La crociera del Vice Commissario

Tempo stimato di lettura: 16 minuti

Essendo uno sbirro avrebbe dovuto capire subito che qualcosa non andava, ancor prima di aprire la porta.

L’intuito olfattivo, qualità sarcasticamente attribuitagli dal suo diretto superiore senza voler alludere al fiuto investigativo (in effetti è uno che fa caso agli odori e in più di un’indagine questa peculiarità gli è tornata utile, peraltro), avrebbe dovuto essere colpito, per l’appunto, dalla totale assenza di odori sul pianerottolo, a parte un vago sentore di candeggina perché il lunedì è giorno di lavaggio scale. Alle otto abbondantemente passate della sera (tanto passate da essere ormai quasi le nove) dinanzi all’uscio di casa Patané – Bernasconi, come riportato sulla targhetta in ottone, non era normale, così come era inconsueto il silenzio.

Al Commissariato di Quarto Oggiaro era stata una giornata lunga e rognosa: lo sgombero forzoso di alcune famiglie, occupanti abusivamente certi piccoli appartamenti in un caseggiato dell’Aler in via Pascarella era finito male, con altri inquilini regolari dello stabile che scagliavano dalle finestre minacciose ingiurie e oggetti  contro quei poveri cristi. Avevano dovuto difenderli, senza però saper indicare dove potessero trovare rifugio con i loro fardelli di anziani, bambini e misere cose. Poveri cristi, sì:  cinque nuclei familiari, tutti immigrati con regolare permesso di soggiorno in lista d’attesa per una casa popolare da tre anni, i capofamiglia variamente impiegati in qualche lavoro di manovalanza per una cifra indecorosa. Si erano stabiliti in locali vuoti da tempo e vergognosamente fatiscenti, provvedendo personalmente a effettuare qualche elementare miglioria e chiedevano di rimanere pagando l’affitto.

Era insomma uno di quei giorni in cui al Vice Commissario Alberto Patané sorgeva il dubbio di stare dalla parte sbagliata, una delle tante volte in cui si persuadeva che la legge non facesse giustizia. Lo turbava anche la consapevolezza che vi fosse un problema ancor più grave, cioè che non esistesse più compassione né solidarietà nei confronti di coloro che stanno peggio, i quali anzi erano divenuti il bersaglio della rabbia e di una forma distorta di rivalsa sociale: così gli era preso lo sconforto e anche il nervoso.

Si era finalmente messo in allarme trovando il soggiorno deserto e la tavola non ancora apparecchiata; allora la sua mente fiacca aveva registrato anche il silenzio e la preoccupante latitanza di qualsiasi aroma di pietanze. In cucina aveva trovato Mariateresa seduta, i gomiti poggiati sul piano del tavolo quadrato, le mani a sorreggere le tempie, lo sguardo concentrato su un foglio accuratamente spiegato.

“Mariateresa?…”

e aveva immaginato che fosse accaduto qualcosa ai suoi anziani genitori tornati in Sicilia (ma no, avrebbero avvisato me), alla famiglia di sua moglie, al suo negozio di parrucchiera che faticava a tirare avanti in quel quartiere, con la concorrenza dei cinesi. Mariateresa aveva levato di scatto gli occhioni castani e la luce fanciullesca che pareva illuminarli al pari di due lampadine lo aveva disorientato.

“Alberto, ho vinto una crociera! Per due! Una settimana, Croazia e Isole greche! Con quel concorso indetto dalla casa americana dalla quale compro i prodotti per il negozio, ti ricordi?”

No, non se ne ricordava, ma i punti esclamativi che ben rappresentavano l’incredulo entusiasmo di sua moglie volavano sibilando per la stanza come pugnali magici in un film fantastico. Difficilissimi da schivare.

“Dai, Mariateresa, sarà una delle solite truffe: ti invitano a una serata in qualche albergo nei dintorni della Stazione Centrale e scopri che se compri una batteria di pentole in acciaio inox partecipi all’estrazione finale del…”

“Alberto, la comunicazione arriva da uno studio notarile di via Torino,  mi invitano a ritirare i biglietti. L’unico vincolo è la data di partenza, il 6 maggio, cioè fra una settimana, prendere o lasciare”.

