La fuga del Vichingo dell’Isola

Nel corso degli ultimi quindici anni l’Isola non era cambiata più di tanto.

Nella primavera dell’88 mancavano all’appello alcune osterie e certe vecchie botteghe ma nel complesso l’Isola aveva mantenuto il carattere originario di rione profondamente milanese che preferisce starsene sulle sue: una porzione di territorio racchiusa tra i tracciati ferroviari e la circonvallazione, percorsa da strade strette e spesso a senso unico e collegata alla città da un brutto cavalcavia. I suoi abitanti, attenti custodi di una solida identità comune, erano riusciti a impedire alcune spericolate speculazioni edilizie (così come in passato avevano costretto l’amministrazione comunale a ridimensionare il progetto del cavalcavia Bussa), promuovendo nel contempo il risanamento di vecchi edifici fortemente degradati. L’Isola dunque si presentava come una collettività fieramente milanese che non aveva mai consegnato le chiavi di casa a Milano, il cui centro storico distava appena poche fermate di tram; del resto per  la “Milano da bere” era un luogo antiquato e per certi versi folcloristico da osservare tutt’al più con un pizzico di curiosità e parecchia diffidenza.

Anche Antonio Donelli, detto il Vichingo per via dell’alta figura atletica e delle lunghe chiome a onde bionde, era più o meno lo stesso di quindici anni prima: stessa faccia elegantemente tormentata da Gesù Cristo smentita dall’espressione strafottente degli occhi azzurri, appena segnati da qualche ruga, la medesima falcata flemmaticamente elastica, immutato l’atteggiamento bonariamente spavaldo per il quale gli avventori del solito bar in via Jacopo Dal Verme, tutti ancora presenti a parte qualche trascurabile defezione dei più anziani, solevano commentare “l’è minga cattivo, el Vichingo, ma gli piace spararle grosse”.

Alle soglie dei quarant’anni nemmeno il suo stile di vita era mutato: seguitava a lavorare all’officina in viale Carmagnola, appena girato l’angolo di Piazza Archinto, che con sua somma soddisfazione ora si dedicava esclusivamente e con indiscussa perizia alle motociclette di grossa cilindrata; vantava molti incontri fugaci ma nessuna fidanzata che resistesse più di qualche mese (il solo amore durevole era l’Elettra, la Harley Davidson Electra Glide,  fedele compagna da un ventennio). Sebbene il suo territorio di caccia si fosse trasferito dalle sale da ballo popolari ai locali più in voga del periodo, il bar tabacchi di via Jacopo Dal Verme rimaneva il teatro prediletto per la narrazione delle  frequenti prodezze amorose . Nessuno si sarebbe mai preso la briga di tentar di separare il falso dal vero perché in fondo era come andare al cinema, dove non conta sapere se una storia sia reale oppure di fantasia, purché risulti convincente e bene interpretata.

Anche l’indirizzo di casa era invariato, ma nell’appartamento affacciato su via Angelo della Pergola il Vichingo era rimasto solo dopo l’arresto, avvenuto  nella primavera del ’74, della madre Adelaide,  la quale aveva buttato fuori di casa il padre Evasio a causa della tresca con la giovane prestinaia. In quella circostanza era stato costretto a riconoscere la verità che aveva intuito qualche mese prima, quando gli era sorto il sospetto che la madre potesse avere assassinato l’Evasio insieme all’amante nella villetta di Crescenzago. Vi era stato anzi un momento in cui tutto gli era apparso irrefutabilmente chiaro: ma si era lasciato prendere dalla consueta irresolutezza, baloccandosi per qualche tempo con l’idea di saltare in sella alla moto e andarsene via. Ma via dove? A fare cosa? Il Vichingo esibiva un’apparenza temeraria, ma non possedeva lo spirito adeguato. Tanto sapeva che in primavera, al rientro dalla Germania degli amici che avevano prestato l’alloggio ai due amanti, probabilmente tutti i nodi sarebbero venuti al pettine.

