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La casa sul fiume

“Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza. (Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere)”.

Mentre l’Albero della Vita svetta altero e carico di significati veri e presunti, arcaici e futuristici, autentici e pretestuosi, a Milano è arrivata la primavera. E’ una primavera metropolitana, leggermente sotto tono, priva delle fragranze e dei colori prepotenti riscontrabili in campagna o in riviera: le foglioline nuove sugli alberi dei viali, qualche timido fiore nelle aiuole o sui terrazzi. Del resto, il suo compito è quello di essere consolatoria e vivificante senza distrarre troppo la città operosa e indaffarata.

Da qualche giorno Enrico rientra dal lavoro di ottimo umore: è ciarliero, premuroso, disponibile. Solo, fa orari sempre più strani. Certo, è rappresentante di preziosi, capita che alcuni clienti si rendano disponibili solo a fine giornata, e anche che gli incontri si svolgano a cena. Ma io, che ho cinquantaquattro anni e conosco mio marito da trentaquattro so che la risposta è un’altra: ha una ragazza nuova.

Ho commesso l’errore di sposare un uomo che sapevo costituzionalmente infedele con l’ingenua pretesa di saperlo cambiare, certa che “con me sarebbe stato diverso”: non è stato così, Enrico col trascorrere degli anni (ed oggi ne ha cinquantacinque) ha continuato ad essere coerente con la sua interpretazione del sesso come elemento giocoso e salutare, del tutto svincolato dal sentimento. Non si è mai preoccupato del fatto che il suo stile di vita potesse essere in disaccordo con il concetto di matrimonio ed anche di coppia, così come non si è mai curato della mia silenziosa quanto evidente sofferenza.

Per quel che mi riguarda, non ho voluto affrontare l’argomento in maniera risolutiva ma non sono nemmeno riuscita a superare il bisogno di esclusività sull’uomo che ho scelto come compagno, e della cui presenza non posso fare a meno. Solo che adesso ho troppo tempo per osservare, per annotare, per elaborare e considerare, e sto lentamente ed inesorabilmente franando.

Eppure continuo a pensare che sia stata una scelta saggia cedere la piccola cartotecnica, fondata da mio padre nel dopoguerra: l’offerta ricevuta dai proprietari di uno scatolificio italiano di grandi dimensioni che erano interessati ad insediarsi nel settore della produzione di astucci per cosmetici (noi siamo una piccola eccellenza in questo campo) era vergognosamente allettante. Dopo il ritiro di papà per me era diventato impegnativo e gravoso gestire tutto da sola, e l’accordo stipulato garantisce la continuità di tutto l’organico, dato che l’acquirente conosce ed apprezza da anni la nostra professionalità. L’affetto con il quale sono stata salutata l’ultimo giorno dalle maestranze mi ha commossa e confortata, perché mi è parso un ulteriore riconoscimento del buon lavoro svolto negli anni.

Poi però un altro evento imprevisto ha contribuito a sconvolgere il mio ingannevole equilibrio. Nostro figlio si è da poco laureato in veterinaria ed ha voluto andare in Australia per incontrare lo zio Nino (prozio, in realtà), che non conosceva affatto se non dai racconti del nonno, cioè mio padre: nella famiglia paterna – gente sanguigna originaria della bassa padana emiliana – lo zio Nino, rimasto nell’outback australiano in una cattle station dopo la prigionia durante la seconda guerra, è una figura epica, oggetto di ammirazione e di rispetto. Papà lo ha contattato e lo zio Nino, che a 95 anni ormai coltiva serenamente insieme all’anziana moglie i ricordi di una vita avventurosa e un po’ selvatica, ma non ha ancora del tutto perso curiosità ed entusiasmo, si è detto ben lieto di accoglierlo,

“…e che venga subito, prima che sia troppo tardi. Per me, non per lui”.

Ero stata tentata di accompagnare Amedeo, ma avevo intuito che mio figlio voleva fare quell’esperienza da solo e così avevo lasciato perdere. Alla fine dell’estate, Amedeo ci ha annunciato con una lunga telefonata intercontinentale  che non ha intenzione di ritornare, perché vuole rimanere in Australia con la famiglia dello zio Nino. Lo zio è intervenuto solo per dire che per loro va bene, e noi saremo i benvenuti ogniqualvolta vorremo andare a trovarlo.

Enrico ha dato di matto, voleva andare a riprenderselo, pontificava che non gli avrebbe permesso di ignorare le opportunità che avrebbero potuto offrirgli  Milano e la sua famiglia per stare in mezzo al nulla a milioni di chilometri da casa, con dei parenti pressoché sconosciuti. Io, che so bene quanto Amedeo sia lontano dall’epicureismo superficiale e un po’ grezzo di suo padre, l’ho lasciato  sfogare e poi ho ribattuto:

“nostro figlio è maggiorenne ed ha il diritto di decidere del suo futuro come meglio crede, e poiché è sempre stato un ragazzo sensato, avrà fatto le sue valutazioni, e se si riveleranno sbagliate è talmente giovane che avrà tutto il tempo di scegliere strade diverse. Quindi, mettiti calmo e piantala di dire fesserie”.

