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La salvezza del Vichingo dell’Isola

Come sempre accade nei sogni, gli avvenimenti si dispiegavano in una duplice prospettiva: li percepiva da attore, come reali e presenti, ma al tempo stesso li osservava dall’esterno, da spettatore passivo.

Era dunque un pomeriggio d’estate soffocato dal tipico caldo di pianura, il cielo bianco appena spolverato di un azzurro spento, l’aria densa e appiccicosa: una ricetta abbastanza equilibrata di calore, umidità e assenza di correnti ventose, con l’aggiunta dell’ineguagliabile ingrediente meneghino di polveri sottili e schifezze atmosferiche disparate in misura variabile, si potrebbe dire q.b, quanto basta.  Quanto basta per rantolare spossati sul divano di casa o sulla scomoda seggiola di un bar, per ammazzare a martellate il vicino rumoroso o per scegliere la soluzione più innocua e meno impegnativa di precipitarsi in un altrove limpido, ventilato e magari confortato dalla prossimità di fresche acque, dolci o salate. O, alla più disperata, per scaraventarsi all’Idroscalo, il mare dei milanesi.

Ed era proprio in quel luogo che il Vichingo dell’Isola si trovava. Poteva vedere la propria imponente figura a torso nudo, sulla spiaggia situata sotto alla Punta dell’Est. Sembrava intento a scrutare l’orizzonte un poco ristretto di quello specchio d’acqua infida e limacciosa: d’altronde, in certi casi occorre sapersi accontentare. Doveva essere una domenica, erano presenti e vocianti il Beppe, il Tino e il Sandrino, i tre amici che insieme ad Antonio Donelli, detto il Vichingo per il suo aspetto da eroico figlio di Odino, ma in versione meno truce, rappresentavano lo zoccolo duro del bar tabacchi di via Jacopo Dal Verme, nel rione milanese dell’Isola. Ultraquarantenni, onesti lavoratori sentimentalmente instabili, più spesso fidanzati che no, possibilisti ma neanche tanto sull’eventualità di imbattersi un giorno (ma un giorno lontano e inspiegabilmente sempre alla medesima distanza) nella donna giusta.  Nell’attesa di quell’evento fatale che avrebbe mutato per sempre le loro esistenze allegramente sregolate, non scevre di una certa innocua dissipatezza, cercavano di spassarsela come potevano.

Il Vichingo si osservava avanzare piano nell’acqua, sentiva sulla pelle la liquida carezza rinfrescante, a tratti raffreddata dalle insidiose correnti gelide che percorrono il bacino dell’Idroscalo. Seguitava ad avanzare camminando, anziché buttarsi a nuotare; ormai l’acqua lambiva le spalle; scorgeva i suoi lunghi capelli, legati a coda di cavallo, fluttuare come leggere  alghe bionde.

“E buttati, Vichingo! Cosa fai lì impalato?”

Aveva ormai l’acqua alla gola ma non poteva nuotare: era come paralizzato. Ora non si muoveva nemmeno di un passo, eppure il livello dell’acqua saliva, lento e inesorabile. Gli mancava il respiro, provava una terribile oppressione al petto, la vista si andava offuscando e l’orizzonte si faceva sempre più vicino, addirittura incombente. Soffriva, inerme nella propria impotenza, mentre continuava a osservarsi al centro di un gorgo oscuro che gli si stava richiudendo attorno. Comprese che avrebbe assistito alla propria morte, senza poter fare nulla per salvarsi. Fu a quel punto che si rammentò di essere nel bel mezzo di un sogno, dal quale poteva sottrarsi svegliandosi, e mettersi così in salvo.

 Fu un risveglio orribile: il cuore rimbalzava nel petto, aveva schiena e capelli madidi di sudore, nonostante fosse appena il mese di maggio e la nottata fosse gradevolmente fresca. Gli ci volle qualche momento per comprendere che si trovava nel suo appartamento, circondato dalla rassicurante presenza delle cose familiari, i vecchi mobili ereditati dai genitori, la cucina in finto legno, la libreria con qualche libro e molti vinili, lo stereo Garrard con le due grandi casse acustiche, comprato a rate quindici anni prima, unica aggiunta personale all’arredamento.