Aveva trascorso il resto della serata buttando lì di tanto in tanto scuse travestite da solide motivazioni e timide proposte (potresti andare con tua zia Cecilia, no? No, Alberto, il 6 maggio lei sarà in viaggio di nozze con il tuo amico Giacometti; a proposito, ricordati che si sposano sabato e tu sei testimone per lo sposo); si era infine trincerato dietro lo scarsissimo preavviso con il quale avrebbe dovuto chiedere le ferie. Era ormai mezzanotte quando Mariateresa, deliziosa nella leggera camicia da notte bianca con i cuoricini azzurri e blu, aveva esclamato:

“Con centonovantacinque giorni di ferie arretrate? Cazzo, Patané!”

Aveva dovuto capitolare, perché sua moglie non diceva mai parolacce e non lo chiamava mai per cognome. Dunque aveva compreso al volo che in quel “cazzo, Patané” era racchiuso un discorso talmente lungo, articolato e corposo  che sarebbe stato comunque sconfitto, qualunque forza avesse messo in campo. Quella iattura faceva sembrare una gradevole passeggiata il matrimonio del Giacometti (ex cronista di nera in pensione, divenuto amico da quella notte in cui i suoi passi si erano fatalmente incrociati con quelli di Alberto e Mariateresa) con la zia di sua moglie, evento al quale si sarebbe volentieri sottratto se solo avesse potuto farlo senza pregiudicare affetti e rapporti.

Infranta la speranza in un ferreo diniego da parte del Commissario Saronni (vada in vacanza tranquillo, Patané, ne approfitti che è un periodo di calma piatta e speriamo che duri), aveva segretamene auspicato un’emergenza nazionale, una visita improvvisa di Xi Jinping a Quarto Oggiaro, un assassino seriale che faceva strage di malavitosi e bisognava pur prenderlo, fosse anche solo per ringraziarlo, almeno un’invasione di cavallette. Invece niente, era filato tutto tranquillo. Cielo sereno, brezza lieve dai quadranti occidentali, aiuole rinverdite e vasi di azalee e violacciocche fiorite a ingentilire i balconi. Appena qualche furto di lieve entità, un paio di risse: Quarto Oggiaro, ostico rione della periferia milanese con una pesante nomea in gran parte meritata, pareva essere sotto sedativi.

Nel frattempo Mariateresa svolazzava felice come un fringuello tra casa, negozio, estetista e lunghe incursioni alla Rinascente per acquistare costumi da bagno, abitini di un certo tono, solari e tutto ciò che supponeva occorresse per una crociera.

Milano è grande, europea, addirittura cosmopolita. Eppure, dentro il grande contenitore sopravvivono i rioni ma anche gli ambienti con le relative frequentazioni: realtà ristrette e persino esclusive che mantengono un carattere provinciale, dove le voci corrono e prima o poi si viene a sapere tutto di tutti. Così la signora Maria Clotilde Martinelli, ereditiera di alto lignaggio piantata in asso nell’attico in Corso Magenta dal facoltoso marito come una donnetta qualunque per una donnetta qualunque, però assai più giovane, allorché passati appena due anni il suddetto, dottor Raimondo Casati, subì la medesima sorte lo venne a sapere. Ne trasse un certo maligno conforto e si dispose ad aspettare fiduciosa il ritorno dell’uomo che dopo vent’anni di matrimonio supponeva di conoscere tanto bene da ritenere tale evento più che probabile: ma passarono alcuni mesi e quello non tornò. Corse voce che la donnetta, la quale nel frattempo gli aveva scodellato il figlio che la signora Maria Clotilde non aveva saputo dargli, prima di mollarlo lo avesse spolpato per bene. Dai soliti bene informati apprese pure che l’ex marito si era stabilito a Bangkok, dove aveva delocalizzato la produzione della sua azienda tessile. Le sembrò un allontanamento definitivo; le venne allora una curiosità che non aveva mai avuto nei confronti della rivale. Sguinzagliò la fedele domestica egiziana, amica di molte altre donne che prestavano servizio (e orecchie) nelle dimore altolocate milanesi e quando questa le riferì che la signora in questione, Luisa Pestalozzi, aveva prenotato una crociera le sembrò una magnifica occasione per avvicinarla senza rivelarsi. Si sarebbe presentata come Maria Bossi: tutti la conoscevano come Tilde e Bossi era il cognome della madre; se qualcuno l’avesse appellata con il suo vero cognome, avrebbe asserito che era quello da sposata. Dovette prenotare una suite perché tutte le altre sistemazioni erano già vendute, ma d’altronde non avrebbe scelto certamente una cabina: figurarsi, già una crociera, a meno che non fosse su uno yacht privato, le sembrava una roba da anziani e da “vorrei ma non posso”.

