La vacanza del Vichingo dell’Isola

Erano ormai le dieci di una calda serata d’agosto, allorché giunse in via Angelo della Pergola e arrancò fino al terzo e ultimo piano del vecchio edificio dai muri tinteggiati in un brutto color mattone sbiadito. Infilando le chiavi nella toppa, pensò che era esausto e accaldato ma soddisfatto: per un paio di giorni si era trattenuto in officina dopo l’orario di lavoro dedicandosi a una meticolosa messa a punto dell’amata Elettra, la Harley Davidson Electra Glide del 1965, motore Panhead (andasse al diavolo chi non coglieva la raffinatezza). Lui, il glorioso motore Panhead, alla fine non aveva mancato di manifestare la sua gratitudine con un ronfare possente e rotondo come quello di un grosso gatto: grato e condiscendente, mai del tutto addomesticato. Mancava poco alla chiusura per ferie e alla partenza con gli amici motociclisti per l’ultimo viaggio da uomini liberi; ma poi forse, chissà, non era mica detto. Antonio Donelli, detto “il Vichingo” per le sembianze da marcantonio nordico dalla lunga chioma bionda nonché dalla bella faccia da Gesù Cristo soavemente strafottente, e “dell’Isola” non solo per la provenienza ma soprattutto per l’appartenenza a quel rione milanese, tanto particolare e fieramente distaccato dal resto della città, era pronto.

Quando aprì l’uscio fu accolto dalla fresca penombra delle tapparelle abbassate, sempre fosse benedetta la sciura Luisa. Fece appena un poco di luce nel tinello. Rimirò compiaciuto le pareti dipinte in un caldo arancione, il divano e le due poltrone blu posti di fronte alla libreria minimalista, lo stereo con le massicce casse acustiche e i vinili ordinatamente in bella vista. Sul piano di cristallo del tavolo ovale, attorniato da sei sedie dallo schienale alto e stretto, riluceva una ciotola di ceramica blu ricolma di caramelle dagli involucri colorati; blu erano anche le porte, laccate con una vernice opaca. Passò nella piccola cucina modernissima, tutta in acciaio e laminato grigio lucido e prese una birra dal frigo.  Entrò nella camera da letto, dove una porzione era stata adibita a cabina armadio, buttò sulla panchetta ai piedi del letto i jeans e la polo con il logo dell’officina ricamato in filo nero e infilò i calzoni corti.

Fu allora che, per un breve attimo, ebbe la percezione di una fragranza d’agrumi del tutto simile al profumo che era solita usare Amelia: un effluvio lieve, gentile come la brezza che talvolta si leva al tramonto, persino a Milano.

Amelia, i tratti spigolosi che mostravano i segni del tempo e di qualche dispiacere sedimentato in fondo all’animo, gli occhi grigi e fermi come certi cieli d’inverno che annunciano una pioggia che poi non arriva. Il calore confortante dei suoi abbracci e della sua complicità. Ne ebbe d’improvviso nostalgia, ma fu un embrione di pensiero che nemmeno vide la luce: durò appena un istante, poi si dissolse come quella scia odorosa arrivata da chissà dove e subito scomparsa.

Gli piaceva, quella casa colorata e priva di fronzoli. Quando Amelia se ne era andata, era divenuta impellente l’esigenza di trasformare in “casa sua” quelle stanze, appartenute ai genitori e mai modificate più che altro per incuria. Aveva allora riallacciato i rapporti con l’amica Marzia, la quale di professione faceva l’arredatrice; dopo una rimpatriata ad ampio raggio che si era protratta fino all’alba, davanti alla moka gorgogliante le aveva spiegato a grandi linee cosa gli sarebbe piaciuto. Quella sera stessa l’amica gli aveva sottoposto un progetto e alcuni cataloghi; il Vichingo aveva scelto senza troppe incertezze. Le aveva chiesto di occuparsi di tutto il più velocemente possibile perché era un uomo che quando infine prendeva una decisione non conosceva la pazienza e non aveva nemmeno chiesto ulteriori sconti, cosa che aveva un poco meravigliato Marzia.  D’altronde il Vichingo (uno che, come si usava dire a Milano, non teneva nemmeno l’acqua dei fagioli) sulla sua ragguardevole vincita alla Lotteria del Giro d’Italia del 1988 aveva mantenuto un singolare riserbo, tacendo con tutti tranne che con il Gildo, proprietario dell’officina specializzata nella riparazione di moto di grossa cilindrata nella quale lavorava sin da ragazzino, quando gli aveva proposto di diventare socio nell’attività. Colui che al bar tabacchi di via Jacopo dal Verme era solito sciorinare le sue vicende amorose, sovente corrette e condite con qualche licenza poetica, con la nota apertura dall’ambizione di ouverture “ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato”, aveva taciuto un altro fatto legato a quella vincita, ovvero l’incontro con la bella francesina che a Fuerteventura lo aveva turlupinato fregandogli venti milioni di lire. Non erano soldi guadagnati, dunque quella perdita non lo aveva turbato granché, ma la figura da fessacchiotto lo imbarazzava al punto che si era sforzato di non pensarci proprio, relegandola nell’angolo più negletto della memoria.