Così fu, in effetti: il fatto che l’Evasio e la Carmen, ai quali avevano affidato casa, non rispondessero al telefono nei giorni immediatamente precedenti il loro ritorno aveva destato qualche preoccupazione nei proprietari della villetta; lo stato di evidente trascuratezza del giardino che pareva un gerbido rinselvatichito, aggravato dalla presenza delle auto dei due parcheggiate davanti al cancello, li avevano messi in allarme. Entrando avevano trovato polvere e odore di chiuso, sul tavolo della cucina tre tazzine del caffè conservavano sul fondo tracce rinsecchite della bevanda. Uscendo sul retro, dove il piccolo orto giaceva in uno stato di desolante incuria, avevano subito notato che nell’aiuola dell’insalata la terra era stata smossa e presentava un insolito rilievo sul quale il trifoglio cresceva particolarmente rigoglioso.

La polizia vi aveva trovato i resti dei due amanti sommariamente seppelliti:  erano morti per avvelenamento da stricnina, della quale erano state rinvenute tracce in due delle tre tazze da caffè. Gli sbigottiti proprietari avevano riferito la spettacolare cacciata di casa dell’Evasio, insieme al dettaglio che la sua signora lavorava in una drogheria, dove era facile reperire veleno per topi che in quegli anni era a base di stricnina.

Era l’alba di una radiosa giornata di maggio quando due agenti andarono a  prelevare la principale indiziata nella sua abitazione per un interrogatorio: ma l’Adelaide confessò seduta stante, aggiungendo con crudele candore:

“Son mica pentita, anzi. Ma preferisco andare in galera piuttosto che star qui a vedere quel scemo di mio figlio che viene su tale e quale suo padre, prima che mi pigli la voglia di ammazzare anche lui”.

“Quel scemo” del figlio era appena rientrato, dunque ben sveglio e aveva sentito tutto. Decise in quel momento che non l’avrebbe mai perdonata, e così fu. Se la ritrovò di fronte al processo, al quale dovette testimoniare. Fu processata con rito abbreviato e condannata a trent’anni di reclusione da scontare nel carcere di San Vittore. Da quel giorno non l’avrebbe mai più rivista.

Naturalmente all’Isola la vicenda fece un gran baccano e tra gli abitanti suscitò molte chiacchiere mormorate a mezza voce per ogni dove: figurarsi, ne scrissero su tutti i giornali di Milano e provincia. Non proprio freddo ma certamente assai tiepido dal punto di vista emotivo, incapace di affetti profondi, superficialmente socievole ed estroverso ma intimamente solitario e restio a confidarsi, il Vichingo possedeva istintivamente le risorse per uscire senza troppi danni da quella bufera. Tuttavia una volta che i sospetti a suo tempo sopiti per ignavia si rivelarono del tutto esatti e dovette prendere irrevocabilmente atto che suo padre era morto, sua madre era un’assassina e lui era figlio di un’assassina, privato dagli sciagurati eventi di entrambi i genitori a venticinque anni, passò un brutto momento.

Trovò pure complicato accettare la compassione tangibile di molti isolani che  lo conoscevano fin da bambino e che gli si strinsero attorno, silenziosamente solidali. Il padrone di casa gli rinnovò il contratto d’affitto per cinque anni ribassando leggermente il canone, il proprietario dell’officina gli diede un piccolo aumento, vicini di casa, parenti e persino conoscenti del bar di via Dal Verme fecero a gara per invitarlo a cena o al pranzo domenicale. In principio lo trovò molto comodo ma percepì la commiserazione e ne fu disturbato: non voleva essere “il povero “Antonio” bensì “il Vichingo” che si era cucito addosso con tanta convinzione da essersi perfettamente immedesimato.

“Se stai attraversando l’inferno, fallo a testa alta”. Gli venne in mente questo motto sentito chissà dove: attribuendolo con una certa sicurezza a qualche eroe cinematografico, del tutto sordo ai rivoltolamenti di Sir Winston Churchill nella tomba,  decise di adottarlo come regola di vita. Incominciò a respingere con gentile decisione le caritatevoli offerte di condivisione del desco familiare con l’unica eccezione per il Gildo, il proprietario dell’officina più vecchio di una decina d’anni e con una moglie marchigiana che oltre alla simpatia vantava doti culinarie eccezionali. Erano persone con le quali aveva familiarità sin da quando era ragazzino: non avevano figli e l’atteggiamento affettuosamente schietto con il quale lo avevano col tempo gratificato non era mutato. A poco a poco la gente perse d’interesse nelle vicende familiari di Antonio Donelli, il quale nell’immaginario degli abitanti dell’Isola tornò a essere semplicemente il Vichingo.