 Il 6 maggio è arrivato in un lampo; seguendo le istruzioni allegate ai documenti d’imbarco l’ingrugnito Vice Commissario e la sua raggiante consorte raggiungono il terminal passeggeri dedicato e lasciano l’auto nel grande parcheggio coperto, posto proprio accanto all’ormeggio. Fa caldo, troppo caldo.  E’ un maggio che crede di essere già estate e per quanto ciò possa essere gradevole  è sbagliato e prima o dopo ci si ritorcerà contro, rimugina il Patané.

Sarà una roba da sfigati, assiepati come sardine in mezzo a comitive di vecchietti arzilli e festaioli, tra buffet da morti di fame (come si dice? All you can eat, ecco), feste danzanti, facce appese a una dentiera  e membra inflaccidite esibite senza ritegno a bordo vasca, e infine nottate insonni (sette) in una cabina cieca da tre metri per cinque dove mi mancherà l’aria. Un condominio in mezzo al mare, una cosa mostruosa che nemmeno si capisce come possa galleggiare. Benché nato a Milano sono uomo di mare, le mie radici sono siciliane: ma il mio mare è quello scuro di Torre Archirafi  nelle notti in cui la lampara sulla barchetta di nonno Vincenzo illuminava sciami di pesciolini argentati, il rauco singhiozzo del motore che si taceva d’improvviso, sostituito dal lento sciacquio dei remi nell’acqua.

 Sta osservando la sagoma del vascello e deve ammettere che ha una sua sorprendente grazia, nonostante le dimensioni ragguardevoli. Si mettono in coda per il check-in e quando l’imbarco ha inizio da un altoparlante odono scandire i loro nomi, seguiti dall’invito a presentarsi al banco. Per nulla contagiato dall’euforia della consorte, gli è del tutto sfuggito il dettaglio che la nave dal nome poetico di “Rapsodia dei mari”, battente bandiera delle Bahamas, appartiene alla flotta di una delle primarie compagnie al mondo e che il premio vinto prevede la sistemazione in Royal Suite, con tutta una serie di privilegi annessi.

Superata la fila non senza un certo colpevole imbarazzo, dopo alcuni minuti salgono a bordo scortati da un giovane valletto in divisa amaranto. Attraversano un atrio che assomiglia a quello di un albergo di lusso  un poco datato, con un grande bar e diversi salottini; un ascensore pieno di specchi li conduce al Ponte 8. La suite è grande quanto l’appartamento nel quale vivono a Milano, solo che dalle ampie vetrate non si vede il Ponte della Ghisolfa. L‘arredamento in legno lucido e acciaio, con angolo bar a penisola fornito di tutto il bevibile, sarebbe gradevole se non fosse per i troppi tappeti dalle fantasie sgargianti. Tra le poltrone e i divani bianchi troneggia un assurdo pianoforte a mezza coda; il grande balcone esibisce una vasca a idromassaggio che può ospitare tranquillamente due persone.

Il valletto si accomiata spiegando che schiacciando il tasto 1 del telefono lui accorrerà, a qualsiasi ora del giorno e della notte e solo per questo il Vice Commissario si sente in dovere di allungargli una mancia spropositata, come se con quella somma volesse comprare lo schiavo per restituirgli la libertà.

“Sembra di stare a Las Vegas”,

mormora appena sono soli, non potendo certo lamentarsi perché gli mancherà l’aria e sua moglie, la quale sta ancora perlustrando l’ambiente con la gioia di una bimba in un negozio di giocattoli lo liquida con uno dei suoi irresistibili sorrisi:

“Su, che per una crociera di una settimana non è mai morto nessuno”.