Amelia occupava l’altra metà del letto che aveva ospitato per anni suo padre e sua madre. Dormiva nell’abbandono di un sonno tranquillo, emettendo di tanto in tanto un leggero sbuffo dalle labbra appena dischiuse.

Il Vichingo si districò dalle lenzuola e guadagnò velocemente il balcone, respirando a fondo l’aria fragrante di quel momento sospeso tra la notte e l’aurora. In giro per le strade  resisteva qualche nottambulo che aveva perso la strada di casa; coloro che distribuivano i giornali alle edicole stavano per essere bruscamente strappati al riposo, mentre fuori era ancora buio. La frescura gli provocò un piacevole brivido:  era uscito come si trovava nel letto, in mutande e canottiera. Era così che era solito dormire da sempre, estate e inverno, ed era in quel modo che intendeva continuare ad abbigliarsi per la notte, sebbene Amelia gli avesse premurosamente procurato un pigiama (più un paio di scorta) che si ostinava a proporgli ai piedi del letto.

Cercava di svegliarsi del tutto per scrollarsi di dosso l’ansia greve lasciata da quello strano sogno, la brutta sensazione derivante dall’incapacità di divincolarsi da un’invisibile costrizione che lo avrebbe inesorabilmente soffocato.

Il respiro si fece pian piano più calmo; verso est il cielo schiariva in una sorta di pulviscolo dorato, scacciando l’oscurità insieme all’ultimo alone argenteo dello spicchio affilato della luna al primo quarto.

Apparvero i primi bagliori del sole, che sbucava tra la nuvolaglia notturna. Gli tornò alla mente il brillio sfaccettato del solitario, donato ad Amelia il giorno di Natale, quando riluceva gagliardo sotto il lampadario del tinello del Gildo e della Tosca. Riluceva al pari dello sguardo raggiante di lei che lo rimirava all’anulare sinistro; rammentò che ebbe l’impressione di cogliere nei suoi occhi, grigi e fermi come certi cieli d’inverno, un guizzo di compiaciuta soddisfazione simile a quella del gatto che ha appena ingoiato un grasso canarino. Fu un attimo, una percezione fuggevole e prontamente rimossa.

Da quel giorno, la loro relazione era divenuta sempre più regolare e intima, tanto che la donna si era praticamente trasferita in casa sua, in via Angelo della Pergola, lasciando l’appartamento nella vicina via Borsieri (di dimensioni assai ridotte) al figlio Filippo, il quale aveva conquistato l’agognata indipendenza in maniera inaspettata e molto comoda.

Per la verità, il Vichingo avrebbe preferito un decorso più prudente e graduale. Magari anche vedersi quasi tutte le sere: ma la pacifica invasione dei suoi spazi (peraltro fino a quel momento affettivamente irrilevanti e affidati alle diligenti cure della signora Luisa) lo aveva un poco disturbato, facendogli percepire quasi come un’emanazione di sé quelle stanze alle quali non si era mai sforzato di imprimere alcunché di personale, a parte lo stereo e i vinili, ma che ora gli pareva violato, benché con innegabile grazia.

Nelle sere in cui Amelia lavorava al bar in via Jacopo Dal Verme, il Vichingo sedeva al tavolo con il Beppe, il Tino, il Sandrino e il vecchio Evasio, ma l’atmosfera si era guastata: certi lazzi e frizzi erano del tutto scomparsi, per l’imbarazzo derivante dallo sguardo affettuosamente vigile di quella che era considerata la morosa ufficiale, percepita come un’intrusa nel luogo che essi consideravano alla stregua di un club per gentiluomini inglesi, il cui ingresso alle femmine, soprattutto se mogli o fidanzate, rimaneva recisamente vietato.

All’inizio della primavera, tornando a casa durante la pausa pranzo per consumare un panino veloce, il Vichingo aveva trovato ad aspettarlo la signora Luisa, la quale lo aveva affrontato a muso duro:

“…scolta, Vichingo: son dieci anni e passa che ti pulisco casa e ogni tanto ti cucino pure e siamo sempre andati d’accordo, no? Adesso è arrivata questa qui che critica e comanda e a me non mi sta mica bene. Senza rancore: arrangiati. Lascia pure che te li faccia lei i mestieri; se un domani ti ritroverai da solo, sai dove trovarmi”.

