La nebbia e il destino, ma anche viceversa

Tempo stimato di lettura: 7 minuti

“Ma che significa destino? Vuoi dire che in qualche modo il canovaccio sarebbe già scritto, e per quanto tu faccia non potrai uscire da quel tracciato prestabilito? E dove lo mettiamo il libero arbitrio? E poi allora a che servirebbe l’esperienza, se tutto fosse già deciso? Fesserie.

Però ho capito una cosa: nulla succede mai per caso, anche se la trama di certi disegni diviene comprensibile solo molti anni dopo. E ancora non ho deciso se questo sia rassicurante o spaventosamente inquietante”.

A Milano era calata di nuovo la nebbia, dopo qualche ora di tregua pomeridiana.

Quella domenica di ottobre Pietro e Luisa uscirono dal ristorante greco Taverna Mykonos verso le undici con i capelli e gli abiti impregnati di aglio, il cui persistente aroma pareva essere percepibile persino nel caffè. Respirarono a pieni polmoni l’umidità che saliva a folate dal Naviglio della Martesana e percorsero a piedi via Tofane.

Abitavano  a poche centinaia di metri, in quella zona così vicina alla trafficata viale Monza eppure così ipoteticamente lontana dalla città, con il Naviglio Piccolo che scorreva placido e le vecchie case rivierasche tinteggiate in colori pastello, e con una successione di piccoli orti urbani recuperati dal degrado con anacronistica dedizione. Proseguendo verso viale Monza e Piazza Gorla e poi in via Padova  fino a Crescenzago, le ville patrizie immerse nel verde a ridosso dell’alzaia accrescevano la sensazione di trovarsi altrove, in un altro luogo ma anche in un altro tempo.

Pietro si guardò intorno ma tutto era evanescente ed indefinito, le luci fioche dei lampioni avvolte da un alone luminescente, e il debole chiarore proveniente da qualche finestra era solo un vago accenno di intimità domestica protetta dalla notte nebbiosa.

Se ne rammaricò, perché era un paesaggio quotidiano che  amava molto e che gli sarebbe mancato, certo più della donna che gli camminava accanto. La quale era del tutto ignara del fatto che il coniuge cinquantenne fosse in procinto di lasciarla, dato che aveva trascorso con lei la solita domenica tranquilla, ai limiti di una noia tanto consolidata da sembrare naturale.

Pietro era un bell’uomo alto e giovanile, con un carattere docile ed accomodante che altro non era che l’espressione di una profonda, pervicace pigrizia mentale, per effetto della quale aveva sempre preferito accettare le decisioni altrui o adeguarsi al corso degli eventi anziché impegnarsi nel perseguimento di obiettivi personali.

Così, sebbene attratto dall’idea di iscriversi ad Architettura, dopo il liceo aveva accettato senza grande rammarico ciò che il padre, che aveva un avviato studio di commercialista, aveva già deciso per lui e si era iscritto ad Economia e Commercio.

Il padre tuttavia si era successivamente reso conto che Pietro non aveva le capacità necessarie a succedergli nella direzione dello studio, ed aveva preferito sistemarlo presso certi suoi clienti che gli dovevano un favore, in una multinazionale che operava nel settore dello stampaggio di materie plastiche.

Benché scarsamente dotato di spirito di iniziativa Pietro era un ottimo esecutore ed era un lavoratore serio ed affidabile, e grazie a queste doti nel corso degli anni aveva raggiunto una discreta posizione.

Si era sposato con Luisa, una compagna di scuola dopo un fidanzamento interminabile, al quale lei aveva deciso di porre fine organizzando di fatto il matrimonio: peraltro, aveva proseguito con lo stesso criterio nella gestione del loro quotidiano, cosa che Pietro trovava molto comoda.

Una volta laureata Luisa era stata assunta presso una filiale della Banca Popolare di Milano e dopo qualche anno di stasi professionale dovuta alla nascita dell’unica figlia si era riorganizzata, si era buttata con rinnovato impegno nella carriera ed era infine stata nominata direttore di filiale.

Qualcosa cambiò nel  placido quadro familiare quando la multinazionale per la quale lavorava Pietro aprì una filiale a Copenaghen, e gli fu chiesto di gestirne l’avviamento.

Pietro incominciò a trascorrere lunghi periodi in Danimarca, e la forzata evasione dal bozzolo rassicurante e castrante di una quotidianità rigidamente programmata da altri e da lui supinamente adottata lo indusse a guardarsi attorno con una nuova curiosità.

In  maniera del tutto casuale fece la conoscenza di una giovane hostess danese che lavorava per la Scandinavian Airlines, compagnia della quale l’azienda  si serviva spesso per i suoi spostamenti perché offriva voli comodi Linate-Copenaghen a prezzi competitivi.