Negli anni il carattere di provvisorietà delle sue relazioni sentimentali era divenuto sottinteso piuttosto che dichiarato in premessa come un tempo: con questa impudente furberia, affiancata alla pericolosa predisposizione femminile a volersi prendere cura di un uomo, tanto più intuendone la tempra da farabutto sentimentale e intravvedendo la possibilità di lanciarsi nella nobile impresa di redimerlo, egli  riuscì a contenere il fastidioso problema delle faccende domestiche. Quando il Gildo lo nominò capo officina (perché con i motori delle moto era davvero bravo) con un consistente aumento del mensile, in mancanza di fidanzate disponibili poté persino ricorrere a qualche ora di aiuto da parte della portinaia.

Tutto filava dunque liscio per il Vichingo: qualche innocua trasgressione in un’esistenza disordinatamente tranquilla, per lo più imprigionata dall’invisibile filo tirato tra via Angelo della Pergola, via Jacopo dal Verme e via Carmagnola, unico varco temporaneo verso le luci, le lucciole e le lanterne di Milano il cavalcavia Bussa.

Il bar tabacchi di via Jacopo Dal Verme, come molti altri bar, era ricettacolo dei più grandi esperti nazionali di sport: dalla chiusura del Campionato di calcio, con le dissertazioni annesse sugli opportuni acquisti, revoca di allenatori e amenità varie si passava al Giro d’Italia mollando prontamente il pallone per la bicicletta, dopo un veloce rodaggio con la Milano-Sanremo. Il sabato e la domenica pomeriggio il grande televisore in fondo alla sala era sintonizzato sulla diretta del Giro, gli astanti tutti egualmente ammaliati dal mito che resiste, nonostante tutto, ancora oggi: l’uomo solo con la sua bicicletta, portentosa estensione delle membra, che arranca suda soffre ma avanza sospinto da inarrestabile determinazione, appena una rapida occhiata sopra la spalla per tenere d’occhio il gruppo e decidere la volata. Diviene veloce e imprendibile anche senza ali, è tutto nelle sue gambe ma no, è prima di tutto nel cuore e nel cervello:  l’immagine irradia un’aura epica, il ciclista è un eroe che esalta e perfino riscatta ognuno dalle proprie insuperabili inadeguatezze.

Erano tutti Van Der Velde, l’olandese in fuga sulla Cima Coppi, quella domenica 5 giugno 1988, strapazzati dalla tormenta di neve che si era abbattuta sul Gavia: un uomo solo con una maglia color ciclamino da difendere a tutti i costi, caparbiamente incurante del gelo che a un certo punto gli paralizzò gli arti, il corpo scosso da un incontrollabile tremito. Lo sentirono tutti quanti, l’implacabile freddo nelle ossa. Nell’aria tiepida del bar pigramente smossa da un ronzante ventilatore a stelo ebbero persino bisogno di bere un grappino, sia sempre benedetta la grappa che ebbe la forza di spingere il sangue dell’olandese a circolare di nuovo nelle vene. Volle risalire in bicicletta e tagliò il traguardo con tre quarti d’ora di ritardo, ma tutti si sarebbero per sempre ricordati del suo arrivo.

Quell’anno il Giro si concluse  a Vittorio Veneto con la solita cronometro; vinse l’americano Andrew Hampstein, con il podio interamente occupato da corridori stranieri. La chiusura della corsa coincideva con l’estrazione dei biglietti vincenti della Lotteria Giro d’Italia, che praticamente tutti gli avventori del bar tabacchi di via Jacopo dal Verme avevano acquistato. Ne aveva uno anche il Vichingo, sebbene per principio non riponesse alcuna speranza in un meccanismo nel quale il successo dipende unicamente dalla fortuna. Fu quindi con annoiato disinteresse, quasi per dovere, che si accinse a confrontare il numero di serie del suo biglietto con l’elenco dei vincenti pubblicato sul giornale. Dovette rileggere più volte prima di convincersi di avere davvero vinto qualcosa: non il primo premio miliardario ma un ragguardevole premio di consolazione di diverse decine di milioni, cifra che per uno come lui rappresentava assai più di una consolazione.