Non gli lasciò nemmeno il tempo di fare domande né di tentare una qualsiasi mediazione: posando con solennità le chiavi di casa Donelli sul tavolo della cucina, gli aveva volto il poderoso deretano ed era uscita dall’appartamento e dalla sua vita, lasciandosi alle spalle una lieve scia di soffritto.

“E che problema c’è, Antonio? Alla casa posso badare io e tu risparmi dei soldi. Non pensavo che la signora fosse così permalosa, le ho fatto appena qualche osservazione che secondo me andava fatta, ecco tutto. Tra l’altro, mi hanno di nuovo aumentato le ore al call center, quindi lascerò il lavoro serale al bar. Avrò più tempo per dedicarmi a te e alla casa”.

Il Vichingo si era sentito percorrere da un brivido, ma aveva dato la colpa alla leggera corrente d’aria che si infilava nella stanza dalle finestre socchiuse. Curiosamente, aveva provato una sensazione assai simile all’allarmata preoccupazione che lo aveva pervaso una sera di molti anni addietro. Stava percorrendo il cavalcavia di Via Melchiorre Gioia in sella all’amata Elettra, la Harley Electra Glide 1965 con motore Panhead (come teneva a sottolineare, sebbene i più non cogliessero la finezza), quando si era accorto all’improvviso che i freni non funzionavano tanto bene. In pochi istanti si era figurato una serie di catastrofiche conseguenze, scongiurate dal fatto di essere riuscito a rallentare e a fermarsi poco prima di affrontare la discesa.

Nel giro di pochi mesi, le abitudini del Vichingo mutarono profondamente, il suo quotidiano costretto a forgiarsi attorno alla presenza di Amelia. Non era più solo, non aveva più bisogno di riempire certe serate insopportabilmente vuote ricorrendo alla compagnia di qualche vecchia amica, con la quale il sesso non era che una salutare attività volta alla momentanea soddisfazione reciproca, o peggio all’approccio fuggevole con una sconosciuta, della quale nemmeno gli interessava il nome.

Di Amelia conosceva ormai ogni centimetro di pelle, gli odori, gli errori, i progetti e le paure, perché si erano raccontati molte cose. Parlando con lei aveva infine sputato il rospo di un trauma negato, quello della scoperta dell’assassinio del padre per mano della madre, ma ancor più del tenace malanimo di questa nei suoi confronti.  Aveva compreso che poteva – doveva – liberarsi di tutto ciò, o almeno prenderne le distanze e smettere di rifuggire dai sentimenti. Dapprima si era sentito meglio, più leggero e al tempo stesso più saldo, ma dopo un poco si era insinuato una sorta di sottaciuto imbarazzo, di vergognoso disagio nei confronti di colei dinanzi alla quale si era infine messo a nudo. Non sarebbe più stato solo, non era questo che voleva, anche se ci aveva messo del tempo per capirlo?

Mancavano appena cinque anni alla fine del ventesimo secolo: il Vichingo avrebbe varcato quella soglia non più nei panni del guerriero nordico con la faccia da Gesù Cristo irridente che nessuno avrebbe mai messo in croce, ma in quelli del cinquantunenne Antonio Donelli.

La primavera procedeva spedita verso l’estate ma, a parte qualche giro per l’Isola nella pausa pranzo,  l’Elettra si intristiva nell’autorimessa, perché Amelia non amava le motociclette: quindi niente più domeniche con il vento nei capelli, ma semmai in auto, intrappolati nell’immancabile coda per raggiungere la prima spiaggia libera di Arenzano, dove approdavano tutti i milanesi che non avevano casa in Liguria, o sul Lago Maggiore.

Anche il tempo trascorso al bar tabacchi di via Jacopo Dal Verme si era drasticamente ridotto alla sola serata del venerdì. Il solito tavolo in fondo alla sala attorno al quale il Beppe, il Tino, il Sandrino e il vecchio Evasio giocavano alle carte con immutato accanimento, riuscendo nel contempo a discettare disinvoltamente, benché con qualche trascurabile deroga alle regole dell’ortografia e della sintassi, sulle cose della vita e del mondo, gli appariva come un microcosmo al quale non apparteneva più. Gli dispiaceva, inutile negarlo, ma il tempo passa e le cose cambiano, si diceva, e c’è sempre un prezzo da pagare. Però, ancora non aveva capito se era contento di questa sua nuova esistenza, oppure no.

