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La Cina vuole “spostare la Muraglia”?

Grande Muraglia

Ad un’analisi non superficiale, il recentissimo 2013 Report to Congress of the US-China Economic and Security Review Commission mostra interessanti conclusioni. Attraverso una puntigliosa elencazione di fatti, delinea un versante nuovo, e forse preoccupante, dei rapporti tra i 2 paesi e offre al legislatore raccomandazioni inedite. Non si trova nessun aspetto nel quale non si rilevino contraddizioni; ma la novità più forte è che le frizioni prevalgono sui vantaggi della collaborazione. Il clima sta volgendo al pessimismo, alla difesa, alla protezione immediata e diretta dell’identità statunitense. Il documento esordisce notando che i due bastioni del modello cinese – l’export sostenuto e il massiccio investimento pubblico per le infrastrutture – sono diventati più deboli. Di conseguenza, l’aumento annuale del Pil oscilla tra il 7,5 e l’8%, ben lontano dunque dall’eccezionale media del 10% dei 3 decenni precedenti. La nuova dirigenza deve dunque fronteggiare una situazione nuova, ma da qui – afferma il documento – iniziano incertezze e problemi. Da una parte, la segreteria Xi sembra incline a riforme graduali, necessarie e prudenti. Dall’altra, la revisione del sistema politico – che dovrebbe generare e garantire le altre – è rimandata sine die con la conferma del ruolo dello Stato nell’economia e comunque attraverso la direzione di Pechino. Le recenti conclusioni del 3^ plenum sembrano confermare questa dicotomia. Il tentativo di dare fiato ai consumi interni, per compensare la crisi internazionale che riduceva l’attivo commerciale, non sembra mai decollato. Di conseguenza, dopo la fase acuta della crisi globale, le esportazioni cinesi hanno ripreso vigore e la bilancia commerciale del paese è di nuovo largamente in attivo. Ciò ha comportato un aumento delle riserve che hanno raggiunto l’astronomica cifra di 3.660 miliardi di Usd lo scorso Settembre. Le preoccupazioni di Washington sono legate a 2 nuovi record. Il primo è l’entità del suo disavanzo commerciale con Pechino: 315 miliardi di Usd nel 2012, una cifra mai raggiunta. Ugualmente, il deficit dei primi 7 mesi dell’anno – 178 miliardi – non ha precedenti. Le accuse sono immediate: la Cina continua a manipolare il valore del renminbi, tenendolo artificialmente basso; persegue inoltre una politica mercantilista, tesa a mortificare la competizione, con sussidi all’export e facilità di accesso al credito al di là delle condizioni di mercato. L’agricoltura rimane un settore cruciale per gli Usa, anche nelle relazioni con la Cina. L’attivo commerciale questa volta è invertito, per un valore di 21 miliardi nel 2012. Le aspettative degli agricoltori statunitensi sono state comunque parzialmente deluse. Dopo l’ingresso al WTO della Cina si riteneva che la diversa produttività – enormemente a vantaggio degli Usa – avesse creato un boom di esportazioni. Invece la Cina, rileva il rapporto, si è concentrata sugli acquisti di grandi quantità di materie prime alimentari che non hanno sufficientemente valorizzato i singoli produttori. Inoltre, si denuncia una serie di misure normative e sanitarie che penalizzano gli acquisti dagli Usa, ad esempio di carne, basati su motivazioni politiche e non suffragate da analisi scientifiche. Al contrario, le esportazioni cinesi sembrano non avere i requisiti di sicurezza richiesti dalla FDA (Food and Drug Administration). Dopo aver compreso che i controlli delle autorità cinesi sono insufficienti, il rapporto richiede misure più stringenti all’ingresso di prodotti alimentari cinesi. Gli investimenti di Pechino negli Stati Uniti sono ancora di livello modesto (219 milioni su 175 miliardi US$ nel 2012). Esistono tuttavia fattori di preoccupazione. La cifra ufficiale è innanzitutto sottostimata perché non comprende gli ingenti flussi da Hong Kong e da altri centri finanziari. Inoltre, è importante la volontà cinese di diversificare la composizione da investimenti finanziari in investimenti