La tigre e il bandito: parte seconda

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“… i gesti apparentemente più nobili possono avere esiti tanto imprevedibili quanto indesiderabili”.

Cari “unicisti” (e smemorati), qui trovate il link della Prima Parte di questa storia.

Fu in quel periodo che nella sua giovane mente prese forma la convinzione che per essere liberi da ogni condizionamento occorra essere molto ricchi. Decise quindi che avrebbe perseguito quel fine, a tutti i costi e rapidamente. Cedette tuttavia alle insistenze materne e ultimate le scuole medie si iscrisse a ragioneria; del resto non aveva nessuna difficoltà a studiare e intuiva che anche per delinquere con successo e facendola franca un minimo di istruzione è indispensabile.

Negli anni ’70 la banda composta da Donato, Nandino, Oscar e Luciano si dedicò ai furti di opere d’arte e oggetti d’antiquariato perlopiù su commissione, perpetrati prevalentemente in dimore nobiliari o comunque altolocate ma anche in magazzini ove alcuni commercianti d’arte celavano manufatti procurati per vie che con un eufemismo si potrebbero definire traverse, cosicché non ne avrebbero mai denunciato la sottrazione.

L’idea era stata di Donato, il quale era stato attratto da quel settore così particolare per una serie di motivi tutti ugualmente determinanti: vi era il gusto sottile della violazione dell’intimità di ambienti che avrebbe magari potuto frequentare senza tuttavia appartenervi mai, poi la sfida rappresentata dall’esigenza di neutralizzare sistemi di allarme sofisticati, infine il gusto di rubare a degli antiquari disonesti per rivendere ad altri ugualmente disonesti, nella consapevolezza dell’esistenza del serio rischio di incorrere in rappresaglie feroci.

Benché giovane, Donato aveva la stoffa del capo: era brillante e generoso, dotato di fascino con quella parlantina sciolta, capace di ironia sottile come di battute in dialetto. Sapeva conquistare la fiducia dei compagni accordando una dose sufficiente di confidenza ma imponendo al contempo dei limiti invalicabili che lo resero potente e solo. Il nome del bandito rubacuori che amava gli abiti firmati prese a circolare in certi ambienti non proprio raccomandabili soffuso da un alone di leggenda. Abbandonata da qualche tempo la modesta dimora dei genitori si era trasferito in un appartamento in affitto nei pressi dello Stadio di San Siro. Lo aveva scelto dignitoso ma senza pretese,  comprendendo la necessità di non ostentare una ricchezza foriera di inevitabili sospetti. I rapporti con i genitori si erano progressivamente raffreddati da quando la madre aveva rifiutato dei soldi (che pure le avrebbero fatto un gran comodo) sospettando che non provenissero da occupazioni lecite, dato che non le risultava che il figlio ne avesse alcuna. Di tanto in tanto passava all’autofficina per salutare suo padre, il quale invece intascava senza far domande il denaro che lui gli offriva. Il biasimo materno gli suggerì tuttavia di procurarsi una fonte di reddito ufficiale e conoscendo le difficoltà nelle quali versava il proprietario di un negozio di pelletterie in Corso di Porta Romana, acquistò l’attività affidandogliene la gestione. Nel frattempo, al Giambellino l’eroina si stava portando via un’intera generazione e lo smercio di droga in Piazza Tirana e in via Odazio avevano completamente snaturato l’aspetto e l’essenza del rione.

L’innata irrequietezza che albergava nell’animo perennemente smanioso di Donato lo rendeva incline alla noia e lo sospingeva alla ricerca di nuove sfide.  Nel’76 entrò in contatto con alcuni personaggi incontrati nel fumoso scantinato della palazzina liberty in via Monte Rosa che ospitava il Derby, unico locale milanese nel quale si proponeva il cabaret (il primo era stato il Nebbia Club di Franco Nebbia, ma aveva chiuso i battenti nel ’68). Frequentava il Derby da quando era adolescente e tra gli altri vi si esibiva un dottorino dell’Ospedale di Vialba che cantava strofe strampalate in milanese, raccontando di barboni in scarpe da tennis e di cani con i capelli. In quel decennio, comunemente e non del tutto a torto definito “di piombo”, a Milano si poteva anche ridere e al Derby ridevano il grande imprenditore, la famosa cantante, l’acclamato attore, il politico rampante e qualche grosso nome della mala, ammassati in uno spazio angusto a contendersi la medesima aria satura di aroma di sigari e di effluvi alcoolici. La banda del Giambellino aveva accolto dunque alcuni nuovi componenti di una certa esperienza: era il momento di allontanarsi dal mondo ristretto dell’antiquariato per cimentarsi con le rapine alle banche e con i rapimenti, attività piuttosto diffusa in quel periodo.

