La Vedova Nera

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Latrodectus mactans. Mactans, participio del verbo latino “mactare”, ovvero uccidere, sacrificare.

Detto anche la Vedova Nera, ragno la cui femmina, capace di inoculare una tossina venefica anche per l’uomo, è nota per indulgere al vezzo di divorare il compagno durante l’accoppiamento. Con una sorta di perfida arbitrarietà la denominazione si estende anche ai malcapitati maschi: la vittima catalogata con il medesimo appellativo del suo carnefice.

La prima luce del mattino filtra dalla veneziana che ripara la finestra del bagno; sollevandola per metà il Vice Commissario Alberto Patané osserva rassegnato il cielo lattiginoso, offuscato dalla persistente calura. A metà settembre a Milano le temperature sono ancora molto alte, sebbene le giornate si siano vistosamente accorciate e la notte apporti un’apprezzabile frescura. È un’estate che ambisce all’eternità, caratterizzata dagli eccessi, sia nella durata del caldo come nella manifestazione frequente di fenomeni opposti ed egualmente violenti: dal clima torrido alle alluvioni, improvvise e devastanti, con grandinate eccezionali.

Sarà che hanno sempre avuto ragione certi scienziati che già vent’anni fa sostenevano che il clima in Europa si stesse orientando verso una sempre più marcata tropicalizzazione,

riflette il Patané liberandosi del pigiama e ponendo un piede nel piatto della doccia. Sta già sollevando il secondo piede ma si immobilizza, concentrandosi sulla cosa scura che penzola una decina di centimetri sopra l’angolo opposto. Ritirando il piede incautamente posato sul piano in ceramica, s’inclina leggermente in avanti sporgendosi all’interno della cabina, le mani poggiate sulle ginocchia, subitaneamente colto da irragionevole imbarazzo per la propria nudità al cospetto di quella cosa. E’ grande come una moneta da due euro, anzi un po’ di più, la corazza nera e lucente ed è appesa al robusto filo di una complessa ragnatela abbarbicata all’angolo corrispondente del soffitto. È una Vedova Nera e sull’addome tondeggiante spicca una macchia vermiglia, segno che è una femmina (va bene che ci stiamo tropicalizzando, ma che ci fa una femmina di Vedova Nera, uno dei ragni più velenosi del mondo qui a Milano, di fianco al Ponte della Ghisolfa sul quale frattanto il traffico ignaro inizia a rumoreggiare, benché siano solo le sei e mezza del mattino?)

La osserva oscillare piano muovendo impercettibilmente le quattro paia di zampe lunghe e sottili e la trova orripilante e bellissima. È quasi ipnotizzato da quel dondolio ammaliatore ed ecco che la sua mente divaga, come sovente gli capita, cosicché si trova a interrogarsi sulle motivazioni profonde che lo hanno indotto a entrare in polizia. Ancora non saprebbe spiegare se sia stato per assecondare un innato senso di giustizia o piuttosto per avere l’opportunità di osservare da vicino l’oscurità dell’animo umano nelle sue molteplici pieghe, dalla quale si sente attratto e che riconosce e comprende perché forse gli appartiene e prima o poi prenderà il sopravvento.

Del resto la giustizia che ha perseguito nel corso degli anni si è sovente discostata dalla legge che pure ha scelto di rappresentare. Più di una volta ha derogato, assumendosi la responsabilità morale di ritenere che una particolare nemesi ne fosse un’accettabile estensione, ancorché non ammessa dalle regole di civile convivenza, prima ancora che dalla giurisprudenza.

Non è infrequente che gli succeda di interrogarsi sulla questione; fortunatamente vi sono domande destinate a non avere risposta.

Si riscuote allorché l’inquietante aracnide precipita all’improvviso di qualche centimetro: allora corre a prendere la bomboletta dell’insetticida nella cameretta che funge da guardaroba ripostiglio disimpegno e in realtà è un perenne casino multiforme e polifunzionale, torna in bagno e irrora la vaporizzazione sibilante sulla Vedova fino a quando non la vede riversa sul piatto di ceramica, immobile. Calzato per prudenza un guanto in lattice, raccoglie il ragno con una manciata di carta igienica e lo lascia cadere nella tazza del water, azionando due volte lo sciacquone, e un po’ gli dispiace.

