La prima domenica di pace

“I mostri che abbiamo dentro – che vivono in ogni mente – che nascono in ogni terra – inevitabilmente ci portano alla guerra.” (Giorgio Gaber, “I mostri che abbiamo dentro”)

Nell’austero studio dove lavorava, Agnese era stata con la mente altrove fin dal mattino e non vedeva l’ora che arrivasse sera. Il giorno prima intorno a Niguarda si erano accesi violenti scontri tra partigiani e fascisti e dopo una notte di silenzio denso, sospeso e irreale, il mattino dopo a Milano si mormorava che il Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia avesse proclamato l’insurrezione.

In realtà la giornata di lavoro terminò molto prima del previsto perché il suo principale, l’Avvocato Rigamonti, le cui posizioni antifasciste erano da tempo note,  le aveva fatto disdire un sacco di appuntamenti e aveva passato molte ore chiuso nella sua stanza a parlottare al telefono, e a fine mattinata le aveva detto di andare a casa. Accorgendosi della sua occhiata perplessa e preoccupata l’aveva subito rassicurata:

“Non si preoccupi, non le tratterrò nulla dalla paga, lo consideri un regalo: oggi sarà una giornata da ricordare. Solo, corra subito a casa”.

Agnese raggiunse Corso di Porta Vigentina con il fiatone, nonostante i suoi vent’anni. Gli abitanti del civico 33 erano tutti in cortile, concitati e loquaci, sorridenti e smarriti. Agnese corse incontro al gruppetto nel quale individuò la madre e fu accolta da un abbraccio collettivo e commosso.

”…è finita, da oggi ricominciamo a vivere da uomini liberi!”.

Solo una porta sul ballatoio del primo piano era chiusa, le finestre sbarrate: lì abitava la madre del camerata Bruno Risi.

Sulla corte si affacciavano i retrobottega del fornaio e del lattaio, poi c’erano la falegnameria dei fratelli Bernasconi, socialisti dichiarati che negli ultimi anni se l’erano vista brutta più di una volta, e l’officina di un vecchio ciclista, il quale aveva perso l’aiuto fondamentale del figlio il quale nel ‘41 era di leva e fu spedito in Russia. La madre di Agnese era arrivata lì molti anni prima dal lodigiano senza marito né famiglia e qualche mese dopo il suo stato di gravidanza era divenuto evidente. Aveva trovato lavoro alla Richard Ginori in San Cristoforo, e quando nacque la bimba i vicini di ringhiera le si strinsero attorno con l’affetto di una famiglia e la discrezione di chi ha imparato dalla vita a non giudicare le vicende del prossimo e a non fare domande.

La scorbutica signorina Jolanda, zitella consumata dal rimpianto di non avere rimorsi con i quali scendere a patti né brividi da ricordare, riversò l’affetto che aveva vanamente risparmiato su quella ragazza paffuta e gentile e sulla sua creatura, alla quale si era offerta di badare mentre la madre era al lavoro. La signora Emma e il signor Piero, anziani coniugi senza figli del secondo piano, si auto nominarono nonni e mentre lui scriveva poesie e inventava giochi, lei cucinava per la mamma che alla sera doveva solo dedicarsi alla sua bimba.

Agnese crebbe forte e serena e non ebbe mai motivo di dubitare che suo padre fosse morto per un incidente sul lavoro poco prima della sua nascita. Nella corte del 33 c’erano sei famiglie, ma solo altri due bambini della sua età, Bruno e Gianni e i tre divennero inseparabili fin dai tempi delle scuole elementari, che frequentarono in via Quadronno. Gianni era comunicativo, impertinente e curioso tanto quanto Bruno era introverso e insicuro, ma in qualche modo si completavano e si sostenevano a vicenda. Quando conobbero Agnese sentirono immediatamente il bisogno di proteggerla e di prendersi cura di lei, e forse se ne innamorarono entrambi già in prima elementare.

