La prima inchiesta

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Sono passati quattro anni e non sono ancora riuscito a farlo smettere: quel maledetto rubinetto con lo stillicidio inesorabile e cronometrico – plic…plic…- che lascia una scia lucida sull’acciaio del lavello, come una bava di lumaca.

Del resto io non sono un idraulico e sarebbe imbarazzante chiamarne uno, sei d’accordo, cara? A proposito, sono certo che non te ne avrai a male se mi darò da fare per sostituirti: perché tutto è precario e deteriorabile, persino i sentimenti, ma dopotutto la vita continua. E questa volta non dovrò più preoccuparmi dei gusti di mamma, che riposi finalmente in pace, e sceglierò solo quello che più mi intriga. Prima però è indispensabile fare un po’ di pulizia.

E’ appena la fine di giugno ma su Milano grava da qualche giorno una cappa afosa, tanto fastidiosa quanto comune in pianura padana, ma che i poeti della carta stampata hanno definito con ineffabile mancanza di originalità e di senso della misura o di semplice buon senso “ondata anomala di caldo torrido”.  I suddetti poeti in questi giorni sono anche prodighi di geniali consigli che guai se non ci fossero loro ad elargirli, del tipo “anziani e bambini evitino di uscire nelle ore più calde, bevete molto, fate un giro nei centri commerciali provvisti di aria condizionata”. Poveri milanesi, che oltre all’afa già incattivita all’inizio dell’estate ed agli afrori metropolitani che il suo alito caldo inesorabilmente solleva, si devono anche sorbire gli immancabili e noiosi cretini.

E sì, il Vice Commissario Alberto Patané è decisamente di malumore: sarà forse perché da una settimana a Quarto Oggiaro non succede nulla, nemmeno un furtarello o una rissa, questa calura improvvisa pare avere di colpo stroncato qualsiasi velleità, e lui se ne sta inchiodato alla scrivania. Certo che non può mica dire che patisce di astinenza da omicidi. Però.

Al Giacometti, cronista di nera in pensione, può anche confidarlo. Lui capisce e infatti annuisce vigorosamente sorseggiando una birra troppo fredda mentre aspettano l’antipasto, accartocciati sulle scomode seggioline metalliche nel piccolo giardino interno della trattoria toscana che sta all’angolo tra via Papi e Corso Lodi. Stasera offre lui perché è il suo compleanno ed ha voluto festeggiarlo con  il Patané e con Mariateresa, a proposito della quale se non è chiarissima la posizione nei confronti del Vice Commissario (fidanzata? Amica? Una via di mezzo?), lo è senz’altro rispetto al Giacometti, al quale la lega una limpida amicizia.

“…capisco bene, Patané, non dirlo a me: sapessi quanto mi mancano il freddo e l’odore di disinfettante degli obitori o certe nottate intorno a un cadavere steso su un marciapiede, sotto la pioggia…e l’eccitazione di quando scavando e interrogando si intravede un legame, una possibile congettura…perché alla fine un giornalista che scrive di nera se ha passione per il suo mestiere pecca di presunzione e si sente un po’ investigatore…”

Mariateresa pensa al rassicurante tran tran delle sue giornate, trascorse con le mani nei capelli degli altri nel suo negozietto di parrucchiera in via De Roberto ed osserva perplessa i due uomini che al momento, non avendo fratelli ed essendo suo padre scomparso molti anni prima, sono i suoi maschi di riferimento, quelli che addirittura e in una certa misura ama, sebbene in modi differenti, e si domanda tra l’altro quale sia l’arcano che si cela dietro questa inspiegabile alchimia.

Hanno consumato in estatico silenzio il prosciutto della Garfagnana tagliato al coltello con il pane caldo e il burro aromatizzato alle erbe e stanno aspettando i pici con cacio e crema di fave quando il Giacometti, mosso da un nostalgico guizzo da intervistatore, si rivolge al Vice Commissario:

“…parlando di omicidi: te lo ricordi ancora il primo caso importante nel quale ti sei imbattuto, dopo più di vent’anni in Polizia?”

Mariateresa non avrebbe tutta questa voglia di sentir parlare di morti ammazzati e tuttavia è curiosa: ma più che di un’indagine, di qualcosa che appartenga al passato del Patané, del quale sa ben poco, perché è uno che non ama raccontarsi. E il Vice Commissario, sorseggiando con rispettosa prudenza un robusto Chianti, riflette per un attimo, poi incomincia a raccontare…