Il primo sequestro fu messo a segno nell’inverno del  ’77 dopo qualche settimana di appostamenti per studiare le abitudini della vittima, la diciottenne figlia di un imprenditore milanese. La ragazza fu prelevata alle diciannove di una sera piovigginosa in via Casati, dove era solita recarsi quasi tutti i pomeriggi per studiare con un’amica, prima che avesse il tempo di salire sulla Mini Minor verde scuro che papà le aveva regalato appena un mese prima, quando aveva conseguito la patente. Nandino e Oscar furono rapidi ed efficienti e Luciano guidò con disinvolta prudenza la Lancia Delta blu rubata fino al covo di Metanopoli, un appartamento affittato dalla donna di Oscar.

Quando Daniela riprese i sensi l’odore dolciastro del cloroformio rimasto sotto il naso le provocò una leggera nausea. In preda a una sorta di ottusa confusione si guardò attorno: la stanza era piccola, l’arredamento composto dal letto e da un tavolino rettangolare con due sedie, la nuda lampadina che pendeva dal soffitto emanava una pallida luce. Una piccola finestra protetta da fitte inferriate affacciava su quello che nell’oscurità piovosa le parve un vasto gerbido e le suggerì che doveva trovarsi al sesto o settimo piano di un palazzone; la maniglia era bloccata. Si avvicinò piano all’uscio. Scoprì che era solo accostato e conduceva ad un breve corridoio con due porte alle estremità: una si apriva su un minuscolo bagno con una finestrella appena sotto il soffitto, spalancata ma anch’essa munita di robuste sbarre, l’altra era chiusa a chiave e le parve di cogliere i suoni di una conversazione sommessa. Comprese immediatamente di essere stata rapita e che non vi era alcuna possibilità di fuga, ma curiosamente si preoccupò del compito in classe di fisica programmato per il giorno dopo, che avrebbe saltato. Poi pensò che mancava poco a Natale, ricordò il grande abete addobbato e luccicante nella sala da pranzo della bella casa in Via Corridoni, immaginò i suoi genitori che avevano atteso invano il suo ritorno.  Allora si sentì del tutto lucida ed ebbe paura.

Donato aveva partecipato a qualche appostamento in via Respighi davanti al Leonardo da Vinci, il liceo scientifico frequentato dalla ragazza: l’aveva giudicata carina, forse persino  bella ma di una bellezza aristocraticamente algida, certo non un tipo che si sarebbe voltato a guardare. Quando l’Oscar ebbe deposto la snella figura esanime sul letto della monacale stanzetta con rispettoso riguardo, poiché erano gentiluomini e mai avrebbero maltrattato una donna, ristette un poco ad osservare il viso dalla forma allungata, il naso sottile, la bocca dalle labbra piene, le scure sopracciglia arcuate, i lunghi capelli castani sparsi sul cuscino. Avvicinò cauto la mano a quella massa lucente e la sentì morbida e viva sotto le dita, come se l’era immaginata e si chiese di che colore fossero i suoi occhi. Ebbe ad un tratto la consapevolezza di quanto lei fosse inerme in quel momento e ne fu turbato.

Sentendo la chiave girare nella serratura Daniela si irrigidì, il battito del cuore rimbombante nelle orecchie. L’uomo che reggeva un vassoio con un piatto fumante era alto, le spalle larghe, il volto celato da un passamontagna; notò che indossava jeans attillati, Clarks color sabbia e un dolcevita nero che pareva in cachemire e ne fu piuttosto sconcertata.

