La scuola della distruzione creativa

Fine della guerra atomica, la terra è ridotta ad un desolato deserto… No accidenti questa è la trama di Kenshiro e della Scuola di Hokuto..
Allora….J. Shumpeter, inizio del secolo scorso, più noto esponente della nascente Scuola Austriaca.
Il pensiero economico di S. prende iniziativa dall’idea walrasiana classica del ciclo economico tendente ad uno stato stazionario (qui), che l’economista austriaco definisce come un processo di continua ripetizione delle stesse cose, sia in ambito produttivo che dei consumi.
In termini tecnici, una volta che la concorrenza abbia spinto il sistema verso la massima utilità di ogni operatore, allora si perviene ad una configurazione di produzione/scambi/consumi ottimale e non ulteriormente modificabile. Ognuno produrrebbe e consumerebbe sempre le stesse cose.
Ricordiamo che alla base di questa conclusione deve per forza esserci l’ipotesi che tanto le tecniche produttive quanto le funzioni di preferenza dei consumatori e produttori siano immutabili nel tempo.
Schumpeter, nella sua critica al concetto di sviluppo economico, parte proprio dalla rimozione di queste ipotesi, pur rimanendo all’interno del sistema concettuale dell’EEG walrasiano.
Per S.la rottura di questo stato stazionario avviene con l’introduzione di innovazioni che mutano, spesso profondamente, i precedenti sistemi produttivi. Egli elenca questi cinque tipi di innovazioni:
1) l’introduzione di un nuovo bene o servizio, ovvero una nuova qualità di un bene già esistente;
2) un nuovo metodo di produzione, una scoperta scientifica che abbia congrue ricadute in termini di tecnica produttiva, oppure un nuovo modo di trattare commercialmente un bene esistente;
3) l’apertura di un nuovo mercato;
4) una nuova fonte di materie prime o prodotti intermedi di produzione;
5) una nuova organizzazione di una certa industria (per esempio la creazione di un cartello/monopolio, oppure la rottura di un monopolio precedente).
Le aziende perseguono tali innovazioni per ottenere ovviamente un extraprofitto, che avevamo visto essere incongruente in uno schema di concorrenza perfetta. Il fatto è che per S.va ora distinta l’azienda che fa innovazione da quella non innovativa: la prima acquisisce una posizione di monopolio (temporaneo, ovviamente) fintanto che l’innovazione rimane propria e non viene replicata, e il prodotto nuovo scalza  quello vecchio (è quella che S.definì “distruzione creativa“).
Naturalmente il processo della concorrenza porterà prima o poi a replicare l’innovazione stessa e a riportare i prezzi ai costi (vds nota 1) eliminando l’extraprofitto. Sottolineo che tale scomparsa è da intendersi a livello della singola azienda precedentemente innovativa, in quanto l’extraprofitto si è ora diffuso a tutto il sistema economico determinando un aumento della ricchezza.
Naturalmente è possibile che il processo concorrenziale non funzioni perfettamente e laddove siano presenti brevetti, marchi, diritti e royalties eccetera questi causino il permanere della situazione monopolistica, trasformando l’extraprofitto in una rendita di monopolio.
S.tuttavia invita a non considerare del tutto negativamente questa eventualità di posizioni monopolistiche, in quanto (lo capiremo meglio fra breve parlando della sua teoria delle fasi dello sviluppo capitalistico) le maggiori innovazioni si fanno proprio internamente alle grandi aziende, frutto di concentrazioni e acquisizioni per conquistare rendite di posizione e economie di scala. Inoltre S.ritiene che la sospensione del processo concorrenziale anche per un periodo lungo possa rivelarsi una sorta di assicurazione contro i rischi derivanti dalla ricerca e/o adozione su vasta scala di innovazioni. Per capire al meglio questo punto però facciamo un passo di lato.