Quella che pareva essere l’avventura di una sera  divenne ben presto una relazione. Marianne aveva 25 anni, era una ragazza vivace e dinamica ed era affascinata da questo cinquantenne aitante e pacato che al suo fianco si sentiva – per la prima volta nella sua vita – apprezzato per quello che era, anziché compatito per ciò che avrebbe potuto essere.

Ed infine era questo il nocciolo della  questione: la storia con Marianne fece svanire come per incanto il senso latente e fastidioso di inadeguatezza che lo aveva accompagnato per tutta la vita, ed al quale non aveva saputo sottrarsi.

Con l’ansiosa euforia di chi si accorge che il destino gli ha concesso un’altra possibilità, forse l’ultima, decise che era ora di cambiar vita. Avrebbe accettato il trasferimento definitivo a Copenaghen, propostogli dall’azienda: Marianne aveva un appartamento nel centro cittadino, lui si sarebbe stabilito lì e lei lo avrebbe raggiunto ogni volta che le rotte di volo assegnate glielo avrebbero consentito.

Luisa aveva il suo lavoro, Martina ormai lavorava ed abitava per conto suo, i suoi genitori erano morti da qualche anno: a Milano nessuno aveva bisogno di lui. Dunque, avrebbe parlato con sua moglie, con molta sincerità: ma ogni volta che reputava che fosse il momento buono, non trovava le parole, si sentiva di nuovo non adeguato alla situazione.

Quella domenica aveva osservato a lungo Luisa che leggeva sulla sua poltrona preferita, avvolta in una vecchia tuta informe: non era mai stata bella ed ora qualcosa nelle sue fattezze pareva essersi definitivamente arreso.

Pietro fu disturbato dall’arrogante presunzione della sua sciatteria, e si chiese con una punta di cattiveria cosa spingesse una donna matura e leggermente sovrappeso a tingersi i capelli di un improbabile rosso rame per poi mettersi addosso una tuta verde kiwi.

Decise allora che le avrebbe scritto una lettera: partendo l’indomani all’alba, con l’intenzione di non tornare se non per firmare le carte per il divorzio e per prendere i suoi effetti personali, l’avrebbe lasciata in bella vista sullo scrittoio Biedermeier in salotto, dove lei era solita posare l’orologio da polso, così l’avrebbe vista uscendo di casa.

Quando rincasarono dalla Taverna Mykonos Luisa si coricò subito, Pietro si chiuse nel suo studio con la scusa di ricontrollare la relazione che avrebbe presentato l’indomani a Copenaghen e scrisse la sua lettera di commiato. Non menzionò il trascurabile dettaglio della sua relazione con un’altra donna, ma spiegò diffusamente la sua irrinunciabile necessità di appropriarsi della sua vita e decidere da sé e per sé. La lesse, la rilesse, la corresse, la strappò, la rifece, fino a quando (forse vinto dalla stanchezza) non gli parve accettabile: allora la infilò nella tasca del giaccone (non voleva che Luisa la vedesse prima della sua partenza) e andò finalmente a dormire.

L’indomani mattina si sarebbe imbarcato sul volo SK686 che partiva alle 7,35, il che significava che dovendo presentarsi al check-in un paio d’ore prima avrebbe dovuto uscire di casa in taxi verso le 5. Marianne prestava servizio sullo stesso volo, e una volta atterrata a Copenaghen avrebbe avuto due giorni di riposo, che avrebbero passato insieme a sistemare l’appartamento nel quale avrebbero convissuto.

Erano ormai quasi le due.

Pietro si appisolò malamente sulla poltrona dello studio con la sveglia accanto a sé, per non disturbare Luisa: quando suonò, scattò in piedi, si preparò in fretta e scese in strada ad aspettare il taxi che aveva prenotato la sera prima.

Era ancora buio e Pietro vide le luci del taxi emergere cautamente dall’oscurità nebbiosa e cercò di rendersi visibile sul bordo del marciapiede.

“Al Forlanini, partenze internazionali”.

Il tassista fece qualche banale commento sul nebbione milanese, ma Pietro non aveva voglia di conversare. Si rilassò contro lo schienale del sedile e cercò di concentrare i pensieri su Marianne e sulla vita che lo attendeva  a Copenaghen.

La vettura procedeva con prudenza, e mentre lasciava piazzale Loreto e proseguiva su via Porpora, dirigendosi verso la tangenziale Ovest per l’aeroporto di Linate, la città si andava popolando di fantasmi che emergevano a fatica dalla cortina di nebbia.

