La notte attorno

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Se in quella sera di febbraio sul sagrato del Duomo di Milano fosse transitato un individuo dotato di quel potere straordinario che è una fantasia sfrenata, una sorta di terzo occhio capace di guardare al di là delle cose e delle vicende terrene, se dunque quell’essere tanto straordinario avesse levato lo guardo verso il buio vellutato del cielo trafitto dal brillio di qualche stella remota, avrebbe potuto scorgere una figura femminile descrivere ampi cerchi appena al di sopra delle guglie e dei pinnacoli della Cattedrale, le braccia morbidamente aperte in guisa di ali potenti, le leggere balze dell’abitino nero graziosamente svolazzanti.

Ma in quella sera di febbraio, fresca ma non fredda, quasi a suggerire la debolezza dell’inverno morente, i poeti erano tutti altrove.

Emma aveva cercato di sottrarsi a una conversazione di cui faticava a comprendere il senso ricorrendo a uno stratagemma appreso negli anni inconsapevolmente felici dell’infanzia dal nonno, uomo gradevole e gentile la cui mitezza, spinta alle estreme conseguenze, sovente sconfinava in una ben dissimulata forma di viltà: quando le cose si mettono male smetti di prestarvi attenzione, immagina di poter volare via mollando tutto.

Così, mentre le parole di Caudio piovevano attorno alla sua persona immota senza che la mente decidesse di organizzarle, afferrandone appieno il significato, si era concentrata sui luminosi cristalli dei lampadari pendenti dai soffitti dell’elegante sala ristorante al primo piano del Savini, antico e lussuoso locale della tradizione meneghina.  Spostando subito l’attenzione oltre la vetrata, affacciata sulla Galleria Vittorio Emanuele, si era figurata di uscire subito per quella via evitando gli altri commensali, i camerieri e l’ascensore. Potersi librare sopra i passanti serenamente ignari che percorrevano la Galleria, elevarsi fin sopra la spettacolare stratificazione gotica della Cattedrale, mastodontico simbolo della città in perenne evoluzione, fuggire dall’inaspettato scenario al quale era del tutto impreparata, dallo sguardo contrito eppure già distante di Claudio, dalla rivelazione crudelmente schietta in conseguenza della quale prima o poi avrebbe dovuto prendere atto dell’equivoco sul quale si erano retti  tredici anni di matrimonio. Una subdola erosione ne aveva implacabilmente sgretolato  le fondamenta, fino all’inevitabile crollo. L’aspetto più gravoso di tutta la faccenda consisteva, da quel momento in poi, nell’occultamento e nella successiva rimozione di un imbarazzante cumulo di macerie.

Dopo qualche disavventura giovanile Emma si era rifugiata nell’amicizia di Claudio e Giulio, giovani avvocati in un grande studio legale in Corso Monforte all’epoca in cui era impiegata presso un commercialista in via Cino del Duca. Li aveva incontrati al Gin Rosa in piazza San Babila, meta comune nella pausa pranzo per uno spuntino frugale e dapprima li aveva trovati irritanti: sulla trentina, troppo belli, egualmente biondi e aitanti come antichi Normanni, impacchettati in sobri completi che indossavano con noncurante eleganza, le richiamavano alla mente l’immagine incongrua di due lupi al guinzaglio.

Non ricordava nemmeno come avessero preso a scambiare qualche parola né chi avesse cominciato, ma in breve aveva accantonato l’iniziale avversione ed era anzi stata colpita dai modi garbati e dal fine senso dell’umorismo dei due giovani i quali, entrambi figli unici, si conoscevano ed erano amici fin dalle elementari, frequentate in Corso Magenta all’esclusivo Collegio San Carlo.

