La volpe e l’uva (out of time)

Tempo stimato di lettura: 8 minuti

 “Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: “Sono acerbi”. Così anche alcuni tra gli uomini che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze” (Esopo, “La volpe e l’uva”).

Eppure, se ci ripenso…

(e ci sto ripensando, mentre guido sulla Milano-Torino in direzione Novara, perché guidando allento il controllo sui miei pensieri, mi rilassa, e allora basta un niente, una vecchia canzone sentita per radio, come questa Let it be dei Beatles, lascia che sia, ma invece non fu, ed è come salire sulla De Lorean)

…sento ancora sulla pelle il caldo di quegli immobili pomeriggi di luglio, le persiane delle case sbarrate, vuote le strade assolate, solo il chiassoso frinire delle cicale e noi ragazzi, divorati dalla fretta di diventare grandi, ad intrecciare discorsi sulle panchine della piazza del paese.

“Noi” significa i milanesi, cioè io e altri  quattro o cinque adolescenti, nipoti di gente del paese che sfollavano dai nonni durante le lunghe vacanze estive, e i coetanei indigeni, che ci gratificavano di attenzioni esagerate solo perché eravamo di Milano. Il paese era un borgo agricolo al confine tra Piemonte e Lombardia appena sopra la valle del Ticino, molto prima che nascesse l’omonimo Parco. La strada che dalla piazza scendeva al fiume, con una brusca curva a gomito che si allargava sullo spiazzo del vecchio lavatoio in pietra, era sterrata e correva tra campi di granoturco, cascine isolate, lunghi tratti di boscaglia e bordure di more. E tafani grossi come polpette, in quella stagione, ronzanti come i nostri vespini e cinquantini vari, ma molto più aggressivi.

Noi però preferivamo disertare le spiagge del Ticino, molto frequentate invece dai ragazzi più grandi: erano sassose e scomode, con quelle rive insidiose per via dello strato di viscida melma verdastra che ricopriva i sassi  e un paio di metri più in là le acque correnti del fiume divenivano subito profonde e piene di gorghi traditori

Il nostro regno era la piazza nelle ore canicolari, con i vialetti inghiaiati che correvano intorno al Monumento ai Caduti della Grande Guerra e le panchine in legno. Su un lato si ergeva un muro con le targhe che riportavano i nomi dei Caduti e che sorreggeva il campo sportivo, collocato ad un livello superiore rispetto alla piazza. Su un altro lato c’erano il Municipio e la scuola, con la torre e l’orologio che scandiva le ore e le mezzore della nostra giovinezza.

Dei mesi estivi, luglio era di gran lunga il migliore: la seconda metà di giugno occorreva per sbiadire il ricordo delle fatiche e delle noie scolastiche, in agosto arrivavano i genitori in ferie ad interrompere il fiducioso lassismo dei nonni e a popolare le anguste vie del paese di Giulia Super, di Maggiolino Volkswagen e di Fiat 124, e settembre portava la consapevolezza che si avvicinava la fine dell’estate, delle vacanze e della libertà. Ma luglio era l’inizio di tutto, la premessa di qualunque cosa, l’inconsapevole metafora della perenne illusione di avere davanti a sé un sacco di tempo.

“Ma è morto Jim Morrison, avete sentito??”

Aveva esordito mio fratello scendendo dalla bici e poggiandola con delicatezza al muro.

“…chi??”

“Jim Morrison, quello dei Doors, il Re Lucertola. Hai presente “Light my fire? Già, ma qui ascoltate solo Mal dei Primitives”.

Dunque, era il 3 luglio del 1971, o giù di lì. Cioè ventitré anni fa.

Fu solo molto tempo dopo che mi capitò di leggere del famigerato “Club 27”, espressione giornalistica che volle comprendere tutte le morti tragiche di musicisti accomunati dall’età, oltre che dalla scomparsa violenta e talvolta misteriosa: Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin. E con Kurt Cobain, solo pochi mesi fa,  la maledizione continua.