Poco prima dell’imbocco della tangenziale l’auto ebbe un improvviso sussulto seguito da una specie di sibilo lacerante, mentre il motore si spegneva dopo una breve e rumorosa agonia, celebrata dalle colorite bestemmie del tassista e dal silenzioso sgomento di Pietro.

“…la cinghia, la maledetta cinghia, lo avevo detto a quel – “

“ e adesso?”

“ e adesso siamo piantati in questa nebbia di –“

Non qui, non ora. Panico:

“sì, ma io devo prendere un aereo!”

“non si preoccupi, chiamo la centrale e la faccio prelevare da un collega”.

Il tassista si mise in contatto via radio con la centrale, ma non c’erano auto in zona. Anzi, per qualche incomprensibile ragione non c’erano auto in senso assoluto, nemmeno fuori zona. Pietro diede in escandescenze, mentre il tempo scorreva inesorabile e una foschia pressoché impenetrabile continuava a celare qualsiasi orizzonte, che forse nel frattempo era addirittura scomparso per sempre.

Pietro si mise la mano nella tasca del giaccone per prendere il cellulare ed avvisare Marianne del suo ritardo e si accorse che la busta con la lettera per Luisa era ancora lì: aveva dimenticato di lasciarla sullo scrittoio. Il cellulare era scarico (non lo aveva spento la sera prima) e il caricabatteria era chiuso nella valigia, nel baule del taxi.

Erano ormai le 7,35 e i passeggeri del volo SK686 per Copenaghen erano già tutti a bordo, anche se il decollo era stato spostato alle 8,16 a causa della scarsa visibilità. Marianne si chiedeva cosa potesse essere successo a Pietro, di solito puntualissimo ed era preoccupata.

Quando Pietro fu prelevato dal secondo taxi erano ormai le 7,00, il traffico era quello di sempre, rallentato dalle condizioni del tempo, e lui era rassegnato al fatto di avere perso il volo. Sarebbe andato comunque in aeroporto ed avrebbe preso un volo successivo, a costo di stare lì tutto il giorno: questo pensiero lo rinfrancò; avrebbe pensato successivamente a come risolvere le cose con Luisa.

Alle 8,10 l’aeromobile della Scandinavian Airlines stava rullando sulla pista di decollo, e la nebbia non si era alzata di un millimetro dal suolo. Il piccolo Cessna che sbucò all’improvviso sulla stessa pista, provenendo da un raccordo sbagliato, gli si schiantò direttamente contro. Poi, fu qualcosa di molto simile all’inferno.

Pietro era al desk della Scandinavian per cambiare il biglietto quando giunse la notizia dell’incidente. Quando capì che si trattava del volo sul quale era imbarcata anche Marianne, qualcosa nella sua testa andò in corto circuito e finì lungo e disteso a terra.

Molte ore dopo si seppe che da quel disastro era sopravvissuta una sola persona, che versava in condizioni gravissime, e non era Marianne.

Pietro si sentiva annegato: perché si sentiva andare a fondo, e gli mancava il respiro e non riusciva a parlare e non riusciva nemmeno a pensare.

Guardava sua moglie e  sua figlia che gli ripetevano:

“ma pensa che fortuna, se non si fosse rotta quella cinghia di trasmissione del taxi bloccandoti per due ore all’imbocco della tangenziale, saresti stato anche tu su quell’aereo…”.

E già. Le cose non avrebbero dovuto andare così, Pietro si sentì ingannato dalla sorte, defraudato di qualcosa che gli spettava.

Dopo cena, mentre moglie e figlia rigovernavano la cucina (Martina si era fermata a cena da loro), nel suo studio Pietro ripescò dalla tasca del giaccone la lettera che aveva scritto per Luisa e la rilesse con attenzione.Poiché non aveva fatto menzione della sua relazione con Marianne, era tuttora perfetta. La appallottolò e la rimise nella tasca, poi andò in cucina.

“Dovete ascoltarmi: ho deciso di trasferirmi a Copenaghen. Da solo. Ho molto riflettuto, e ho capito che questo è quello che voglio: scusatemi per la brutalità, ma da questo momento in poi voglio decidere io cosa è meglio per me. E’ un po’ tardi, ma forse sono ancora in tempo. Ora metterò qualcosa in valigia e andrò a dormire in albergo, partirò domani stesso, dopo avere firmato l’accordo per la mia assegnazione alla filiale danese”.

Vide Luisa afflosciarsi, mentre sua figlia lo fissava allibita. Riprese a respirare normalmente e si dedicò alla valigia.

Pensò solamente che, giunto a Copenaghen,  per prima cosa sarebbe andato a deporre un fiore per Marianne da qualche parte.

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente Congiuntura internazionale: quale messaggio dagli scambi commerciali Successivo Pian Piano: elegia

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.