L’atteggiamento dei due nei suoi confronti, anche quando presero a trovarsi la sera o la domenica per recarsi nei cinema d’essai, a teatro o a qualche concerto si mantenne sempre nei limiti di una cavalleresca e disinteressata amicizia. Benché Emma fosse discretamente conscia della propria intelligenza e assai graziosa, il fisico snello e tonico naturalmente conforme ai canoni estetici di quegli anni ’80, il volto lievemente squadrato acceso dagli occhi di un caldo color nocciola come i capelli lunghi e morbidamente ondulati, considerava i due ragazzi al di fuori della sua portata. Non era solo per l’avvenenza decisamente non comune ma anche e soprattutto per l’appartenenza a una cerchia ristretta di facoltose famiglie lombarde i cui cognomi si fregiavano di illustri trascorsi e di luminosi presenti: una manciata di eletti, alcuni dei quali con un posto prenotato al Famedio del Cimitero Monumentale, privilegiati persino nella morte.

La laurea conseguita da Emma alla Cattolica era costata molti sacrifici alla famiglia e non era del resto la strada che avrebbe scelto, se non si fosse sentita costretta per recondite e complicate ragioni ad assecondare le aspettative dei genitori dopo la scomparsa di Clara, la sorella gemella. Un’originale incline alla ribellione, ma crescendo si sarebbe acquietata, a loro cocciuto giudizio; secondo Emma un’egoista instabile  e per di più affetta da bipolarismo, come a un certo punto diagnosticò uno specialista.

Allorché la sorella sparì senza lasciare traccia appena dopo il dipoma, Emma assaporò un colpevole sollievo appena incrinato dall’apprensione, che si dileguò solo quando la spoglia di Clara fu rinvenuta su una spiaggia del Levante ligure in un giorno d’inverno, e la melanconica cornice scenica suggerì una nota pietosamente poetica per una morte altrimenti squallida. Allora ebbe finalmente la rassicurante certezza che non sarebbe più tornata: eppure, in un certo senso non riuscì mai a liberarsene del tutto.

Nelle rilassanti consuetudini del sodalizio tra Emma, Claudio e Giulio qualcosa cambiò nel momento in cui quest’ultimo, il più intraprendente tra i due amici e sottilmente dominante sull’altro, come d’altronde su chiunque gravitasse nelle sue immediate vicinanze, decise di accettare il trasferimento per qualche anno presso un corrispondente canadese dello studio legale milanese. La sera in cui invitò Emma e Claudio a quella che definì una “cena d’arrivederci” il suo entusiasmo si infrangeva contro il mortificato silenzio dell’amico.

Per qualche tempo Claudio apparve apaticamente intristito ed Emma si rese conto che la baldanza con la quale Giulio aveva scelto di andarsene doveva averlo ferito: benché fossero coetanei, Giulio si comportava come una sorta di autorevole fratello maggiore, dunque il peso della sua assenza doveva essere gravoso.

Claudio ed Emma divennero allora sempre più assidui; il loro rapporto si fece via via più intimo e il matrimonio, celebrato l’anno successivo, fu una conclusione naturale. Il regalo di nozze della famiglia dello sposo fu un villino celato nel verde di via Dei Rospigliosi, sul lato nobile del lungo viale che da piazza Zavattari conduce allo Stadio  di San Siro. La strada cambia spesso nome ma è una linea continua che traccia l’invisibile confine tra le residenze borghesi, distribuite sul lato nord, nei dintorni dell’Ippodromo e del Parco Trenno e quelle popolari sul lato opposto.

Optarono per una cerimonia sobria, consona all’inclinazione schiva di entrambi. Il giorno delle nozze Emma ebbe la consapevolezza di avere realizzato tutto ciò che la sua famiglia aveva auspicato: la laurea, un buon impiego, un marito con un’ottima posizione, addirittura appartenente a un ricco casato meneghino di borghesi illuminati.

Io non sono come mia sorella, io sono in salvo.

