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La mer (Le Canzoni Inclinate)

La piccola decapottabile rossa rotola giù per la litoranea disegnando morbidamente ogni curva, come se le conoscesse tutte da sempre.

Il mare è appena là sotto, acceso di mille bagliori dal sole che vi si specchia alto nel cielo blu (blu oltremare, si potrebbe dire). Soffici nuvole bianche si lasciano sospingere mollemente dalla medesima brezza che increspa la superficie liquida sottostante.

È nell’insieme un movimento pigramente rallentato. Nella testa dell’uomo al volante insiste una melodia dolce, appena velata di nostalgia, ma è un sentimento lieve e quasi allegro. È la ricchezza di chi ha alcuni bei momenti da ricordare.

La mer
Au ciel d’été
Confond ses blancs moutons
Avec les anges si purs
La mer
Bergère d’azur, infinie…

 Un giorno di un’estate ormai lontana decisi che, quando sarei stato vecchio a sufficienza, avrei comprato una vetturetta cabriolet con il solo scopo di bighellonare in un qualsiasi luogo di mare, con la serena svagatezza certamente indotta dall’età. L’idea un poco peregrina mi colse nel periodo che, per diversi motivi, segnò per me il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Accadde nel 1971. Avevo allora diciassette anni ma ne dimostravo un paio in più: per la notevole altezza, per le spalle larghe e le gambe forti, plasmate dal nuoto che praticavo fin da piccolo spronato da mia madre, ma anche per la voce fonda che ancora faticavo a riconoscere e infine per la disordinata peluria che incominciava ad adombrarmi le guance.

L’estate era appena iniziata: ricordo che rincasavo dal liceo scientifico Volta dopo aver preso visione degli esiti finali dell’anno scolastico appena trascorso. Ero stato ammesso alla quarta senza alcun esame di riparazione. Trovai ad attendermi mio padre, il quale avrebbe dovuto essere al lavoro: mi disse che la mamma era stata ricoverata all’ospedale Niguarda per un intervento urgente di asportazione dei calcoli alla cistifellea che l’affliggevano da qualche tempo. Prospettandosi una convalescenza lunga, che certamente ci avrebbe costretti a rinunciare alle consuete settimane agostane a Milano Marittima, sarei stato ospitato dallo zio Giulio fino alla fine di agosto.

Lo zio paterno era tanto esuberante e fascinoso quanto papà era, al contrario, conformista e accomodante per pigrizia e di aspetto gradevole ma banale. Più giovane di cinque anni e a quell’epoca appena quarantenne, lo zio si era sposato molto giovane con la figlia di certi albergatori dell’Elba, dalla quale aveva avuto due gemelle, mie coetanee. Si era stabilito sull’isola e lavorava (più o meno, secondo la mamma) nell’impresa di famiglia, consistente in un albergo situato nell’antico borgo collinare di Marciana e nella gestione di diversi piccoli appartamenti in varie località, da affittare ai villeggianti.

Partii dunque insieme allo zio, dopo che egli ebbe sbrigato certi suoi affari che lo avevano trattenuto a Milano per un paio di giorni. La mamma era appena stata dimessa dall’ospedale e tiranneggiava il papà con il solito piglio prepotente, consacrandolo formalmente al ruolo di maggiordomo senza nemmeno la dignità di una livrea.

Filammo verso Livorno sull’elegante Lancia Fulvia dello zio Giulio, il quale chiacchierò del più e del meno per quasi tutto il viaggio. Io lo ascoltavo, ne osservavo gesti e atteggiamenti augurandomi che fosse vero ciò che molti sostenevano, cioè che gli fossi assai simile. La rassomiglianza fisica era evidente, soprattutto dopo la mia metamorfosi puberale; in quanto alla misurata spavalderia e al persuasivo eloquio che ne facevano un avvincente affabulatore, avevo molti dubbi. Eppure, in quegli ultimi mesi avevo percepito la distanza che si andava stabilendo tra le mie pulsioni, forse addirittura la mia indole, e il grigio rigore militaresco vigente tra le mura domestiche. Ero tuttavia trattenuto dalla severità di mia madre e dall’inconsistenza di mio padre, cosicché in casa seguitavo a recitare il ruolo del ragazzino disciplinato, mentre a scuola e con i miei coetanei affiorava una figura vivace e piuttosto incline alla contestazione, o quanto meno a una crescente necessità di comprendere e argomentare.

L‘isola, nella quale giungevo per la prima volta, si disvelò sotto la limpida luce di giugno nella sua selvatica bellezza a mano a mano che il traghetto si avvicinava al porto. Notai le imponenti mura fortificate e l’alta torre posta a guardia dell’approdo, i rilievi collinari coperti di rustica vegetazione, le piccole cale nascoste e qualche lingua sabbiosa più estesa. Le costruzioni apparivano qua e là, basse e ben mimetizzate con il paesaggio. Mi sembrò tutto vetusto e solenne: l’esilio dell’imperatore aveva lasciato l’indelebile impronta della sua grandeur, così come a Milano il Foro Bonaparte esibiva la sua magnificenza.