CREDITO E RISPARMIO
Con l’introduzione delle innovazioni nello schema fisso del EEG si pone il problema di come tali innovazioni vengano finanziate. Si noti infatti che in concorrenza perfetta ogni azienda finanzia i propri investimenti con l’utilizzo dei ricavi correnti, e al limite – tramite la manovra dei tassi di interesse – stimolando il risparmio privato.
Tuttavia S.ritiene che nello stato stazionario il risparmio (individuale o aziendale che sia) non esista o sia trascurabile rispetto alle necessità di investimento, in quanto parte dall’assunto che la fonte prima del risparmio sia proprio quell’extraprofitto che invece il processo concorrenziale vanifica e diluisce nell’intero sistema (vds nota 2).
Pertanto l’azienda per innovare deve far ricorso ad una disponibilità di denaro che oggi non ha: tale disponibilità è garantita dal credito, che finalmente riesce a inserirsi nello schema dell’equilibrio economico classico.
Tornando alla questione lasciata in sospeso nel paragrafo precedente, come si collegano credito e “assicurazione contro rischi delle innovazioni”? Ricordiamoci che le innovazioni non sono esenti da rischi e incertezza (vds punto 1 paragrafo PROS E CONS), e che siamo sempre nell’ambiente ultracompetitivo della concorrenza perfetta: perciò un ricorso massiccio al credito bancario per perseguire ricerche e processi innovativi, esteso a tutte le aziende, può comportare una indebita e indesiderata crescita del debito privato e finanche il deterioramento del credito stesso per inadempienza delle aziende che sbaglino nella ricerca innovativa o vi arrivino dopo delle altre.

FASI DELLO SVILUPPO CAPITALISTICO, CICLI ECONOMICI E SORTI DEL CAPITALISMO
S.distingue due fasi dello sviluppo capitalista: la prima che definisce “capitalismo concorrenziale”, e il secondo “capitalismo trustificato“.
La prima fase è caratterizzata da piccole e numerose aziende a conduzione individuale o familiare, caratterizzate dal lavoro personale dell’imprenditore, dalla sua propensione al rischio, dal suo coraggio e intuito. Il mercato di riferimento è caratterizzato da continue nascite di nuove piccole aziende a seguito delle continue innovazioni che vengono apportate.
La seconda fase è invece costituita da aziende più grandi, le quali sono in grado di alimentare il processo innovativo al proprio interno, in tal modo rinnovandosi sempre di continuo (in un certo senso anche limitando o ostacolando l’ingresso a nuove piccole aziende innovative in quanto possono contare su mezzi e risorse maggiori). Queste grandi aziende sarebbero guidate, più che dal singolo imprenditore o dalla famiglia, piuttosto da managers, dirigenti e quadri direttivi con funzioni specialistiche per seguire le varie fasi della produzione e anche delle attività collaterali (budgeting, programmazione finanziaria, personale eccetera).
Secondo S.questa evoluzione non è una delle possibili, bensì l’unica possibile del capitalismo, essendo connaturata alla sua natura. Per S.questa evoluzione ha un effetto tangibile sulla struttura sociale.
In primis, la delega delle funzioni imprenditoriali a soggetti terzi (CEO, amministratori delegati, Chief Financial Officers, eccetera) comporta la perdita delle funzioni imprenditoriali del vecchio proprietario, che diventa così un mero rentier dei dividendi delle sue azioni; in secundis, la maggiore dimensione e complessità dell’azienda, che la espone a maggiori rischi, richiede una sempre maggiore pianificazione e programmazione aziendale che va a detrimento di quello che una volta era il coraggio e l’intuizione dell’imprenditore individuale. Nella nuova società trustificata perciò la funzione imprenditoriale perde il suo significato e di conseguenza perde importanza la stessa classe borghese.
Un’ultima considerazione riguarda l’evoluzione degli stessi Stati: S.nota che nei paesi sviluppati si tende sistematicamente a forme di intervento pubblico nell’economia, quali investimenti pubblici che raggiungono e superano la quota di quelli privati, per arrivare infine a processi redistributivi della ricchezza che la spostano a favore dei consumi piuttosto che del risparmio (rammento che per i classici risparmio e investimento sono facce della stessa medaglia). Come si nota sono critiche a impostazioni proto keynesiane che stavano prendendo piede negli anni della Grande Depressione. La lezione che S.ne trae è che l’accumulazione di capitale (che lui ritiene essere l’attività che ha dato avvio allo sviluppo capitalistico e lo definisce ontologicamente) diviene sempre meno importante ai fini dello sviluppo del sistema, con la conseguenza che diventa sempre meno importante e marginale la figura dell’imprenditore, la sua stessa originaria ragion d’essere.
Tutto ciò spiega come mai S.parli addirittura di “impossibilità per il capitalismo di sopravvivere “, e come mai ritenga che il capitalismo sia destinato a subire un periodo di crisi finale che richieda il passaggio a forme di organizzazione economica diverse. Una posizione che lo rende affine ai classici e in particolare a Marx.
Un altro motivo di preoccupazione per S.consiste nel riconoscere, sempre al pari di Marx, le fluttuazioni cicliche economiche come connaturate al capitalismo stesso. Per S.i cicli sono anzi il modo in cui si manifesta il processo dello sviluppo nel capitalismo. Per S.infatti il motivo per cui sorge il processo ciclico sta nel fatto che le innovazioni non si distribuiscono più uniformemente nel tempo, bensì si concentrano e addensano in certi periodi piuttosto che altri, generando così i fenomeni ciclici. Inoltre, le continue innovazioni genererebbero fenomeni deflattivi che, combinati col rimborso del credito ottenuto per avviarle, provocherebbero una caduta del reddito prodotto e della profittabilità aziendale e una diminuzione del ritmo di introduzione delle innovazioni stesse, sparpagliandole ancor di più nel tempo.
Perciò, la conclusione del pensiero di S.è presto detta: essendo tale crisi del capitalismo un processo irreversibile, allora forme di economia pianificata, ancorchè non desiderabili, sono di certo del tutto possibili quale sfogo del processo stesso.