 Giulio non poté essere presente al matrimonio a causa degli impegni professionali, ma telefonò augurando loro ogni bene e in quell’occasione riferì la decisione di trattenersi stabilmente a Montreal. Nel corso degli anni successivi, ne ebbero sporadiche notizie che si fecero sempre più rare.

Un decennio più tardi l’arresto dell’aspirante sindaco, ingegner Mario Chiesa e il putiferio che ne seguì provocò un certo subbuglio in molti palazzi milanesi, compreso quello di Corso Venezia dove risiedevano i Rosselli, i genitori di Claudio, da anni molto vicini ad alcuni noti esponenti politici coinvolti nelle inchieste conseguenti. Nel ’95 le indagini avviate dalla scoperta delle mazzette del “mariuolo isolato”, secondo la sbrigativa definizione che Craxi affibbiò a Chiesa, avevano ormai disvelato un sistema di corruttela diffusa ponendo fine di fatto a un’era politica: ma a Milano anche le brave persone sono dotate di stomaco forte e sono capaci di rialzarsi e imboccare un’altra strada, scrollando di dosso la polvere dell’ignominia.

Alle soglie dell’estate di quell’anno giunse notizia della morte dell’anziano padre di Giulio, vedovo già da molti anni. Giulio rientrò a Milano con l’intenzione di trattenersi tutto il tempo necessario per occuparsi delle numerose proprietà di famiglia.

Se avesse dovuto definire con un unico aggettivo la sua unione con Claudio, Emma con ogni probabilità avrebbe scelto “serena”: in tanti anni non rammentava un solo dissidio, erano stati buoni compagni sempre solidali e avevano goduto della reciproca compagnia. La confortante presenza di Claudio col tempo aveva sbiadito l’ombra oscura della gemella, dominando il timore mai confessato di recare in qualche recesso dell’animo la medesima dissonanza, la stessa propensione all’autodistruzione.

Tuttavia, da qualche mese Emma percepiva nel marito una forma sconosciuta di ritrosia ben differente dalla consueta riservatezza. Era una lontananza tangibile, all’improvviso egli appariva evasivo, la mente sempre altrove. Escludendo qualsiasi preoccupazione inerente la professione, la salute o la famiglia, certamente condivise, come pure ogni altro intimo turbamento, benché egli fosse un individuo dal solido equilibrio, per nulla soggetto a irrequietezze di vario genere che comunque le avrebbe confidato, Emma prese a considerare l’eventualità di un disamoramento: ma conosceva bene la sua intransigente correttezza, dunque non avrebbe atteso dei mesi per affrontare l’argomento con sincerità. Restava infine la possibilità dell’infatuazione per un’altra donna; i dubbi, i patemi e i sensi di colpa derivanti avrebbero spiegato la sua reticenza. A rafforzamento di tale ipotesi dovette ammettere che sebbene il sesso fosse sempre stato piuttosto marginale, negli ultimi tempi Claudio la stava palesemente evitando.

Il rientro di Giulio a Milano non migliorò le cose. Emma ebbe modo di notare che all’amico di un tempo lo scorrere degli anni, lungi dall’offuscarne il fascino, aveva conferito al suo tratto imperioso una marcata fiducia scevra della tracotanza giovanile, cosicché la sua naturale tendenza al predominio ora risultava rafforzata e raffinata. Claudio e Giulio presero a passare molto tempo insieme riscoprendo l’antica passione per le scalate in montagna: da quelle gite l’esclusione di Emma, la quale soffriva di vertigini, era tanto sottintesa quanto inevitabile. Ora era lei a rifuggire un confronto quanto mai opportuno; già proiettata verso un abbandono assai prossimo, era angustiata dall’antico dubbio dissipato fino a poco prima dalla stabilità della sua vita affettiva, ovvero la possibilità di covare la stessa patologica fragilità della gemella, tenuta a bada solamente da circostanze più fortunate.  Poco prima del suo quarantacinquesimo compleanno, ricorrente in febbraio, Claudio la invitò a cena al Savini: l’imbarazzata solennità dell’annuncio le suggerì l’approssimarsi del momento chiarificatore tanto paventato.