Era la fine di luglio del 1998,  aveva 26 anni e si era appena laureato in giurisprudenza intanto che ricopriva il ruolo di Ispettore presso il Commissariato di viale Monza, ed era esausto. Nel tardo pomeriggio di un lunedì quieto dalle finestre spalancate non arrivava un filo d’aria semplicemente perché non ce n’era nemmeno fuori, a differenza del rumore puzzolente del traffico su viale Monza che invece entrava a folate. Stava esaminando la modulistica del Concorso per la qualifica di Commissario (era giusto per quello che aveva conseguito il dottorato in Giurisprudenza studiando come poteva e mettendoci un anno in più), quando un agente lo avvisò che c’era una signorina che voleva denunciare la scomparsa della sorella. Qualcuno gli disse di occuparsene ed andò a riceverla, trovandosi davanti una stangona dai capelli neri trattenuti in una treccia lunga e spessa

(riferire dei suoi occhi ambrati e del viso triangolare dal naso breve e dalla bocca piena,  come pure della figura flessuosa della quale la canotta e la corta gonnellina consentivano una discreta visione non è funzionale alla narrazione, quindi il Vice Commissario omette questi dettagli)

la quale, declinate le generalità, espresse la certezza che alla sorella maggiore Franca, con la quale abitava in via Tofane

(“è qui vicino, dove c’è la Taverna Mykonos, il ristorante greco, ha presente?”

“certo che ho presente, abito in via Padova”)

fosse capitato qualcosa di brutto.

Spiegò che abitavano lì da tre anni, precisamente da quando il padre si era risposato. La mamma era morta da molti anni ma la convivenza con questa nuova e giovane moglie era difficile ed essendo entrambe maggiorenni e con un impiego se ne erano andate.

“No, non può essersi “allontanata spontaneamente”, come dice lei, senza avvisarmi. Ha trentacinque anni e non ha un fidanzato fisso, e nessun colpo di fulmine le confonderebbe le idee al punto da non farsi viva per l’intero fine settimana, non esiste”.

La signorina Franca Verderio era consulente finanziaria per una grossa Società che aveva sede in Corso Venezia e capitava sovente che si dovesse recare a casa di qualche cliente verso l’ora di cena, e la sorella Lisetta si disse certa che non fosse più rincasata dal venerdì mattina: lei non si era sentita bene la notte prima e quel giorno non si era recata al lavoro né era uscita.

Raccolta la denuncia, aveva congedato la ragazza invitandola a riferirgli immediatamente eventuali novità ed era rimasto per qualche minuto ad osservare la foto della donna scomparsa: somigliava molto alla sorella minore, stessi capelli scuri ed i medesimi occhi dorati, appena un poco più tonda e con un’espressione sorridente e pacata nella quale non vi era traccia dell’impertinenza né della baldanza di Lisetta.

La mattina appresso si era subito fatto dare dall’ufficio di Corso Venezia l’agenda della donna con gli appuntamenti di quel venerdì: due aziende al mattino e tre al pomeriggio, dislocate in differenti zone della città. L’ultimo impegno alle 19,30 a Lambrate, in via Crescenzago, dal dottor Renato Domeoni, di anni 45, celibe.

Un rapido giro di telefonate gli aveva confermato che Franca Verderio aveva rispettato puntualmente il programma, e aveva quindi deciso di recarsi di persona dall’ultimo cliente della giornata, ovveroper quel che se ne sapeva  fino a quel momento l’ultima persona  che avesse visto Franca Verderio. Avrebbe potuto convocarlo in Commissariato, ma quando vi era la possibilità che una persona potesse essere coinvolta in un’indagine, preferiva osservarla ed annusarla nel suo territorio.

Lo incontrò l’indomani alle nove di sera, perché l’uomo era patologo forense presso l’Istituto di Medicina Legale di piazzale Gorini e non poteva liberarsi prima. Nel frattempo aveva appurato che si trattava di uno stimato professionista, amico personale del Prefetto di Milano. Aveva anche raccolto qualche informazione sulla donna: nessun fidanzato, come aveva riferito la sorella, amicizie di vecchia data, buoni rapporti con i colleghi, lavoratrice seria ed apprezzata dai superiori, reddito medio, insomma nulla che potesse far pensare ad una fuga o a un rapimento.

Via Crescenzago era una strada  ombrosa e tranquilla e il Domeoni abitava in un appartamento all’ultimo piano di un condominio signorile, nel quale era rimasto solo dopo la morte della madre avvenuta quattro anni prima.

Appena entrò, l’Ispettore fu colto da una subitanea botta di freddo che gli strinse le tempie, perché rispetto ai trenta gradi esterni, grazie all’aria condizionata che sibilava dai bocchettoni dei convettori a parete in casa non ve ne erano più di diciotto. Pensò che il dottore evidentemente era assuefatto alla temperatura dell’obitorio ed anche all’odore, poiché nell’ambiente ristagnava un olezzo stantio di camere non arieggiate e di abiti indossati troppo a lungo, frammisto ad una traccia di lisoformio.