Mio fratello Gianmarco aveva allora diciassette anni, due più di me, ed era una distanza già difficilmente colmabile. Era un secchione spaventoso che sapeva sempre tutto, il cocco di mamma e l’orgoglio di papà, mentre io ero sempre quella che avrebbe potuto fare di più, ma per qualche inspiegabile ed ignobile ragione non lo faceva.

Gianmarco metteva in campo la sua spocchia anche in quel gruppetto eterogeneo, ma il più delle volte veniva compatito, altre crudelmente deriso: lui, mingherlino e saccente, come poteva pensare di competere con la primitiva esibizione di testosterone degli altri maschi del gruppo? Di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, lavoravano tutti. Erano per lo più apprendisti da qualche artigiano oppure aiutavano i genitori in campagna, così ci raggiungevano in piazza subito dopo pranzo, oppure dopo le cinque del pomeriggio, quando la piazza si popolava e allora noi ci trasferivamo sul muretto all’ombra delle robinie della strada che passava sopra al lavatoio e che conduceva alla parte più alta e più antica del borgo.

Il maschio Alfa del gruppo indigeno era l’unico che studiava. Davide frequentava il liceo scientifico nel capoluogo, aveva l’età di Gianmarco ma a differenza di mio fratello aveva un accenno di barba che ombreggiava il viso dalla mascella pronunciata e dal naso aquilino. Una faccia un po’ da Apache, enfatizzata dai capelli castani che ricadevano lisci e compatti sulle spalle. Quell’estate divenne subito l’oggetto dei miei sogni, ma lui mi trattava con la gentile condiscendenza che un ragazzo educato ma in piena tempesta ormonale può riservare all’insipida sorella piccola di uno della compagnia. Ne piansi molto, e l’anno successivo volli a tutti i costi trascorrere i tre mesi estivi  a Londra, come ragazza alla pari. Capitai in una famiglia che abitava in un grande appartamento in una casa in mattoni dalle parti di Camden Town e grazie alla figlia che aveva un paio d’anni più di me e una spiccata tendenza alle fughe notturne mi divertii molto e imparai bene l’inglese.

A parte le visite domenicali, durante le quali non avevo occasione di vedere nessuno, tornai dai nonni per le vacanze nell’estate del ’73, mentre Gianmarco restò in città perché voleva rimanere con la fidanzata (quella che oggi è sua moglie, per inciso). Ritrovai la vecchia compagnia. Curiosamente, non ci frequentavamo mai al di fuori del periodo estivo, nemmeno tra quelli di Milano. Eravamo tutti rapidamente cresciuti e passammo i primi giorni a scrutarci con palpabile imbarazzo. Davide portava sempre i capelli lunghi, si era lasciato crescere i baffi e frequentava Architettura. Ricordo che mi guardò con comico stupore, mentre io mi sentivo le gambe molli esattamente come due anni prima, ma con l’aggiunta di qualche oscuro languore.

E poi ci fu quella sera in cui ci incontrammo tutti al campo sportivo per qualche torneo del quale non m’importava nulla, e a un certo punto la sua mano cercò la mia nel buio, e il suo alito sapeva di fumo e di gomma da masticare quando avvicinò il viso al mio facendomi il solletico con il lungo ciuffo che gli spioveva sulla fronte. L’aria di luglio era dolce e profumata, mentre scendevamo verso il fiume sulla Vespa scoppiettante, e cingendogli la vita dal sellino posteriore respiravo l’odore della sua pelle attraverso la camicia. Era una notte luminosa e piena di stelle, con i grilli che facevano un festoso baccano e l’acqua di una piccola roggia  che gorgogliava lì vicino, e fu esattamente come me lo ero più volte immaginato.

Fu la nostra estate, poi in settembre le giornate incominciarono ad accorciarsi ed arrivarono i primi giorni di pioggia. Tornò il sereno, ma era chiaro che l’estate era finita, e il sole morente riversava su di noi una luce lattiginosa e tiepida.