Così si è chiusa la discussione, e poiché Enrico è un epicureo superficiale e grezzo, sono convinta che abbia subito accantonato il problema, che per lui ha subito cessato di essere tale.

Io invece giro nella nostra confortevole casa in Corso Monforte, guardo dalle finestre i tetti della Chiesa di San Babila e non so che senso dare a questa giornata di maggio.

E’ una telefonata che ne decide infine le sorti, perché dalla Residenza Bauer sul lago d’Orta mi avvisano che nella notte è morta la nonna Andreina.

Andreina era in realtà una vicina di casa dei miei genitori, quando abitavamo in Corso di Porta Romana. Aveva pressappoco la loro età, era sola e si offriva spesso di badare a me quando la mamma era in ufficio ad aiutare papà, e per me fu sempre la nonna Andreina. Ad un certo punto ed inspiegabilmente – più o meno nel ’70 – aveva lasciato Milano per trasferirsi in un paesetto nelle campagne del Novarese dove aveva dei parenti e dove era solita passare le vacanze estive in gioventù. Fui spesso sua ospite insieme alla mamma durante tutto il periodo scolastico e continuai anche dopo ad andare a trovarla con regolarità.  Quando l’anno scorso mi chiese di trovarle una sistemazione in una casa di riposo, perché non se la sentiva più di rimanere da sola in quella casa che in effetti era un po’ isolata, la portai in un’accogliente ed efficiente struttura sul lago d’Orta. Negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate senza alcuna causa patologica, a parte l’età avanzata, e quando l’avevo vista il mese scorso avevo avuto la netta sensazione che avesse perso qualsiasi interesse a restare in vita.

Chiamo Enrico per comunicargli che partirò subito dopo pranzo.

Il giorno prima della cerimonia funebre sono rimasta a lungo ad osservare la nonna Andreina, vestita dell’abito in seta blu a pois bianchi che lei stessa aveva scelto “per il giorno in cui vi saluterò tutti”. Mi pare ancora più piccina dell’ultima volta che l’ho vista, solo un mese fa, ed essendo morta nel sonno ha l’aria serena e rilassata, la carnagione diafana ma distesa, pare addormentata. Per ciò mi fa più impressione di qualsiasi altra salma di cui mi ricordi e quando sono sicura di non essere vista poso una mano sulle sue, giunte sul petto. Naturalmente, sono fredde. Provo una quieta e disperata malinconia, perché la mia vita è acqua che sto cercando di trattenere serrando le mani.

Nel piccolo albergo dove mi fermo per la notte fa un freddo assurdo e la notte trascorre lenta e ingrata.

i funerali si svolgono nella piccola chiesa del paese dove è situata la casa di riposo, e così insieme a me c’è solo qualche anziano ospite, oltre ai due gestori della struttura. Mamma e papà non se la sono sentiti di venire. Al ritorno dalla chiesa, presso la Residenza Bauer mi aspetta un Notaio per la lettura del testamento e scopro che la nonna Andreina mi ha destinato tutti i suoi averi, compresa la casa sul fiume nella quale ha trascorso più di metà della sua vita.

E’ venerdì, avviso Enrico che mi tratterrò più a lungo del previsto, per prendere contatti con un’agenzia per la vendita della casa (che non mi interessa tenere) e per decidere cosa fare del contenuto. Come mi aspettavo, non si offre di raggiungermi per il week end.

A differenza del paese, che da piccolo borgo agricolo si è trasformato in un fitto agglomerato di casette privo di un’identità ben definita, la strada della valle, percorso alternativo che collega il nucleo centrale alla strada statale che conduce a Novara attraversando il Parco del Ticino, è rimasta pressoché immutata nel corso degli anni e scorre placida e sinuosa tra vaste zone boschive e campi di granoturco. Un paio di case subito dopo il ponte sul canale, una cascina ormai fatiscente e sinistra nel suo definitivo abbandono e dopo un paio di chilometri, su una curva a gomito, la casa della nonna Andreina, protetta da un alto muro costruito con i sassi del fiume. Di fronte alla casa, un breve tratto di strada sterrata conduce al Ticino, che qui si allarga in un’ansa parallela alla strada e scorre solenne, e ti dice che questo è il suo territorio, non il tuo.

Apro il cancello di ferro un po’ arrugginito ed entro in giardino: l’erba è alta, ma le rose sono fiorite e l’acacia ed il ciliegio da fiore sono pronti ad esplodere in un tripudio di profumatissimo bianco e di evanescente rosa. Sotto l’acacia, il salotto in metallo verniciato di verde ha resistito con ammirevole coraggio alle ingiurie del tempo.