Solo allora si avvede di sua moglie che lo guarda (nudo, un guanto di lattice sulla mano destra, l’espressione di uno che ha fatto una cosa che preferirebbe non aver dovuto fare e che lei conosce bene), il volto roseo ancora gonfio di sonno, i capelli color miele un po’ per aria, la figura morbidamente in carne che l’impalpabile camicia da notte celeste suggerisce in tutta la sua ingenua voluttà.

“Ma che schifo. Cos’era?”

“Un ragno. Femmina, di una specie molto rara qui da noi. Non era schifoso, anzi era affascinante, ma molto velenoso”.

“Ah. E da quando sei diventato un esperto di ragni?”

“Non sono un esperto di ragni, ma chi non riconosce una Vedova Nera?”

Alla Questura di Quarto Oggiaro è una mattinata noiosa; tutti gli uomini sono impegnati a notificare la revoca temporanea della licenza disposta dal Questore a tre bar situati rispettivamente in Via Espinasse, in Piazza Castelli e in Piazza Prealpi. Ordinaria amministrazione; sono luoghi noti per essere ritrovi di pregiudicati che li usano alla stregua di sale riunioni per l’organizzazione dei loro traffici, con la compiacenza benevola o forzosa dei gestori. Chiuderanno per dieci giorni; per i frequentatori malavitosi un intoppo da niente, per i titolari della licenza una grana già ascritta a rischio d’impresa. Per il Vice Commissario è il solito svuotare il mare con il cucchiaino.

A mezzogiorno, rientrando in ufficio con il mal di testa e con la voglia di mollare il distintivo per andare a infilare collanine di perle su qualche isoletta sperduta del Pacifico, mentre Mariateresa cucina in spiaggia pesce alla brace appena pescato e si lava i capelli con il latte di cocco, dal centralino gli annunciano una telefonata:

“Dottore, sulla due c’è la signora Martinelli che chiede di lei”.

Martinelli. Il Patané ha una memoria di ferro per le sembianze e per il timbro vocale delle persone, persino per gli odori ma i nomi sono un dato evanescente che difficilmente si imprime nella memoria. Tuttavia è sufficiente un “Pronto, dottor Patané?” e l’altro capo del filo d’improvviso potrebbe essere vicinissimo; il mosaico volto figura voce odore e infine nome si ricompone con fluida rapidità: Maria Clotilde Martinelli, la valchiria con la voce di Etta James, l’ambigua vicina di cabina sulla Rapsodia dei Mari durante la recente crociera che non avrebbe mai fatto se sua moglie non avesse vinto i biglietti (non era stata poi così male, ma per farne un’altra avrebbero prima dovuto narcotizzarlo).

Una voce ruvidamente sensuale, tragica e impudente, rivelatrice di profondità insondabili; una voce che ha assorbito tutto il meglio e il peggio della vita. La cadenza languidamente indolente è interrotta a tratti da impennate rudemente graffianti che si stemperano e si smorzano in una caleidoscopica dissolvenza: così doveva essere il misterioso canto delle Sirene al cui inganno persino l’eroico Ulisse faticò a resistere, figuriamoci un modesto Vice Commissario.

“Vorrei mostrarle una lettera anonima che ho ricevuto ieri e che mi ha molto turbata”.

“Non sarebbe comunque di mia competenza; le consiglio di rivolgersi al Commissariato di Piazza san Sepolcro, se non sbaglio la giurisdizione della sua zona ricade su quegli uffici”.

“Potrei farlo, certo: ma mi piacerebbe prima conoscere la sua opinione. Informale, naturalmente. Potrebbe approfittarne per dare uno sguardo ai tetti di Milano, quelli che mi ha detto di non avere mai visto”.

Non disponendo di un fedele equipaggio pronto a legarlo all’albero maestro di un vascello costantemente preda di un pronunciato ondeggiamento, decide di accettare l’invito per pranzo.

“Perché no?”, mormora al ventilatore che smuove debolmente l’aria ferma di un anomalo mezzogiorno settembrino, ed è l’irrazionale conclusione alla quale si accondiscende dopo avere  valutato i pro e i contro ed essersi accorti della prevalenza di questi ultimi.