Alla fine di luglio l’appartamento era completamente rinnovato. Ne aveva tratto una grande soddisfazione, come il giorno in cui aveva visto il suo nome e cognome accanto a quelli del Gildo sulla carta intestata dell’azienda. Tuttavia, in certe serate fiacche trascorse in solitudine davanti al televisore, guardandosi attorno provava un vago senso di estraneità. Se il Vichingo fosse stato uomo capace di una certa profondità di pensiero, a quel punto si sarebbe domandato se lui somigliasse a quel gradevole ambiente, non privo di una certa ricercatezza, o se fosse piuttosto affine alla vecchia cucina in formica e al buffet impiallacciato con il contro buffet. Ma non era quel tipo d’uomo, perciò poteva seguitare a vivere sereno.

Terminati i lavori in casa, completata la messa a punto della moto, era determinato a godersi gli ultimi sprazzi di una giovinezza che stava inesorabilmente declinando.

Mentre ad Atlanta si erano appena conclusi i Giochi Olimpici e nel corso di un concerto a Los Angeles i Ramones avevano annunciato il ritiro dalle scene, Milano si preparava a tirare il fiato osservando senza preoccupazione l’esodo dei milanesi verso i luoghi di vacanza. Avrebbero fatto ritorno ben prima che potesse sentirne la mancanza; nel frattempo i vecchi, gli sfigati e gli snob che non vanno in ferie a ferragosto si sarebbero appropriati delle strade vuote, ciabattando senza imbarazzo verso i pochi bar dotati di uno straccio di dehors.

Come quello di via Jacopo Dal Verme, davanti al quale il venerdì sera si ritrovarono il Vichingo, il Beppe, il Tino e il Sandrino in sella alle poderose motociclette tirate a lucido per la partenza. Si accomiatarono con una certa solennità dinanzi a un pubblico numeroso ma infiacchito dall’afa. Solo il vecchio Evasio, compagno di briscola ma anche omonimo e coetaneo del defunto padre del Vichingo, era visibilmente eccitato e quasi commosso.

Salutarono tutti come se conoscessero tutti e come se non dovessero ritornare mai più, tra un agitar di mani e con l’accompagnamento di un roboante concerto a quattro voci.

Erano una Harley Electra Glide, una Honda Gold Wing, una Kawasaki ZI e una Suzuki GSX; in sella quattro tizi variamente squinternati accomunati dalla riluttanza a scivolare verso la cinquantina senza mettere in scena l’ultima (o penultima) rappresentazione di una confusa idea di libertà.

Come i quattro dell’Ave Maria e i quattro dell’Apocalisse, i quattro dell’Isola cavalcavano dentro il tramonto polveroso verso Ventimiglia, il vento nei capelli (chi ne aveva a sufficienza) e l’animo disposto all’avventura, una qualsiasi da raccontare e raccontarsi, da ricordare quando sarebbero infine diventati vecchie carcasse in disarmo al pari dell’Evasio. Eroi per gioco, per finta, eroi come nel profondo dei loro cuori pavidi sapevano che non sarebbero mai stati, erano solamente quattro uomini in fuga da un quotidiano banale, talvolta meschino, dalla solitudine incombente e da troppi abbandoni, dal recondito rammarico per le occasioni che non si erano nemmeno presentate e uno di loro, il Vichingo, dalla consapevolezza dell’inammissibile odio di una madre assassina.