I confusi e identici sentimenti che provavano per lei dapprima non interferirono nel loro sodalizio, ma le cose cambiarono con il passare degli anni, quando questi presero forma e colore con la stessa violenta esuberanza con la quale si stavano trasformando i loro corpi.

Compiuti quattordici anni i due ragazzi andarono a lavorare come apprendisti alle Officine Falck di Sesto San Giovanni mentre Agnese, grazie all’aiuto dei nonni e della zia Jolanda, poté frequentare la Scuola di Avviamento Professionale a indirizzo commerciale vicino al Parco Ravizza. Non poterono più trascorrere interi pomeriggi insieme, e un ciclo della loro storia si chiuse definitivamente.

La femminilità acerba ma evidente di Agnese, che da bambina spigolosa e vivace era mutata di colpo in adolescente dalla bellezza inconsapevolmente intrigante, rappresentò l’elemento definitivamente disgregante. La rivalità tra i due ragazzi affiorò e si manifestò apertamente,e la netta propensione della ragazza per Gianni fece sedimentare la delusione di Bruno in un rancore dissimulato e corrosivo.

Avevano quindici anni quando scoppiò la guerra e negli anni successivi tra i due ragazzi si insinuò una distanza che non poté più essere compensata dall’antico affetto, e non solo per via di Agnese. Bruno, ombroso e indeciso, afflitto da una sotterranea disistima che lo faceva sentire costantemente a disagio, trovò la sicurezza che gli mancava nella divisa fascista e finì col passare tutto  il suo tempo libero alla Casa del Fascio di Porta Genova. Questa scelta lo rese estraneo agli inquilini del 33 i quali, tutti ferocemente antifascisti, limitarono i rapporti allo stretto indispensabile, e forse persino ai suoi stessi genitori.  Suo padre morì nella primavera del ’43 sotto un bombardamento, mentre tornava in bicicletta dal lavoro. La madre poté contare sulla solidarietà sincera dei vicini e questo non fece che accrescere il suo imbarazzo per quel figlio che aveva preso una strada diversa.

Nello stesso periodo, nella corte del 33 tutti guardavano con benevola approvazione alla storia d’amore che stava divampando tra Agnese e Gianni: lei così piccola e snella, con il fuoco negli occhi castani spruzzati d’oro, una igura che stava bene anche vestita di stracci e  il volto dalla pelle diafana incorniciato da una chioma fulva che le conferiva un’aria baldanzosa e altera, lui così biondo e forte, con le spalle larghe e gli occhi cerulei che ridevano e si rabbuiavano molto prima del resto del viso. Felici, nonostante tutto, perché prima o poi quella maledetta guerra sarebbe finita, troppo felici per poter pensare di non avere un futuro.

Si illusero come tutti di averlo a portata di mano, quel futuro, l’8 settembre del ’43: ma il giorno dopo, con il Quirinale vuoto come un pollaio dopo il passaggio della volpe, le strade piene di soldati che cercavano di tornare a casa aiutati dalla popolazione e la Wehrmacht che intercettava, rastrellava e sparava con la medesima razionale e organizzata ferocia, le loro speranze divennero evanescenti e vaghe come la nebbia autunnale sui Navigli. Gianni comprese che era arrivato il momento di agire, e a metà settembre partì per l’Ossola con alcuni amici, per raggiungere la II Divisione Garibaldi “Redi” agli ordini del “Comandante Iso” (Aldo Aniasi).

Per Agnese incominciò il tempo dell’attesa e della paura.

Bruno si accorse della scomparsa di Gianni e lo conosceva abbastanza da trarre le corrette conclusioni, ma tenne le sue considerazioni per sé. Non era un violento e l’unica volta in cui partecipò ad una spedizione punitiva con somministrazione di olio di ricino ai danni di un gruppetto di vecchi socialisti stette male, vomitò tutta la notte e incominciò a chiedersi se fosse davvero schierato dalla parte giusta: ma ormai non aveva altro. Comunque, fece sempre tutto il possibile per distogliere l’attenzione dei camerati dagli abitanti del 33 di Corso di Porta Vigentina, perché lì c’erano i ricordi della sua infanzia e lì abitava Agnese.

