La geopolitica che verrà (seconda parte)

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Riprendo la panoramica iniziata nel precedente articolo sull’attuale assetto geopolitico-economico mondiale e relativi scenari futuri di fronte alla perdita di influenza da parte di Stati Uniti e con l’Unione europea così poco propositiva. Aspetti che rappresentano un’opportunità unica per le potenze di medio livello, Italia compresa.

Oppure come il Messico. È il tredicesimo paese al mondo come estensione geografica e, con quasi 130 milioni di abitanti, è l’undicesimo più popoloso; soprattutto è l’undicesima economia del pianeta. Insomma, è una potenza di medio livello, membro di NAFTA e Pacific Alliance, con voce significativa nel G20, nel WTO, nelle Nazioni Unite e con posizione di rilievo tra America Latina, Caraibi e Pacifico.

I messicani, con gli USA, vivono un rapporto di odio-amore. Gli americani tra il 1846 e il 1848 li hanno prima invasi e poi gli hanno sottratto il 55% del territorio, infine è arrivato Trump con la storia dell’immigrazione e del muro. Ma dal 1994 con il NAFTA la sua economia è integrata con quella americana: l’80% del suo export va lì, è il secondo mercato di esportazione degli USA e il suo terzo partner commerciale, dopo Cina e Canada. In più, come gli USA, è un sostenitore del libero mercato in contrapposizione allo statalismo-populista della maggior parte delle altre nazioni latino-americane.

Adesso – anche per via della politica dell’amministrazione Trump – è in una fase di transizione epocale, tra NAFTA da ridiscutere, muri da fare o non fare, industrie USA che ritornano a casa oppure no, eccetera, ma per la sua potenza economico-commerciale ha anche nuove possibilità da sondare nello scacchiere internazionale, magari con commerci bilaterali tra Cina, Germania, Giappone, Corea del Sud e Russia.

Il Messico non è solo. I BRICS sono vivi. L’Ucraina, come detto, deve ancora trovare il suo posto tra Russia, Unione Europea e Stati Uniti. La Turchia, allontanatasi da UE e USA, si è avvicinata alla Russia. Iran, India e Arabia Saudita hanno le loro carte da giocare, come Pakistan ed Egitto. In pratica i vecchi allineamenti globali stanno cedendo il passo a modelli più complessi. Il livello d’interdipendenza è senza precedenti: Brasile, Cina, UE, India, Giappone, Russia e Stati Uniti sono collegati in filiere globali che tendono a convergere e tutti sono membri del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale e del WTO.

Insomma, gli USA non hanno più il ​​primato nella politica internazionale. Cina, India e Russia, dal 2002, si riuniscono ogni anno per discutere di come stabilire un ordine mondiale non dominato dagli USA. Il Giappone, per compensare la collaborazione sino-russa, cerca un riavvicinamento con l’India, corteggiata da tutti per il suo potenziale, finora inespresso.

La Cina, nel frattempo, è sempre più interconnessa con l’Europa e lo sarà sempre di più, come testimonia la nuova “Via della Seta”, illustrata al “Forum Belt and Road for International Cooperation” di Pechino lo scorso weekend. Dove c’erano 28 capi di Stato e di governo, compreso il nostro Gentiloni (o la sua sedia vuota, fate voi), i ministri di un’altra settantina di Paesi e i leader di ONU, Banca Mondiale e FMI.

Si tratta di un progetto colossale di “avvicinamento” della Cina all’Europa, attraverso un nuovo “corridoio” commerciale voluto dal presidente Xi Jinping, con numeri pazzeschi: 80 miliardi di dollari di investimento cinese e 502 miliardi di dollari investiti in 62 Paesi entro il 2022, per un trilione di dollari totali sul tavolo entro il 2026! Con quale scopo? Collocare la Cina al centro del nuovo ordine economico mondiale. E l’Italia? Se non fa cazzate può giocare un ruolo importante.

Questi esempi random testimoniano un mondo di molti centri di potere in competizione. La posta in gioco è enorme. Guerre – che potrebbero scoppiare in qualsiasi momento lungo i confini instabili tra Cina e India e tra Cina e Giappone, nel Mar Cinese Meridionale, con l’inevitabile coinvolgimento USA, anche a Taiwan – potrebbero scompaginare gli scenari.

Il diplomatico Chas W. Freeman Jr. sostiene che gli USA debbano fermarsi a riflettere seriamente sul loro ruolo nel mondo che corre così veloce. Come li vede oggi il resto del pianeta? Perché hanno perso la storica capacità di plasmare l’ambiente internazionale a proprio vantaggio? E perché non si sono adattati alle nuove realtà e agli equilibri mutevoli?

Mentre l’Italia, dopo aver perso il treno della globalizzazione e delle innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni, non può permettersi di perdere le opportunità del nuovo assetto mondiale, in primis della nuova “Via della Seta”, nonostante la sua classe politica, purtroppo del tutto inadeguata al compito di riportarci in corsa.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor
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