono nemmeno certa che ve ne sia uno)  della diatriba tra dotti in corso di disputa nello studio televisivo tutto bianco, cromature e mega schermi uguale a tanti altri.

Ma sì, una riunione dietro l’altra: qui ci sarebbe un sacco di lavoro da fare ma mi auguro lo affidino a qualcun altro, sai quanto poco mi piaccia stare lontano da casa. Ho mangiato qualcosa al ristorante dell’albergo con Riga e Framonti, ora mi infilo sotto la doccia e subito dopo sotto le coperte. Qui piove e fa freddo; lì il tempo com’è?”

 Qui ormai da giorni un vento bizzoso spinge nuvole grigie e violette nel cielo di maggio. E’ confuso e confusionario: in alcuni momenti fresco poi d’improvviso tiepido e in modo evidente di direzione variabile, come direbbe un esperto meteorologo, dunque anche in questo sommamente indeciso.  Repentini scrosci d’acqua frustano le vigne e i campi di cereali sulle colline che preannunciano il mare: la Liguria è così vicina e come cantava Lauzi anche qui la gente è un poco selvatica, forse davvero ha paura del mare “che si muove anche di notte e non sta fermo mai”. Quando cessa la pioggia l’aria riprende vigore, lacera il silenzio della campagna con una cacofonia di sibili e ululati belluini, legni che sbattono, piccoli schianti. Le chiome degli ippocastani, delle acacie, degli olmi e dei salici piangenti sono scosse senza sosta in un fruscio fischiante mentre i ciliegi, i peschi e gli albicocchi con i loro piccoli frutti immaturi sono in balia di un tempo incarognito.

Eppure, osservando il paesaggio malmenato dalla bufera vi intuisco una persistente immobilità, una sorta di cocciuto sottrarsi a qualsiasi mutamento che non sia l’atavica successione delle stagioni.

Rammento il tempo in cui dalle finestre della mia casa milanese, in via Bertani, potevo scorgere l’Arco della Pace con il gruppo bronzeo posato sulla sommità. Fiere Dee e scalpitanti destrieri mi apparivano come se fossero appena giunti o in procinto di andarsene: consideravo allora che la Pace, in tutti i suoi molteplici ambiti di applicazione, è un bene tanto prezioso quanto fugace.

Mi aggiro per le camere vuote di questa vetusta dimora.  Non è casa mia né probabilmente lo sarà nemmeno fra diversi lustri, se mi sarà concesso di campare a lungo, ma le accordo un sentimento di rispetto e di gratitudine poiché mi ha accolta con la franca benevolenza con la quale si offre riparo a uno sconosciuto ospite che si fatica a comprendere ma del quale si riconosce lo spaesamento, avendone compassione.

Ravviso ovunque tracce della tua presenza, persino della tua infanzia poiché è trascorsa proprio tra queste solide mura: è come una nota olfattiva appena accennata ma persistente. Del resto tu sei un uomo discreto, uno che cerca sempre di non dare fastidio, che non prova alcun bisogno di imporre la propria presenza preferendo piuttosto suggerirla ed è un tratto caratteriale che apprezzo molto. In questi pochi giorni di solitudine mi sono baloccata a pensare a tutto ciò che avrei sostituito o semplicemente eliminato se tu non ci fossi più. Mi sono subito resa conto che è una sciocchezza, perché se tu non ci fossi più di certo me ne andrei: la mia permanenza qui non avrebbe più senso, forse addirittura questa casa mi farebbe comprendere in qualche modo oscuro che non è neanche più gradita. Ma è una sciocchezza anche questa, naturalmente.

I vecchi infissi gemono sotto la sferza del vento che seguita ad imperversare con immutata furia, spavaldo portatore di caos al quale sono tentata di attribuire una deliberata volontà distruttiva.  Sono solo fascinazioni consapevoli di una notte di bufera alle quali mi lascio andare rannicchiata nel letto, mentre la gatta che ronfa tranquilla al tuo posto di tanto in tanto è improvvisamente all’erta, un occhio azzurro aperto a fessura e le piccole orecchie brune e appuntite drizzate a decifrare un fragore più violento.

L’unica casa vicina, posta sull’altro lato della strada, è disabitata da tempo e una persiana non fissata ai ganci sbatte ritmicamente contro il muro con un colpo secco come una schioppettata. Una storia triste di contrasti insanabili tra eredi ha relegato nell’oblio una bella proprietà che ora cade lentamente a pezzi, avviluppata da una vegetazione invadente ma a suo modo pietosa poiché dissimula alla vista lo sfacelo delle mura.