PROS E CONS
1) Come primi due “cons” vorrei mettere due personale riflessioni che non ho trovato (almeno così mi pare) altrove. Vi è nel ragionamento di S.sulle innovazioni una incongruenza rispetto ai principi dello schema walrasiano classico del EEG: le innovazioni presentate da S.non sono semplicemente acquisti di nuovi fattori produttivi (macchinari, atttrezzatura, capannoni), bensì prevalentemente Ricerca e Sviluppo (R&S). Però le R&S incorporano al loro interno una componente non indifferente di incertezza e rischio (il rischio che siano infruttuose di risultati, oppure che essi siano tecnicamente non realizzabili o antieconomiche, e ancora sulla durata della ricerca e dello sviluppo). Si introducono perciò nello schema del EEG simultaneo walrasiano questi due elementi che non sono compatibili con l’ipotizzato set informativo perfetto (dovremo aspettare Lucas per eliminare questa ipotesi). Portando alle sue conseguenze il ragionamento, per introdurre le R&S nello schema di EEG dovremmo introdurre una ulteriore variabile nelle sue equazioni: l’aspettativa degli extraprofitti futuri e quindi in ultima analisi l’aspettativa sui futuri prezzi relativi che si formeranno sul mercato quando e se l’innovazione avrà successo.
Ma questa ultima aspettativa, che è nota a tutto il mercato per via dell’ipotesi di completezza del set di informazioni disponibili agli operatori, sarà tale da modificare le scelte di consumo di alcuni (o tutti) i soggetti (coloro che decidono di rimandare un consumo in attesa di prezzi più bassi) e di produzione di altri (per riposizionarsi rispetto ad un competitor aggressivo, anche cambiando linea produttiva qualora l’innovazione non sia replicabile). La conseguenza sarà potenzialmente un minor consumo odierno, controbilanciato dai maggiori investimenti effettuati dalle aziende innovative, il cui saldo finale sarà tutto da verificare in termini di reddito prodotto (PIL).
Si noti che, per come è impostato lo schema di EEG questo non comporterà il venir meno della piena occupazione di tutti i fattori produttivi, lavoro compreso, ma potrebbe implicare un minor utilizzo orario degli stessi e pure un  minor riconoscimento salariale, con conseguenze sul livello dei consumi futuri (si noti infatti che la diminuzione dei prezzi, conseguenza delle innovazioni, è comunque un fatto futuro possibile, al contrario della certezza odierna di un minor stipendio). Il pericolo che il processo involva in una spirale depressiva non va preso alla leggera.
Quindi, delle due l’una: o si eliminano le ipotesi di informazioni perfette e complete (ma non si può più sostenere di raggiungere nè una soluzione matematica al sistema walrasiano, nè che questa sia la massima efficente), oppure si lasciano perdere le innovazioni.
2) La storia delle fasi del capitalismo appare altrettanto incongruente con il permanere nello schema concettuale concorrenziale dell’EEG, per cui sarebbe stato opportuno, da parte dell’Autore, approfondire la trattazione relativamente a come si modifica l’equilibrio economico generale venendo meno man mano  l’ipotesi della concorrenza perfetta. Qui possiamo accennare al fatto che i soggetti, non essendo più meri price takers bensì price makers, violino l’assunto per cui i prezzi si formano in base ad una moltitudine di offerte e domande sui mercati: i prezzi invece sarebbero sia rigidi rispetto alla quantità sia più alti che in concorrenza perfetta (lo abbiamo già visto, vd paragrafo sul mark-up in http://www.pianoinclinato.it/il-quantum-leap-dellunione-europea/#more-8209 ). Questo comporta che il processo non conduce nè a una ottimale allocazione di tutte le risorse, nè alla massima utilità per tutti gli operatori nè comporta necessariamente che venga allora rispettata la simultaneità delle decisioni di scambio/produzione su tutti i mercati (se alcuni/molti prezzi sono già fissati, ogni operatore potrà decidere di effettuare gli scambi per le quantità maggiormente desiderate, per non rischiare di venir successivamente razionato, e lasciare ad un successivo momento le decisioni relative ai mercati rimasti concorrenziali). Questa ulteriore complicazione (che prende nome di “economia sequenziale”, la rivedremo con Lucas) comporta necessariamente che si abbandoni l’ipotesi di informazioni complete e perfette per far posto alla necessità di farsi delle aspettative, delle previsioni, sul futuro.
