La lezione dello zingaro

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So ma purdese oprale i jag murdardi” (E’ inutile soffiare sul fuoco spento. Proverbio gitano).

 

©Josef Koudelka, Gypsies
©Josef Koudelka, Gypsies

Giorgio e Simona si erano fidanzati sui banchi del Liceo Carducci di Milano.
Provenivano entrambi da famiglie di estrazione borghese, lei figlia di un architetto e di un’arredatrice affermata e perennemente assente, lui figlio di un cardiologo e di una casalinga che aveva dedicato la vita ad accudire il marito e quell’unico figlio, e un giorno di primavera si era lanciata dal terrazzo del loro bell’appartamento in Corso Magenta.  Aveva lasciato un biglietto semplice ed agghiacciante: “ho resistito finché ho potuto”.
Giorgio si era laureato in medicina ed aveva scelto di fare il chirurgo ginecologo, mentre Simona si era laureata in architettura e, con l’aiuto del padre, aveva aperto un piccolo studio in società con un’amica.
Si erano sposati subito dopo la laurea, si erano impegnati nelle rispettive carriere ed avevano cercato un figlio che non aveva voluto arrivare.
A poco a poco, e senza alcun apparente motivo, tra di loro si era insinuata una lontananza sempre più profonda. Non uno strappo, ma piuttosto la distanza che separa due rette parallele, che corrono vicine ma non si incontrano mai.
Quasi mai: perché capitò che Simona rimase incinta. A 40 anni.
Disse a Giorgio che non era sicura di volere quel figlio, che la sua vita ormai non prevedeva la gestione di un bambino, e Giorgio non capì.
La gravidanza si rivelò subito difficile.  Una mattina Simona si sentì male, Giorgio la ricoverò al Sacco, l’ospedale dove operava, e decise per lei, praticandole un cerchiaggio per evitare un aborto spontaneo. Simona si chiuse in un mutismo ostinato e triste.

La  piccola Zingara arrivò al Pronto Soccorso dell’Ospedale Sacco in un’umida alba di novembre, accompagnata da Francesca, una giovane assistente sociale che prestava opera di volontariato nel campo nomadi situato tra Quarto Oggiaro e Baranzate.

©Josef Koudelka, Gypsies
©Josef Koudelka, Gypsies

Anja era minuta e bruna, con occhi del colore delle nocciole mature e le guance arrossate dal freddo, e il suo ventre era rigonfio e dolorante.

Giorgio era a fine turno in pronto soccorso quando Francesca, che conosceva bene, lo avvicinò esponendogli il caso della ragazzina, mentre una donna infagottata in panni multicolori se ne stava in un angolo, guardandosi attorno con diffidenza e con apprensione. Era la madre di Anja, aveva un viso dai lineamenti delicati con sembianze da cinquantenne e occhi vivaci da ventenne.
La ragazzina venne subito ricoverata e nei giorni successivi gli esami evidenziarono un tumore all’utero che ormai aveva intaccato anche l’intestino: apparve subito chiaro che le possibilità di sopravvivenza, anche con un intervento molto complesso, erano praticamente nulle.
Appresa la notizia, i parenti della piccola firmarono per le dimissioni e la riportarono al campo.

Quando Giorgio seppe che Anja era stata dimessa, si arrabbiò con la capo sala e con le infermiere: ebbe una reazione scomposta e furibonda che lasciò tutti a bocca aperta. Capitava spesso che in quell’ospedale di periferia arrivassero Rom ed extracomunitari bisognosi di cure, e Giorgio se ne occupava diligentemente ma con un leggero distacco un po’ infastidito, perciò la sua preoccupazione per la sorte di quella zingarella pareva piuttosto strana.
Giorgio contattò l’assistente sociale e le chiese di accompagnarlo al campo Rom.  Avrebbe parlato con la famiglia, li avrebbe fatti ragionare: voleva provare ad operarla.