Pensai all’interminabile sequenza di ombrelloni sul litorale piatto di Milano Marittima, all’aspetto bonariamente addomesticato del paesaggio in stridente contrasto con quello dell’isola, dove prevaleva una certa primitiva asperità che l’avrebbe sempre sottratta al totale predominio umano.

Mi sentii pervadere da una gioia ansiosa, dal presagio di qualche splendida avventura.

L’albergo vantava una spettacolare vista sul Golfo di Procchio e aveva una singolare struttura che si sviluppava su terrazzamenti di diversi livelli, collegati da brevi e larghe scalinate. Nella parte più bassa sorgevano il ristorante, dotato di una grande sala con la parete rivolta verso il Golfo tutta a vetrate, l’adiacente sala comune con  televisore, divani e poltrone, e un piccolo ufficio per l’accoglienza degli ospiti. Tutto attorno vi era un giardino ombreggiato e fiorito percorso da un sentiero di beole che conduceva alla piscina, attrezzata con sdraio e ombrelloni. Sulle terrazze superiori si trovavano le camere, piccole unità abitative disposte a schiera, i tetti piatti e i muri candidi.

Non incontravo la zia Ida e le cugine, Mara e Fulvia, da diversi anni. La zia era bella come la ricordavo, piccola e mora, gli occhi ardenti come neri carboni e la pelle del viso ambrata e liscia come seta, la figura minuta e scattante. Io e le gemelle ci osservammo con reciproco imbarazzo: ci eravamo lasciati bambini, ci ritrovavamo adolescenti con gli ormoni in subbuglio, impacciati dalla coscienza di una fisicità che non sapevamo ancora portare.

Mi incantarono i genitori della zia Ida, che non avevo mai conosciuto: un uomo energico e segaligno dalla folta chioma bianca e una signora di altera beltà.Erano sempre abbigliati con impeccabile ricercatezza; ebbi modo di osservare che si aggiravano sovente tra gli ospiti come una coppia di condiscendenti sovrani, soffermandosi a conversare nel giardino o in piscina, ma a una cert’ora salutavano e si allontanavano a bordo di una piccola decapottabile azzurra che sembrava uscita da qualche film. Lui indossava sempre occhiali da sole, berretto da gentiluomo inglese e mezzi guanti, lei una leggera sciarpa a trattenere il cappello di paglia con un nodo   sotto la gola e occhialoni scuri da diva del cinema. Vi era una forte suggestione, struggente ed eroica al tempo stesso, nell’immagine dei due vecchi che se ne andavano ogni volta come se fosse un addio. Fu allora che decisi che al momento giusto sarei salito su un’auto del tutto simile, per fingere un definitivo commiato e crogiolarmi nel ricordo di un mondo scomparso.

Nessuno degli adulti aveva molto tempo per badare a noi ragazzi, che dormivamo in una piccola dépendance dietro al ristorante, assieme agli zii. La mia camera stava proprio di fronte a quella delle gemelle. Superato il disagio dei primi giorni, trovammo uno strambo affiatamento alimentato dalla reciproca curiosità. Ci annusavamo e giocavamo, come qualsiasi giovane mammifero, al riparo dell’efficace barriera costituita dalla parentela.

Ci alzavamo quando ne avevamo voglia, mangiavamo a orari insoliti insieme al personale dell’albergo, ma assai più spesso in piedi nella grande cucina, oppure in giardino. Scendevamo al mare in sella a tre cinquantini Garelli, rumorosi e abbastanza scassati. Ci incontravamo con i numerosi amici delle cugine, le quali per posizione sociale e per indubbie attrattive fisiche godevano di una certa popolarità. Io fui dapprima un poco frastornato dall’improvvisa autonomia, dalla pacifica deroga a qualsiasi orario o regola, ma ne fui presto entusiasticamente eccitato.

Sebbene le mie “e” sfacciatamente aperte, da milanese, si infrangessero fragorosamente contro la parlata brusca, naturalmente beffarda, irta di consonanti aspirate e sibilate dei vari toscani che popolavano l’Elba in estate, fu in quel periodo e in quel luogo che completai la mia trasformazione.  Al di fuori degli inflessibili schemi che regolavano la mia vita familiare a Milano, mi ritrovai sempre più spigliato e persino audace con le ragazze. Ero conscio della malizia con la quale mi adocchiavano e sfruttavo il mio aspetto, che mi faceva apparire più maturo e automaticamente più interessante. Naturalmente, la mia esperienza con il sesso era assai vicina allo zero.