Sono cose che si dicono così per dire, naturalmente.

Il bastimento salpa, si naviga e pare di essere fermi. Venezia, tragicamente magnifica nel suo implicito rimpianto dei fasti del passato, diviene sempre più piccina e quando il sole tramonta colando a picco con un preavviso troppo breve non è che una foschia color seppia, come certe vecchie foto.

Prima di cena hanno partecipato al cocktail durante il quale il Comandante ha porto il suo caloroso benvenuto ai circa 2400 passeggeri e fornito una serie di informazioni alle quali il Vice Commissario ha prestato scarsissima attenzione, stupito dalla constatazione che l’età media dei naviganti si attesta tra i trentacinque e i cinquant’anni. Vi sono anzi molte coppie decisamente giovani, qualcuna attempata, diverse donne variamente datate che viaggiano sole o con un’amica, il che conferma la lodevole propensione ai viaggi delle nubili o vedove rispetto agli omologhi maschi.

Contemplata dalle ampie finestre della suite, la luna che adagia con grazia il suo chiarore sul mare è innegabilmente fascinosa e il lettone king size promette, tra le altre cose, lunghi sonni ristoratori. Peccato che abbiano scordato di premere il comodo pulsante per far scorrere le veneziane, così la luce dell’alba li strappa anzitempo al sonno: ma l’alone rosato che si spalma sull’acqua increspata da minuscole onde schiumose, mentre un barbaglio arancione sbuca dall’orizzonte,  è uno spettacolo grandioso. Hanno appena il tempo di fare colazione e poi sbarcheranno a Spalato, dove trascorrono la giornata passeggiando per conto loro nelle vie acciottolate della città vecchia tenendosi per mano e cercando di schivare le troppe bancarelle che affollano anche i dintorni del maestoso Palazzo di Diocleziano.

E il primo giorno è andato, pensa il Vice Commissario sorseggiando un bicchiere di vino sul balcone, dopo cena. Ha attivato l’idromassaggio della vasca solo per ascoltare il gorgoglio dell’acqua, ma è ancora presto e dai ponti sottostanti giunge un brusio fastidioso di voci e musiche.

L’indomani la visita a Dubrovnik è troppo breve: la città, con le antiche mura fortificate del colore dell’ocra che racchiudono vestigia in stile rinascimentale, gotico e barocco meriterebbe una permanenza più lunga, tanto che la sera a cena i coniugi Patané decidono che sarà la meta di un prossimo viaggio. Giorno due, andato.

Il terzo giorno sarà dedicato alla navigazione verso la Grecia e il Vice Commissario si prepara ad affrontarlo con un poco di apprensione. A parte l’idea disturbante di essere rinchiuso in un paesotto di 2400 e passa anime senza avere la possibilità di allontanarsene se non a nuoto, per quanto grande sia il natante e per quante possibilità offra di impiegare il proprio tempo non vi è nessun luogo in cui uno possa starsene da solo. A parte la propria cabina: con 93 metri quadrati a disposizione e un balcone vista mare con vasca potrebbe essere una soluzione apprezzabile; è un peccato che non sappia suonare il piano.

Mariateresa invece già dal primo mattino è pronta per la perlustrazione delle due piscine, delle terrazze panoramiche  e di altre attrazioni:

“Se vuoi raggiungermi, magari per pranzo,  chiamami al cellulare”

ed è già uscita, un turbinio di capelli biondo rame profumati di rosa. Un vestitino chiaro dalla profonda scollatura, leggero come una carezza, sfiora la sua figura armoniosamente morbida. Lo conosce così bene, lo accetta per quello che è; lui invece negli ultimi giorni ha annotato con infastidita superiorità il piacere palese con il quale sua moglie si gusta tutto quel lusso un poco pacchiano. Che stronzo.