Via Pattari, una stradetta milanese nella zona pedonale attorno a Piazza del Duomo dove nemmeno credeva potesse abitare qualcuno, tutt’al più uffici e studi professionali. Zona da diecimila euro al metro quadrato, più o meno, antichi edifici dalle facciate aristocraticamente austere e pavimentazione a mattonelle in porfido. E’ una Milano con la quale le persone comuni convivono senza accorgersene; questa gente non esce di casa per andare a fare la spesa né si reca al lavoro in tram o con la metropolitana: la si incrocia occasionalmente, magari ci si sfiora, difficilmente ci si mischia.

La signora Maria Clotilde Martinelli occupa gli ultimi due piani di uno dei palazzi più alti distante pochi metri dall’omonima piazzetta, dove si è trasferita da pochi mesi. Lo accoglie con un sorriso che non contagia i freddi occhi di un incredibile colore violetto. Indossa un tubino blu con pochi gioielli di evidente pregio e sandali in tinta dal tacco basso; attorno alla sua persona aleggia un effluvio legnoso dalle note dolcemente muschiate, con un sottofondo di cipria e un accenno di vaniglia (il Patané possiede la singolare capacità di scindere una traccia olfattiva nei suoi molteplici componenti, come probabilmente sanno fare molti animali). Poiché la figura androgina sfiora il metro e novanta, la donna non fa fatica ad agganciare il suo sguardo quando gli stringe la mano con ferma delicatezza e lo invita a entrare.

La tavola è apparecchiata su un’ampia terrazza dalla quale la visuale è stupefacente: la città è tutta attorno, immersa nell’impalpabile foschia che satura il cielo colorandolo di azzurro stinto: i tetti, le strade, le insegne, la fisionomia puntuta della Cattedrale, maestosa eppure eterea nel suo candore rosato. Tutt’altra cosa rispetto al Ponte della Ghisolfa che scorge dal terrazzino del suo appartamento in viale Monte Ceneri.

 “Visto che ne valeva la pena?”,

si compiace la signora, conscia del suo disorientato stupore.

Il pranzo è servito con grazia felpata da una giovane cameriera dai tratti orientali in un’impeccabile divisa bianca e nera. Il Vice Commissario ha la sensazione di trovarsi sul set di un film ed è sicuro che ora una voce griderà “stop!”, costringendolo a posare il calice di Chardonnay imperlato di fredda umidità e a lasciare nel piatto il pesce spada fragrante di chissà quali aromi: invece no, gusta con il dovuto rispetto la pietanza e il vino, mentre i rumori della città non sono che un brusio attutito e lontano, perfino gradevole.

La signora Maria Clotilde spiluzzica senza appetito raccontandogli del recente trasloco e di come a un tratto avesse trovato insopportabile vivere in una casa dove tutto evidenziava l’assenza del marito: sta perdendo tempo per concedergli tempo, un gesto di educazione. Ora ha modo di osservarla con attenzione ed è colpito dall’incoerenza del suo sguardo, costantemente febbrile nonostante una certa fissità: gli tornano alla mente le allusioni di sua moglie ai ritocchi di un abile chirurgo e riflette che certe donne assomigliano a questa stagione balorda e si illudono di non morire mai.

Oggi non vi è traccia della schermaglia seduttiva di quel giorno di maggio, quando la incontrò sulla Rapsodia dei Mari nella sala di lettura: nella tensione del suo corpo, nella gestualità involontariamente brusca si annida qualcosa di assai simile alla paura.

“PRESTO VERRO’ A PRENDERTI”.

Una scritta banalmente sgangherata, composta da lettere ritagliate da qualche giornale, una roba da telefilm.

“E lei ritiene che debba essere presa sul serio?”

Questa donna è tutt’altro che scema e per nulla impressionabile: dunque, sta tacendo qualcosa di importante che forse è collegato alla crociera e alla scomparsa della sua compagna di viaggio, la quale (che coincidenza) era colei che le aveva sottratto il coniuge.