Finché un venerdì sera di giugno, con una luna piena che faceva impallidire i lampioni, nell’aria un presagio di caldo, d’estate, di ragazze con le gonne corte svolazzanti sulle gambe nude e di voglia di abbracciarle tutte, anche solo per un momento, il Sandrino se ne uscì con una proposta che interruppe di colpo la briscola a cinque.

“Ragazzi, sentite qua: prima che i reumatismi o le morose ci fermino del tutto, partiamo per l’ultima zingarata. Scusa, Evasio, ma stavolta tu sei il due di picche e questa è una briscola a fiori, non so se mi spiego, ma puoi sempre darci la tua benedizione. Il mese di agosto siamo tutti in ferie, no? Allora saltiamo in moto e partiamo per la Provenza, noi tre da soli, come abbiamo fatto in tanti fine settimana, solo che stavolta la facciamo un po’ più lunga. Poi ciao, ognuno torna alla sua vita e alla sua morosa, se ne ha ancora voglia”.

Sul faccione del Sandrino, corpulento operaio della Marelli fedele solo alla sua Honda Gold Wing, passò un guizzo malizioso che gli cancellò di colpo almeno vent’anni. Era un lampo ribelle contagioso come uno sternuto: lo smilzo Beppe, autista alla Centrale del Latte di Milano dall’aspetto fine, finché non apriva la bocca, orgogliosamente dotato di Kawasaki ZI, si aprì in un sorriso che gli illuminò all’istante il volto affilato. Anche il Tino, litografo in una cartotecnica a Cinisello Balsamo, faccia da ragazzino un poco grinzoso e basso di statura, tanto che sopra la sua Suzuki GSX faticava a toccar terra con i piedi, non ebbe un attimo di esitazione.

“Allora, Vichingo, ci stai?”

Il Vichingo aveva gli occhi celesti socchiusi, ascoltava l’onda temeraria che saliva pian piano dal fondo dell’animo, assaporandone la quieta possanza: l’ultimo viaggio, poi avrebbe…non lo sapeva cosa avrebbe fatto: per ora era di nuovo il guerriero, il Vichingo dell’Isola.

“Puoi scommetterci che ci sto”.

Trascorsero il resto della serata sopra la carta geografica che il Sandrino si era già procurato, studiando percorsi e immaginando l’ultima mitica impresa, che avrebbe forse posto fine alla loro prestigiosa carriera di motociclisti e di impenitenti scapoli, con l’entusiastica partecipazione del settantenne Evasio, il quale i remi in barca li aveva tirati da troppo tempo.

Non ne parlò subito con Amelia, tergiversando alla ricerca delle parole e del momento giusto per ottenere ciò che voleva senza compromettere nulla, almeno per il momento.

Capitò che poco dopo, in una sera di metà giugno improvvisamente rabbuiata da un fragoroso temporale che risciacquava le strade dell’Isola, mentre cenavano Amelia disse, con inusuale spazientita ruvidezza:

“Senti, Antonio, sarebbe anche ora di pensare a riammodernare un po’ questo appartamento, no? Per sabato ho preso appuntamento con un mobiliere di Lissone, dovresti prendere bene le misure del soggiorno, della cucina e della camera da letto. Pensavo anche che dovremmo fissare una data per il matrimonio, sai che le situazioni indefinite non mi piacciono”.

O cazzo, pensò il Vichingo, perché non era tipo da perbacco.

Si sentì costretto con le spalle al muro, cosa che gli dava sommamente fastidio persino quando sedeva al tavolo del bar. Così rispose, in maniera altrettanto decisa e apparentemente incongruente:

“…guarda che il mese di agosto, quando l’officina sarà chiusa per ferie, partirò in moto per la Provenza con il Beppe, il Tino e il Sandrino”.

Per qualche minuto gli unici suoni percepibili in casa Donelli furono il brontolio crepitante dei tuoni, lo scrosciare dell’acquazzone e il fruscio delle auto sull’asfalto fradicio. Lo sguardo grigio di Amelia era cupo e immoto, il volto dai lineamenti marcati irrigidito, come l’intera persona: tutto in lei esprimeva furente riprovazione. Il Vichingo attendeva, indecifrabile come una divinità nordica.