A metà mattina decide di dare un’occhiata a ognuno di questi benedetti undici ponti, tanto ci sono gli ascensori. Uscendo si imbatte nella donna occupante la suite accanto alla loro: potrebbe essere sulla cinquantina, è alta quasi come lui che sfiora il metro e novanta, magra ed elegante. Il caschetto di capelli biondi enfatizza il volto spigoloso dall’espressione quasi febbrile, forse per via degli irrequieti occhi violetti, la bocca grande è perfettamente delineata dal rossetto geranio. Lo soppesa con una lunga occhiata accesa di curiosità o di chissà che altro, schiude le labbra in un accenno di sorriso e mormora un saluto. Ha avuto modo di notarla anche il giorno prima a Dubrovnik: stava insieme a una ragazza che dimostrava la metà dei suoi anni, piccola e graziosa ma dozzinale, per di più volgare nell’abbigliamento e nell’atteggiamento, tanto che si era chiesto cosa mai potesse accomunarle. Le aveva viste anche cenare allo stesso tavolo al ristorante italiano, dove la piccoletta aveva decisamente alzato il gomito, diventando ancor più sguaiata. L’intrigante vicina di suite bussa alla porta di una cabina poco più in là e ne esce la giovane compagna, caracollando su calzature dalla zeppa troppo alta.

Individua sua moglie sul ponte 9; sta conversando con un gruppetto di donne accanto alla piscina. Appare rilassata e a suo agio: è fatta così, socievole e curiosa, caratteristiche di indubbio pregio per chiunque gestisca un esercizio commerciale, figurarsi per una parrucchiera. Lui, al contrario, preferisce osservare da una distanza di sicurezza, ama riempire il silenzio con la musica e i pensieri e qualche volta, anche adesso che è sposato, si perde, però Mariateresa riesce sempre a ritrovarlo.

Lo trova anche adesso, lo localizza come se fosse in grado di percepire il suo odore molto prima di scorgerlo, gli fa cenno di raggiungerla. Lo presenta alle signore notando l’effetto della comparsa in scena di quel marito dalla figura aitante, i capelli scuri e ricci, gli occhi obliqui del colore della giada, bello suo malgrado, bello a dispetto dell’abbigliamento trasandato e dell’andatura disarmonica. Assiste con divertito compiacimento alle loro reazioni: i sorrisi, le mossette, la repentina contrazione degli addominali, la mano che si leva rapida a ravviare i capelli, l’accavallare e scavallare di gambe nella difficile scelta dell’effetto migliore.

Il Vice Commissario si ritrae con discrezione e si eclissa definitivamente quando Mariateresa lo informa che pranzerà con le signore, con le quali sta organizzando un torneo di canasta (ma sa anche giocare a canasta?) per il primo pomeriggio. Sua moglie lo conosce bene, mentre a lui devono essere sfuggite diverse cose.

Un poco frastornato dalla scoperta che oltre a un numero spropositato di bar e salette sulla nave vi sono anche un campo da basket, una parete da arrampicata e una pista da jogging, una palestra, un casinò e perfino un teatro e una galleria d’arte, batte in ritirata nella suite che la sorte magnanima gli ha assegnato. Preme il famoso tasto 1 del telefono e pochi istanti dopo un breve  scampanellio alla porta annuncia il valletto, al quale chiede se può procurargli un pasto freddo, qualsiasi cosa va bene. Il ragazzo (Rasid Alam, legge sulla targhetta appuntata alla livrea,  deve essere indiano o pakistano), si ripresenta un quarto d’ora dopo con un carrello di vivande sufficienti per quattro persone. Lo colpisce l’aria affaticata del giovane. Prende il portafoglio, gli allunga una mancia esagerata che quello cerca di rifiutare scuotendo il capo con un sorriso timido che lo fa apparire ancora più affranto e arretrando a piccoli passi.

“Ti prego, davvero: siediti con me, mangia o bevi qualcosa. Inventati una scusa, se devi giustificare dieci minuti di assenza”.

Rasid cede facilmente, lascia che la spossatezza affiori. Mangiando con appetito crescente gli racconta che è nato in un villaggio pakistano a nord di Islamabad e vive a Londra, dove studia medicina. Si è imbarcato per tre mesi perché ha bisogno di soldi ma la paga è scarsa e i turni massacranti; fa anche le pulizie  per guadagnare qualcosa in più.

“Stanotte poi abbiamo avuto un problema con una donna che si è ubriacata e quasi affoga in una delle piccole vasche sul ponte 9; abbiamo dovuto chiamare l’ufficiale medico e anche il Commissario perché dava in escandescenze. Un brutto spettacolo e un sacco di tempo perso. Ha la cabina su questo stesso ponte, una ragazza giovane e piccola di statura, forse l’avrete incontrata”.