Si illuse di poterla riavvicinare approfittando dell’assenza di Gianni e prese ad aspettarla all’uscita dal lavoro, in via Cappellari, presentandosi in abiti borghesi nel tentativo ingenuo di accorciare le distanze. Lei accettava la sua compagnia con educata freddezza, e lui continuò a masticare risentimento e frustrazione.

Gianni riusciva di tanto in tanto a comunicare con Agnese mandando sue notizie attraverso qualche staffetta e lei si aggrappava a quelle scarne informazioni: almeno sapeva che era ancora vivo.

Una sera di gennaio del ’45, quando Agnese uscì dallo Studio dell’Avvocato affondò nella neve fino a metà polpaccio. I fiocchi continuavano a turbinare nell’oscurità in una sfarinatura vaporosa e opalescente e fu subito chiaro che il tram se lo poteva scordare. Avvolse il capo nella pesante sciarpa di lana ed incominciò a camminare verso Piazza Missori, con la neve che scricchiolava sotto le suole dei suoi consunti scarponcini invernali, i piedi e le gambe bagnati e congelati dopo pochi metri di strada. I pochi passanti che incrociava procedevano a testa bassa come lei, con rassegnata circospezione. Era in Corso di Porta Romana quando vide Bruno venirle incontro, avviluppato in una pesante mantella e con gli alti stivali della divisa. Le si affiancò e in quella sera oscura non le dispiacque avere qualcuno al suo fianco. Parlavano poco, faceva troppo freddo e avanzare nella neve alta era faticoso, i suoi scarponcini fradici erano pesanti come pietre legate ai piedi. Lui si accorse che tremava e allora con un gesto istintivo si tolse la mantella e la passò sopra le sue spalle, cingendola con un braccio. Lei fu disturbata da questa inattesa intimità e scartò bruscamente di lato, sottraendosi alla mantella e al suo braccio.

Bruno incassò il rifiuto e sentì la collera montare dal basso ventre. Pensò di afferrarla per quei capelli rossi per trascinarla nel primo androne, sbatterla contro il muro e prenderla così, in piedi, senza riguardo e senza amore. Ebbe paura del suo furore, e correndo via nella dissolvenza turbinosa della neve che continuava a cadere indifferente, le urlò contro:

“Lui se ne è andato a rincorrere il suo sogno di libertà! Io non ti avrei mai lasciata!”.

Lei si girò di scatto e gridò di rimando:

“E’ il nostro sogno, non il suo, il nostro!”

Bruno non si fece più vedere. O meglio: Agnese non lo vide più, ma lui spesso la spiava, stando bene attento a non farsi scorgere, coltivando e alimentando un astio profondo e insensato. E la mattina del 26 aprile stava andando a nascondersi (perché ora toccava a loro chiudersi nelle cantine con i topi; molti avevano già bruciato la camicia nera e si confondevano tra la folla festante con un fazzoletto rosso al collo) quando vide Agnese sul portone con Sandrino, sedicenne che faceva la staffetta per i partigiani. Poi notò l’espressione raggiante della ragazza, e capì.

Agnese aveva visto Sandrino arrivare di corsa da via Crivelli, sbracciandosi nella sua direzione, e lo aveva aspettato: lui le aveva allungato un foglio di carta piegato e ripiegato, le aveva lanciato un bacio sulla punta delle dita ed era ripartito di corsa. Aveva guardato il biglietto con il cuore che martellava e aveva dovuto appoggiarsi al muro prima di leggerlo: “Torno domenica, aspettami a casa e avvisa i miei. Tuo Gianni”.

Nei giorni successivi nella città insorta si consumarono aspre battaglie e molte vendette personali ma Milano era ormai liberata; già dal 28 i negozi avevano riaperto, i tram circolavano e la radio aveva diffuso la notizia della fucilazione di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi fascisti.

Il 29 aprile 1945 sarebbe stata la prima domenica di pace, dopo anni di guerra.