Dopo un poco si stufa di quel paesaggio patinato e si sente infastidito dalla palese elusività dell’enigmatica dama: ha voglia di tornare in periferia a respirare aria calda e sentore di gente che si affanna e suda. Si congeda stando sul vago, bofonchia che rifletterà su quel biglietto: sa di non essere convincente e nemmeno si sforza di esserlo.

La monotonia delle giornate successive lo induce a ripensare a Maria Clotilde Martinelli, all’ex marito il quale, tornato in Italia per prendere con sé il figlioletto, le avrebbe telefonato confessandole di aver compreso di essere stato un cretino a lasciarla per quella sciagurata, alle frequentazioni altolocate e ai successi dell’agenzia della signora. Organizzando campagne elettorali per alcuni partiti politici in diversi Paesi europei potrebbe essersi creata dei nemici, ma questi utilizzerebbero metodi di dissuasione o di persuasione assai più raffinati ed efficaci di quel messaggio maldestramente grossolano.

Certe giornate immobili nell’attesa del dipanarsi degli eventi, trattenuti da invisibile sabbia che inceppa gli ingranaggi, certe giornate noiosamente sospese, io le odio, rifletteva tra sé il Patané. Non che in un luogo intimamente rinselvatichito come Quarto Oggiaro non succedesse mai niente: ma la brutalità è sovente banale, ha chiavi di lettura sorprendentemente semplici e scovare i colpevoli non richiede particolare ingegno investigativo.

E’ una mattinata finalmente fresca, il cielo grigio pare essersi arreso all’arrivo dell’autunno e davanti al distributore di bevande nel corridoio del Commissariato di via Satta il Patané, il Commissario Saronni e l’Ispettore Lo Russo, ognuno appeso a un bicchierino colmo di un liquido scuro che somiglia al caffè, filosofeggiano sul fatto che chi ieri si lamentava per il caldo oggi si lamenta per il freddo e insomma la gente non è mai soddisfatta del clima e forse non è mai soddisfatta e basta.

A interrompere le dotte riflessioni è l’agente Lombardi, il quale dopo un attimo di incertezza (è la cifra della sua vita, l’incertezza) si rivolge al più alto in grado:

“Commissario, ci sarebbe una segnalazione strana da…”

“…ci sarebbe se si verificassero determinate condizioni. Quindi ora non c’è”

e Saronni ancora non ha capito che è una delle tante battaglie perse, ma forse lo intuisce osservando l’espressione perplessa dell’agente.

“…vai avanti, Lombardi. Cosa ci sarebbe?”

“Dunque, un’inquilina della scala D del 35 di via Pascarella ha chiamato un conoscente che fa il volontario per l’ENPA perché dall’appartamento della vicina, la quale dai primi di settembre sta al mare in una specie di ricovero per anziani, arriva un puzzo insopportabile e teme che quella, a suo dire un po’ rimbambita,  abbia lasciato il gatto chiuso in casa e che l’animale possa essere morto”.

L’agente riprende fiato, tre paia di occhi oscillanti tra il tedio e la rassegnazione lo guardano stancamente.

“…però il tizio dell’ENPA, ho scritto il nome ma ce l’ho di là, dice che un gatto morto non farebbe quel tanfo: quindi o sono morti diversi gatti …oppure è qualcosa di più grosso. Così hanno chiamato noi. Ah, hanno suonato il campanello e bussato alla porta, ma non c’è nessuno”.

Il 35 di via Pascarella fa angolo con via Amoretti; i casamenti che vi si affacciano sono stati ritinteggiati in tenui colori pastello, le cancellate ridipinte, nelle strette aiuole adiacenti il basso muro di cinta qualche alberello si sforza di attecchire.  Tendoni di vari colori e materiali poggiano sulle ringhiere di molti balconi, celandoli alla vista e conferendo al caseggiato una nota di ineludibile sciatteria.

La segnalazione riguarda il quarto e ultimo piano della scala D ma già dal terzo si percepisce un lezzo dolciastro; al quarto il fetore è nauseabondo e il Patané, avvezzo da anni ai fazzoletti di carta, osserva con una punta d’invidia il fazzolettone candido con il quale Lo Russo si copre metà faccia.