©Josef Koudelka, Gypsies. Slovacchia, 1963 Contact email: New York : photography@magnumphotos.com Paris : magnum@magnumphotos.fr London : magnum@magnumphotos.co.uk Tokyo : tokyo@magnumphotos.co.jp Contact phones: New York : +1 212 929 6000 Paris: + 33 1 53 42 50 00 London: + 44 20 7490 1771 Tokyo: + 81 3 3219 0771 Image URL: http://www.magnumphotos.com/Archive/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&IID=2S5RYDY8MA9R&CT=Image&IT=ZoomImage01_VForm
©Josef Koudelka, Gypsies. Slovacchia, 1963 

Il campo Rom  non era molto distante da Vialba, dove era situato l’Ospedale Sacco. Era piuttosto grande, e dal quartiere di Quarto Oggiaro sconfinava nel territorio del comune limitrofo di Baranzate.
La mattina dopo, sopra un pesante pile Giorgio indossò il camice bianco, per poter essere subito identificato come medico: la sua educazione borghese lo portava a nutrire una sostanziale diffidenza (ed anche un poco di timore) nei confronti di questa gente che non apparteneva al suo mondo e tuttavia vi interferiva spesso, non rispettandone le regole.
Nel campo c’erano molte catapecchie in lamiera, ma anche lussuose roulottes e macchine di grossa cilindrata. Un sole avvilito cercava di dissipare la nebbia milanese, che alle 11 del mattino stemperava ancora i contorni di cose e persone, cosicché il paesaggio aveva qualcosa di surreale.

©Josef Koudelka, Gypsies
©Josef Koudelka, Gypsies

Davanti ad una delle roulottes più grandi c’era uno sgangherato salotto da giardino: sotto al tavolo rotondo, privo del piano, ardeva il fuoco in un braciere.  Attorno, le sedie erano occupate da una donna anziana, da una molto giovane e dalla mamma di Anja, che osservavano alcuni bimbi che giocavano nel fango, lì vicino.

La porta della roulotte si aprì e ne uscirono tre uomini. Francesca si diresse verso di loro, mentre le donne si alzavano velocemente e si ritiravano nella roulotte tirandosi dietro i bambini. Rimase solo la mamma di Anja.

“Ciao, Volod”.  Francesca si rivolse all’uomo più anziano accompagnando il saluto con un accenno di inchino, e proseguì rivolgendosi agli altri due: “Tadej, Matjaz“.
Infine si rivolse alla donna, che stava un passo indietro:

“ciao, Sara. Lui è il dottore che ha accolto Anja in ospedale, è qui per parlarvi”.

©Josef Koudelka, Gypsies
©Josef Koudelka, Gypsies

Giorgio osservava i tre uomini, presumibilmente nonno, padre e fratello della ragazzina. Erano ben vestiti, a parte il vecchio che indossava una giacca troppo larga e troppo lunga per la sua figura esile e un pò curva, e odoravano di tabacco.
Tadej si fece avanti e guardò in faccia Giorgio con uno sguardo attento e curioso. Era alto e muscoloso, con folti capelli castani e occhi chiari. Non lo invitò ad entrare, né a sedersi.

“Allora, che ci vuoi dire, dottore?”

Aveva una bella voce leggermente roca, e parlava con un accento dolcemente cantilenante.
Giorgio annaspò e partì subito male:

“Dov’è Anja?”

I tre uomini fecero un passo verso Giorgio, disponendosi a semicerchio. Tadej gli piantò gli occhi negli occhi:

“Perché lo vuoi sapere, dottore?”

Intervenne Francesca:

“Giorgio vuole solo sapere come sta. Vuole dirvi che vorrebbe operarla: Anja ha una malattia dalla quale non può guarire da sola”.

Giorgio annuì, deglutendo a fatica. Quegli uomini, quelle baracche, quelle roulottes, quelle facce fiere e disincantate. Non sapeva come gestire tutto ciò.
Volod si schiarì la voce e disse:

“Tu puoi guarirla?”