Persino il tempo si era messo al bello, dopo la pioggia del giorno precedente e Agnese moriva dalla voglia di andare in centro per partecipare alle sfilate con i partigiani e per vedere gli Americani che, si diceva, stavano arrivando in città con gli Sherman, ma avrebbe aspettato Gianni e sarebbero andati insieme.

Correva voce che il cadavere di Mussolini penzolasse appeso alle travi di sostegno della tettoia del distributore “Esso” di Piazzale Loreto, in compagnia di Claretta e di alcuni fedelissimi.

“Che brutta roba, questo non ci fa assomigliare a quelli che abbiamo combattuto e dai quali abbiamo voluto liberaci?”

commentò scuotendo il capo  la signora Emma, ma suo marito ribatté:

“sì, ma te li ricordi i 15 partigiani fucilati nell’agosto del ’44 proprio lì, lasciati sull’asfalto a coprirsi di mosche, pisciati e oltraggiati dai fascisti che impedivano anche ai parenti di avvicinarsi? Te li ricordi, Emma? Gli hanno fatto un favore, ad appenderli, va là. Da adesso in poi, abbiam tutto il tempo di tornare ragionevoli”.

Erano quasi le due del pomeriggio, molti avevano portato le sedie in cortile ma continuavano a guardare sulla strada, incerti se andare o stare, e videro il camion con i partigiani che avanzava sulla via. Poco prima del 33 un giovane alto e biondo saltò agilmente a terra e incominciò a correre nella loro direzione. L’emozione inchiodò Agnese al marciapiede, in mezzo alla mamma e al papà di Gianni.

“…è lui, l’è il Gianni!”,

gridò qualcuno del gruppo.

Solo il signor Piero colse quel bagliore dalla finestra dell’appartamento di fronte, i cui proprietari erano sfollati in campagna, nella casa che faceva angolo con via Crivelli, e urlò

“Attento!”,

ma il corpo di Gianni, colpito in pieno petto, stava già cadendo sul selciato del marciapiede, a pochi passi da casa.

Dopo  il fragore dello sparo cadde un silenzio sgomento, la mamma di Gianni corse vicino al figlio, il papà rimase fermo, curvo nell’inutile tentativo di proteggere il cuore da quel dolore, le mani sul viso per non vedere. Agnese era impietrita, gli occhi sbarrati e le mani strette a pugno, e mentre lo stesso identico pensiero prendeva forma nella mente di tutti: “non è giusto, proprio qui e proprio adesso”,  videro Bruno avvicinarsi con il fucile ancora in mano, il viso distorto in un’espressione malevola e trionfante.

 Lei gli andò incontro lentamente, senza dire una parola, negli occhi l’immagine che non avrebbe mai più potuto rimuovere di Gianni che cadeva e la macchia rossa sul suo petto che si allargava, inghiottendo i suoi sogni e il suo futuro. La disperazione e l’odio che Bruno lesse sul suo viso erano così potenti e insopportabili che ne fu sconvolto e atterrito, e fece un balzo indietro, in mezzo alla strada. Il suo movimento fu rapido e improvviso e il secondo camion era carico e pesante, il giovane autista non poté fare nulla per evitarlo: lo prese in pieno e gli passò sopra le gambe con la grossa ruota anteriore.

Bruno avrebbe avuto tutto il tempo, seduto su una sedia per il resto dei suoi giorni, per ripensare a quel momento, a quell’odio e a un perdono che non avrebbe mai avuto, nemmeno dalla madre che gli mormorò

“così ci hai uccisi tutti, e per cosa? Per una donna che non ti ha voluto”,

e in realtà  era molto più complicato, ma non così lontano dal vero.

Per le cronache della prima domenica di pace a Milano, Gianni fu uno dei tanti morti ammazzati per mano dei cecchini fascisti, il fascista era finito sotto il camion dei partigiani e per una volta la giusta nemesi era stata orchestrata dal caso.

Il partigiano Gianni non ebbe nemmeno la consolazione di una morte gloriosa, ma in verità, sia per lui che per chi lo amava, non avrebbe fatto nessuna differenza.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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