Arrivarono a Ventimiglia che era quasi mezzanotte. Varcarono il confine di Stato, l’immaginaria linea tra qui e là, tra casa e altrove, con infantile emozione. In un autogrill sull’autostrada avevano mangiato controvoglia dei panini molli dal sapore incerto avvolti nella plastica, consolandosi con la Coca Cola fresca. Stabilito che nessuno aveva voglia di dormire, puntarono dritti e fieri verso la Costa Azzurra: vi respirarono il mare, le luci, i locali pieni di gente; si inebriarono dei rumori e degli odori della notte che non cerca il riposo. Percorsero la costa da Nizza a Cannes: era la scenografia ideale per esibirsi in una memorabile sfilata al rallentatore, alla quale nessuno prestò attenzione.

L’orizzonte si tingeva di rosa a larghe pennellate quando raggiunsero Aix En Provence. Vagarono un poco per le strade ancora silenziose, tra botteghe artigianali e palazzi signorili dal fascino elegantemente appassito. Di tanto in tanto una leggera brezza ancora fresca portava con sé avvolgenti aromi di pane fresco, di dolci, di qualche spezia e di lavanda. Quando si fermarono dinanzi a un piccolo caffè, il Vichingo nemmeno tentò la consueta discesa dalla moto in scioltezza, era stanco morto e comunque non c’era nessuno a guardare. Fu il Tino, gli occhi arrossati e il volto precocemente grinzoso da bambino invecchiato più stropicciato del solito, a esprimere senza troppi giri di parole le condizioni del gruppo:

“Io però adesso sarei in po’ stanco. Facciamo colazione e cerchiamo un albergo, magari fuori città che costa meno. Non so voi, ma se non dormo non so mica se ci arrivo, ai cinquanta”.

Nel gruppo non c’era un capo ma il Tino era l’unico a maneggiare un francese fluente, quindi gli era stato affidato il compito di parlare a nome del gruppo per evitare fraintendimenti e brutte figure. Ciò gli conferiva comunque una certa autorità: finsero perciò di adeguarsi alla sua proposta, tirando un sospiro di sollievo. Si avventarono con ritrovato entusiasmo sul café au lait e sui croissants, ognuno pregustando il momento in cui avrebbe potuto scaraventarsi su un letto. In realtà vi fu un momento, forse tra il terzo e il quarto giro di quei sublimi croissants ancora tiepidi che avevano l’unico difetto di essere piccoli, in cui il genuino Sandrone, in uno slancio di sincerità e traducendo direttamente dal dialetto meneghino, ammise che

“…per me, non siamo più buoni di girare tutta la notte a fare i pirla”.

Una pietra tombale che nessuno volle sottoscrivere, ma non ce n’era alcun bisogno.

L’albergo suggerito dal barista era una cascina in mezzo alla campagna, racchiusa dentro alte mura in pietra sulle quali si arrampicavano gelsomini e rose. Disponeva di appena una decina di linde camerette arredate con vecchi mobili ridipinti con decori floreali, ognuna delle quali affacciava con una stretta finestra sul giardino attorno alla casa dove ulivi, fichi e mimose si alternavano alle erbe aromatiche nelle aiuole delimitate da pietre bianche. Dopo una settimana spesa esplorando le gole del Verdon, qualche sentiero polveroso tra rocce del colore dell’ocra a Roussilllon e i villaggi medievali arroccati sulle colline del Luberon, dove si imbatterono nel castello che fu del Marchese De Sade, prima di essere acquistato da un celebre sarto francese del quale il Beppe aveva una cravatta, regalata da qualche morosa dimenticata, i quattro dell’Isola dovettero ammettere che si stavano annoiando a morte. Ovunque guardassero vedevano coppie e famiglie; un giorno si erano aggregati a un gruppo di motociclisti con i quali si erano recati ad Avignone, ma erano ragazzi giovani con i quali avevano potuto spartire, per l’appunto, solo un pezzo di strada.

L’evento più vicino all’avventura poteva individuarsi nella cena in un ristorante tipico, dove avevano scoperto che la specialità locale era un piccione poco cotto e molto speziato al pari del quale erano stati spennati, tant’è che per qualche attimo avevano ipotizzato di fiondarsi fuori dal ristorante, saltare in moto e dileguarsi nella notte senza pagare l’esoso conto. Per di più, faceva caldo come a Milano. Ancora una volta, era stato il poco diplomatico Sandrone a dar voce al comune sentimento:

“Ragazzi, non ci siamo. Mi sa che a Milano Marittima ci divertivamo di più”.