Volteggiava sopra la grande piazza con magistrale leggiadria. Immaginò di essere un grazioso volatile, forse quel misterioso pennuto del quale udiva il monotono richiamo da trombetta triste in certe sere d’estate, nei fine settimana in cui abbandonavano il caos operoso di Milano per rifugiarsi nella quiete ombrosa della tenuta dei Rosselli, ai piedi dell’Appenino Ligure. Era una dimora antica dalle spesse mura trasudanti umidità; alle spalle incombeva  una  grande faggeta dalla quale nelle ore notturne provenivano misteriosi fruscii, crepitanti schiocchi e indecifrabili voci d’animali selvatici. Immaginò di posarsi un istante su una delle alte guglie del Duomo a contemplare la veloce disgregazione della sua tranquilla esistenza (Clara, sorella mia, quanto devi esserti sentita sola nei tuoi lucidi deliri, per aver cercato l’annientamento con tanta ostinazione).

 “…non pensare di essere stata un ripiego, ti prego. Con te sono stato bene, ho cercato di convincermi che quello fosse il mio destino e tu la mia casa, la mia famiglia, l’oggi e il domani: ma gli anni scorrono sempre più veloci, non posso continuare a vivere rinnegandomi. Sappi che per te ci sarò sempre. Lascerò Milano e il Paese, puoi capire le difficoltà che dovrei affrontare se restassi: io e Giulio partiremo la settimana prossima”.

La prima reazione era stata di irragionevole sollievo (quindi non c’è un’altra e non è colpa mia; se è una questione di genere è evidente che non vi possa essere competizione) a cui era seguito lo sbigottimento, poi l’irrefutabile certezza che non avrebbe potuto fare nulla per trattenerlo, infine l’indignazione poiché il fatto di essere stata una seconda scelta era acclarato dai fatti. Ora si trattava di spiegare ai suoi genitori e agli amici che si sarebbero separati perché suo marito era innamorato dell’amico Giulio fin dagli anni dell’università, periodo in cui avevano iniziato una relazione amorosa che era durata fino al trasferimento all’estero di quest’ultimo e che si era nutrita per tredici anni di telefonate furtive e di lunghe lettere.

La costernazione e la riprovazione dei suoi erano scontate; sarebbe stato interessante verificare fino a che punto erano illuminati i borghesi Rosselli, i quali in tutti quegli anni l’avevano tollerata con la schizzinosa condiscendenza con la quale i sovrani un tempo gratificavano i loro sudditi.

Non lo avrebbe mai saputo poiché Claudio decise di non rivelarsi ed essa rispettò la sua scelta. Si ritrovò a mentire a tutti con inaspettata spigliatezza; le pratiche per la separazione consensuale furono celermente espletate e cercò allora di riprendere il cammino dal punto in cui si era traumaticamente interrotto. Entrò dapprima in una fase di febbrile  iperattività durante la quale, oltre a lavorare come una forsennata, si mise a frequentare una palestra con dissennata assiduità, si iscrisse a un corso serale per assaggiatori di olio d’oliva ed evitò accuratamente amici e conoscenti dedicando i fine settimane a musei e mostre di ogni tipo. Qualche mese dopo, sfiancata da ritmi ai quali non era avvezza, si trovò a ridosso delle ferie estive con la prospettiva di una vacanza in solitudine. La giovanile timidezza le aveva sempre impedito l’esibizione disinvolta di un fisico piacente; ora  lo specchio evidenziava le forme un poco arrotondate dalla maturità, la scattante tonicità di un tempo si era arresa a una soffice cedevolezza, si intravvedeva qualche increspatura, una certa opacità dell’incarnato.  Ebbe consapevolezza dell’impacciato disagio di spogliarsi su una spiaggia, priva della rassicurante amorevolezza dello sguardo di un compagno. Passando davanti a un’agenzia di viaggi seguì l’impulso del momento e scelse Londra. Prenotò il volo di andata e l’albergo nei pressi di Piccadilly Circus per cinque giorni; da lì avrebbe deciso la meta successiva.

