La pazienza del gatto

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Milano era oltre quell’alta finestra, al di là dei vetri un poco opachi.

Un paesaggio offuscato da un sottile strato di polvere, un pezzo di cielo azzurro spazzato dal vento che agitava la chioma rada di un’esile betulla: aveva appena indossato le foglie nuove di un verde chiaro e brillante, oscillava con grazia assecondando i capricci della brezza primaverile. Quel giorno il mondo era tutto lì, e rimaneva fuori da quella stanza d’ospedale.

Ormai ho vissuto abbastanza a lungo da poter affermare che in certi momenti particolarmente ingarbugliati della mia vita mi sono ammalata. Mi è più difficile stabilire se la malattia fosse causata dal disagio di situazioni spiacevoli o se si trattasse piuttosto di un modo per sottrarsi a queste, almeno per il tempo necessario a studiare una strategia prendendone recisamente le distanze, e tutto sommato non ha più importanza alcuna.

Si trattò sempre di malesseri inspiegabili ma non particolarmente allarmanti: attacchi febbrili nella stagione calda, violenti episodi di colite ma soprattutto bizzarre dermatiti i cui vistosi effetti mi inducevano a rinchiudermi in casa per qualche tempo. In quelle giornate, dopo che i miei genitori avevano lasciato l’appartamento di via Espinasse  per recarsi al lavoro, abbassavo le tapparelle e mi allungavo sul divano: in quella penombra mi costruivo attorno una sorta di bozzolo morbidamente occlusivo e per un poco non pensavo assolutamente a nulla. Mi riscuotevo da quel benefico torpore autoindotto allorché il gattone che abitò con noi per oltre quindici anni (prima e dopo di lui ve ne furono altri, tutti ugualmente amati e singolarmente rimpianti) si accomodava sui miei piedi in posizione da sfinge e mi scrutava con implacabile rigore felino.

Era un soriano grigio tigrato con occhi del colore della giada che avrebbe avuto un aspetto assai comune, se non fosse stato per la taglia decisamente eccezionale: nel suo periodo di massimo splendore arrivò a pesare dodici chili. Eppure non era grasso, bensì regalmente imponente e di passo assai leggero; i ritti ciuffetti di pelo sulle punte delle orecchie lo facevano rassomigliare a una lince. Non dava molta confidenza e non amava le smancerie che rifiutava con aristocratico sdegno, sovente accompagnato da un sordo brontolio non così dissimile da un breve ruggito. Molti dei nostri ospiti erano intimiditi dalla sua presenza e ricordo in particolare una mia dolce e bellissima amica che ne era terrorizzata: il gatto fiutava la sua paura e ovunque questa decidesse di sedersi le si poneva di fronte, seduto in una ieratica immobilità, gli occhi tondi fissi nei suoi in un atteggiamento oscillante tra il monito e la sfida. Perfidie feline.

Rammentandosi forse del fatto che lo avevo raccolto per strada da un sacco dell’immondizia, dal quale lo avevo sentito miagolare quando ancora stava nel palmo di una mano, all’interno del nostro ristretto nucleo familiare ero la sua persona di riferimento: si aspettava che fossi io a sfamarlo e spazzolarlo, la notte dormiva sul mio letto e quando ero in casa mi stava sempre accanto, discreto e ineludibile come la mia ombra. Dunque, in quelle strane giornate di clausura dinanzi al suo sguardo indagatore io sentivo di dovergli una spiegazione e incominciavo a cercarla ragionando ad alta voce. Di tanto in tanto pareva assopirsi; allora tacevo e sfioravo la serica schiena massiccia con una carezza lieve: dopo un breve ron ron lui cambiava posizione, si assestava e mi accordava di  nuovo la sua paziente attenzione. Prova a parlarne con il gatto, il più delle volte ti verrà in mente qualcosa. Era una specie di scherzo inconfessabile, eppure era proprio così.

Quella volta però fu differente: benché fosse un momento assai difficile per molti versi, la malattia fu sproporzionata e davvero grave. Ricordo che era di maggio.