Qui ho trascorso lunghi pomeriggi con la nonna Andreina, che è la sola persona alla quale io abbia mai confidato il mio sordo, costante dolore per la reiterata infedeltà di Enrico e la mia incapacità di allontanarmene, che lei faticava a comprendere. Ed è sempre qui che lei mi ha raccontato la storia di Pietro, il suo fidanzato che morì di tubercolosi a soli 25 anni. Era nato in questa casa, e quando lei seppe che era in vendita la volle comprare, perché le pareva un modo di ricongiungersi al suo Pietro.

Dopo la sua scomparsa alla nonna Andreina era capitato di frequentare altri uomini, ma nessuno aveva mai potuto reggere il confronto con quell’amore incompiuto e quindi perfetto, con il suo potenziale di promesse e di aspettative intatto, per sempre.

Mi accorgo ad un tratto che è solo sotto la chioma ospitale di questa acacia che ci siamo scambiate le confidenze più intime e più sofferenti, che quindi ebbero anche un carattere stagionale. Era come se cercassimo di mantenere vivo il ricordo di quelle afflizioni – perché a certi dispiaceri, alla fine ci si affeziona – ma almeno fuori di casa.

La vecchia costruzione di pietra con le persiane in legno ad anta piena ha un’aria solida e rassicurante. Entro e spalanco tutte le finestre, lascio entrare quest’aria tiepida e questa luce morbida ed osservo danzare minuscole particelle di pulviscolo, sospese tra me e tutto il resto. La signora che ho pagato per un anno perché pulisse settimanalmente la casa ha fatto un buon lavoro e respiro il profumo della cera d’api che deve aver passato sul parquet e sui mobili.

Davanti alla finestra più grande del salotto c’è la comoda poltrona sulla quale la nonna Andreina ha passato gran parte delle sue giornate, negli ultimi mesi che ha trascorso in questa casa. Da qui si vede il giardino, racchiuso dai sassi del fiume che costituiscono il muro di cinta. Mi immagino questo quadro che si trasforma col trascorrere delle stagioni, mantenendo sempre e comunque una sua composta suggestione.

Mi avvio sulla scala in legno dai larghi gradini un po’ consumati, che conduce al piano superiore dove ci sono le due camere da letto e un piccolo studio. La camera più grande si apre sul terrazzo che guarda verso il fiume, apro a fatica le grate di sicurezza e le pesanti persiane ed esco. Appoggiata al davanzale di legno osservo il Ticino che in questo punto è maestoso, scende con irruenza  ma poi rallenta e si allarga nell’ansa ampia tra le rive di sassi bianchi, a ridosso del bosco.

E’ leggermente difforme da come lo ricordavo, perché ogni anno le piene ne modificano il corso. Ma il fiume si sa adeguare: qui si mangia un pezzo di riva e lambisce il bosco, là si ritira e scopre una distesa di pietre verdastre per la melma che li ha ricoperti sott’acqua, dove c’è poca corrente.

Il fiume è mutante, abbandona la sua fisionomia e ne costruisce una nuova ed ogni volta sa creare un nuovo equilibrio. Non sarà un’armonia inalterabile, il fiume ha capito che nulla è duraturo, che si dovrà instancabilmente adattare ad un alveo diverso per proseguire il suo cammino.

L’aria è ora più fresca  perché il sole sta scomparendo dietro gli alberi sulla sponda lombarda e con la luce che si tinge di rosa le rondini volano alte nel cielo, si chiamano con voce stridula e gioiosa, scendono velocissime a pelo d’acqua per catturare gli insetti. Sarà una notte serena e più tardi uscirò a guardare le stelle. Mi coricherò nella stanza dove ero solita  dormire quando venivo a trovare la nonna Andreina, poi domani andrò a fare la spesa e lunedì cercherò qualcuno che sistemi il giardino. C’è anche qualche lavoro di manutenzione da fare, ma niente di fondamentale: questa casa è bella così com’è ed io non intendo cambiare nulla. Non qui, perlomeno.

Tornerò a Milano solo dopo che Enrico avrà lasciato l’appartamento in Corso Monforte, che è mio; dopo il divorzio che ho deciso di chiedergli (l’ho deciso qui, ora) probabilmente lo venderò perché voglio prendere le distanze da tutto ciò che contiene, anche se mi mancherà la vista familiare della Chiesa di San Babila.

Dovrò parlare con mio figlio e con i miei genitori e con alcuni amici, e naturalmente con mio marito. Lo farò, ma tra qualche giorno.

Ora ho bisogno di stare a guardare ancora per un poco questo fiume, per imparare a non farmi travolgere dalla piena che ho appena deciso di affrontare e scovare un equilibrio nuovo, ma non definitivo, saldo ma disposto ad essere sostituito senza drammi, quando sarà il momento.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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