Mi sto abituando a tutto questo strepito che diviene un sottofondo sempre meno disturbante; qualche pensiero disarticolato fluttua ancora per la mente che si sta abbandonando al sonno. D’improvviso due rumori fuori contesto, simultanei e distinti, mi fanno sobbalzare nel letto: passi sulla ghiaia del cortile e un pianto sommesso. Ora sono del tutto sveglia, riaccendo il paralume sul comodino. La gatta mi volge il dorso, dorme il sonno rilassato ma vigile dei felini, non condivide il mio turbamento e ne sono irrazionalmente rassicurata.

Qualcuno sta camminando sulla ghiaia davanti alla porta di casa, qualcuno che piange.

Un’impellenza ineludibile mi spinge a scendere fino al piano terra la scala di pietra consunta dai passi dei tuoi avi. Mi tornano alla mente tutte quelle orribili storie che m’intrigano tanto nelle quali lei scende in giardino in una notte buia, la candida camicia da notte svolazzante nella furia degli elementi, per andare incontro ad un tragico quanto prevedibile destino e ho persino in testa una musica adeguata, risuonante in gradazione ascendente.

Il vento ha dissolto o scaraventato altrove le nubi, la luce algida della luna piena disegna lunghe ombre mutevoli nel giardino, suggerendo la presenza di irrequieti fantasmi. L’aria ora è decisamente fredda e rabbrividisco nella leggera vestaglia, mentre osservo incredula la bambina. Si aggira con passi incerti tra i vasi di rose e di oleandri; percepisco una nota di rassegnata desolazione nel suo lamento – come può essere già sconfitta una creatura tanto piccola? – ed è una sofferenza profonda ed intima quella che dapprima mi piega le gambe e poi mi spinge ad avvicinarla camminando piano per non metterle paura, senza dire una parola, solo offrendole le mani aperte in un segno di pace, di resa, di invito.

Potrebbe avere tre o quattro anni, i riccioli castani si agitano nell’aria come serpentelli animati da vita propria e dopo il film horror ecco che mi torna alla mente il mito delle Gorgoni (e se guardandola negli occhi  mi ritrovassi pietrificata, fissata per l’eternità in questo istante sinistramente distopico?). La vestina in cotone blu scuro a maniche corte è sormontata da una specie di mantellina dal bordo pieghettato a righe bianche e blu che le conferisce uno stile vagamente marinaro, calza antiquati sandaletti in tela blu con fori laterali ad occhiello e la suola in gomma bianca. Mi sembra pulita e in ordine, nonostante l’abbigliamento di foggia così vistosamente datata. Ora si è ammutolita e mi guarda, sotto il chiarore lunare le lacrime luccicano sul faccino minuto e dai profondi occhi marroni traspare un attonito disorientamento.

In che modo può essersi perduta una bimba così piccola, in questo minuscolo borgo morente abitato prevalentemente da persone adulte e anziane (tant’è che vi è una scuola elementare che ospita pochi alunni ma non esiste nemmeno un asilo infantile), appena rianimato da un turismo di veloce passaggio nei fine settimana dalla primavera all’autunno e occultato nei lunghi mesi invernali da una nebbia viscidamente densa, ben più fitta di quella che osservavo incombere sui Navigli? L’orologio del campanile batte dodici rintocchi. Mi ritrovo a contarli con inutile, puntigliosa pedanteria, solo per sottrarmi allo straniamento di questa notte di maggio.

Si è lasciata prendere tra le braccia con la fiduciosa arrendevolezza dei cuccioli e quando l’ho deposta delicatamente a terra nel salotto si è subito incantata davanti ai dorsi multicolori dei numerosi volumi della libreria. Noto con una certa preoccupazione che avvicina piano la manina paffuta alla tua preziosa raccolta di volumi antichi.

Io non so cosa fare con i bambini piccoli e non ne sono mai stata neppure particolarmente attratta,  tuttavia in questo momento nel mio animo si fa strada l’istinto di prendermi cura di lei e lo percepisco come un’ineludibile responsabilità: le porto dei biscotti e un succo di frutta e l’avvolgo in una leggera copertina, perché in questa notte di vento la casa è un tripudio di spifferi che si intrecciano smuovendo gli orli delle tende.

La piccola  sgranocchia distrattamente un biscotto senza distogliere lo sguardo dai libri. Ne prendo uno a caso ed è la preziosa edizione Sonzogno del 1927 della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré, un’opera dal fascino tenebroso. Mi siedo sul divano e lei si accoccola al mio fianco mentre sfoglio con rispettosa delicatezza il volume. Provo a raccontarle la Divina Commedia incominciando da un uomo che aveva smarrito la strada e la speranza, ma ben presto la narrazione devia seguendo una sua incomprensibile logica: ora sono io il protagonista della Commedia ed è la storia della mia vita quella che espongo frugando nella memoria per ricostruire la corretta sequenza cronologica. Lei di tanto in tanto mi scruta assorta e alla luce soffusa della lampada del salotto i suoi occhi non appaiono marroni ma del colore cangiante dell’ambra. Sono certa che comprenda perfettamente il senso del mio racconto, anche quello che a me ancora sfugge. Abbasso la voce, penso che potrei tacere e proseguire solo col pensiero, lei sentirebbe comunque. Mi arrotolo i suoi riccioli intorno a un dito, come mi capita di fare con i miei quando sono molto concentrata o del tutto assente.