Principiò con un dolore al basso ventre che si presentava più o meno alla stessa ora del pomeriggio mentre ero ancora in ufficio e che mi indusse dapprima a sospendere qualsiasi uscita serale. Nel giro di pochi giorni il dolore divenne sempre più frequente e intenso, assorbendo tutta la mia capacità di concentrazione (io ero quel dolore e solamente quello) finché una notte una copiosa emorragia mi condusse dritta al pronto soccorso del vicino Ospedale di Vialba. Fui subito ricoverata in Ginecologia per accertamenti che rilevarono la presenza di una massa (parola oscura, di greve imprecisione) sulla cui natura occorreva indagare. Intervento esplorativo. Vuol dire che mi aprono e mi guardano dentro.

Pensai che nella smania di defilarmi da una serie di situazioni difficili usando la collaudata strategia di ammalarmi, quella volta avevo decisamente esagerato. Poi mi resi conto di quanto fosse ridicolo e presuntuoso quel pensiero, mi sentii tradita dal mio corpo che si rivelava a un tratto difettoso, forse irrimediabilmente guasto e dopo una breve sequela di stupidaggini analoghe mi lasciai pervadere dalla paura.

La mattina dopo osservavo le pareti verniciate di un triste colore grigio verde di una stanzetta a tre letti della quale fortunatamente ero l’unica occupante. All’estremità opposta del lungo corridoio vi erano le camere delle puerpere e di tanto in tanto la quiete  del reparto era turbata da qualche imperioso vagito. Più tardi, nel primo pomeriggio, il silenzio fu interrotto dai passi concitati delle infermiere e dalla notizia che rotolava e rimbalzava di bocca in bocca rivelando la sua atrocità: era stato ritrovato il cadavere dell’Onorevole Aldo Moro.

L’indomani sarei entrata in sala operatoria e mi parve un cattivo presagio: maggio 1978, la memoria di un’orribile morte si sarebbe legata per sempre a quella del mio intervento. Ma non fu l’unico: nel tardo pomeriggio nel letto accanto al mio fu sistemata un’anziana suora. Pensai che avrei avuto bisogno di parlarne con il gatto; avrei cercato di fargli capire perché fossi tanto infastidita dalla presenza della religiosa. Ma ovviamente lui non era lì.

La villa di Borgioverezzi che ospitava la colonia estiva dell’Ordine di suore dalle quali frequentavo il doposcuola pomeridiano alle elementari, lascito di qualche ricca famiglia, era un magnifico palazzo con  uno scalone marmoreo che conduceva al piano superiore, i soffitti altissimi, la terrazza ombreggiata da un pergolato fiorito che si si affacciava sulla spiaggia privata  e il vasto giardino con i pini marittimi, i ligustri, le piante di carrube e l’orto cintato sul retro. Tuttavia rammento in maniera più vivida le rigide e per me incomprensibili imposizioni alle quali eravamo sottoposte: la purga settimanale, il bagno con poco più di due dita d’acqua nella grande vasca solo il sabato e indossando le mutande, poiché era peccato toccarsi le parti intime, lo stesso vestito portato per sette giorni consecutivi qualunque cosa succedesse. Io parlavo troppo, facevo domande e mettevo in discussione (in famiglia oltre a un’igiene personale scrupolosa mi avevano insegnato fin da piccola ad argomentare e pretendere spiegazioni), così trascorsi molti pomeriggi in castigo, sola nella grande stanza che fungeva da dormitorio, sovente con un cerotto sulla bocca che non sapevo tener chiusa. Una domenica vennero a trovarmi gli zii e pranzammo accanto alla loro roulotte, su una strada prospiciente il mare. Del fratello di papà, uomo gioviale e di immensa generosità scomparso prematuramente conservo molti struggenti ricordi, ma in particolare gli fui sempre grata per gli sforzi che mise in atto quella domenica facendo il buffone a oltranza per strapparmi a una tristezza tanto evidente che, come mi confessò anni dopo, lo aveva preoccupato al punto da parlarne con i miei genitori, i quali la domenica successiva mi riportarono a casa.

 

A parte l’aprioristica arbitrarietà del mio risentimento nei confronti delle suore in generale, della quale ero ben consapevole,  era oggettivamente difficile nutrire del malanimo nei confronti di Suor Maria: piccolina, quasi una nana ma esile e di fattezze delicate, un faccino tondo e liscio illuminato da vispi occhietti scuri messo in risalto dall’impressione di nudità indotta dalla cuffietta bianca aderente al capo, un sorriso gentile e un poco sgangherato per via della mancanza di diversi denti. Il suo aspetto infantile, benché fosse chiaramente sofferente, la rendeva di età indefinibile: era certamente vecchia, ma non avrei saputo dire quanto. Quella sera cercò di fare conversazione ma io ero troppo assorbita dalla mia paura; accettai il Tavor che mi propose la caposala e mi eclissai precipitando in un’assenza comatosa.