E’ il cupo ronzare di troppi insetti a impressionarli allorché forzano la serratura ed entrano nell’appartamento: è un brusio disgustoso, perfino più disturbane del cadavere gonfio e nudo che giace in una posa oscenamente scomposta sul divano del tinello, naso e bocca coperti da una sorta di maschera in lattice nero. Maschio, sulla sessantina, di corporatura massiccia ma abbastanza in forma, radi capelli biondi tagliati molto corti.

“Che morte stupida”,

commenta Lo Russo, sebbene morire praticando sesso estremo non sia meno stupido del morire schiacciati da un SUV mentre si attraversa la strada, ma è una considerazione che il Patané si tiene per sé.

Un tonfo alle loro spalle suggerisce che la solerte vicina debba essere svenuta: le avevano raccomandato di non entrare, ora verrebbe da dirle “tranquilla, signora, il gatto non è morto”; d’altronde la maggior parte della gente difficilmente resiste alla tentazione di osservare un morto da vicino.

Due appartamenti per ognuno dei quattro piani e così sulle altre scale, fino alla E. Più eventualmente gli inquilini della casa di fronte: via Pascarella in questo tratto è una stretta via a sesto unico, ci si può guardare in casa con i dirimpettai. Sarà un lungo lavoro; intanto arrivano la Scientifica e il Magistrato: stavolta è una donna ed è pure gentile; chissà come sta il ruvido dottor De Matteis.

Gli abiti del defunto giacciono sul pavimento ma nelle tasche non trovano nulla che possa servire a identificarlo, anzi per la verità sono assolutamente vuote. Sebbene sia uno che si veste a caso (sua moglie sostiene che si limiti a coprirsi ma un po’ esagera), al Patané non sfugge che sono capi di sartoria e sulla tasca interna della leggera giacca è ricamato un monogramma: RC.

Le coincidenze. RC, come Raimondo Casati, l’ex marito di Maria Clotilde Martinelli.

 “Me lo ha nominato giusto l’altro giorno, quando mi ha mostrato quell’assurdo biglietto anonimo, perciò mi ricordo il nome. Ricapitolando, Saronni: durante la crociera che feci mio malgrado lo scorso mese di maggio cade in mare ubriaca al largo delle coste di Santorini la giovane Luisa Pestalozzi, la quale aveva trascorso i giorni precedenti in compagnia di una donna incontrata per caso sulla nave. Ed è sempre un caso che questa fosse  la ex moglie (in incognito, perché si era presentata  come Maria Bossi, utilizzando il cognome della defunta madre) del compagno recentemente mollato dalla Pestalozzi dopo averci fatto un figlio. Era una personale curiosità, ho fatto qualche ricerca al mio ritorno”.

Il Commissario ascolta il suo Vice  con crescente interesse; ormai ha imparato a fidarsi delle sue bislacche intuizioni.

“Ora troviamo un anonimo cadavere a Quarto Oggiaro, svestito ma ben vestito; la Scientifica dopo l’esame del DNA delle cellule epiteliali raccolte dal collo della giacca conferma che il capo gli dovesse appartenere e le iniziali del monogramma, ancora casualmente, coincidono con quelle dell’ex marito della Martinelli. Sa a chi è intestato il contratto d’affitto dell’appartamento al 35 di via Pascarella? A Maria Benetti, vedova Pestalozzi e madre della scomparsa Luisa, della quale a suo dire non aveva notizia da più di quattro anni. Le coincidenze, il caso: un po’ troppo di entrambe le cose, le pare?”

“Mi pare, eccome. Come pensa di procedere?

“Penserei di contattare la Martinelli e accompagnarla all’obitorio per l’eventuale riconoscimento; ne parlerò con il Magistrato”.

“Ha dei sospetti su di lei?”

“Di sicuro nasconde qualcosa. Direi che è donna dalla personalità dominante; è intelligente e possiede senz’altro molti agganci utili per evitare di sporcarsi direttamente le mani. Però il biglietto anonimo sarebbe un’esagerazione priva di qualsiasi stile, se fosse finto”.

La Vedova Nera, affascinante e ripugnante in egual misura. Gli torna alla mente mentre guida verso l’obitorio civico di via Ponzio osservando di sottecchi la signora Martinelli, rigidamente seduta al suo fianco. Ha i lineamenti contratti e la pelle sembra ingrigita, ha smarrito luminosità e trasparenza e persino lo sguardo appare opaco.