©Josef Koudelka, Gypsies
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Giorgio esitò. Tadej gli agganciò di nuovo gli occhi – Giorgio ne provò quasi un dolore fisico – ma non poté sottrarsi.

“Attento, dottore, non mentire.  Noi sappiamo che quando è ora la morte viene a prenderti. Tu dici che per Anja non è ora? tu ne sei certo?”

Giorgio pensò velocemente a tutto quello che avrebbe potuto dire. Poi staccò lo sguardo da quello di Tadej e cercò il volto di Sara. Infine rispose:

“No. Posso operarla e farla vivere qualche mese in più. E’ tutto quello che posso fare”.

“Vedi, dottore, un nostro vecchio proverbio dice che se ti siedi sul cavallo rivolto all’indietro, quello continua ad andare avanti. Non si può fermare un fiume che scorre, non si può cambiare il corso delle cose. Noi zingari ci fermiamo solo per morire, perché la strada è la nostra vita. Da qui ci manderanno via per costruire qualcosa – fece un gesto vago con la mano –  dunque eravamo già pronti per partire: partiremo quando Anja se ne sarà andata”

Gli altri due uomini annuirono gravi, mentre lacrime silenziose rigavano il volto immoto di Sara.
La conversazione era chiusa: i tre uomini si voltarono e si apprestarono a rientrare nella ruolotte. Sulla soglia, Tadej voltò appena il capo nella loro direzione:

“A volte bisogna lasciarli andare, dottore. Ciao, Francesca”.

Sulla strada del ritorno, Giorgio e Francesca rimasero in silenzio. Giorgio sentiva distintamente dentro di sé il rumore di una frana che precipitava, inesorabilmente.
Tornato in ospedale, salì in camera da Simona. Quando lui entrò, lei distolse lo sguardo dal libro che stava leggendo e lo guardò, silenziosa e remota.
Giorgio si sedette sul letto e non fece più nulla per contenere la frana.

“Sai che sono contrario all’aborto, ma se è questo che vuoi chiamerò oggi stesso un collega che ti aiuterà”

Lei lo guardò stupita:

“Giorgio, non è solo questo, è che…”

“Lo so. Quando uscirai dall’ospedale deciderai se vuoi andartene”.

La vigilia di Natale, Giorgio era di turno al Pronto Soccorso – tanto nessuno lo aspettava a casa – quando un’infermiera gli disse che c’era un ragazzo che chiedeva di lui. Era Matjaz, che gli disse che Anja se ne era andata, e lo invitò alla veglia funebre. Giorgio ci andò.

©Josef Koudelka, Gypsies Contact email: New York : photography@magnumphotos.com Paris : magnum@magnumphotos.fr London : magnum@magnumphotos.co.uk Tokyo : tokyo@magnumphotos.co.jp Contact phones: New York : +1 212 929 6000 Paris: + 33 1 53 42 50 00 London: + 44 20 7490 1771 Tokyo: + 81 3 3219 0771 Image URL: http://www.magnumphotos.com/Archive/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&IID=2S5RYDI7UTH1&CT=Image&IT=ZoomImage01_VForm
©Josef Koudelka, Gypsies

Vide una folla di gente colorata e vivace che si stringeva attorno al feretro posto sotto delle tende, dove giaceva il corpo della ragazzina.  Indossava un abito che la faceva sembrare una piccola sposa, e aveva dei fiori intrecciati nei capelli.
Tadej gli venne incontro e gli mise nelle mani un bicchiere colmo di un liquore denso e profumato.

“Vedi dottore, ora possiamo proseguire il cammino”

Alzò il bicchiere e guardò il cielo grigio di Milano, il 24 dicembre:

“Vedremo altri posti, ma sarà sempre lo stesso cielo. Siamo noi che piano piano cambiamo”.

Giorgio restò lì, con il bicchiere in mano, e guardò Tadej che gli volgeva le spalle. Pensò che aveva lasciato andare tutti, e ora era davvero solo.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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