Per una volta tanto e senza nemmeno spiegarsene la ragione non fu tentato dal solito colpo di teatro che principiava con “ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato”: guidato da un’insolita prudenza tacque con tutti, persino con il Gildo, affidando la riscossione della vincita all’amico direttore della piccola filiale della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, presso la quale aveva da anni il conto corrente. Un’idea aveva preso a frullargli per la mente, un’antica tentazione acquattata in qualche recesso dell’animo: la fuga da Milano che correva troppo in fretta, dall’Isola cocciutamente abbarbicata in difesa del proprio anacronistico immobilismo e dal tracciato entro il quale si dipanava il suo prevedibile quotidiano. Via sull’Elettra, con qualche soldo in tasca avrebbe potuto osare il vecchio sogno di vagabondare di luogo in luogo, di gente in gente, fermandosi per qualche lavoro saltuario finché non gli fosse venuto a noia; via prima che arrivasse il quarantesimo compleanno, via prima che fosse troppo tardi.

L’estate planò sulla città in fretta e tutta in una volta con il cielo offuscato dall’afa, le notti popolate da insonni e zanzare a contendersi un’illusione di frescura, l’Idroscalo affollato di milanesi che fingevano di essere al mare. I frequentatori del solito bar pensarono che dopotutto anche il Vichingo stava invecchiando perché era insolitamente taciturno e meditabondo. In realtà rimpiangevano i coloriti resoconti della domenica pomeriggio ma dovettero farsene una ragione: il Vichingo, mappe alla mano, stava pianificando la fuga.

All’officina lavorarono come matti per tutto il mese di luglio e alla fine del mese abbassarono la saracinesca apponendovi il fatidico cartello ”chiuso per ferie fino al 31 agosto”, uno dei tanti che adornavano le vie nell’unico mese dell’anno in cui Milano s’acquieta, respira piano e si intrattiene amabilmente con tutti i suoi fantasmi.

Il Vichingo salutò il Gildo e sua moglie rimandando qualsiasi discorso; quel mese sarebbe stato una sorta di periodo di prova.  Il fisico impavido, forgiato per resistere sia al tempo che ai maltrattamenti auto inflitti non era sorretto da un animo altrettanto intrepido: il Vichingo era uno che dinanzi a una porta chiusa piuttosto che spalancarla e varcare deciso la soglia preferiva socchiuderla, dare una sbirciatina e poi, semmai, decidere se andare o stare.

Eppure, procedendo con le lunghe chiome bionde scompigliate dall’aria calda lungo la costa ligure, accompagnato dal gioioso scoppiettio dell’Elettra, era quasi convinto che finalmente quella fosse la vita che voleva: una lunga strada davanti da percorrere alla velocità che più gli aggradava, indulgendo a tutte le deviazioni per le quali valesse la pena distogliersi.

Scendendo da Genova costeggiò un tratto di Costa Azzurra e  si fermò a Cannes per passeggiare sulla Croisette. Giunse a Nimes che era ormai buio, cenò e si fermò a dormire in una modesta pensione dai muri tinteggiati in giallo ocra con le persiane blu. Si sentì d’improvviso lontanissimo da casa e fu colto da una frenesia allegra: era questa l’avventura che immaginava, aveva finalmente il suo sogno a portata di mano.

Il mattino dopo di buon’ora puntò verso sud e il confine con la Spagna: la sua prima meta era Fuerteventura; in fondo  aveva lasciato l’Isola per un’altra isola ma questa aveva attorno l’Oceano Atlantico, aveva dentro una fetta di deserto e ospitava la Legione Straniera Spagnola. Quattro giorni più tardi, dopo un lungo viaggio attraverso la Spagna che lo aveva un poco frastornato, qualche sosta e due traghetti sbarcò infine a Puerto del Rosario.