“Non mi sembra proprio il caso, Antonio. E poi, scusa, mi sembra sottinteso che le ferie le facciamo insieme: tra l’altro, ho già detto ai miei di procurarci un appartamentino vicino a loro, nella regione dell’Alentejo.

Un fulmine saettò nel cielo in un lampo di luce algida, accompagnato da un crepitio schioccante: il rumore di uno schianto, di una rottura troppo grave per poter essere riparata.

Il Vichingo guardò a lungo Amelia, pensò alla dolcezza di certe notti, al conforto della sua presenza, all’insopprimibile tedio della sua ingombrante presenza, alla nostalgia dei silenzi di una casa vuota, capace di accogliere e stemperare le sue fugaci malinconie e le passeggere inquietudini. Si sporse verso di lei, allungando una carezza gentile sui capelli scuri.

“Mi dispiace, Amelia, questa non è la vita che voglio. Forse sono stato solo troppo a lungo, è troppo tardi o magari è troppo presto, forse semplicemente non ci sono tagliato, non lo so. Scusa, ma questa cosa non funziona e credo che sia meglio chiuderla adesso”.

Era probabilmente il discorso più lungo e complesso che il Vichingo avesse mai fatto e lo concluse con un certo affanno, ma con il sollievo di essere riuscito a fermarsi appena in tempo, come quella sera sul cavalcavia di via Melchiorre Gioia.

Amelia non tentò nemmeno di argomentare, si sfilò il solitario dall’anulare e lo lasciò cadere nel boccale di birra bionda dinanzi al piatto del Vichingo. Un plof simbolicamente definitivo. Dopo che se ne fu andata, il Vichingo si accomodò sulla poltroncina di vimini sul balcone e stette lì, in mutande e canottiera, a godersi lo spettacolo del temporale che strapazzava il cielo sopra l’Isola.

Rincasando la sera dopo, si accorse che Amelia aveva fatto scomparire ogni traccia di sé. Sul tavolo giacevano ancora i resti della cena della sera prima. Raccolse l’anello dal fondo del boccale di birra e pensò che avrebbe potuto rivenderlo; poi gli sembrò inutilmente meschino e lo chiuse a chiave in un cassetto: gli sarebbe servito a ricordarsi di essere più prudente.

Telefonò alla signora Luisa, la quale accettò di tornare a occuparsi della casa (tel chi el Vichingo, lo sapevo che non durava) e la sera dopo gli fece trovare una sontuosa insalata di riso e le alici con la salsa verde, santa donna. Doveva ancora dirlo al Gildo e alla Tosca, ma era certo della loro comprensione; sapeva che avrebbe sempre potuto contare sulla consolazione del loro affetto, peraltro sinceramente ricambiato.

Su una cosa Amelia aveva avuto ragione: quei mobili erano davvero brutti, soprattutto non erano suoi. Avrebbe cambiato tutto; un suo cliente aveva un piccolo mobilificio a Crescenzago e la sua amica Marzia (quasi sua coetanea, alta e bionda, spiritosa, quarta abbondante di reggiseno  e felicemente divorziata da un decennio) faceva l’arredatrice, di sicuro gli avrebbe dato qualche buon consiglio. Sarebbe stata l’opportunità per riprendere i loro incontri del martedì sera, che valevano più di una seduta dall’analista e di un pomeriggio di massaggi ayurvedici.

Dopo cena saltò sull’Elettra e fece un giro per la città, solo per il piacere di sentirsi l’aria sulla faccia e sugli avambracci nudi. Giunto al bar tabacchi di via Jacopo Dal Verme, smontò dalla moto con ritrovata scioltezza, fiero della precisione con la quale il corpo conserva la memoria di certi gesti. Entrò nel locale come una folata di vento, scuotendo la chioma leonina e bofonchiando il consueto saluto blandamente benedicente.

Raggiunto il tavolo dei soliti amici, ristette a guardarli per un attimo. Quando fu certo di avere la loro attenzione, adagiò la lunga figura su di una seggiola, tolse un elastico dalla tasca dei jeans, legò i capelli a coda di cavallo lisciandoli con quelle mani da meccanico larghe come badili ed esordì, un’espressione innocente sul volto da Gesù Cristo senza fede:

“Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato. Non sono più fidanzato, di nuovo libero come l’aria. Allora, dicevamo di questo viaggio in Provenza?”

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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