Quella stessa sera, in una trattoria nella parte vecchia della città, assaggiavano un prelibato piatto di agnello alle erbe aromatiche con l’animo confortato dalla decisione di lasciare la Provenza per fermarsi qualche giorno in Costa Azzurra.

“Dai, gli ultimi tre giorni di vacanza: offro io”,

aveva deciso magnanimo il Vichingo appena si erano accomodati, stendendo le gambe lunghe davanti a sé mentre cercava di lisciare le arruffate chiome bionde con le mani da meccanico grandi come padelle. Ma ecco che, proprio quella stessa sera, successero due fatti concomitanti che cambiarono i loro programmi.

Il primo consistette nell’arrivo, al tavolo accanto a quello dei quattro dell’Isola, di tre teutoniche bellezze dalle forme un poco abbondanti generosamente in vetrina. Assai prossime ai cinquanta che nemmeno portavano tanto bene, erano simpaticamente scollacciate e palesemente in cerca di attenzioni. Il Vichingo le osservò senza parere e gli venne in mente Marzia, la quale sfioriva con disinvoltura mentre la sua procace bellezza smarriva l’aggressività giovanile, conquistando una sorta di regale noncuranza. Pensò allora che sarebbe sempre stata bella: perché aveva qualcosa di speciale che non sapeva definire ma che gli anni non avrebbero potuto offuscare (“sì, ma adesso cosa c’entra la Marzia? A proposito, chissà dove è poi andata in ferie”).

Si era distratto appena un attimo, e già il Beppe, il Tino e il Sandrone socializzavano con le vicine. All’inizio degli anni ’70 i tre erano partiti per la Germania in cerca di lavoro, perciò parlavano discretamente il tedesco. Il Vichingo divagò nuovamente rammentando la fretta con la quale avevano lasciato l’Isola per Düsseldorf e il loro improvviso e simultaneo rientro, cinque anni dopo: dettagli sui quali qualche pettegolo aveva a suo tempo almanaccato. Tra di loro non ne avevano mai parlato; del resto, il Vichingo sapeva per esperienza che vi sono cose che non si riferiscono nemmeno agli amici più cari. Quando si riscosse dalle sue riflessioni comprese che li stava di nuovo perdendo, sebbene per un periodo senz’altro più breve.

Ed ecco che avvenne il secondo fatto.

Le manovre dei tre amici non erano sfuggite alla giovane cameriera italiana (il Vichingo aveva già avuto modo di notarla: bruna, carina, le belle gambe snelle messe in mostra dalla minigonna in jeans), la quale a un certo punto aveva addirittura suggerito di unire i due tavoli. Fu al momento di servire gli amari che lanciò un’occhiata insolente al Vichingo, il quale assisteva con annoiata indulgenza alla messa in scena di un repertorio che incominciava a trovare un poco trito:

“Dato che mi pare di aver capito che domani non avrai di meglio da fare, forse potresti darmi un passaggio fino alla spiaggia di Piémanson, in Camargue. Il mio lavoro al ristorante finisce stasera e mio fratello è lì in campeggio con alcuni amici, mi faresti davvero un favore”.

Il Sandrone, il Beppe e il Tino si tacquero all’istante, subito attenti.

Frangetta sugli occhi da cerbiatta, nasino all’insù, sorriso beffardo, le “e” superbamente spalancate, come solo a Milano. Giovane, tanto giovane da non avere mai visto i tram con la livrea bitonale verde e nera. Ma il Vichingo poteva forse il sottrarsi?

“Ma certo, perché no?”

“Tel chi el Vichingo”,

bofonchiò il Sandrone con un sogghigno, e ognuno di loro quella sera si coricò con una propria idea dell’indomani in testa.

I quattro dell’Isola si ritrovarono di buon’ora per la colazione; si salutarono ben presto con l’intesa di ritrovarsi in albergo per l’ora di cena.

Caterina aveva appena diciannove anni ed era iscritta al primo anno di Medicina. Spiegò al Vichingo che aveva lavorato due mesi in quel ristorante per guadagnare qualche soldo perché i suoi erano impiegati e per consentirle di studiare facevano dei sacrifici. La ragazza gli soffiava parole nell’orecchio appoggiandosi alla sua schiena, mentre lui guidava la Harley su strade tortuose. Poteva percepirne l’alito tiepido e il calore della pelle attraverso la sottile maglietta di cotone, ed era una bella sensazione.