Venne il momento di tornare a Milano, ricominciò la scuola, ma i miei pensieri convergevano su Davide e su quell’estate che aveva tracciato una netta linea di confine tra il prima e il dopo. La domenica mattina saltavo sul treno e lui veniva a prendermi alla stazione del capoluogo, dove trascorrevamo qualche ora rintanati in un bar. Era frustrante e faticoso, e non saprei dire chi dei due si perse per primo. Ci lasciammo poco prima di Natale, e a me rimase la sensazione di qualcosa di incompiuto.

Le estati incominciarono a portarci altrove e io e mio fratello finimmo per frequentare la casa dei nonni solo di tanto in tanto, per visite sempre troppo brevi e distratte, ma di questo mi resi conto solo dopo che furono scomparsi, prima la nonna e pochi mesi dopo il nonno. Nel frattempo, il paese aveva progressivamente perduto la sua identità agricola senza trovarne un’altra,  riducendosi ad un agglomerato di villette unifamiliari e di inutili esercizi commerciali. Anche la valle del Ticino aveva mutato aspetto, perché le piene del fiume di anno in anno ne ridisegnano l’alveo, a dimostrazione che tutto scorre e non c’è nulla che si possa trattenere per sempre, per quanto saldamente si creda di afferrarlo.

Era la vigilia di Natale del 1980 quando seppi da mio fratello che Davide si sarebbe sposato in fretta e furia con una ragazza del paese, che era incinta.

Il trascorrere degli anni, anziché sfumare e smussare le differenze tra di noi le ha convertite in distacco, e da ragazzini che mal si sopportavano ci siamo evoluti in adulti che si ignorano. Benché residenti entrambi a Milano, mio fratello in viale Argonne con la famiglia che ha reso ulteriormente orgogliosi mamma e papà e io in via Mac Mahon, sola a fasi alterne e via via sempre più lunghe, ci frequentiamo molto poco. In fondo, ho sempre desiderato essere figlia unica. Quindi, vorrei capire perché ho accettato il suo invito a passare qualche giorno di questo torrido agosto nella vecchia casa dei nonni, eredità comune alla quale ho tacitamente rinunciato da molto tempo.

Mi sono spesso domandata come sarebbero andate le cose tra me e  Davide, se avessimo avuto più pazienza, se fossimo stati più determinati. E’ un quesito sul quale mi arrovello normalmente tra una storia e l’altra, quando arrivo alla conclusione che forse continuo a fare l’errore di accontentarmi. Se ci ripenso, mi appare chiaro che le mie scelte sono sempre state dei ripieghi, che hanno condotto inevitabilmente all’insoddisfazione. A 38 anni, questa insoddisfazione corre il rischio di restarmi appiccicata addosso per sempre, e di tramutarsi in acido rimpianto per ciò che non è stato.

Forse è questo il motivo che mi riporta in questo paese, ora che mio fratello mi ha riferito di avere incontrato Davide, che si è separato da qualche mese.

Uscita dall’autostrada, ad un certo punto ho lasciato la strada statale e mi dirigo verso il paese salendo dalla Valle del Ticino. La strada ora è completamente asfaltata. Mi sono fermata a guardare il fiume, che negli anni ha eroso un alto sperone roccioso che si sporgeva dal bosco, con una casupola dall’aspetto miserevole e misterioso che ricordo disabitata da sempre. Ora non c’è più nulla, il Ticino si è mangiato sperone e casupola e scorre maestoso e placido tra le sponde boscose, dove anche molti tratti di spiaggia sassosa sono scomparsi.

Per il resto, gli stessi campi di granoturco, la stessa boscaglia, la vecchia cascina abbandonata e sempre più cadente, il gruppetto di case sul canale, ridipinte e ben tenute, forse ora utilizzate come seconde case. Noto che anche l’antico lavatoio è stato recuperato e lo spiazzo che lo ospita è cintato e ben tenuto. E’ una versione addomesticata e vagamente artificiosa, rispetto a ciò che ricordavo, ma almeno non è stato lasciato andare in malora. La piazza della mia adolescenza invece è scomparsa, e sull’area pavimentata con qualche pietra pregiata, sulla quale si affacciano Municipio, ufficio postale e scuola, di quel tempo è rimasto solo il monumento ai Caduti.