Quando scopre che è un poliziotto prende a trattarlo con rispettosa deferenza e il Vice Commissario ne è dispiaciuto: ma gli ha fatto una domanda diretta, mica poteva mentirgli sulla sua professione.

Il resto del pomeriggio scorre tra lettura, abbiocchi sulla sdraio e immersioni rigeneranti nell’idromassaggio. Con il cielo blu, il venticello lieve e tutto quel mare attorno, il gorgoglio carezzevole dell’acqua e un bicchiere di vino a portata di mano, pensieri leggeri come bolle di sapone a fargli compagnia, il tempo scorre e nemmeno se ne accorge; tra poco sarà sera, un po’ gli dispiace. Giorno tre, quasi andato.

 L’arrivo a Santorini è previsto per le sette della mattina e alle sei i coniugi Patané, avvolti nella stessa leggera coperta, escono sul balcone per non perdersi lo spettacolo dei muri bianchi e delle cupole blu in lento avvicinamento. Una volta a terra si dissociano da qualsiasi comitiva, noleggiano uno scassato cinquantino e vagano senza una meta precisa tra spiagge di ciottoli scuri e di grossolana sabbia grigiastra; salgono, scendono e si affacciano alle porte azzurre che non conducono da nessuna parte ma si schiudono su scorci panoramici di bellezza assoluta. Rientrano scarmigliati, nelle orecchie ancora lo scoppiettio gracchiante del motorino, le vecchie canzoni strillate al vento, le parole dette e quelle non dette. Giorno quattro andato, persino troppo in fretta.

 Sull’isola il Vice Commissario aveva scorto la strana coppia formata dalla vicina di suite, il cui fascino inquietante non era minimamente alterato dall’evidente noia infastidita, e dalla giovane compagna dalla gesticolante verbosità. Le rivede nuovamente a cena e si accorge che quest’ultima sta di nuovo bevendo troppo e parlando a voce alta.

Nel sonno Mariateresa esibisce un’espressione disarmata e serena, come se si stesse realmente godendo il riposo. Ecco, la sua attenzione, quasi dedizione al momento presente, la capacità di assorbirlo interamente, senza distrazioni, senza che il pensiero sfugga in avanti o all’indietro ma comunque altrove, è la caratteristica che più lo affascina e della quale gli capita di essere un poco invidioso.

Si alza piano per non svegliarla, esce sul balcone, si accomoda su una poltroncina, appoggia il capo alla parete e chiude gli occhi. Il mare ha un suo odore ma non può sentirlo, il bastimento ammorba l’aria con una tale gamma di effluvi da confondere anche il più bravo dei cani da caccia. Almeno c’è quiete, se non si fa caso al cupo ronzio dei motori, quasi silenzio. A parte un plof, forse dal ponte soprastante: ci deve essere uno scalmanato che si tuffa in piscina anche alle tre del mattino. Gli viene freddo, rientra nel lettone king size e cerca il tepore fragrante del corpo di sua moglie.

Si risveglia di soprassalto per il rumore di voci e passi lungo il corridoio: sono appena le sette, tra poco dovrebbero avvistare il villaggio di Katakolon. Sbircia socchiudendo la porta, riconosce Rasid e l’ufficiale medico, giurerebbe che sono davanti alla cabina dell’amica della vicina. Poco dopo bussano alla loro porta; il Commissario di bordo si scusa per il disturbo e spiega che stanno cercando proprio quella ragazza, chiedono se per caso hanno sentito dei rumori o se l’hanno vista dopo la mezzanotte. Il Patané rammenta quel plof alle tre e lo riferisce al Commissario, il quale commenta che ciò conferma i loro sospetti, anche sulla base delle testimonianze della passeggera che ha cenato con lei la sera prima e che afferma di averla accompagnata in cabina verso mezzanotte.

“Anche i camerieri ricordano di averla vista alzarsi dal tavolo che si reggeva a malapena; deve essere uscita nuovamente per salire al ponte 11. La sua borsa con i documenti è stata rinvenuta dal personale di pulizia appena sotto il parapetto della balconata panoramica”.