 Era imprudente, lo sapeva. Ma era presuntuoso e audace ed era il capo: avrebbe gestito le cose a modo suo, come sempre. Posò il vassoio sul tavolino e si avvicinò al letto; si accorse del ritrarsi istintivo della ragazza ma nelle iridi castane screziate di venature giallo dorato ravvisò la quieta determinazione di chi è consapevole della propria forza e per un attimo si smarrì nel ricordo di un altro sguardo, in una notte di nebbia di tanti anni prima. Si sfilò lentamente il passamontagna.

“So che è abituata a ben altri comfort e mi scuso per il disturbo che le stiamo arrecando. Se la sua famiglia sarà ragionevole la permanenza qui non durerà a lungo; comunque stia tranquilla: nessuno le farà del male, questo glielo garantisco”.

Daniela osservò il giovane uomo dalla voce ferma e fonda valutandone il volto appuntito, gli occhi del colore dei fiordalisi dall’espressione priva di compassione, semmai lievemente canzonatoria, i capelli biondi e mossi ricadenti sulle spalle, i baffi che sfioravano il labbro superiore pronunciato. I movimenti fluidi e la gestualità misurata esprimevano una sensualità vigorosa, si accorse che aveva belle mani curate dalle dita lunghe. Sentì che il battito del cuore riprendeva un ritmo normale mentre la paura si stemperava in un’eccitazione ansiosa. Ebbe la straniante sensazione di essere scaraventata indietro nel tempo e rivide se stessa bambina.

La pesante porta di quercia in fondo alla breve scalinata che stava in fondo alla cucina, dove solevano consumare i loro pasti la tata e la cameriera, conduceva in cantina, un luogo buio e odoroso di umidità che aveva appena intravisto: le capitava talvolta di percepire piccoli rumori dietro quella soglia e ne aveva un oscuro timore, ma la curiosità di scoprire cosa vi si celasse era infinitamente più grande.

Nei giorni seguenti Donato seguitò a servirle personalmente i pasti; entrava con il viso coperto dal passamontagna ma se ne liberava non appena aveva richiuso l’uscio. Mentre si portavano avanti le trattative con la famiglia, alla quale avevano richiesto un riscatto di un miliardo di lire, prese l’abitudine di trascorrere molto tempo in sua compagnia. Discorrevano, si studiavano e soppesavano con reciproca curiosità: la distanza che li separava era tale che non avrebbero mai potuto stabilire un contatto altrettanto sincero e in un certo senso scevro di pregiudizi al di fuori di quell’ambiente rarefatto. Da vanesio quale era egli le raccontò alcune delle sue “gesta”. Lei lo ascoltava cercando di conciliare la fascinazione di quei racconti mormorati nella penombra con i solidi principi morali sui quali si fondavano le sue aspirazioni per il futuro: benché giovane, era giudiziosa e anche ben cosciente della sua posizione privilegiata.

“Lo sai che i miti non possono invecchiare? Ti toccherà scegliere tra morire giovane o deludere, fallendo miseramente”.

“Né l’una né l’altra. Tra qualche anno mi comprerò un’isola o un intero atollo in qualche luogo sperduto e vivrò da nababbo, cadendo in un meritato oblio. Magari imparerò anche a pescare. Tu invece cosa farai da grande?”.

“Penso che mi iscriverò a Economia e Commercio e lavorerò con papà in azienda. Se ce ne sarà ancora una, dopo che avrà pagato il mio riscatto!”

“Ma è quello che vuoi? “

“Non lo so”.

Era il 25 dicembre e nevicava, fiocchi leggeri volteggiavano davanti all’inferriata della finestra. Nel covo a Metanopoli era rimasto solo Donato: anche per i delinquenti Natale è Natale e lui era l’unico del gruppo a non avere una compagna fissa né una famiglia alla quale avesse voglia di tornare, nemmeno per quel giorno. La sera della vigilia era passato da una gastronomia del centro e a Natale all’ora di pranzo aveva apparecchiato la tavola in tinello con una quantità esagerata di squisitezze. Avevano bevuto Veuve Cliquot nei bicchieri di plastica e a un certo punto si erano zittiti, ognuno perso nei suoi pensieri.

“Perché lo fai, Donato? Perché vivi così?”

Lui ci aveva messo un po’ a rispondere.

“Perché mi piace, mi fa sentire vivo e potente. Poi…vedi, alcune persone hanno tutto per semplice diritto di nascita, come te. Altre, come me, se vogliono tutto se lo devono prendere. Io ho fretta. Per via di quel progetto dell’isola, sai”.