“Vedrà che andrà tutto bene, lei è così giovane”,

mi salutò il mattino dopo Suor Maria con un rapido gesto della mano, quasi un accenno di benedizione, quando mi prelevarono per portarmi in sala operatoria. Io pensai che se fossi morta durante l’intervento non me ne sarei nemmeno accorta, ma questo pensiero non mi consolò affatto.

Andò tutto bene: la massa era di natura benigna e me la cavai con l’asportazione sopportabile di una porzione dell’apparato riproduttivo. A causa dell’anestesia rimasi in uno stato di vacuo istupidimento che perdurò fino a sera.

“Federico è il suo fidanzato?”

“Federico? No, è il mio gatto, Perché?”

“Ah. Quando è tornata dall’intervento la sua mamma le spiegava che è andato tutto bene ma lei continuava a dire che Federico era chiuso fuori sul balcone e bisognava farlo rientrare. La sua mamma ha insistito per un po’ ma alla fine si è rassegnata e ha detto che sarebbe andata subito ad aprirgli la porta”.

Non avevo potuto cenare e non solo non avevo fame, ma l’odore di minestra e di sugo marrone di spezzatino con le patate ristagnante nella stanza mi dava la nausea. Al di là del vetro impolverato dell’alta finestra la luce si andava spegnendo in un alone dorato. La paura ottundente era scomparsa ma la mente non si era ancora ricongiunta al corpo e lo osservava da una certa distanza, come se non si appartenessero. Era una sensazione di inconsapevolezza di sé piuttosto gradevole e mi abbandonai a quella suggestione.

Venne presto il buio. Una nuvolaglia grigia avvolgeva la luna che appariva appena in trasparenza; nel reparto il silenzio era di tanto in tanto appena scomposto da qualche lieve rumore.

“Dorme?”

Non dormivo, fluttuavo senza peso alcuno protetta da un provvisorio liquido amniotico e rimasi immobile, gli occhi chiusi. Udii un lieve fruscio ed ebbi la percezione della vicinanza fisica della piccola suora. La sua voce sottile prese a riempire lo spazio e più che sentirne il suono mi pareva di vederla.

“Lei è fortunata, la sua mamma deve amarla molto”.

Tacque per qualche istante, mi sforzai di respirare con la pacata regolarità del sonno.

“Io mica avevo la vocazione, sa. Avevo appena compiuto sei anni quando mia mamma mi affidò a Don Osvaldo perché mi accompagnasse nel convento in Lomellina, dove ho vissuto tutta la vita.  Disse una cosa che lì per lì non capii: “non ti volevo e fosse dipeso da me nemmeno saresti nata, così ti restituisco alla Chiesa”. Abitavamo in una stanzetta nella villa dei signori di Vercelli dove la mamma prestava servizio; io sono nata in quella casa, dicevano che mio padre era morto ancor prima che nascessi. Questi signori erano molto legati alla parrocchia e hanno sempre mandato mia madre a pulire la casa di Don Osvaldo”.

La voce sottile di Suor Maria era poco più di un bisbiglio. Provai a immaginarmela bambina, gli orizzonti improvvisamente racchiusi tra le spesse mura di un convento. Naturalmente finì che prese i voti, non avendo nessun’altra alternativa praticabile.

“Le suore erano tutte buone con me, ma ce n’era una anziana e scorbutica che mi aveva preso in antipatia. Ero già novizia e un giorno mi sgridò perché secondo lei andavo troppo lenta nel lavare i piatti; disse “non crederai di aver diritto a dei privilegi solo perché sei la figlia del prete”.

Mancò poco che spalancassi gli occhi, anche se ascoltando il suo narrare qualche dubbio in proposito mi era venuto.

“Comunque a differenza di altri orfani non sono stata così sfortunata. Non ho più patito la fame, ho vissuto al riparo da molti dolori e da due guerre, per esempio. Ma sa cosa mi mancava? Il calore del sole sulla pelle”.

