La guerra sconosciuta nel Golfo di Thailandia

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Sul confine tra Malaysia e Thailandia si scrive un vero e proprio diario di guerra. Non si tratta di un conflitto tra stati ma della ribellione della minoranza Malay e mussulmana nelle 4 province meridionali della Thailandia. La religione buddhista è parte integrante della nascita e della cultura della nazione. Ne costituisce un caposaldo e contribuisce all’unità del Regno dell’ex Siam.

Le tuniche color zafferano dei monaci sono una presenza costante nei templi, nelle strade, nelle cerimonie pubbliche. Quasi tutti i Thailandesi svolgono un servizio di noviziato, molto spesso per apprendere la prima alfabetizzazione. Esiste tuttavia una forte minoranza mussulmana, concentrata in quei territori che si affacciano sul Golfo di Thailandia. Circa 3 milioni di cittadini – poco meno del 5% della popolazione thailandese – sono seguaci dell’Islam e hanno legami storici, geografici, culturali, personali e religiosi con la Malaysia. Sono state le vicende storiche di più di un secolo fa a condurre alla separazione, quando la Thailandia era un Regno potente e la Malaysia ancora non aveva raggiunto l’indipendenza e l’unità tra i vasi sultanati che la compongono.

La presenza di minoranze nelle zone di confine è comune e presenta convivenze accettabili. Tuttavia le tensioni nella Thailandia sud-orientale sono diventate violente e fuori controllo. Dall’inizio della lotta armata, nel 2004, si sono registrate circa 6.300 morti tra i 2 combattenti. Da una parte ci sono i militanti mussulmani, dall’altra le forze di polizia e l’esercito thailandesi. La violenza ha coinvolto molte volte comuni cittadini. Soltanto negli ultimi 3 mesi si è registrata un’escalation nel numero delle vittime, tra attentati incendiari, esplosioni, agguati, oscure rappresaglie. L’ultimo incidente ha visto addirittura il ferimento di 4 militari la cui jeep è esplosa al passaggio su una mina.

Le fazioni politiche mussulmane – delle quali gli insorti rappresentano una netta minoranza – chiedono a Bangkok una maggiore autonomia, il mantenimento delle tradizioni religiose (limitando dunque la sfera buddhista), il ripristino del jawi, la lingua scritta in arabo per le funzioni religiose. Il governo thailandese considera i combattenti dei “terroristi” e dei “banditi”, con i quali ovviamente non vuole aprire trattative. Ne denuncia la violenza indiscriminata, nonché i legami con le posizioni jihadiste più oltranziste. La popolazione mussulmana, d’altro canto, lamenta l’assimilazione forzata, la violazione dei diritti umani, le brutalità delle forze di sicurezza. Denuncia altresì l’arretratezza economica elle province, dove il reddito è più basso della media nazionale e il governo non interviene con le stesse risorse che destina alle zone più povere del nord est.

Questa terra tormentata deve in realtà il suo destino ad almeno 2 situazioni che non controlla. La prima è l’evoluzione della politica interna thailandese, dove la giunta militare non ha approvato la nuova costituzione, posponendo il referendum relativo e allungando la sua permanenza al potere. In questo stallo ogni negoziazione con le province ribelli è bloccato, mentre prendono forza le posizioni più conservatrici e nazionaliste. Nel passato, il controverso premier Thaksin aveva rafforzato il controllo sulle zone turbolente, proprio per ingraziarsi settori del clero e più fortemente thai-centrici. Il recente attentato al centro di Bangkok, finora non rivendicato, ha gettato inoltre paura e tensione nel paese. Infine il governo ha consegnato a Pechino alcuni militanti Uiguri della provincia cinese del Xinjiang (turcofona e mussulmana), accusati di far parte di gruppi separatisti. Ovviamente la consegna ha allarmato le organizzazioni umanitarie e esacerbato gli animi nelle province meridionali della Thailandia. È questo probabilmente uno dei motivi per il cambiamento in atto nella resistenza. Se prima le rivendicazioni riguardavano la lingua, il territorio, l’istruzione, ora sono apertamente di stampo politico-religioso. La contrapposizione è diventata violenta, sulla scorta delle tensioni drammatiche del Medio Oriente, un approdo tragico che si sarebbe potuto evitare con una più concreta attività negoziale.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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