Incontrai Patrizia la sera di ferragosto, a una festa sulla spiaggia della Biodola. Statuaria friulana bionda dagli occhi blu, mi raccontò di aver vinto una borsa di studio per la facoltà di Lettere alla Normale di Pisa. Aveva quindi lasciato il natio borgo nei dintorni di Gorizia per dividere una stanza nei pressi dell’Università con una ragazza di Portoferraio, la quale l’avrebbe ospitata per due settimane. Lei era grande davvero: aveva quasi ventitré anni e l’imperiosa spregiudicatezza acquisita talvolta dalle belle, quando si rendono conto dell’effetto che la loro semplice presenza può esercitare sui maschi. In più, esprimeva la baldanzosa determinazione di chi scorge un’occasione per sottrarsi a un destino di ristrettezze e a un percorso già tracciato.

Io le dissi di avere diciannove anni, ma certo la mia inesperienza dovette apparirle evidente fin dalla prima sera in cui ci appartammo; tuttavia si calò con divertito impegno nell’inedito ruolo di educatrice.  Patrizia era capace di costruire storie sul labile filo del più ozioso dei pensieri, come quelli che ci coglievano in certi pomeriggi di temporale furibondo, dopo il sesso nella sua stanza, con l’urlo ringhioso del mare che entrava dalle persiane socchiuse. Non era amore, ma fu un tempo meraviglioso e memorabile. Alla fine di agosto ci salutammo con un abbraccio colmo di gratitudine e di un poco di affetto, senza scambiarci promesse che non sarebbero mai state mantenute.

Rientrando a Milano mia madre mi comunicò, con un freddo disappunto in cui non ravvisai tracce di dispiacere, che papà aveva deciso di andarsene ed erano state avviate le pratiche per la separazione. Fui finalmente fiero dell’uomo che avevo sempre considerato troppo accondiscendente per adottare decisioni autonome. Originaria del bellunese, la mamma decise di tornare lassù con i genitori e non ebbe nulla da obiettare sulla mia scelta di restare a Milano con papà. Incominciai così il quarto anno al Volta, lasciandomi alle spalle l’adolescenza come se fosse l’inutile pelle di una necessaria muta.

Molti anni più tardi, con una brillante carriera di chirurgo quasi alle spalle, un divorzio, una figlia trentenne ostinatamente decisa a seguire le mie orme professionali e un certo numero di relazioni sentimentali, tutte egualmente gratificanti ma per vari motivi transitorie, mi capitò di leggere la recensione del “nuovo romanzo dell’autrice friulana, che pare destinato a replicare il successo dei tre precedenti”.

Patrizia Bressan sorrideva in una foto un poco sgranata posta a chiusura dell’articolo: una bella signora bionda dagli occhi blu, lo sguardo diretto e quasi insolente, i tratti ammorbiditi dalla maturità eppure ancora portatori di indomito fascino. Rammentai a un tratto le strampalate storie che sapeva inventarsi e la borsa di studio alla facoltà di Lettere della Normale. Ricordai l’ardore di quei giorni remoti, la stupefacente scoperta dell’intimità con una donna, i profumi dell’isola sulla quale, per una ragione o per l’altra, non avevo mai più fatto ritorno.

Lessi che l’autrice avrebbe presentato il nuovo romanzo il sabato pomeriggio alla Feltrinelli di via Manzoni. Ero certo che tra le reminiscenze personali che, per sua stessa ammissione, si aggiravano nei suoi scritti, vi fosse anche il ricordo di quell’estate.

Più che ascoltarla, la guardai parlare, riconoscendo gesti ed espressioni che gli anni avevano appena ingentilito, senza sminuirne l’energia. Attesi in disparte la fine della presentazione, con una copia dell’opera tra le mani. L’avvicinai solo quando rimase da sola, rivolgendole un sorridente saluto.

“Buonasera, Patrizia. Sono Gabriele Sala”.

Certo, era passato molto tempo, ma sapevo (e ne menavo un certo vanto) di essere un quasi sessantenne assai ben conservato, nel quale non era difficile riconoscere il ragazzo di una volta. Pure, nei suoi occhi segnati da qualche ruga apparve un sincero smarrimento nel quale lessi l’oblio: assoluto e totale. Mi ritrassi allora goffamente e battei in ritirata, seguito dal suo sguardo perplesso. Non era stato amore, ma non l’avevo mai dimenticata: per me aveva rappresentato un momento fondamentale della mia intera storia. Per buona parte della vita, mi ero illuso che la luce di quella breve fiammata potesse ancora risplendere nella sua memoria, come un prezioso cammeo.

Dopo alcuni anni, compresi che era giunto il momento di procurarmi la decapottabile e tornare a cercare il mare. Scelsi il Ponente Ligure, che ha una litoranea più docile di quella dell’Elba, ma in certi tratti conserva tracce di ritrosa selvatichezza.

Ho molti ricordi da inseguire nel vento odoroso di salmastro. Che importa se sono solo miei: sono momenti che ho saputo apprezzare. Mi hanno condotto fin qui, fino a questa giornata di sole, con le nuvole alte nel cielo blu che si comprimono, si sfilacciano e si dilatano, proprio come i miei pensieri, e un motivetto allegro a tenermi compagnia.

…Et d’une chanson d’amour
La mer
A bercé mon cœur pour la vie.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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