Raccontò che fin da quando era novizia le consorelle la mandavano a Castiglione della Pescaia, dove l’Ordine a cui appartenevano aveva una colonia estiva.

“Accompagnavo i bambini sulla spiaggia e li osservavo correre mezzi nudi in quella luce calda e sguazzare felici nell’acqua, e io sempre coperta da capo a piedi, con quella lunga veste e la cuffia con il velo. Ho dovuto diventare vecchia per trovare il coraggio di commettere un piccolo peccato che non ho ancora confessato”.

Aspettava l’ora più calda del dopopranzo, la piccola Suor Maria, quando tutti sonnecchiavano nelle stanze dagli alti soffitti. Allora scendeva alla spiaggia e si nascondeva dietro un grosso scoglio; appoggiata la schiena alla ruvida roccia sollevava le sottane, toglieva la cuffia e stava con gli occhi chiusi a godere della carezza del sole, mentre l’acqua salata lambiva le caviglie.

“Poi mi sono ammalata e dall’anno scorso non sono nemmeno più andata a Castiglione”.

L’esile voce era ora arrochita da una stanchezza che nessun riposo avrebbe potuto alleviare.

“La figlia del prete. Sa, c’è voluto del tempo perché capissi che non ero io quella sporca; comunque li ho perdonatl e ho perfino pregato per loro, anche per mia madre che non ho mai più visto in tutti questi anni, sarà magari bell’e morta. Adesso, se a Dio piacesse io me andrei anche. Gli ho dato tutta la vita, che altro vuole da me?”

Suor Maria si tacque; sentii che si rimetteva nel letto. In un certo senso, quella notte ero stata il suo gatto e la cosa mi fece sorridere, ma anche sentire in pace. Nei giorni successivi conversammo sovente del più e del meno, ma non vi furono altre confidenze serali: la mia funzione di gatto paziente si era esaurita in un’unica notte.

Fui dimessa alla fine della settimana; nel frattempo Suor Maria era stata operata e dai discorsi di un paio di consorelle che venivano a trovarla con regolarità mi parve di capire che purtroppo il suo tumore era a uno stadio troppo avanzato e l’intervento era dunque stato vano.

Durante la convalescenza pensai spesso a Suor Maria e non feci nulla per negare il sentimento di affettuosa solidarietà che provavo nei suoi confronti. Appena fui in grado di guidare, in una luminosa mattina di primavera lasciai Milano per cercare il convento in Lomellina. Non fu difficile trovarlo. Sembrava una cascina, più che un convento: grande, a corte quadrata e chiusa, tre filari di pioppi separavano l’ingresso dalle risaie che si estendevano tutto attorno.

Fui accolta con cortesia, appresi che Suor Maria si era spenta durante la notte e fui invitata a lasciarle un ultimo saluto.

Non si può salutare chi non c’è più.

Ebbi la tentazione di ritrarmi e di abbandonare in tutta fretta quel luogo appartato e troppo silente, ma mi ritrovai ad attraversare la corte e a percorrere lunghi corridoi immersi nella penombra, fino alla camera mortuaria accanto alla Cappella. Distesa nella bara scura Suor Maria mi apparve ancora più piccina, il visetto stinto segnato dalla sofferenza degli ultimi momenti. Mi sentivo la gola serrata in un groppo di malinconia.

Lasciai il convento e prima di risalire in auto attraversai il boschetto di pioppi. L’acqua ferma delle risaie riluceva sotto il sole obliquo del tardo pomeriggio e osservai la perfetta geometria degli specchi d’acqua separati dai bassi argini. Lungo uno di questi scorsi un gran numero di aironi ordinatamente allineati. Si levarono in volo repentinamente in un unico armonioso gesto di poderosa bellezza, le zampe raccolte sotto il corpo, i lunghi colli appena arcuati, finalmente liberi dalla goffaggine, eleganti e aggraziati. Fu allora che salutai la piccola suora. Non avrei più scordato la notte in cui fui il suo gatto, e lei non se ne sarebbe mai andata davvero.

D’improvviso tutto mi apparve chiaro, le scelte da rivalutare e le decisioni da prendere. Ma durò poco, poi le cose tornarono a complicarsi.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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