L’aria era calda e secca; il cielo azzurro cupo presentava un ammasso grigio ferro all’orizzonte che pareva foriero di nubi temporalesche. Consultò la mappa, controllò per l’ennesima volta che la tracolla della busta di nylon con soldi e documenti nascosta sotto la maglietta fosse ben salda e partì verso nord, alla volta di Corralejo. Appena fuori da Puerto del Rosario, cittadina portuale priva di grandi attrattive, il Vichingo osservò il paesaggio divenire sempre più brullo e piatto, quasi lunare, nemmeno un arbusto spinoso a interrompere la distesa di terra bruna. Sfogliando il catalogo di un’agenzia di viaggi era stato attratto dall’aspetto selvaggio di quell’isola poco abitata, a differenza delle altre isole Canarie: ora ne intuiva il motivo e ciò che in fotografia gli era apparso come fascinosamente selvatico ora gli sembrava più banalmente inospitale. Tuttavia, avvistando le dune sabbiose di Corralejo, cumuli di sabbia del vicino Sahara trasportata granello dopo granello nel corso dei secoli dai venti di nord est, sulle quali riverberava la luce spietata del primo meriggio emanando un alone di calura, la leggera ansia che lo aveva colto lasciò il posto a una fanciullesca meraviglia.

Il paese, già allora località turistica di qualche rilevanza, era nel pieno di una mutazione: accanto alle vecchie case degli isolani e a piccoli empori pieni di mercanzie di ogni tipo con il medesimo aspetto irrimediabilmente polveroso, vi erano alberghi e villaggi di recente costruzione dotati di piscina e stavano sorgendo un po’ ovunque nuovi complessi residenziali e alberghieri. Le imprese edili lavoravano senza sosta anche la notte alla luce di enormi riflettori da set cinematografico che bucavano impietosi l’oscurità vellutata, facendo scomparire le stelle. Tutto questo lavorio frenetico era spettacolare e disturbante: lo spirito vero del luogo si era rifugiato altrove, chissà dove.

Dopo essersi procurato della valuta locale in un’agenzia di cambi, il Vichingo si stabilì in una struttura alla periferia di Corralejo costituita da otto piccole unità abitative indipendenti dal tetto piatto, i muri dipinti con tenui colori pastello. Radunate in una corte circolare e disposte attorno una piscina tonda, solo due erano agibili; nelle altre i lavori non erano ancora stati completati ma al momento nessuno pareva avere intenzione di farlo. I ragazzi che occupavano il villino accanto al suo, apparentemente provenienti da qualche Paese del Nord Europa, non appena videro la Harley gli fecero capire che non era il caso di lasciarla in strada, suggerendo a gesti di ricoverarla nell’appartamento. Decise senz’altro di seguire il consiglio e incominciò a domandarsi chi diavolo glielo avesse fatto fare di scegliere come prima meta un luogo tanto intimamente dissestato. Fuori dalla corte, al cui ingresso troneggiavano due alti alberi di ibisco dagli enormi fiori arancione, a parte la strada impolverata non vi era assolutamente nulla. All’orizzonte il banco di nubi oscure era sempre là, in agguato, incerto tra l’avvertimento e la minaccia.

Polvere, o meglio sabbia, e vento erano gli elementi dominanti di quella parte dell’isola. Dopo qualche giorno di riposo decise di noleggiare un fuoristrada e di avventurarsi tra le dune: a Corralejo trovò un Montero, nome con il quale veniva commercializzato in Spagna il Mitsubishi Pajero. Costava parecchio ma si ricordò che poteva permetterselo, sebbene non fosse abituato all’idea.

Puntò verso le dune sabbiose percorrendo lentamente il nastro d’asfalto appena steso della nuova strada che avrebbe dovuto attraversare la zona desertica. I lavori erano presidiati dai Legionari, nerboruti giganti per lo più neri come la pece che stavano piantati al bordo della carreggiata a gambe larghe e braccia incrociate, i fucili a tracolla, pugnali agganciati ai polpacci, impassibili e sospettosamente vigili. Il Vichingo pensò alle annose e spaventose dicerie sulle Legioni Straniere, sull’accozzaglia di farabutti e psicopatici che si arruolavano in quel singolare esercito e si chiese quanto ci fosse di vero. In ogni caso, non erano tipi a cui avrebbe chiesto volentieri alcuna informazione. L’aria bollente entrava dai finestrini aperti, transitava a passo d’uomo accanto alle macchine che stendevano l’asfalto in una nube caliginosa dal puzzo pungente di catrame. Dallo specchietto retrovisore osservò il nastro nero ancora fumante ricoprirsi velocemente della sabbia che il vento soffiava dalle dune, implacabile e beffardo.