di portafoglio. Mentre i primi sono sostanzialmente benvenuti perché acquistano il debito pubblico Usa, i secondi generano perplessità perché comportano la cessione di asset industriali proprio ad una potenza vista come diretta concorrente per l’egemonia internazionale. Le incertezze aumentano soprattutto per i settori strategici, esattamente quelli che Pechino richiede: energia, comunicazioni, informatica, tecnologie. Il timore eccede quello tradizionale posto dalla Cina: la perdita di posti di lavoro, la scarsa qualità dei prodotti, la difesa dell’identità nazionale. Il Rapporto affronta invece un tema cruciale: l’ambizione di Pechino di acquisire competenze strategiche, attraverso le società di stato, indipendentemente dagli aspetti strettamente commerciali. Si evidenzia l’aspetto ambiguo dell’intervento: una maschera economica – che provvede al pagamento con le enormi risorse a disposizione – per intenti politici, per colmare la differenza ancora forte con la superiorità industriale e militare statunitense. È questo il motivo che genera raccomandazioni inedite. La loro cornice è di rivedere il confine tra convenienza economica e sicurezza nazionale. La prima può trarre in alcuni casi beneficio dagli investimenti cinesi (reddito e occupazione), la seconda deve prevalere in caso di sovrapposizione. Per questo il controllo va esteso anche agli investimenti greenfield dalla Cina oltre che alla acquisizioni. Essi dovrebbero essere scrutinati dal Committee on Foreign Investment in the United Staes (CFIUS), l’agenzia intergovernativa che valuta gli investimenti in patria (merging, acquisition, take-over, greenfiled), evitando cedimenti sulla sicurezza, la libera concorrenza, la non-discriminazione, il diritto di proprietà. Si riconosce che accordi con amministrazioni locali (anche a livello di Stato) possono arrecare vantaggi economici, ma tutto deve essere subordinato al controllo federale. Uno degli strumenti suggeriti è l’inventario dettagliato degli interventi economici dall’estero. Su base annuale si dovrebbero censire soprattutto la struttura prioritaria, congiuntamente al rispetto delle regole della trasparenza, dell’integrità e della concorrenza. Ogni violazione di legge dovrebbe essere ovviamente sanzionata. Il documento affronta altri argomenti di grande importanza: la cybersecurity, l’energia, la situazione internazionale, il settore finanziario in Cina con tute le sue possibili ripercussioni. Anche solo dagli argomenti descritti appare evidente un inasprimento dei toni da parte degli Stati Uniti verso la Cina. Sta probabilmente volgendo al tramonto l’idea di un paese concorrente ma non ostile, dove le possibilità economiche potessero oscurare l’ascesa politica. Invece la Cina non sembra contenibile e il timore di dovere cedere quote di supremazia mondiale emergono con forza dalle preoccupazioni del documento. Pechino dovrà verosimilmente rivedere la sua strategia. L’immagine di peaceful rise, l’ascesa pacifica, non è più accolta a Washington, dove il controllo politico-strategico non ha mai rinunciato alla primazia sull’economia. Per forza di cose, l’Europa potrebbe essere un’alternativa obbligata, perché a Bruxelles l’apparato politico e militare appare infinitamente più debole di Washington e la Cina potrebbe approfittare più facilmente della debolezza e della divisione tra gli stati.

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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

6 Risposte a “La Cina vuole “spostare la Muraglia”?”

  1. La moneta cinese è tenuta bassa, il dollaro è tenuto basso, la Germania invece, su ordine della Cina mantiene l’euro altissimo. La Germania tiene per il collo l’economia italiana mentre i cinesi ci picchiano. Noi chiuderemo ma i furbetti che se ne sono andati in Cina come Forchielli faranno una brutta fine.

  2. Eric, perche’ ti linki al tuo profilo facebook col ponte di manhattan o brooklyn (non so quale dei 2) e foto da coccole? Carenza d’affetto?

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