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La Fed e la precarietà degli equilibri

La lingua latina arcaica si portava uno strascico dal greco: oltre a singolare e plurale prevedeva il tempo duale.

Oggigiorno uno dei pochi residui di duale esistenti è nel cosiddetto “mandato duale” della Federal Reserve:

A voler essere puntigliosi bisogna riprendere il testo originale:

“The Board of Governors of the Federal Reserve System and the Federal Open Market Committee shall maintain long run growth of the monetary and credit aggregates commensurate with the economy’s long run potential to increase production, so as to promote effectively the goals of maximum employment, stable prices and moderate long-term interest rates.”

Ovvero, brutalizzando un poco, il lavoro della Fed è (1) mantenere la crescita monetaria e del credito adeguata a preservare la produttività economica e (2) promuovere la massima occupazione e la stabilità dei prezzi.

Quando i mercati finanziari vengono colpiti da fasi improvvise di volatilità, le condizioni per l’accesso al capitale attraverso il mercato si fanno più avverse, ed è per questo che la Fed deve compensare la situazione con politiche più accomodanti.

Chiaramente questo significa anche che, quando il ciclo economico si manifesta in maniera favorevole, è compito della Banca Centrale attuare politiche restrittive per evitare che il motore dell’economia si surriscaldi troppo ovvero che, sulla scorta di proiezioni di crescita troppo elevate, vengano prodotti troppi beni. questo perché quando le scorte sono troppo elevate poi arrivano i tagli alla produzione, ovvero i licenziamenti, e con essi la disoccupazione. A seguire arriva il calo della domanda, che porta a ulteriori tagli alla produzione e a nuovi licenziamenti. Una classica spirale negativa.
Per quanto da certi segnali ci stessimo convincendo che il ciclo statunitense fosse solido e che il dato di PIL del primo trimestre (un misero +0,1%) potesse essere un episodio è giunto venerdì un dato sull’occupazione che ha alterato il quadro: i nuovi occupati di Maggio sono solo 36mila, molti meno dei 160mila attesi. Una conferma delle delusioni giunte già in Aprile. Per converso la disoccupazione è scesa dal 5% al 4,7%.

Come ha potuto verificarsi un calo così sensibile della disoccupazione a fronte di un dato occupazionale tanto deludente?

La risposta sta nel calo della partecipazione alla forza lavoro: 664mila persone si sono aggiunte alla categoria dei “non appartenenti alla forza lavoro“. Di fatto una conferma del brutto dato di occupazione che getta un’ombra sulle aspettative per i consumi e, pertanto, anche per il PIL e finanche -verosimilmente- per l’inflazione

.


Sull’inflazione potrebbe giungere un po’ di contributo dal prezzo del petrolio, ma l’inflazione da prezzi è meno virtuosa della sperata inflazione da salari.
Di certo il dato ha spostato le aspettative sulle decisioni della Federal Reserve: la probabilità implicita di un rialzo dei tassi è scesa da 20,6% ad un misero 3,8% per quanto riguarda il meeting di giugno (facendo di fatto escludere l’ipotesi), ma è calata sensibilmente anche per il meeting di luglio, dimezzandosi da 53,2% a 27%.
Se la Fed intenderà procedere a luglio dovrà necessariamente da oggi in avanti ricostruire delle aspettative di rialzo, viceversa una manovra sui tassi prenderebbe di sorpresa i mercati, in contrasto con gli obiettivi della Banca Centrale stessa. E’ un sottile e delicato gioco di equilibri.
Per quanto il dato occupazionale sia solo una tessera di un mosaico più ampio, quella che è in corso negli USA è una recessione degli utili aziendali, non ancora una recessione economica. Ed in ogni caso il calo della forza lavoro non è certo una situazione di questo mese, né dell’ultimo anno, dell’ultimo lustro o un effetto della Grande Crisi Finanziaria:

Come possiamo apprezzare dal sito della stessa Fed di St.Louis la partecipazione civile alla forza lavoro, in termini percentuali, non era così bassa dal 1978.

1978: Augusto Pinochet governava in Cile, Giulio Andreotti governava in Italia e Jimmy Carter era Presidente degli Stati Uniti, la Francia effettuava esplosioni nucleari sperimentali al largo di Mururoa, la Spagna diventava democrazia dopo 40 anni di dittatura, le BR rapivano e assassinavano Aldo Moro, Goldrake – Ufo Robot debuttava sulle TV italiane, mentre sulla CBS uscivano le prime puntate di Dallas, Peppino Impastato finiva assassinato dalla mafia, l’Argentina vinceva il suo primo Mondiale di calcio, Sara Simeoni saltava -prima tra le donne- oltre i 2 metri, veniva eletto Papa Albino Luciani (Giovanni Paolo I) e poche settimane dopo Karol Wojtila (Giovanni Paolo II), i giornalisti del Times iniziavano uno sciopero che sarebbe durato 50 settimane, nascevano lo SME (Sistema Monetario Europeo) ed il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) e le bombolette spray contenevano ancora il CFC.

Dopo quasi quarant’anni il mondo è radicalmente cambiato, ma l’automazione e il progressivo invecchiamento dei baby-boomers hanno riportato la partecipazione civile alla forza lavoro a quegli anni. Un mondo sempre più privo di lavoro, in contrasto ad un mondo in cui era l’abbondanza di giovani a determinare una minor percentuale di potenziali lavoratori, per i quali le opportunità di lavoro non mancavano di certo.

Alla Fed di Janet Yellen ora il pallino: prendere atto di un contesto macroeconomico con delle “ombre” e rimandare ulteriormente -come ormai il mercato si attende- un rialzo dei tassi, oppure preparare il mercato ad un intervento che, seppur più volte “promesso”, al momento prenderebbe di sorpresa gli operatori facendo venir meno al ruolo di stabilizzatore a cui la Banca Centrale affida la propria credibilità di lungo termine.

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Pubblicato da L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari

Una risposta a “La Fed e la precarietà degli equilibri”

  1. Nota storica: il mandato duale della Fed a differenza della ECB x esempio, enfatizza ancora un vecchio modo di intendere e fare la politica monetaria: l’enfasi sul controllo degli aggregati monetari tradisce l’importanza che la teoria monetarista ebbe negli USA nell’influenzarne il dibattito sulla politica monetaria.
    Oggigiorno nessuno ha più un target di aggregati monetari, ma viene bensì deciso il tasso di policy, affinché influenzi la curva a scadenza, e si lasciano gli aggregati liberi di adeguarvisi. Non significa che il loro monitoraggio e analisi sia diventata insignificante, ma lendogenitá della moneta ne renderebbe quasi impossibile il controllo.
    Da anni la Fed si concentra sul mandato dell’inflation targeting e dalla piena occupazione. Ed è proprio questa secondo obiettivo che non fa dormire Janet da almeno un anno: continua a ritenere che la politica monetaria possa aiutare a combattere un fenomeno, quello della riduzione della partecipazione alla forza lavoro, che invece tutti tutti i testi sulle politiche di crescita indicano essere causato da fattori demografici, educazionali, tecnologici e di globalizzazione dei mercati nonché di struttura del mercato del lavoro: tutti fenomeni supply side, ben poco manovrabili con politiche demand side.

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