Sbarcano con due ore di ritardo incrociando due motoscafi della guardia costiera greca che puntano verso il largo;  la notizia della caduta in mare di un passeggero è ormai nota e una morbosa curiosità sembra prevalere su qualsiasi altro sentimento.

Decidono di nuovo di noleggiare un motorino, perlustrano qualche bella spiaggia e arrivano fino ai siti archeologici di Olimpia. A parte i turisti e i posti di ristoro, quei luoghi sembrano disabitati e nel tardo pomeriggio tornano alla nave con la sensazione di avere visitato un set cinematografico. Giorno cinque, andato. Domani si veleggia (si fa per dire) verso casa.

La mattina dopo Mariateresa gli chiede se ha dei programmi per la giornata e di fronte alla sua espressione smarrita taglia corto:

“Io faccio un salto in palestra e poi vado in piscina. Non ho intenzione di pranzare, ho mangiato fin troppo nei giorni scorsi. C’è un tempo così bello, prenderò il sole e farò dei bagni. Se ne avrai voglia, potrai raggiungermi”.

Si alza sulle punte dei piedi e gli depone un bacio sul mento. Come potrei non amarla.

Legge per buona parte della mattina, poi cerca di sfuggire alla noia correndo per quasi un’ora sulla pista da jogging con la stolida perseveranza di un criceto.  Si rende conto che da giorni non dedica neppure un pensiero al Commissariato, a Quarto Oggiaro e alle tante miserie quotidiane nelle quali gli tocca sporcarsi le mani. Gli viene anche in mente che ieri non hanno mai incrociato la vicina di suite, nemmeno la sera.

Neanche l’avesse evocata, la ritrova all’ora di pranzo nella sala da lettura dove sta cercando qualcosa da leggere, dato che ha terminato anzitempo l’unico romanzo che ha portato con sé. In realtà è lei che lo trova, piombandogli alle spalle d’improvviso annunciata da una fragranza raffinata ma troppo forte; quando il Vice Commissario si siede la donna prende posto nella poltroncina di fronte, avvicinandola ulteriormente.

“E così la sua amica è scomparsa”

“Non eravamo amiche; ci siamo conosciute sulla nave e per qualche ragione che ignoro mi si è subito appiccicata. Una compagnia imbarazzante che la buona educazione mi ha reso difficile evitare. Parlava troppo, beveva troppo. Non mi meraviglia che sia caduta in mare, in verità”.

In sorprendente contrasto con l’aspetto rigidamente altero, possiede un timbro vocale profondo e melodioso da cantante di blues, una di quelle voci alle quali si è tentati di credere, qualunque cosa dicano e il Vice Commissario pensa che sembra una valchiria con la voce di Etta James. Il suo sguardo inquieto si è incupito; è subito passata ad altro con un accenno di aristocratico fastidio. Scoprendo che vivono nella stessa città ha preso a raccontargli di una Milano che non conosce e capisce poco; le spiega gentilmente ma neanche troppo che è solito frequentare altri luoghi e altre persone.

“Potrebbe venire a trovarmi solo per godersi la vista sui tetti, se lo preferisce”,

e si sporge verso di lui, allunga una mano a sfiorargli il ginocchio, gli occhi scintillanti, le labbra schiuse sui canini aguzzi, nel corpo la tensione di un felino che sta per spiccare il balzo. E’ oscuramente ammaliante, anche se forse ha ragione sua moglie a sostenere che sia abilmente ma generosamente ritoccata. In un’altra vita sarebbe prevalsa la curiosità: ora invece si sottrae, bofonchia qualcosa per dissimulare il disagio, si divincola da quell’assedio e si ritira difilato nella suite.

Il mare è calmo, il sole gradevolmente caldo, il Vice Commissario si è allungato su una sdraio sul balcone, gli occhi socchiusi, immobile. Sembra che si stia addormentando, ma non è così. Gli è tornato alla memoria un dettaglio che lo disturba: il giorno dell’imbarco a Venezia, mentre attendevano il disbrigo del loro check-in prioritario la valchiria era al banco, proprio accanto a lui che ne aveva dapprima respirato la conturbante fragranza, notando subito dopo la singolare bellezza. Maria Clotilde Martinelli, aveva scandito all’addetto e quel nome altisonante gli era parso adeguato al personaggio. Perché allora aveva udito la sua giovane compagna chiamarla “signora Bossi”, il primo giorno in cui le aveva viste assieme?