Nel periodo prossimo a ferragosto a Londra vi erano probabilmente più turisti che londinesi e il clima era orribile, non caldissimo ma molto umido. Scendendo dal taxi Emma contemplò la candida facciata neoclassica dell’albergo; l’interno era un tripudio di cristalli e vetrate al soffitto dalle quali la luce si riversava a fiotti rifrangendosi sugli imponenti lampadari e l’arredamento delle camere dagli alti soffitti era appesantito da accenni rococò. Si sdraiò sul copriletto in cintz ricamato a motivi floreali e affondò in un sonno inquieto.

Si ridestò di soprassalto e si accorse che si erano fatte le dieci di sera ed era digiuna dal mattino; fece una doccia, indossò un abito leggero e i nuovi sandali con tacco con i quali si sarebbe certamente massacrati i piedi e uscì nella notte tiepida, animata da un’inedita sensazione di smania confusa.

Si diresse verso l’ampio incrocio circolare di Piccadilly popolato da una moltitudine colorata; vedendo dei ragazzi mangiare tranci di pizza e bere Coca Cola in piedi sul marciapiede si mise subito in coda davanti al banco dell’ampio locale  affacciato sulla strada, dove cinque uomini dal grembiule e dal cappello bianco si affannavano senza sosta dinanzi alle bocche dei forni. Si mescolò a quella folla con il suo cartoccio unto tra le mani, come tutti gli altri: ma le apparvero così giovani e intollerabilmente impudenti nell’effimera magnificenza di quel momento dell’esistenza. Si ritrasse, imbarazzata dall’età e dallo smarrimento derivante dalla coscienza di non essere più amata, condizione della quale  sentiva di mostrare un segno evidente, come la cicatrice rosea di una  recente lacerazione. Camminò senza preoccuparsi della direzione e si addentrò nei meandri del vivace quartiere nel quale nacque William Blake e vissero, tra gli altri, Mozart e Marx.

 Notò due individui scambiarsi qualcosa in un angolo malamente illuminato e si infilò nel primo pub che incontrò. Era quasi mezzanotte e il locale era discretamente affollato. All’interno della sala erano posizionati alti sgabelli attorno a tavoli tondi; Emma si avvicinò al banco in legno lucido e chiese una Ale. Si guardò attorno e la luce fioca delle lattiginose lampade tonde pendenti dal soffitto a cassettoni lignei rivelò che gli avventori, uomini e donne di ogni  età, erano tutti egualmente soli. Vi erano alcune ragazze vistosamente abbigliate e truccate che non facevano nulla per dissimulare la loro professione e qualche bel ragazzo dall’atteggiamento ambiguo.

Quello che l’avvicinò dopo un poco era alto e bruno con tratti vagamente esotici, la camicia azzurra sbottonata a metà sul torace dalla pelle ambrata. Aveva dapprima sorriso con aria complice alla barista, una bella ragazza bionda dagli occhi blu pesantemente bistrati, i polsi adornati di alti bracciali in cuoio e poi si era rivolto verso Emma, soppesandola con impudente curiosità. Michael doveva avere poco più di vent’anni, aveva una conversazione brillante, la sua persona emanava un gradevole profumo speziato e quando Emma fu sufficientemente brilla (non proprio ubriaca, ma in quella gradevole fase di obnubilamento in cui molte cose normalmente sconvenienti divengono lecite e persino impellenti) fu tentata di chiedergli perché si vendesse, perché era assolutamente certa che fosse così; decise che eventualmente glielo avrebbe chiesto dopo, anche quando le sembrò di vederlo lasciar cadere una minuscola pillola nella sua birra.