Nella penombra delle tapparelle parzialmente abbassate notò l’arredamento di pregio ma decisamente antiquato e pensò che l’uomo non dovesse aver mai cambiato nulla nella casa dove era vissuto con i genitori. Il patologo, il quale pareva più vecchio dei suoi quarantacinque anni, forse per via della magrezza che aveva segnato precocemente il volto stretto dal colorito spento di chi passa troppe ore al chiuso, parlava con un tono tranquillo e discorsivo ma si torceva in continuazione le mani dalle lunghe dita sottili.

“…sì, la signorina Verderio lo scorso venerdì è arrivata puntuale. Si occupava dei miei investimenti da un anno, l’avevo già incontrata due o tre volte. Molto preparata e sempre disponibile. Però…ecco, l’altra sera mi è sembrata un po’ distratta, e frettolosa: infatti, ad un certo punto si è scusata e ha detto che doveva scappare perché aveva un altro appuntamento. L’ho vista dalla finestra che si allontanava da sola, sulla sua auto che era parcheggiata proprio qui sotto”.

Il freddo e l’atmosfera opprimente di quella casa gli parvero ad un certo punto insopportabili e si chiese se la fretta di Franca non potesse avere la stessa spiegazione.  Si accomiatò gettando un’ultima occhiata al grosso gatto grigio che aveva seguitato a dormire imperturbabile, acciambellato su una poltroncina vicino alla porta finestra del soggiorno, invidiandone la capacità di isolamento.

La zaffata di aria calda che lo investì appena mise piede in strada fu dapprima benefica e poi letale e si sentì improvvisamente spossato. Comunque, occorreva scoprire dove dovesse correre la consulente finanziaria quel venerdì sera, ammesso che non fosse stata una scusa.

Il giorno dopo tuttavia si verificarono due fatti strani ed apparentemente scollegati: il primo fu il ritrovamento della Golf blu di Franca Verderio in via Feltre, all’angolo con via Crescenzago, chiusa ed intatta. Dunque, o Franca dopo aver lasciato il patologo aveva spostato l’auto di poche decine di metri e poi si era allontanata, sola o con qualcun altro, oppure il dottor Domeoni aveva mentito asserendo di averla vista andarsene in macchina, poiché la donna aveva parcheggiato in via Feltre prima di recarsi a  casa sua. Ma allora, dove era finita?

Il secondo fatto fu la scoperta di uno strano cadavere in un orto lungo la Martesana, a Gorla: a sporgerne denuncia fu il figlio della settantenne proprietaria dell’appezzamento, la quale avendo trovato all’alba di una bella mattina estiva quella che le era dapprima sembrata una bambola gonfiabile gettata sulla sua insalata, quando aveva guardato da vicino era svenuta, apparendo al figlio che era andato a cercarla un’ora dopo più morta del cadavere medesimo. L’orribile bizzarria era che quella spoglia ricucita risultò composta dai resti di tre donne differenti, assemblati e malamente imbalsamati. Nonostante la decomposizione che iniziava a fare il suo corso, fu possibile identificare la proprietaria della testa, una giovane turista russa scomparsa quattro anni prima.

Il Vice Ispettore venne coinvolto nell’indagine, e fu a notte fonda, mentre sprofondato nel divano galleggiava sulle note liquide di una ballata di Leonard Cohen, che un’idea prese a comporsi nella sua mente. Aveva davanti agli occhi quel corpo nudo dove gambe, tronco e testa erano stati suturati da mani esperte che avevano tentato di collegarne i sistemi vascolari e linfatici iniettandovi infine della formalina: secondo il medico che aveva esaminato il cadavere, l’imbalsamazione non era perfettamente riuscita per un difetto di connessione dei sistemi linfatici. Comunque, l’autore di quella follia era un chirurgo, ed anche piuttosto bravo. All’improvviso a quella visione raccapricciante si era sovrapposta quella più innocua del gattone dal lucente pelo grigio del Dr. Domeoni, che durante tutto il tempo della sua visita non aveva fatto il benché minimo movimento, come se fosse finto: o imbalsamato. E del resto, il patologo era un chirurgo avvezzo alla tanatoprassi, ovvero la pratica delle tecniche di rallentamento della metamorfosi del corpo post mortem, indispensabile quando occorre esaminare una salma nell’ambito di un’indagine per morte violenta.

Uscì di casa di buon’ora e seguendo un istinto confuso ma perentorio si recò in via Crescenzago. Entrò nel cortile ed osservando l’edificio nel quale risiedeva Renato Domeoni, l’Ispettore notò le finestre basse e larghe a livello strada che suppose appartenessero alle cantine, e si accorse che i vetri di tre di queste erano completamente oscurati da una mano di vernice nera. Si recò in portineria, mostrò il tesserino all’uomo che sedeva nella guardiola e scoprì che quelle finestre corrispondevano alla cantina di casa Domeoni.