Le aveva sorriso storto e si erano guardati a lungo negli occhi, le parole non dette sospese nell’aria sempre un poco stantia di quelle stanze. Il bandito aveva realizzato che quella ragazza rappresentava tutto quello che lui non era né avrebbe mai potuto essere; lei aveva intuito che la spavalda vitalità di Donato conteneva un’implicita pulsione autodistruttiva e aveva pensato alla presunzione di Icaro, alla brevità del suo folle volo e alle fragili ali liquefatte dal Sole.

Si erano alzati, si erano allacciati in un abbraccio, avevano mescolato fiato e sudore, si erano amati con la furia vorace di chi si aggrappa a un presente di cui conosce la fugacità, come le orbite di due pianeti incompatibili che per effetto di qualche bizzarra congiunzione astrale un giorno si sfiorino: un lampo incandescente, una breve vampa, un solo attimo avulso e perfetto. Poi l’oscurità di una lontananza siderale.

Daniela fu rilasciata due settimane dopo; Donato aveva preteso che fosse la madre a recuperarla consegnando il denaro e lo scambio avvenne all’alba di un giorno piovigginoso e tetro nella campagna attorno a Paullo. Dopo che Oscar ebbe ritirato il borsone e controllato il contenuto, Daniela si avviò a passi lenti verso la madre ma ad un tratto si volse, corse indietro e abbracciò il suo carceriere. Poggiando le labbra sul passamontagna bisbigliò:

“E se stessi sbagliando tutto, Donato?”,

e lui non capì  chi fosse il soggetto della domanda, che in realtà poteva valere per entrambi.

Il quesito gli tornò alla mente all’incirca tre anni più tardi, allorché una rapina in una banca degenerò e per colpa di un pivello esagitato si trasformò in una strage. Tra i civili rimasti a terra vi era una bambina di una decina d’anni: fu allora che gli fu chiaro che aveva sbagliato tutto e si lasciò arrestare. Fu riconosciuto colpevole di altre quattro rapine a mano armata, dell’uccisione di due poliziotti durante una rocambolesca fuga e di alcuni sequestri (compreso quello di Daniela, sebbene essa avesse ostinatamente negato di riconoscere in lui il suo sequestratore). Si assunse con tranquilla sfrontatezza  tutte le sue responsabilità e si beccò l’ergastolo. Dopo diversi tentativi di evasione, alcuni dei quali riusciti ma solo per pochi giorni, si rassegnò infine a trascorrere il resto della vita in gabbia e allora rammentò la triste storia della tigre del circo.

Terminato il liceo Daniela si iscrisse a medicina e dopo la laurea partì con un gruppo di Médecins sans frontières per l’Africa, continuando a prestare la sua opera in zone di guerra e infischiandosene sia delle aspirazioni frustrate che delle proteste della sua famiglia. In talune notti senza luna, quando in qualche luogo remoto ascoltava il cupo boato dei colpi di mortaio portato dal vento, pensava con gratitudine al bandito che sognava di comprare un’isola e che narrandole la sua distopica ribellione le aveva fatto dubitare che la strada che altri avevano predisposto per lei, benché facile, non l’avrebbe resa felice. Era andata avanti fino a quando non si era sentita troppo vecchia e troppo stanca per sopportare tutta la pena e l’orrore che aveva cercato di allievare, sopraffatta dalla consapevolezza che certe guerre non avrebbero mai avuto fine e che di molti fantasmi non si sarebbe mai più liberata. Facendo ritorno a Milano dopo tanti anni, i luoghi e le persone le erano parsi del tutto estranei: il prezzo da pagare per la vita che si era scelta era una solitudine definitiva popolata da ricordi non condivisibili.

Le capitò di leggere del respingimento della domanda di grazia presentata dai legali di Donato Perego e rifletté sul fatto che il bandito che inseguiva la libertà aveva finito col trascorrere la maggior parte della vita in prigionia. Ne provò una pena struggente e le venne il desiderio di rivederlo. Fu solo un attimo, poi decise che lo avrebbe ricordato per sempre com’era quel lontano giorno di Natale: immortale, in un sublime momento perfetto.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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