Avrai sentito freddo sulla rena umida in quella notte d’inverno, sorella mia, lontana com’eri da tutto e da tutti, e infinitamente sola. Ti avevo detto “vattene e non tornare mai più, sei cosa maledetta”, ero terrorizzata dalla tua cattiva influenza. Il giorno dopo te ne andasti davvero e  senza una parola; ogni ricerca fu vana e io ne fui indicibilmente sollevata. Ma questa notte anch’io sono sola e forse nemmeno più al sicuro.

Il ragazzo le bisbigliò all’orecchio che sarebbe tornato in pochi minuti e si allontanò, scomparendo dietro un uscio alle spalle del banco. Fu allora che Emma si avvide dell’avanzare deciso nella sua direzione di un uomo:  la stava osservando già da un po’ dall’altra estremità del bancone, se ne era confusamente accorta senza farvi molto caso. Le si rivolse in italiano, la cadenza dolcemente cantilenante di qualche provincia veneta:

“…senta, lo so che non sono affari miei, ma si è accorta che quel ragazzo ha messo qualcosa nella birra che fortunatamente ancora non ha bevuto? E poi scusi, lei non mi sembra proprio il tipo da…insomma, ha capito che quello è un gigolò? Si guardi attorno, il pub ne è pieno”.

Emma ristette stralunata dinanzi allo sconosciuto, capelli castani pettinati in qualche modo e una faccia simpatica ma spiegazzata salvata dallo sguardo chiaro di fanciullesca limpidezza, il fisico massiccio da cinquantenne conservato senza troppa cura.

L’ebbrezza defluì di colpo, si riaffacciò la pesante tristezza con la quale conviveva da qualche tempo e lo scoramento affiorò in maniera tanto evidente che lo sconosciuto dovette accorgersene ed ebbe la delicatezza di non aggiungere altro.

“Venga, la accompagno a cercare un taxi”.

Non ne trovarono nemmeno uno e allora, dopo essersi goffamente presentati, camminarono nella notte raffrescata da un temporale di cui giungevano lontani bagliori. Entrarono al Bar Italia (esiste un posto al mondo ove un italiano non abbia aperto un locale assurto negli anni  a meritata fama?); il caffè dalla tostatura profumata ebbe l’effetto di dissipare del  tutto le nebbie alcoliche dalla mente affaticata di Emma.

Marco abitava a Verona ed era architetto; si trovava a Londra per una breve vacanza. Si rivelò un allegro chiacchierone; di tanto in tanto si rintanava in qualche lungo silenzio che faceva comunque compagnia. Durante uno di quei momenti di complice sospensione delle parole pensò a Claudio, alla commovente tenacia del suo amore per Giulio e alle difficoltà che si sarebbe comunque trovato ad affrontare. Fu come volare di nuovo sopra la città ma stavolta non per rifuggire bensì per osservare da lontano, con distante attenzione. Lo avrebbe sempre ricordato con affetto e con gratitudine; ebbe voglia di sentirlo per accertarsi che stesse bene e per raccontargli di quella singolare notte lontano da casa.

Non avrei bevuto quell’ultima birra, non me ne sarei mai andata con quel ragazzo. Ora lo so con assoluta certezza, sorella mia, come so che non avrei potuto fare nulla per aiutarti, perché non volevi essere aiutata.

Quando si salutarono davanti all’albergo dove Emma alloggiava era ormai l’alba. Lo guardò girare le spalle con dispiacere, pensando che forse era un errore lasciarlo andare via. Lo osservò indugiare, quindi arrestarsi e compiere una repentina giravolta con sorprendente agilità. Alla luce imperiosa del nuovo giorno, ancora così intatto e per ciò semplicemente bello,  il suo volto appariva ancora più stropicciato e assurdamente familiare, come se potesse ricordarlo nelle fattezze giovanili.

“Senti Emma, pensavo…ma tu che programmi hai per oggi?”

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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