“Patané, questo è un professionista conosciuto per il rigore e l’affidabilità dalle Questure di mezza Milano ed è pure amico del Prefetto: il magistrato non mi firmerà mai un mandato di perquisizione solo perché ha oscurato le finestre della sua cantina e ha un gatto grigio che non si è mosso per mezz’ora, te ne rendi conto?”

Il Commissario Gerardo Davinci (“tutto attaccato”, come precisava lui nelle presentazioni, tanto che negli uffici di Viale Monza nelle conversazioni tra colleghi era affettuosamente soprannominato Commissario Tuttoattaccato) aveva reagito così, quando gli aveva esternato le sue congetture. E tuttavia…

“…tuttavia, cerca di scoprire qualcosa di più su quella cantina, che poi magari custodisce solo del vino pregiatissimo che teme la luce, ma chissà, forse ci dorme un vampiro. Come, decidi tu: basta che non me lo spieghi, né prima né dopo”.

E bravo, il Commissario Tuttoattaccato.

Non era una strada presa di mira dai vandali, via Crescenzago: però, uno squinternato un po’ fatto che in piena notte tira una sassata al vetro nero di una cantina, ci poteva stare.

Le tre e mezza di una notte di fine giugno, un temporale misericordioso stava lavando e rinfrescando la città e in quel fracasso, sotto l’acqua battente  che gli entrava anche nelle orecchie, la sassata  era stata precisa, micidiale e silenziosa.

La scena che si rivelò alla luce della torcia fu quella che al giovane Ispettore Alberto Patané sarebbe rimasta impressa per molti anni a venire: per quel che poteva vedere l’ampio locale era attrezzato come una sala operatoria, e sul lettino posto al centro, coperta da un lenzuolo ed immobilizzata da robuste cinghie, giaceva immobile una donna dai lunghi capelli neri. Rimase per qualche istante paralizzato sotto la pioggia che seguitava a scrosciargli addosso, poi corse a dare l’allarme portandosi appresso il sacco di iuta fradicio contenente un grosso sasso, che ora pareva pesare una tonnellata.

Franca Verderio era sotto narcosi, ma ancora viva.

(“deve ringraziare l’ignoto vandalo che ha rotto quella finestra e l’Ispettore Patané che, di sua iniziativa, teneva d’occhio la zona…”,

aveva motteggiato il Commissario Tuttoattaccato, ed inoltre il gatto era davvero imbalsamato.

Renato Domeoni fu vessato da una madre possessiva per la quale nessuna donna era mai adeguata, finché deragliò vagheggiando una donna ideale che si costruì pezzo per pezzo, letteralmente. Non essendo del tutto soddisfacente l’esito dell’esperimento, stavolta ne aveva scelta una sola. I resti delle altre due poverette, identificate grazie a complesse analisi comparative, furono disseppelliti in un gerbido adiacente ad una cascina diroccata nelle campagne attorno a Cusago. Nella sua organizzata, impassibile pazzia durante la confessione il Domeoni aveva parlato di “scarti”.

…Il racconto del Vice Commissario termina qui, ma andrebbe precisato che da quel momento il Commissario Davinci prese a tenere in seria considerazione le intuizioni di quel novellino ricciuto dagli obliqui occhi verdi, con il quale conservò un ottimo rapporto anche quando fu trasferito a Quarto Oggiaro. Occorrerebbe anche aggiungere che una settimana dopo verso le dieci di sera l’Ispettore ricevette una visita a casa.

“…Lisetta?…certo che puoi salire, stavo solo ascoltando della musica”,

e più tardi, mentre i due si sfioravano lievi ed imprecisi, impellenti e complici, Nick Cave aveva continuato a cantare d’amore e di morte, di perdizione e di redenzione, e nessun suono e nessuna voce avrebbero potuto essere più adeguati.

“…però, che storia. Mi ricordo bene di questo fatto, ne avevo anche scritto sul CorSera ed aveva fatto molto scalpore a Milano, perché il personaggio per quanto schivo era noto e stimato presso le forze di polizia milanesi”.

Si dedicano al dolce e al brindisi, e la conversazione fluisce ora leggera e persino un poco fatua, come se non avesse realmente intenzione di arrivare da qualche parte: è come una musica di sottofondo, è comunque un modo di comunicare tra persone che si capiscono al di là delle parole.

La notte milanese si è addolcita, e un refolo d’aria appena fresca si intrufola tra il fogliame del pergolato. L’ultimo brindisi è all’imperfezione, alle anime rattoppate eppure ancora fiere, sconfitte ma non vinte, bellissime nella loro incompiutezza, commoventi nell’inadeguatezza che si sforzano di combattere giorno dopo giorno: ed è questo che le rende eroicamente umane.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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