Nel gelo della stanza nella quale giace la salma, seguita a scrutarla con attenzione e assiste al suo intimo sgretolamento, tanto che ne è imbarazzato e vi si sottrae, facendosi in disparte. E’ dolore autentico, immenso, inconsolabile: comunque vadano le cose, non si può davvero smettere di amare una persona dopo averla amata profondamente per tanto tempo.

Non è lei, la Vedova Nera, ammesso che in questa storia ve ne sia una.

Nel frattempo l’esame autoptico dello sventurato Raimondo Casati conferma l’ipotesi subito avanzata dal medico legale: non è nemmeno morto contento, il sesso estremo non era che una messinscena. Una massiccia dose di ketamina lo aveva rapidamente messo fuori combattimento (sulla nuca presenta il minuscolo foro di un’iniezione), l’ostruzione di naso e bocca con la maschera in lattice e una pressione applicata alla trachea lo avevano condotto rapidamente al decesso.  Inoltre, l’intero appartamento è stato accuratamente ripulito: a parte un’impronta parziale sulla quale la Scientifica sta lavorando non ne hanno riscontrata alcuna nemmeno dell’anziana inquilina.

Eppure sotto la luna argentea, con le finestre illuminate dei palazzi appese nel buio come le luci di un’astronave, il Ponte della Ghisolfa ha una sua poesia, per chi la sa cogliere.  Sarà davvero preoccupata, la luna, come suggerisce la voce morbidamente malinconica di Chris Cornell, riversandosi nel buio dalla porta finestra spalancata del soggiorno, insieme ai lievi rumori di Mariateresa che riordina la cucina?  È la medesima luna che contemplava dalla terrazza della Royal Suite sulla Rapsodia dei Mari,  ma quante cose può osservare la luna da lassù.

È su quest’ultima considerazione che una piccola scarica elettrica gli percorre la spina dorsale diramandosi dalla nuca; si immobilizza concentrandosi su quella sensazione ben nota: è una porta che si socchiude, è la magia della musica che placa, libera i pensieri, rischiara gli angoli bui dando consistenza materica ai fantasmi.

Non è troppo tardi per chiamare Saronni e subito dopo la dottoressa Quinzi, il magistrato che è tanto gentile e non lo manderà al diavolo: perché gli è venuta la curiosità di verificare se la Guardia Costiera greca abbia ripescato il corpo di Luisa Pestalozzi.  Occorrono un paio di giorni perché il dubbio del Vice Commissario trovi conferma: quel corpo non è stato ritrovato.

Era una notte di maggio mite e limpida; la Rapsodia dei Mari aveva lasciato da un po’ la rada al largo di Skala, il vecchio porto di Santorini sotto la scogliera sulla quale si affaccia la città di Thira.

Raffaele l’aveva vista avanzare maestosa verso il largo mentre rientrava con il veloce motoscafo che gli era stato affidato per quel prelievo: un fugace incontro in alto mare, la consegna di un voluminoso pacchetto che sarebbe passato di mano non appena avesse attraccato (si era illuso di campare con il chiosco sulla spiaggia, povero illuso; si era ritrovato nel giro dal quale era fuggito da Milano dopo essersi fatto un paio d’anni di galera).

Spente le luci si era discostato un poco, posizionandosi per affrontare le onde lunghe generate dal placido avanzare dell’elegante bestione, senza perderlo di vista. Sotto il fulgido chiarore della luna piena aveva scorto del movimento, forse una colluttazione accanto alla balaustra del ponte più alto e aveva visto qualcosa volare giù. Quella specie di fagotto quando era piombato in acqua si era dibattuto tra i flutti, mentre la nave si allontanava rapidamente. Aveva pensato “al diavolo, un conto è fare il galoppino per dei trafficanti di droga, altro lasciar affogare una persona”.

Raggiunto il punto di caduta aveva gettato l’ancora e si era tuffato, riemergendo poco dopo con una bambola di pezza tra le braccia: tale gli era sembrata la ragazza, piccolina e burrosa, appena coperta dal corto abito nero aderente alle forme, i capelli biondi incollati al viso a forma di cuore, la bocca piena e carnosa.