La strada a un certo punto si interrompeva ma decise di proseguire; da qualche parte vi era un villaggio Alpitour e dunque la pista doveva essere praticabile. La pista. Quale pista? Dopo un poco tutto attorno vi era solo sabbia, dune e una luminosità abbacinante che confondeva la vista. La nuvolaglia nera era sempre là, ammassata in fondo a un orizzonte la cui distanza era impossibile da valutare.

Il Montero si fermò ai piedi di una duna, le ruote posteriori che slittavano sprofondando sempre più nella sabbia. Spense il motore e scese dall’auto, non vide null’altro che una distesa ondulata color oro pallido. Risalì la collinetta sabbiosa: appena sotto scorse ciò che sembrava un pozzo e diverse baracche in legno e lamiera. Alcuni ragazzini che giocavano con un pallone sgonfio lo avvistarono e corsero nella sua direzione. Tribù di nomadi. Aveva letto qualcosa sulla loro presenza ma non sapeva se fossero pacifici; si maledisse pensando a tutto il denaro che aveva nella busta di nylon appiccicata alla pelle madida di sudore.

I laceri componenti del manipolo potevano avere una decina d’anni, tutti con occhi e capelli scuri, la carnagione olivastra e l’espressione scaltra. Il poco spagnolo che conosceva lo aveva appreso da una fidanzata madrilena durata qualche mese e gli tornò utile.

“La redutera, la redutera!”,

strillava colui che doveva essere il capo banda e il Vichingo comprese che si riferiva alle marce ridotte del fuoristrada, che non sapeva utilizzare. Di fronte alla sua imbarazzata (e anche un poco diffidente) immobilità quello perse subito la pazienza: sistematosi al posto di guida mise in moto, armeggiò con una leva e con poche manovre riportò la macchina in piano, tra gli applausi dei compagni. Il gruppetto guadagnò velocemente la cima della duna; prima di scomparire dall’altra parte i cenciosi folletti si volsero a fargli ciao, le palme sudicie delle piccole mani che si agitavano nel riverbero del sole.

Il Vichingo sfilò di nuovo lentamente tra due ali di truci ceffi armati fino ai denti, surreali guardiani di un’opera pretenziosa che il deserto cancellava con spietata solerzia, respingendo l’inopportuna intrusione nel suo atavico regno. Rievocando l’incontro con i piccoli nomadi si sentì un perfetto cretino e per la prima volta nella sua vita intuì che la solitudine era un peso destinato a divenire via via più gravoso.

Forse avrebbe dovuto riconsiderare i suoi piani. Fuerteventura poteva andar bene per una vacanza ma era impensabile trovare un lavoro qualsiasi: le strutture turistiche erano per lo più a conduzione familiare, molti piccoli esercizi erano gestiti da italiani, francesi e spagnoli continentali che sovente avevano in comune il tratto sfuggente e guardingo degli scappati da casa per i più disparati motivi. Decise che si sarebbe trattenuto ancora per una settimana e poi da Cadice si sarebbe diretto in Portogallo.

Un giorno accettò l’invito dei vicini di villino, i quali  si erano poi rivelati di provenienza olandese. Si trovavano a Corralejo per le onde: erano appassionati di surf ma le Hawaii erano al di fuori della portata delle loro tasche. A parte la madrelingua, padroneggiavano inglese, francese, tedesco e parlottavano comprensibilmente spagnolo e italiano. Lo condussero su una spiaggia vicina, poco frequentata dai bagnanti poiché nel periodo estivo costantemente battuta da impetuosi alisei e per ciò prediletta dai surfisti.