La conseguenza è enorme: l’equilibrio che si creerebbe in ogni momento sarebbe parziale e assolutamente non intertemporale, cioè valido da qui per sempre, e quindi non avrebbe più alcun motivo di essere temuto (concettualmente) uno stato stazionario nel significato pensato da Walras e da Schumpeter.
3) S.ritiene che la crisi del capitalismo non sia risolvibile all’interno del capitalismo stesso, mentre vedremo che per Keynes invece siano possibili politiche economiche pubbliche che mantengano in vita il sistema, proprio quelle stesse che S.critica. La storia sembra dimostrare che Keynes a distanza di 80 anni dalla sua Teoria Generale abbia ancora qualcosa da dire. A mio parere va anche detto che S.sembra abdicare, nella parte conclusiva del suo ragionamento, alla funzione “creativo-distruttiva” delle innovazioni pur da lui stesso introdotte, e appare di natura extra economica ogni ragionamento “filosofico” sull’imprenditoria e la borghesia nella “economia trustificata”, idee che appaiono sinceramente molto legate a concezioni ottocentesche dell’imprenditore (specie alla luce delle iniziative che odiernamente prendono molti CEOs di multinazionali e grandi aziende).
4) L’idea che il diluirsi delle innovazioni sia causa delle fluttuazioni cicliche, in realtà fa un pò acqua, perchè si può benissimo argomentare che esso sia invece effetto delle crisi del sistema che deprimono il livello necessario degli investimenti per realizzarle. D’altronde le crisi economiche si presentano nelle forme più varie, senza comportare necessariamente fenomeni deflattivi come previsto da S. Anzi, come la crisi attuale dimostra, può esservi fluttuazione caratterizzata da deflazione pur in presenza di precedenti livelli decrescenti di investimenti privati, oppure una crisi di tipo stagflattivo in cui uno shock dei prezzi delle materie prime genera inflazione e stagnazione.
5) il maggiore contributo della teoria schumpeteriana sta  proprio nell’aver fatto da apripista ad una serie di considerazioni sulla reale struttura del mercato, caratterizzato da situazioni più realistiche rispetto alla concorrenza perfetta (monopolio, concorrenza imperfetta, oligopolio, concorrenza monopolistica), i cui principali contributi saranno dati da Sraffa, Robinson e Chamberlain, e serviranno da base per la teoria keynesiana che partirà proprio da queste per la propria fondazione.
6) Sulle economie pianificate tornerò in un prossimo articolo. Alla prossima!

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nota 1) In concorrenza perfetta la massima utilità si ha quando i ricavi marginali uguagliano i costi marginali, cioè produrre una unità in più di prodotto mi copre giusto giusto il costo della produzione di quella unità (oltre andrei in perdita). Matematicamente si può ricavare che questa identità è soddisfatta quando il prezzo è pari al costo.

(nota 2) Si può essere d’accordo o no, personalmente credo che che S.sbagli in quanto anche la quantità del risparmio è una delle incognite del sistema di equazioni walrasiano che va determinato in base alle curve di preferenza/indifferenza dei vari soggetti, e per i classici l’unica sua variabile determinante è il tasso di interesse.

Bibliografia: Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, 1977; Capitalismo, socialismo e democrazia, Comunità, Milano, 1955.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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