Gli era toccato raggiungere velocemente una spiaggetta racchiusa da alte scogliere, posarvi la donna esanime ma ancora viva, effettuare la consegna e tornare a prenderla con la sua barca a motore. Una volta a casa, contemplandola nel suo inerme abbandono aveva avvertito un crescente turbamento: in tutta la vita non aveva mai incontrato una ragazza tanto seducente.

Il tugurio nel quale viveva, scavato all’interno della roccia, si sporgeva su un lembo di sabbia prospiciente il mare del colore dello smeraldo: vi si poteva dunque accedere, oltre che dalla strada, anche da un’impervia e appartata scalinata in pietra.

Luisa Pestalozzi si era rianimata mantenendo tuttavia uno stato di torpore vacuo fino al pomeriggio successivo. Aprendo gli occhi, la mente finalmente lucida, aveva osservato incredula la stanza dal soffitto bianco a volta, arredata con pochi mobili rudimentali dipinti d’azzurro e il ragazzo dal torace ampio e dai tratti volitivi, di una bellezza un poco selvatica. Dopo qualche attimo di smarrimento, aveva pensato che la vita a volte riserva delle soprese e quando tutto sembra perduto, ecco che un incredibile colpo di scena ti rimette in gioco.

Nei giorni successivi, oltre a perdersi nei vigorosi abbracci del giovane salvatore, si chiese perché mai quella snob rinsecchita conosciuta da pochi giorni avesse tentato di ucciderla. Raccontò la sua storia a Raffaele con qualche comprensibile omissione e grazie ad alcune vecchie conoscenze milanesi del nuovo innamorato dai trascorsi non proprio limpidi scoprì la vera identità della sua assassina. Allora elaborò il piano per una crudele quanto elaborata vendetta, conscia di poter contare sui vantaggi derivanti dall’essere ritenuta defunta.

“Quando è nato il bambino Raimondo ha voluto che ci sposassimo. Quindi, amore mio, se morisse mi spetterebbe la metà dei soldi e sono un bel po’. Potremmo essere ricchi e andarcene su qualche isola lontana. Comunque prima di riapparire per potere reclamare quel che è mio, avrei un conto da regolare con la signora”.

Non ci volle molto per convincere Raffaele ad aiutarla: lei sapeva essere assai convincente, lui  camminava da tempo sul margine dell’abisso ed era pronto per cascarci dentro.

 Gli eventi subiscono una decisa accelerazione dal momento in cui la Scientifica trova un riscontro all’impronta parziale rilevata sulla scena del crimine: appartiene a Raffaele Lamanna, ventiquattrenne con precedenti per spaccio. Risulta residente a Santorini da quando è uscito di galera, all’inizio del 2018.

Al Commissariato di Via Satta non ci mettono molto a scoprire che ha preso un volo per Milano  due giorni prima della data in cui, secondo il medico legale, è ragionevole collocare la morte del Casati. Il ritorno è prenotato per il 29 settembre, cioè dopodomani. Supponendo che vi sia un legame di qualche tipo tra Luisa Pestalozzi e Raffaele Lamanna, ciò significa che Maria Clotilde Martinelli è davvero in pericolo.

L’attico in via Pattari è pressoché inviolabile, oltre alla portineria esiste  anche un servizio di guardiania; tuttavia vi è un momento della giornata in cui un malintenzionato potrebbe sorprendere la Martinelli: verso le otto di sera, quando si trattiene in ufficio ed è praticamente sola nel palazzetto in via Monte di Pietà che ospita solo uffici. Il Vice Commissario rassicura la signora che sarà sotto stretta sorveglianza: appare un poco titubante ma accetta di fare da esca.

Sono il Patané e Lo Russo a intercettare Raffaele Lamanna nell’antico androne poco illuminato, mentre due agenti bloccano la donna che lo aspetta in auto, pochi metri più in là.

All’alba il mosaico si è interamente composto e l’oscuro disegno emerso è piuttosto sordido; il Vice Commissario prova una certa pena per l’esecutore materiale dell’assassinio del Casati prontamente rinnegato dall’amante, usato e divorato da una femmina crudele come una Vedova Nera.