Seguendo le indicazioni di Caterina si ritrovò a viaggiare tra paludi, terre coltivate e pascoli dove si muovevano piccoli branchi di cavalli bianchi. Soffiava un vento fresco e impetuoso che rendeva difficoltoso portare la moto e lei gli spiegò che era il mistral, il vento che arriva dalla valle del Rodano. Prendendo la strada per la costa passarono in mezzo alle saline: montagne di sale di un candore abbacinante si stagliavano contro il cielo blu, tra i bacini di evaporazione dove l’acqua stagnante assumeva sfumature rosate. Era uno spettacolo maestoso e ristettero a contemplarlo in silenzio per qualche minuto.

La strada sterrata si faceva sempre più stretta, insinuandosi tra saline, stagni e acquitrini sui quali di tanto in tanto stormi di fenicotteri rosa si levavano in volo. Finiva all’improvviso dinanzi a una lunga striscia di sabbia e dune, oltre la quale il mare si confondeva con il cielo. Non vi erano strutture di alcun tipo e, come avvisava un cartello, il campeggio era consentito ma per l’acqua potabile, l’energia elettrica e i servizi igienici occorreva arrangiarsi. Proseguirono fino all’estremità più appartata e meno popolata della spiaggia e si imbatterono in un altro cartello: “On y va nus”. Caterina si stava già spogliando.

Il fratello di Caterina, più grande di lei di parecchi anni, pareva un anacronistico hippy, come gli amici con i quali era in vacanza. Si erano accampati lì con un paio di camper e una grande roulotte da luna park e avevano scelto quel luogo non perché fossero interessati al nudismo, al quale comunque si erano adattati senza imbarazzo, ma perché era la parte più selvatica e tranquilla del litorale. Il Vichingo li trovò subito simpatici e quando si gettarono in acqua mollò gli abiti e le ultime deboli reticenze sul sellino dell’Elettra e li raggiunse di corsa. Comunque, non aveva con sé il costume da bagno. Si sentì felice e libero come un bambino che ancora non ha compreso la differenza tra il bene e il male e pensò che alla Marzia sarebbe piaciuto molto, perché avrebbe capito.

Dopo il pranzo, prima del quale tutti si erano parzialmente rivestiti più che altro per ragioni pratiche, nel piccolo accampamento regnava una pace sonnolenta. Il vento si era placato, scemando in una gradevole brezza ed era piacevole passeggiare sulla battigia, con l’acqua che arrivava a lambire i piedi. Caterina si sedette sulla sabbia, appoggiando la schiena al guscio capovolto di una scassata barchetta e il Vichingo la imitò. Avevano davanti un pezzo di spiaggia dove non si scorgeva anima viva; videro solo due persone a cavallo che galoppavano in direzione opposta alla loro.

Vi fu un momento in cui le loro mani si unirono, i volti tanto vicini da percepire ognuno l’odore e il calore del fiato dell’altro. Il Vichingo era certo che la giovane Caterina non lo avrebbe respinto e sapeva pure che non avrebbe certo fatto una brutta figura, eppure non si mosse. C’era il sole che stordiva, la carezza lieve dell’aria sulla pelle, il lento sciabordio del mare e, in lontananza, i gracchianti richiami dei fenicotteri. Stette per qualche momento a rigirarsi nella testa la strofa di una vecchia canzone:

Perché volete disturbarmi
Se io forse sto sognando un viaggio alato
Sopra un carro senza ruote
Trascinato dai cavalli del maestrale,
Nel maestrale… in volo.
Non mi svegliate, ve ne prego…

Più tardi, si salutarono con un casto bacio senza scambiarsi un’inutile promessa di rivedersi a Milano: sarebbero rimasti sempre e soltanto conficcati dentro quella cartolina, tra mare e cielo, Un saluto dalla Camargue.

Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato, rimuginò tra sé il Vichingo, ma covava un’inspiegabile contentezza.

Rifece il percorso in senso inverso fino alle saline, prese uno sterrato che correva in mezzo ai campi, giunse a un incrocio e sbagliò strada. Se ne accorse dopo un poco, trovandosi a costeggiare un canale del quale non si ricordava affatto, la via ridotta a uno sconnesso sentiero che lo costringeva a procedere a passo d’uomo. Stava faticosamente girando la moto per tornare indietro quando udì uno strano rumore alla sua destra, dall’altro lato del canale: una sorta di sbuffo accompagnato da un trapestio attutito. Poi lo vide.