Le mie vicende sono sempre state governate dalla fragile armonia tra due evidenti squilibri: ad esempio se la vita professionale risultava soddisfacente quella sentimentale era pericolosamente travagliata. Vi era una sorta di compensazione tra qualcosa che andava bene e qualcosa che andava male e ho sempre ritenuto che il punto di forza, quello che manteneva la rotta anche nella tempesta, fosse l’aspetto più stabile e rassicurante.  Ebbene, da qualche tempo si sta facendo strada il pensiero strisciante che potrebbe essere vero anche l’inverso.  Come è trascorso tutto in fretta, gli anni delle battaglie e delle ingenue illusioni, delle passioni e delle ruvide sofferenze, degli slanci e delle catastrofiche cadute…il vento impetuoso che sconvolge questa notte me lo sono portata dentro per molto tempo, caos vitale che tutto ribaltava, scomponeva e ricomponeva in un nuovo effimero ordine. Non saprei dire quando è successo, certamente è stato un processo graduale quello che ha portato alla scomparsa di qualsiasi conflitto e a una serie di giornate tutte egualmente serene.

Come se bastasse cambiare luogo e abitudini per cancellare gli effetti dei propri errori. E se avessi sbagliato tutto? Se questa pace permanente, la rassicurante stabilità del mio quotidiano e tutta l’atavica, immutabile bellezza che scorgo dalle finestre mi stesse soffocando?

La notte è defluita lentamente verso quell’ora incerta nella quale sarebbe saggio non prendere decisione alcuna, poiché la lucidità di pensiero che suggerisce soluzioni perfette e definitive è un’ingannevole illusione di cui alla luce del giorno si ravviserà a malapena una traccia, priva di qualsiasi armoniosa coerenza.

Le raffiche di vento scuotono le persiane ed è tutto un sibilo gemente accompagnato da deboli schiocchi. La bimba si è addormentata, la testa ricciuta abbandonata nel mio grembo. Chiudo gli occhi e mi concentro sul calore del suo corpo fiduciosamente abbandonato chiedendomi come sarebbe oggi la mia vita se in gioventù, quando credevo di avere un’infinità di tempo per fare e disfare, avessi compiuto solo un paio di scelte differenti.

Mi risveglia il silenzio. Sono rannicchiata nel letto, la gatta si è insinuata nell’incavo del mio stomaco. Ci rimane male quando balzo fuori dal letto togliendole d’improvviso un comodo appoggio e si sposta palesando un certo signorile disappunto. Scendo di corsa al piano di sotto: la copertina è aggrovigliata sul divano, dove sono sparse briciole di biscotti; la Divina Commedia giace sul tavolino di cristallo, aperta sull’ultima pagina del Cantico XXXIV dell’Inferno (“E quindi uscimmo a riveder le stelle”).

Apro la porta finestra del soggiorno e mi si presenta allo sguardo un paesaggio scintillante e lindo, il cielo percorso da qualche impalpabile e candido brandello di nuvola che galleggia pigramente sopra le sagome dolcemente tondeggianti delle colline, su uno sfondo azzurro scuro; la leggera brezza smuove dolcemente le foglie degli alberi.

E’ un giorno nuovo. Penso al mare che non è così lontano; non lo è nemmeno Milano, l’innocente palcoscenico di gran parte della mia storia, città per la quale proverò sempre un sentimento di fiera appartenenza. Da queste parti tra poco i campi di grano muteranno dall’oro pallido al giallo opulento e la quiete dei pomeriggi sarà interrotta solo dal frinire delle cicale, dal ronzio degli insetti e dal rumore rauco di qualche trattore, laggiù nella valle. Tutto ha di nuovo un senso.

 “…allora quando torni?”

“Stasera, senz’altro per l’ora di cena”

“Bene”.

Ho voglia di sentire il tuo passo leggero per casa. Mi piacerebbe parlarti della bambina smarrita che ho sognato e che spero di avere ritrovato, ma non sono certa che comprenderesti.

E’ solo verso mezzogiorno, quando il piano di cristallo del tavolino del salotto è attraversato da un obliquo raggio di sole che scorgo nitida l’impronta di una piccola mano: sorrido nel cancellarla con delicatezza, e in realtà me ne sto solo riappropriando.

“C’era sempre il dolore del ricordo, il rimpianto per la gioventù perduta… eppure non avrebbe saputo dire perché la battaglia valeva la pena di essere combattuta…tese le braccia al cielo cristallino, splendente: “Conosco me stesso”, esclamò, “ma nient’altro!” (Francis Scott Fitzgerald, “Di qua dal Paradiso”)

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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