Allorché i due vengono tradotti al carcere di Bollate il Commissario  Saronni spalanca le finestre dell’ufficio: c’è bisogno d’aria fresca e della luce del giorno nascente per togliersi di dosso il lezzo della grettezza morale e dell’avidità cieca che sono andate in scena in una notte che pareva non finire mai.

E’ la dottoressa Quinzi, ancora inspiegabilmente fresca nel completo color lavanda, a rompere il silenzio stanco:

“Dottor Patané, lei era su quella nave lo scorso maggio: dovremmo preoccuparci dell’accusa di tentato omicidio sollevata dalla Pestalozzi nei confronti della Martinelli? Onestamente, quest’ultima mi sembra abbastanza solida da digerire sconfitte ben più gravi di un divorzio”.

Ci mette un poco a rispondere, il Patané. Con gli anni ha imparato che qualche volta è necessario omettere.

“…in ogni caso, quella sera la Pestalozzi era ubriaca, ce ne siamo accorti in molti. Possiamo pensare quello che vogliamo, ma non vi sono prove per accusare la Martinelli: solo le parole della Pestalozzi, alle quali nessun giudice darebbe credito, probabilmente”.

“Bene, sono d’accordo. Il caso è chiuso, avete fatto un ottimo lavoro”.

Sul Ponte della Ghisolfa il traffico è ancora scorrevole; le auto scivolano veloci nel chiarore smorzato di un mattino di fine settembre.

Mariateresa si è appena alzata, gli va incontro e lo chiude in un abbraccio protettivo, poi scompare senza dire una parola, lasciandolo ai suoi riti catartici: sa che ha bisogno di ripulirsi l’animo, di sollevarsi dal lerciume con il quale si è sporcato le mani.

Una lunga doccia e il divano, come tanto tempo fa, prima che Mariateresa colmasse gli spazi vuoti della sua vita, prima che lo ancorasse al suo amore per impedirgli di volare via. Sul piatto del giradischi il pianoforte di Ludovico Einaudi, non è il momento delle parole, solo note liquide e carezzevoli.

Non saprebbe dire con precisione perché  abbia accettato l’invito a pranzo di Maria Clotilde Martinelli; ormai i tetti di Milano li ha visti e anche se gli spetterebbe una spiegazione sa che non l’avrà mai: forse, se non avesse quella voce languidamente sporca da cantante di blues, riuscirebbe a negarsi più facilmente.

Oggi indossa un severo completo pantalone grigio chiaro e si scusa in anticipo per il poco tempo che potranno dedicare al pranzo: deve rientrare presto in ufficio per una serie di appuntamenti. È molto bella, sembra persino che covi un’intima e segreta allegria che le accende le gote e lo sguardo.

È una bella giornata di sole e ha fatto apparecchiare di nuovo in terrazza, dove un bimbetto biondo e paffuto zampetta sotto l’occhio vigile di una robusta donna con un grembiule azzurro. Appena si accorge della loro presenza il bimbo caracolla deciso verso Maria Clotilde, le braccia tese e un sorriso parzialmente sdentato che irrompe da un orecchio all’altro. La donna si china, lo accoglie e se lo stringe al petto, beandosi delle mani grassocce che frugano nell’impeccabile caschetto biondo.  Dopo molte moine il piccolo scompare con la tata.

“Sì, è come si immagina: è il figlio della Pestalozzi, quello che Raimondo pensava fosse suo e che era venuto a prendere quando quei due disgraziati…ora è orfano, non vi sono parenti prossimi che possano prendersene cura. Non so se è un gesto di generosità, Alberto: d’accordo, gli sto offrendo una vita agiata e delle possibilità che altrimenti non avrebbe, ma la verità è che lo faccio per Raimondo. Vede, non è facile smettere di amare una persona alla quale si è stati profondamente legati. Non è facile”.

E non è soltanto quello, anche se il Vice Commissario Alberto Patané sa che non glielo dirà mai.

Alzano i calici, li avvicinano in un tintinnio lieve, gli occhi negli occhi per un lungo istante.  Vi sono cose che si comprendono, ma è meglio non dire.

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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