In piedi nella sabbia grossolana che gli sferzava senza sosta i polpacci, nell’illusorio riparo di una bassa formazione di roccia lavica aggirata e abbracciata  dal vento senza difficoltà, il Vichingo osservava affascinato il branco dei surfisti che si apprestavano a entrare nell’acqua verde smeraldo con le loro  tavole variopinte. Tutti egualmente prestanti, dotati di dorsi ampi, gambe forti e braccia muscolose, la pelle del colore del bronzo declinato in diverse tonalità, prima di entrare in acqua passavano sui punti del corpo più delicati ed esposti stick colorati ad alta protezione. L’operazione appariva a un profano come  una sorta di arcano rituale ed ecco che quei ragazzi si trasformavano in guerrieri mitologici.

Dopo un poco si stufò di ammirarne le evoluzioni tra le onde, lui che conosceva solo le acque dell’Idroscalo e di Cesenatico, e si diresse verso la capanna che aveva intravisto arrivando, sotto uno striminzito palmeto antistante la spiaggia: vi dovevano noleggiare attrezzature da surf, a giudicare dalle tavole appoggiate sotto un portico adiacente, ma vi erano anche un paio di tavolacci esterni dove servivano da mangiare e da bere. La capanna era più ampia di quanto gli fosse sembrato; all’interno profumato di pane tostato e di caffè la penombra era smossa dalle grosse pale lignee di due ventilatori appesi al soffitto.

Se la vita del Vichingo fosse stata un film, a questo punto la musica si sarebbe fatta dapprima insinuante e poi incalzante, fino a un suggestivo fermo immagine: lui, biondo e abbronzato, faccia da Gesù Cristo ultimamente più dubbioso che strafottente, i lunghi capelli raccolti sulla nuca perché cacciavano caldo, l’incedere pigramente flessuoso di chi preferisce non andar mai di fretta che improvvisamente si immobilizzava, dal passo al respiro, perché aveva di fronte la donna che forse stava cercando da tempo e che restituiva un senso a quel viaggio.

Minuta e bruna, lo sguardo vellutato di un cerbiatto e i lineamenti cesellati di una bambola di porcellana, la trentenne Yvette aveva lasciato Parigi un anno prima con il compagno Armand, vigoroso cinquantenne di aspetto gradevole ma dal cipiglio scontroso. Era quest’ultimo che si occupava della manutenzione e del noleggio delle attrezzature da surf e impartiva anche lezioni ai principianti, mentre Yvette preparava e serviva panini e piatti freddi. Da quel giorno il Vichingo si concentrò su di un unico obiettivo e divenne un assiduo frequentatore della spiaggia, o più che altro del bar.

Fascinoso e gentile quanto Armand era ruvido e sgarbato, non ci mise molto a entrare in confidenza con Yvette, la quale nel corso della loro prima cena insieme gli raccontò di essersi persuasa che seguire Armand a Fuerteventura fosse stato un errore: lui l’aveva convinta a investire tutti i sui risparmi nell’acquisto di quell’attività, della quale era unica intestataria perché il compagno aveva preferito rimanere nell’ombra, per qualche incomprensibile ragione che confermò nel Vichingo il dubbio che egli avesse qualcosa da nascondere. Nel frattempo la loro storia si era sgretolata e si sopportavano a malapena. Tuttavia,  Yvette non sarebbe stata in grado di cavarsela da sola e a Parigi non aveva più nulla per cui valesse la pena di tornare.

Fu a furia di contemplare tramonti fiammeggianti sulle dune, di perlustrare baie deserte dalle acque cristalline, di rotolarsi tra lenzuola bollenti e tuffarsi a notte alta nella piscina tonda del villino a Corralejo che germogliò e maturò il proponimento abilmente suggerito senza parere da Yvette.

“Armand se ne è andato, nemmeno so dove. Dovrò prendere una decisione”.

Erano seduti in cima a un’alta scogliera a picco sul mare, le gambe a penzoloni nel vuoto. Il sole era un disco arancione che affogava dolcemente nell’acqua, diffondendo una luce purpurea nel cielo che scuriva.  La mano di Yvette era calda e fragile, era un momento di perfetta, irresistibile bellezza: e il Vichingo ci cascò.

“Sai, ho dei soldi che vorrei investire. Potremmo rimanere qui, ampliare l’attività, no? L’isola si sta attrezzando per ricevere molti più turisti di quanti se ne siano mai visti, è una buona occasione”.