La sera si sorbisce la cena di gala godendosi lo spettacolo di sua moglie in abito da sera nero, la carnagione chiara appena abbronzata e lo sguardo luminoso. Gli racconta come ha trascorso la giornata e lui pensa per un attimo che è come se avessero fatto due viaggi differenti incrociandosi di tanto in tanto, ma è stato persino bello; poi ascolta solo il suono delle parole, lasciando che la sua presenza colmi tutti gli spazi vuoti dell’animo. Giorno sei, andato. Fine della crociera, domani all’alba si sbarca a Venezia.

Il Ponte della Ghisolfa è ancora li. Il suo appartamento ha tre metri quadrati in meno della Royal Suite ma lo rivede volentieri; il divano dalla fodera blu che incomincia a stingere custodisce il ricordo di certe notti spiegazzate, prima che arrivasse Mariateresa a rassettare i suoi cassetti e la sua vita.

A Quarto Oggiaro il periodo di calma permane; allora gli torna in mente la valchiria e la morte (presunta, ma certa) della sua occasionale compagna. Chiama il Giacometti, non gli chiede nemmeno come è andato il breve viaggio di nozze in Francia (basta guardarlo in faccia per capire che è andato benone): era un cronista di nera, sa dove reperire certe informazioni; gli riferisce i fatti. Il Giacometti è felice come un cagnone al quale hanno appena gettato un osso, perché certi mestieri consumano l’animo ma si infilano sotto pelle e uno non se li leva mai più di dosso.

Si ripresenta qualche giorno dopo verso sera; si accomoda ed estrae dalla tasca il taccuino nero che al Vice Commissario sembra il medesimo da quando lo conosce.

“Dunque: la signora Maria Clotilde Martinelli, anni cinquantacinque, oltre ad avere ereditato un cospicuo patrimonio dal padre, imprenditore nel settore petrolifero, dirige un’agenzia di consulenza in strategie comunicative che ha gestito molte campagne elettorali per diversi partiti, non solo in Italia. Sposata nel 1994 con Raimondo Casati, imprenditore tessile, dal quale ha divorziato nel 2014. L’ex marito risiede in Tailandia, Paese nel quale ha trasferito la produzione dell’azienda, da quando la compagna per la quale aveva divorziato gli ha dato un brusco benservito. E qui viene il bello, caro Patané: perché la donna in questione è tale Luisa Pestalozzi, di anni trentadue, scomparsa durante la tua crociera. Tu pensa a volte le coincidenze”,

conclude sornione il Giacometti.

Coincidenze, già. La sorte, il destino, il caso. Oppure è il delitto perfetto. Ma perché anni dopo? Il Vice Commissario pensa all’attico in Corso Magenta e s’immagina i tetti di Milano: varrebbe la pena di addentrarsi nella tana della valchiria solo per trovare risposta a quella domanda. Forse un giorno lo farà.

La signora Maria Clotilde Martinelli non aveva fatto molta fatica ad avvicinare la rivale. Con una buona mancia mezz’ora dopo l’imbarco sapeva in quale cabina alloggiava, non riuscendo a fare a meno di leggere un segno del destino nel fatto che si trovasse a poca distanza dalla sua. Agganciarla era stato ancora più facile:  una rozza sempliciotta tediosamente manipolabile, per catturare la sua attenzione bastava blandirla. La cosa più complicata era stata sopportarne la volgarità e l‘assoluta mancanza di pudore nel rivelare certe confidenze, quella più dolorosa ascoltare il disprezzo con cui parlava di Raimondo e dei piccoli difetti che lei aveva addirittura amato e scoprire che non gli era mai stata fedele, facendogli tuttavia credere che il figlio fosse suo. Parlava troppo e reggeva malissimo sia l’alcool che certe pasticche, quella sciagurata, ed era piccola e minuta, anche se con un gran seno e un sedere sferico come un mappamondo. Lei, invece, era alta e forte, e molto determinata.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: corpi. Successivo Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: assassini

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.