La casa dei nonni è sempre uguale, solo tutta ridipinta di bianco con le persiane rosse. Nel cortile inghiaiato c’è ancora la grande aiuola con la magnolia e le ortensie, ma sotto il portico dove avevamo il tavolo da ping pong vedo un bel salotto in giunco con i cuscini colorati.

 “…vorremmo fare dei lavori di ristrutturazione, e ci chiedevamo se saresti disposta a cederci la tua parte…sai, lo faremmo anche per Luca…”

Ho compreso strada facendo la ragione per cui sono tornata qui, ed ora mi sono chiari i motivi per cui loro mi hanno invitata. Concordiamo che commissioneremo una perizia della casa per stabilirne il valore e poi venderò senz’altro la mia parte. Le loro facce rivelano che si aspettavano un gesto meno formale e più generoso da parte mia, e quando dico che preferisco tornare stasera stessa a Milano non fanno molto per trattenermi.

Non c’è niente da fare, mio fratello continua ad essermi antipatico, sua moglie è una donnetta melliflua e trasversale e mio nipote ha la stessa faccia da schiaffi che aveva il padre a diciotto anni.

Ho visto i manifesti che annunciano la festa del paese in piazza, e prima di rientrare a Milano ho intenzione di andarci.

La festa si svolge sulla zona erbosa che ospitava il campo sportivo, trasferito altrove, e che ora è pretenziosamente indicata dal cartello come “Area espositiva”. In questo momento sono esposti il tendone ristorante, il palco per il complesso che suona musica anni ’60 e ’70, che tira sempre, e una folla animata e variopinta nella quale mi pare di scorgere alcune facce conosciute. La festa di agosto era l’evento dell’estate, negli anni della mie vacanze qui, e guardandomi in giro vedo gente di tutte le età.

Non mi accorgo subito che l’uomo che sta muovendo deciso nella mia direzione è Davide. Il bel ragazzo dalla faccia da Apache è ora un affascinante quarantenne con i capelli più corti ma con lo stesso ciuffo ribelle di allora, sempre con i baffi e addirittura un po’ smagrito, il medesimo irresistibile sorriso un po’ sbieco, il viso segnato da due pieghe amare ai lati della bocca.

E’ strano e anche un po’ triste raccontarsi  vent’anni stando in piedi su un prato ad una festa di paese, mentre affiora a poco a poco il desiderio di cancellare quegli anni. O è desiderio, e basta.

Sono a casa di Davide da una settimana. E’ una di quelle piccole case ridipinte sul canale, appartata e rustica. In questi giorni abbiamo parlato molto e so che abbiamo entrambi cercato la risposta alla stessa domanda, silenziosa e sottintesa.

Questa mattina, dopo che ho caricato la borsa in macchina, ci siamo abbracciati a lungo, e non c’era più nulla da dire. Avrebbe potuto funzionare, forse, chi lo sa. Ma è passato il momento, e noi non siamo più quelli di allora. Ce ne siamo resi conto in questi giorni, in cui abbiamo celebrato un amore che è finito tanto tempo fa, e che non può tornare. Ci resta il ricordo, e sarà sempre consolatorio e bellissimo.

Mentre guido verso casa, penso che rivedere le proprie aspettative, adeguandole alle circostanze non è sempre così incoerente né dissonante: perché la stagione dell’uva finisce, e la volpe realistica e ragionevole finisce per cercare altri frutti, fiduciosa che prima o poi ne troverà.

Così, di sicuro sopravvive, e in alcuni momenti riesce persino a vivere, afferrando qualche fuggevole istante di autentica felicità.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente La sensibilità del banchiere centrale Successivo Breve manuale del diritto di recesso per piccoli azionisti

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.