Piccolo e tarchiato, il mantello nero, lunghe corna bianche rivolte all’insù: era un toro della Camargue; aveva sentito dire che quei focosi bovini vengono allevati allo stato brado per il combattimento. Puntava dritto nella sua direzione, attraversando il prato al di là del canale in un corto galoppo possente.

Antonio Donelli detto il Vichingo, il quale aveva l’aspetto del guerriero ma l’animo tutt’altro che intrepido, ne ebbe paura. Poi valutò l’ampiezza del canale e si convinse che il bellicoso animale non lo avrebbe certo potuto oltrepassare: infatti, il toro si arrestò sbuffando sulla riva opposta.

“Chi se ne frega, bovino”,

ma intanto si accorse che il prato, del quale non vedeva la fine, era privo di recinzioni e si ricordò che la via sulla quale si trovava di tanto in tanto incrociava dei ponticelli collegati a viottoli secondari.

“O cazzo”,

esclamò allora, giacché non era tipo da “perbacco”.

Avanzò di qualche metro e l’animale lo seguì, raspando di tanto in tanto il terreno con un anteriore e sbuffando come una locomotiva. Provò a dare gas alla Harley per spaventarlo, ma quello muggì inferocito e parve prendere le misure per saltare il canale. Percorse qualche centinaio di metri tallonato dall’ottuso bestione, finché dopo una leggera curva intravvide un lontano incrocio con dei cartelli stradali. Non si arrischiò a proseguire: prima o poi il toro si sarebbe stufato, meglio avere pazienza. Prima o poi: intanto il sole calava dietro gli acquitrini e arrivavano frotte di zanzare, mentre il cielo si colorava di varie sfumature di arancio.

L’avventura, certo: ma adesso anche basta. Il Vichingo era stanco, aveva fame e sete e si sentiva un povero sciocco in balia di un toro. Dieci metri avanti, dieci indietro, e quello sempre li, stolidamente aggressivo. Era ormai l’imbrunire quando il toro gli tirò addosso un ultimo muggito e gli volse le terga trotterellando. Attese che fosse a una ragionevole distanza, saltò sulla fida Elettra e, accantonando ogni prudenza, la spinse alla massima velocità fino all’agognato incrocio.

Giunse all’albergo in mezzo ai campi che era ormai buio e la gentile proprietaria gli consegnò un biglietto degli amici: lo aspettavano alla trattoria nella città vecchia. Si buttò sotto la doccia, rendendosi conto che non ne poteva più di campagna: gli mancavano lo sferragliare dei tram, il puzzo di gasolio e  il cielo opaco di Milano. Cionondimeno, intuiva la singolare bellezza di quell’insolita giornata sulla quale avrebbe dovuto interrogarsi, e forse stavolta lo avrebbe fatto. Più in là, magari.

“Ragazzi, non potete nemmeno immaginare cosa mi è capitato”,

esclamò buttando elegantemente indietro la gamba per scendere dalla moto, esibendosi nel consueto plastico gesto con ritrovata scioltezza.

I quattro dell’Isola decisero che sarebbero partiti il giorno appresso: meglio prendersela comoda e rientrare un paio di giorni prima. Dopotutto, ciascuno aveva trovato la sua avventura e ne era soddisfatto.

Milano li accolse con il respiro caldo e lievemente marcescente di fine agosto. Presto il solito temporale avrebbe ripulito l’aria, decretando la fine dell’estate e recando un sollievo venato di malinconia.

Come quella che colse il Vichingo non appena varcò la soglia di casa. Fu quasi sorpreso, nel ritrovarla nella nuova veste con la quale ancora non aveva familiarizzato. Rimase per qualche momento nella silenziosa penombra, abbandonandosi a una strana nostalgia mescolata a un rammarico che percorreva tutta la sua vita fino a quel giorno, portando lo scompiglio del freddo mistral e scuotendo senza pietà tante pigre certezze.

“È così che si inizia a invecchiare, Vichingo”,

avrebbe sentenziato la Marzia uccidendolo con un sorriso malandrino dei suoi, uno di quelli che sollevano appena gli angoli della bocca.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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