Una settimana dopo, al cospetto di un pingue notaio dal faccione lustro, in uno scalcagnato studio a Puerto Del Rosario, Antonio Donelli (detto il Vichingo) apponeva la sua firma su due assegni, ognuno di dieci milioni di lire, per l’acquisto del 50% della proprietà dell’esercizio di Corralejo dalla signora Yvette Lacroix. Quella sera festeggiarono il loro sodalizio d’affari e di cuore in un ristorante italiano. Nei giorni successivi, aiutando la ragazza al bar, il Vichingo accarezzava progetti grandiosi per rilanciare l’attività.

Giunse l’ultima settimana di agosto. Il Vichingo pensò che era il momento di parlare con il Gildo: anzi, sarebbe stato il caso di prendere un aereo e recarsi a Milano in compagnia di Yvette per qualche giorno, giusto per sistemare di persona alcune cose che richiedevano la sua presenza.

La mattina in cui non trovò Yvette al suo fianco non se ne stupì, la sera prima gli aveva detto che occorreva rifornirsi di viveri per il bar. Erano ormai le dieci passate e si impensierì un poco non vedendo l’auto della ragazza parcheggiata nelle vicinanze del bar. Entrò nel locale e scorse al banco uno sconosciuto bruno e mingherlino che lo salutò con un cordiale

“Buenas dias!”

Dalla finestra osservò il consueto blocco compatto di nuvole buie contro l’orizzonte, solo un poco più vicine del solito.

Apprese dall’uomo che Yvette e il marito, che avevano gestito il suo locale per tutta la stagione, avevano terminato il periodo pattuito e se ne erano andati. Gli mostrò allora l’atto notarile sottoscritto un paio di settimane prima e l’uomo non gli rise in faccia perché era gentile e anche più basso di lui di diverse spanne, così gli mostrò a sua volta  licenza e atto di proprietà intestati a suo nome e si affrettò a consigliargli di denunciare la truffa alla polizia.

Il Vichingo corse a Puerto del Rosario ed ebbe conferma che in quello scalcinato ufficio non aveva mai esercitato alcun notaio.

Vado alla polizia a dire salve, eccomi qui, sono un pippa che si è fatto fregare venti milioni da un paio di begli occhi da cerbiatta, che tanto ormai avrà già incassato gli assegni. Lasciamo perdere, va. Erano soldi piovuti dal cielo e per fortuna me ne rimangono ancora un po’. Volevo fuggire, ma da cosa, poi? La verità è che non ci si allontana più di tanto da se stessi. Nessuno saprà mai nulla e chiudiamola qui, che è meglio: è stata solo una lunga vacanza.

Era la sera del 30 agosto quando la Harley Davidson Electra Glide superò il cavalcavia Bussa e varcò l’invisibile confine dell’Isola. Quattro giorni di viaggio erano bastati al Vichingo per metabolizzare fregatura, perdita finanziaria, delusione sentimentale e fallimento della fuga, depurandosi delle residue scorie con la leggerezza che era la sua intima essenza, la cifra imprescindibile, salvezza e insieme condanna.

A Milano faceva ancora caldo e non era il caldo secco e ventoso di Fuerteventura bensì una calura appiccicosa, gravida di umidità e di tutti gli afrori cittadini. Gli avventori del bar di via Jacopo Dal Verme, impudicamente stravaccati sulle seggiole di plastica attorno ai tavolini posti sul marciapiede, interruppero lo svogliato chiacchiericcio allorché udirono l’inconfondibile scoppiettio.

“Tel chi el Vichingo. Era ora di tornare a lavorare!”

Il Vichingo spense la moto e prima di scendere  si produsse in un gesto collaudato e di sicuro effetto: tolto il casco scosse energicamente il capo, liberando le chiome bionde ulteriormente schiarite dal sole. Poi smontò agilmente di sella, poggiò la Harley sul cavalletto, sgranchì con grazia le gambe, levò le braccia al di sopra del capo stirando la colonna vertebrale e infine gettò un’occhiata circolare sugli astanti, riconoscendo la noia depositata a strati sulle facce sudate:

“Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato”.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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